david foster wallace

Una frase lunga un libro #96: Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

Una frase lunga un libro #96: Carmen Gallo, Appartamenti o stanze, d’If, 2016; € 16,00

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non è questo il posto dove ci siamo parlati
non è questo il posto dove ci siamo portati

 

Nella nota finale al libro Carmen Gallo scrive: “Questo libro racconta una storia”, ed è vero, e racconta una storia che viene da molto lontano, e il lontano noi non lo conosciamo, è una storia che è somma di molti passati. Una storia fatta di pareti attraversate, di domande lanciate dove le parole rimbalzano e risuonano. Questa è una storia di lettere agganciate in modo da far rumore. In Appartamenti o stanze Carmen Gallo scrive un poemetto in cui un noi continuamente sdoppiato, moltiplicato e poi smembrato, un noi ripetuto e poi lanciato nel vuoto, un noi assottigliato e che guarda, si aggiunge ad altri noi per osservare oltre e meglio e, dopo, da più vicino. Questa persona plurale attraversa appartamenti e stanze; e questi appartamenti, che spesso non sembrano case, non ne hanno il calore, non ne hanno il colore, sono di una o più stanze, sono dilatazioni di tempo, circoscrizioni di stati d’animo e sono abitati da fantasmi. Le voci che raccontano parlano ai fantasmi, ai fantasmi chiedono, ai fantasmi rispondono; ma la poeta chiede anche di confondersi, di scomparire, come se niente fosse, da una stanza all’altra, ed ecco che diventa fantasma lei stessa, ai fantasmi si unisce, e a un certo punto (e il punto può essere diverso a ogni lettura) la prospettiva si ribalta, come in un cambio di scena, e il fantasma comincia a raccontare.

Mi pare, però, che questo sia un libro che faccia qualcosa in più del semplice raccontare, o meglio la storia che racconta ha la pretesa (riuscendoci) di essere intima e universale: perché tutti guardiamo senza vedere, tutti mettiamo bocca e parole nel lato oscuro dell’altro, ma l’altro non sappiamo mai chi sia e, ogni tanto (e qui si avverte il pericolo), l’altro non siamo che noi. Il fantasma. Circa il suo romanzo La prima verità (Einaudi, 2016), Simona Vinci dice che ogni storia è una storia di fantasmi; D.T. Max intitola la biografia di David Foster Wallace Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi (Einaudi, 2013; trad. Alessandro Mari); leggendo il libro di Gallo viene da pensare: Ogni storia è raccontata da un fantasma.

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proSabato: David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi

proSabato: David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi, (Einaudi; ultima edizione SuperET 2016); trad. di Giovanna Granato e Ottavio Fatica; € 13,00, ebook € 6,99

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Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (XI)

Come in tutti gli altri sogni, sono con qualcuno che conosco ma non so come faccio a conoscerlo, e all’improvviso questa persona mi fa notare che sono cieco. Cioè letteralmente cieco, privo delle vista, ecc. Oppure è in presenza di questa persona che mi rendo improvvisamente conto di essere cieco. Quello che succede quando me ne rendo conto è che divento triste. Mi mette una tristezza incredibile essere cieco. Questa persona in qualche modo sa quanto sono triste e mi avvisa che mettermi a piangere in qualche modo mi farebbe male agli occhi rendendomi ancora più cieco, ma non posso farne a meno. Mi siedo e comincio a piangere davvero forte. Mi sveglio nel letto piangendo, e piango così forte che non vedo niente per davvero e non ci capisco più niente di niente. Questo mi fa piangere ancora più forte. La mia ragazza è preoccupata e si sveglia e mi chiede che c’è, e ci vuole un minuto buono per schiarirmi le idee tanto da rendermi conto che sognavo e sono sveglio e non sono cieco per davvero e che sto piangendo senza motivo, e poi raccontare alla mia ragazza del sogno e sentire la sua opinione. Poi per tutto il giorno al lavoro sono incredibilmente consapevole della mia vista e dei miei occhi e di quant’è bello poter vedere i colori e le facce delle persone e sapere esattamente dove sono, e di quant’è fragile tutto quanto, di quanto sia facile perderla, di come in giro vedo sempre ciechi col bastone e una strana espressione sulla faccia pensando sempre che è interessante starli a guardare un paio di secondi senza mai pensare che abbiano qualcosa a che spartire con me o miei occhi, e di come è davvero proprio solo una coincidenza incredibilmente fortunata che io ci vedo e non sono invece uno di quei ciechi che incontro in metropolitana. E per tutto il giorno al lavoro appena queste cose mi tornano in mente ricomincio a cedere, pronto a rimettermi a piangere, e se mi trattengo è solo perché le pareti divisorie dei cubicoli sono basse e chiunque mi potrebbe vedere e preoccuparsi, e dopo il sogno va avanti così tutto il giorno, ed è stancante da morire, prosciugamento emotivo direbbe la mia ragazza, e firmo per uscire prima e me ne vado a casa e sono così stanco e assonnato che non riesco quasi a tenere gli occhi aperti, e quando arrivo a casa me ne vado dritto a rannicchiarmi a letto a una cosa come le 4 del pomeriggio e si può dire che svengo.

