Davide Ferrario

Manuel Cohen presenta 21 poeti neo-dialettali

Franco Scataglini, Senza tutiki, Disegno a penna su carta

Franco Scataglini, Senza titolo, Disegno a penna su carta

E per un frutto piace tutto l’orto”. Manuel Cohen presenta 21 poeti italiani neo-dialettali

di Anna Maria Curci

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia. Il saggio di Manuel Cohen, mia più recente lettura nella mia biblioteca di poesia dialettale che si va via via facendo più nutrita, giunge a confermare questo mio convincimento e a ravvivare l’amore per essa, ché di amore e sapienza si nutre il contributo di Cohen. Fa, inoltre, qualcosa di più, perché mi permette di rendere più complessa e ricca la mappa dei poeti italiani neo-dialettali, grazie a una fitta rete di collegamenti, strade e ponti tra dialetti, lingua nazionale, lingue e letterature altre.

E per un frutto piace tutto l’orto. 21 poeti italiani neo-dialettali è il titolo, ispirato a E per un frutto piace tutto un orto di Franco Scataglini, del saggio di Manuel Cohen, pubblicato nel n. 3 del 2015 – nel mese di marzo, dunque – di “Versante Ripido” (qui). Tra i ventuno poeti presentati, tredici sono già apparsi nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, vasta ricognizione a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava, Christian Sinicco e buon punto di partenza, insieme ai volumi Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto e Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, per un “viaggio tra i poeti in dialetto”. Gli altri otto, scelti da Manuel Cohen con un criterio al quale mi sento di aderire senza riserve, perché privilegia la vivacità del dettato, l’innovazione linguistica e il fecondo conversare su più piani della poesia dialettale, si aggiungono al quadro de L’Italia a pezzi che, per quanto ampio, non poteva necessariamente pretendere di essere esaustivo. (altro…)

Torino e la sua “meglio gioventù”: la trilogia al contrario di Giuseppe Culicchia, vol.1 di Alessandra Trevisan

a Federico M., che m’aiuta a leggere il mondo.

Molto spesso il mio essere sociale
presuntuoso si chiude in bagno,
a pettinare tutte le sue noie
che sono funzionalità.
Rachele, Moewy

Alienazione, mancanza di centro e di senso, insoddisfazione sono i tre focus di Tutti giù per terra. Uscito nel 1994 per Garzanti questo romanzo narra il disincanto e il tentativo di interpretare la realtà di Walter, ventenne studente di filosofia a perditempo nella Torino tra anni ’80 e ’90. Squattrinato e straordinariamente ‘normale’, annoiato e solo, Walter vive in un quartiere popolare, è figlio unico e incompreso in famiglia, e può contare solo sulla progressista zia Carlotta, punto di riferimento per la sua maturazione. Una vera opera cult di fine secolo questa (assieme alla coeva Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi), che ha segnato l’esordio del giovane Giuseppe Culicchia, e da cui il regista Davide Ferrario nel 1997 ha tratto l’omonimo film con colonna sonora dei C.S.I. Classe 1965 e allievo di Pier Vittorio Tondelli, Culicchia ha sempre perseguito una carriera letteraria autonoma e quasi del tutto Torino-centrica: dal lato opposto rispetto al noto fenomeno dei Cannibali ha proseguito il postmoderno tondelliano, pubblicando alcuni romanzi generazionali molto significativi che inquadrano letterariamente utopie, illusioni, necessità e speranze di almeno due intere generazioni, e che lo avvicinano dunque a opere di autori coetanei o quasi. In Culicchia c’è la frammentarietà dell’esistenza ultramoderna, c’è il nichilismo volgarmente inteso, la complessità dell’incrocio tra vita e ‘comunicazione multipla’ dettata dai mass media, e c’è in particolare in Tutti giù per terra una sfocatura del reale vissuto freneticamente ma senza direzione. Si veda l’incipit, a pag. 13:

Giro giro tondo, casca il mondo…
Verso la fine degli anni Ottanta il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre più o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. […] ero solo libero di non far niente. […]
Via Po piazza Castello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po. E poi di nuovo: piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. All’infinito. […] Non volevo un lavoro da commesso. Non volevo fare carriera. Intanto però la mia gabbia era la città. Le sue strade sempre uguali erano il mio labirinto. Senza un filo cui aggrapparmi. Senza più niente da vedere.