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© David Foster Wallace

David Foster Wallace a Marechiaro

DFW : Photo copyright Gary Hannabarger/Corbis

DFW : Photo copyright Gary Hannabarger/Corbis

(oggi David Foster Wallace compirebbe 55 anni)

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David Foster Wallace a Marechiaro

 

È sera finalmente, qui è un posto
da poeti, il resto è da non crederci
Dio non esiste, ma se esistesse, remota
possibilità, mi avrebbe spedito quaggiù

in una terra che è dopo la realtà
gente ipervissuta quindi mai nata
sono troppi e troppo rapidi, eterno
rodeo dove sei tu il cavallo e il toro

dove quando piove il mare si fa nero
scuro come la ruggine di fuori Boston
un personaggio di Pynchon, baciarti qui
mi farebbe piccolo come a Capri vite fa.

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@Gianni Montieri

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(poesia in “La Disarmata”, CFR,2014)

David Markson, L’amante di Wittgenstein

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David Markson, L’amante di Wittgenstein, Edizioni Clichy, 2016; traduzione di S. Reggiani e M. Testa; € 15,00

di Martina Mantovan

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In principio c’era il messaggio, anzi i messaggi, lasciati nelle strade da Kate. Dunque, in principio vi è Kate, protagonista del romanzo L’amante di Wittgenstein di David Markson.
Kate è la protagonista; prendiamo questa proposizione come assunto. Kate è la prima persona singolare; e Kate è l’amante di Wittgenstein. Tecnicamente non è mai stata l’amante di Wittgenstein, però, se Wittgenstein avesse avuto modo di incontrarla avrebbero sicuramente avuto molto da condividere. O da tacere. Kate non ha mai incontrato Wittgenstein perché nel mondo di Kate Wittgenstein non esiste: esiste nella sua testa, ma non nei luoghi esterni alla sua testa. Nel mondo di Kate l’esistenza è una condizione logica, non ontologica. Il mondo e la vita di Kate sono tutt’uno perché Kate è il suo proprio mondo: Kate la monade, Kate che ci accompagna nella desolate solitudini dello scetticismo innalzato a principio guida dell’esistenza.

Era davvero un’altra persona che ero così ansiosa di trovare, quando cercavo tanto, o quello che non riuscivo a sopportare era solo la mia stessa solitudine?

Sola, alla deriva su una spiaggia, teatro del deserto di senso dell’ultima coscienza rimasta a popolare la terra, Kate appare come l’unica depositaria del linguaggio, l’unica testimone dell’esistenza del mondo. Affacciata in riva ad un mare di silenzio, Kate dà vita al suo mondo nominandolo, recuperando ricordi e aneddoti dai meandri della sua memoria.

Ed è ovviamente anche nella mia testa.
Ma, del resto, cosa c’è che non sia nella mia testa?
È come un maledetto museo, a volte.
Come se fossi stata designata curatrice di tutto il mondo.
Che è quello che ero e che, per così dire, indiscutibilmente sono.

In un mondo delineato dalla logica, Kate si pone come unica coscienza di fronte a cui l’accadere dei fatti si dispiega: la coscienza di Kate è ciò su cui si infrange la possibilità di rendere vivibile la prospettiva del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein. Se i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo, del mondo si può essere solo il limite, non una parte: il solipsismo della protagonista è dunque l’ovvio risultato della trasposizione pratica del concepire l’esistente come esistente solo in relazione al soggetto.
Kate, centro atomico di un mondo e della narrazione, è pura soggettività: nel monologo senza sosta si cela l’urlo disperato di colei che vede bruciare, sgretolarsi, scomparire, tutto ciò che appariva saldo nel territorio della certezza; il soliloquio oscilla tra follia e profezia, in un lungo e doloroso sforzo di sopravvivere alla consapevolezza del fallimento del cogito ergo sum cartesiano.
Kate comprende, comprende con ogni fibra di se stessa, che non basta il pensiero a porre la sua esistenza ontologicamente al sicuro, per renderla libera dal dubbio e dall’aporia che quotidianamente deve affrontare; Kate sa che il darsi del suo pensiero testimonia solo l’esistenza del pensiero stesso.

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Una frase lunga un libro #47: Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero

Lacey

Una frase lunga un libro #47: Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero, Sur, 2016, trad. Teresa Ciuffoletti, € 16,50; ebook € 9,99

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Ripiegai il mio letto improvvisato, riposi asciugamano e maglietta nello zaino e mi trascinai fuori dal capanno e scoprii che il rumore sconosciuto altro non era che il fruscio delle pecore nell’erba, ma quelle scapparono via, perché le pecore sono abbastanza furbe da non fidarsi di nessuno, tantomeno di chi dorme nei capanni e ne rispunta fuori carponi, e io non potevo certo biasimarle perché anch’io sarei fuggita se fossi stata una pecora invece che me stessa, e anzi alcune mattine, pur essendo me stessa, vorrei comunque essere una cosa che fugge lontano da me piuttosto che quella cosa cucita dentro di me per sempre.

Durante la lettura di Nessuno scompare davvero mi tornava spesso in mente, anzi si ripeteva e rimbalzava come una mantra, una frase di David Foster Wallace, da Infinity Jest (Einaudi, trad. Nesi, Giua, Villoresi) non perché Lacey mi ricordi il compianto Foster Wallace, ma perché quella frase è perfetta per descrivere Elyria, la protagonista del romanzo; la frase è questa: “Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.”

Elyria ha 28 anni, è sposata e vive a New York, un giorno senza dire niente a nessuno prende un volo per la Nuova Zelanda. Elyria ha un nucleo incrinato, ha dentro qualcosa che non va, uno squilibrio, una microfrattura, un solco interno che si allarga e poi si chiude, e poi si riallarga, o un bufalo, come lo chiama lei stessa, che spinge e la trascina via, e le fa respingere se stessa ancor prima del mondo. La protagonista di Lacey è perfetta per spiegare quel malessere che è quasi mai chiaro, nemmeno a chi di quel malessere è vittima. La cosa che non si spiega, la cosa che farebbe dire anche a chi ti conosce benissimo: “Se ne è andata, non lo avrei mai detto”. L’istante prima di andarsene via Elyria è sposata con un professore di matematica, lavora per la tv, non ha problemi economici, è figlia di una madre alcolizzata che ha l’aria di essere stata poco presente, una sorella adottiva che si è suicidata. La morte della sorella ha fatto sì che Elyria e suo marito si conoscessero e poi si amassero, anche lui ha una frattura interna, ma ci sono fratture e fratture.

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Poesie inedite di Marco Villa

di Marco Villa

David Altmejd

David Altmejd The Swarn; Anno: 2011. La foto è stata scattata al Musée d’Art Moderne di Parigi.

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Da piccolo sognava di inglobare le cose. Non era possibile lasciare tutti quegli oggetti fuori di sé, osservarli in una separazione irraggiungibile al suo controllo: giocattoli e emblemi, collezioni esposte all’usura, ogni volta minacciate di rompersi, ogni volta rotte, si mangiavano un pezzo della sua camminata, lo facevano sentire sempre meno riconosciuto.
Ed eccolo quindi, ogni sera: contava per prendere sonno tutti gli oggetti del suo corpo, forse presentendo (forse illudendosi) di entrare in un mondo dove, per qualche ora, sarebbero stati al sicuro. Non si sentiva mai così compiuto come quel secondo prima di non ricordarsi più.