 

Walter vaga senza meta alla ricerca di un’identità, si sente senza scopo, è smarrito in se stesso, e la città non è altro che un grande contenitore che lo rinchiude. Torino è decadente e isterica: è una città malata, e Davide Ferrario ne mette in scena l’agonia con un montaggio sperimentale e avveniristico, che segue un ritmo rock ‘n’roll e dà maggior verità ai conflitti di Walter, la cui rabbia è costantemente repressa, la cui quotidianità precaria è accettata passivamente: Walter è la ‘meglio gioventù’ figlia di un tempo in cui vige l’apatia, in cui non ci sono spinte ideali né alternative, se non la noia nei confronti di ogni cosa. Un tempo attuale, dunque. Negli stessi anni ad Aberdeen, nello stato di Washington, USA, Kurt Cobain urla il proprio dolore: la periferia è lenta, grigia, senza futuro (ancora); ha le sembianze ‘al limite’ descritte nel romanzo di Tommaso Pincio Un amore dell’altro mondo (Einaudi, 2002), ha la stesso sapore che lasciano sulla lingua i versi di Morire di noia di Giorgio Canali. Il grunge di Cobain e di quella generazione è ancora oggi la forma di rabbia giovanile a noi più vicina nel tempo, una ‘presa di coscienza immatura della musica e della realtà’, una ‘distorsione della gioia di vivere’ che invade la vita, la segna e resta dentro. Nel suo romanzo d’esordio – primo di una sorta di trilogia inversa di cui parlerò, approfondendo quest’interpretazione, nel vol. 2 e nel vol.3 – Culicchia incrocia non solo l’anima grunge ma anche l’anima d’un altro movimento che non aveva esaurito il suo potenziale violento-ossessivo-macina realtà: è la controcultura punk, che a Torino e Milano continua ad avere discepoli anche nei tardi anni ’80, quando il ‘no future’ affiora nel grunge. Ma c’è dell’altro, perché l’opera prima dell’autore torinese è impregnata anche di elettronica, di suoni sintetici che abbracciano quelli ruvidi, suoni che calano nel corpo alla velocità d’una pasticca: Culicchia non dimenticherà mai queste eclettiche inclinazioni musicali, protagoniste di altre opere mature e molto più che ‘colonne sonore’. E si può dire infine che Walter sopravviva e viva incontrando ben tre subculture, e tuttavia non abbracciandone nemmeno una, ma scegliendo di elaborare una personale visione del mondo, altra, profondamente autentica.

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Nato a Torino nel 1965 Giuseppe Culicchia è ormai considerato una delle voci più autentiche della narrativa italiana degli ultimi anni. I suoi racconti figurano nelle antologie Papergang Under 25 III pubblicata da Transeuropa Edizioni nel 1990 a cura di P. V. Tondelli (1955-1991), e ispirato da autori come Hemingway, Carver, Bukowski e Bret Easton Ellis, ha esordito nel 1994 per Garzanti con Tutti giù per terra, caso letterario del decennio e vincitore dei Premi Montblanc e Grinzane Cavour; ha pubblicato per la stessa casa editrice Paso doble (1995), Bla bla bla (1997), Ambarabà (2000) e Il paese delle meraviglie (2004), Un’estate al mare (2007). Per Laterza, nella collana Contromano, ha pubblicato Torino è casa mia (2005), Ecce Toro (2006) e per Einaudi ha tradotto American Psycho e Lunar Park di Bret Easton Ellis. Recenti i suoi romanzi per Mondadori Brucia la città (2009) e Ameni inganni (2011) e per Feltrinelli il reportage narrativo Sicilia, o cara. Un viaggio sentimentale (2010). I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Germania, Olanda, Grecia, Spagna, Catalogna e Russia. Giuseppe Culicchia collabora con numerose riviste e quotidiani, tra cui «La Stampa».

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note:

*Rachele è contenuta in L’importante è la salute, autoproduzione, 2009, da ascoltare qui: moewy.bandcamp.com.
**Il ritornello di Tutti giù per terra recita così: «Come non sapere come non farsi fregare/ Come non potere avere niente da imparare/ Come non voler sentire quello che è da dire/ Come non trovare mai la forza d’affiorare.» La soundtrack del film è affidata, tra gli altri, a C.S.I., Marlene Kuntz, CCCP, Üstmamò.
***‘Rovesciamento della violenza espressiva’, frammentaria e assolutamente originale, nuova, unione di ‘ribellismo autodistruttivo e ‘arte “del sangue di platica”’: così definisce il pulp-cannibale italiano Fulvio Panzeri in «Avvenire», 14 gennaio 1997. Gli autori che per primi han dato vita a questo movimento, partecipando anche all’antologia Gioventù cannibale (Torino, Einaudi, 1996) sono almeno sei: Tiziano Scarpa (1961-), Giuseppe Caliceti (1964-), Niccolò Ammaniti (1966-), Aldo Nove (1967-) e Isabella Santacroce (1970-).
****su Pier Vittorio Tondelli (1955-1991) si è detto sempre tanto, ma ricordo qui che è considerato il primo ‘autore giovane’ italiano del Novecento. Pubblica Altri Libertini per Feltrinelli nel 1980, cui seguono opere importanti, anche di teatro, e scritti attorno alla letteratura. Sorta di ‘talent scout ‘ letterario, è stato tra i primi ad integrare nella propria opera il postmodernismo inteso come «millenarismo alla rovescia, in cui le premonizioni del futuro, catastrofiche o redentive, hanno lasciato il posto al senso della fine di questo o di quello (la fine dell’ideologia, dell’arte o delle classi sociali; la “crisi” del leninismo, della socialdemocrazia o del welfare state, ecc.)», definizione di FREDERIC JAMESON, in Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism, «New Left Review» 146 (1984), trad. it. Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano 1989, p. 7.