(ma gli elenchi, che roba, dovevano essere ripetuti sempre mille volte ancora per esistere, con voce bella scandita, che dio sapesse, che non ci provasse.
E ancora: sognavo la pronuncia definitiva, non c’era niente di così ridicolo. Dopo qualche tempo ero un corpo che fumava fantasie.)

Piano piano provò a rivolgere alcune parole all’esterno, si rese conto che quelle parole gli creavano spazi, una ricchezza tolta al tempo, e agli altri, e a sé. Più metteva a fuoco i contorni del mondo circostante più giocava a una nuova sottrazione, provava la leggerezza di guardare altrove forme sue che gli erano intoccabili, intoccabili agli altri, intoccabili al tempo, da tutto nutrite.
Ora si perde di volta in volta, svanisce con ordine e confida di essere sempre più riconoscibile.

(eppure non è meno dura, così, è come se questo progressivo distacco mi permetterà alla fine di compiere l’azione più grave, quella contro il mio nemico.
E non è meno dura, così, se tutta quest’opera di sintassi non è che la distinzione impassibile del mio nemico, il detto mille volte per una sola.
Eppure non è meno dura, così, è come se fossi in questa stanza, e credo proprio ci siano certe parole che devo dire prima di poterne essere fuori, del tutto.)

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Don DeLillo, Underworld (rec. di Martino Baldi)

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Don DeLillo, Underworld, Einaudi (Supercoralli, 1999; Super ET, 2014; ebook, 2012); traduzione di Delfina Vezzoli

 

Underworld, va detto, è un libro difficile, discontinuo, asincrono, che al lettore non può che provocare un altalenarsi di sensazioni tra l’entusiasmo e lo sconcerto. È però – e questo senza ombra di dubbio – uno dei pochi indiscutibili capolavori della letteratura mondiale degli ultimi venti anni, probabilmente il culmine assoluto della letteratura postmoderna insieme a Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bolaño.
La vicenda è impossibile da riassumere per la molteplicità dei suoi temi e dei suoi livelli temporali. Vi si mescolano vero e verosimile, personaggi reali (Frank Sinatra ed Edgar Hoover, per esempio) e fittizi, presente e passato, narrazione e riflessione, fatti e teoria, in un continuo slittamento intertestuale e interdisciplinare.
Già la sintesi estrema di ciò che è raccontato dal romanzo – il pitch, come direbbe uno sceneggiatore americano – mette in evidenza sin da subito la natura ancipite di un’opera che non teme di rivolgere le sue due facce nelle direzioni più contrarie, alla ricerca di una sintesi tra il minimalismo più calibrato e il più ambizioso massimalismo. La storia, di fatto, è quella di una pallina da baseball, ma è allo stesso tempo la storia nordamericana degli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, con le sue vicende storiche, politiche, sociali, industriali, artistiche, architettoniche, musicali: un grandissimo affresco della società e dell’identità americana attraverso tutto quel che è visibile e, soprattutto, ciò che non lo è.

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Alessandro Raveggi: David Foster Wallace

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Alessando Raveggi: David Foster Wallace – Doppiozero – ebook € 3,49

 

Ho cominciato la lettura del saggio di Alessandro Raveggi con molta curiosità. Chi mi conosce bene sa quanto io ami David Foster Wallace e la sua scrittura, e sa che non si tratta di amore cieco, o meglio che non si tratta più di quel tipo d’amore. Dopo aver letto tutto o quasi tutto: racconti, romanzi, saggi (sì, ho letto pure quello sulla matematica), le interviste, discorsi agli studenti, ho capito un paio di cose. La prima è che Foster Wallace è uno scrittore formidabile e rimarrà uno dei miei preferiti, la seconda è che gli si può voler bene senza aver paura di criticarlo ogni tanto. Forse non ho più l’età per venerare qualcuno e mi pare che nemmeno l’autore del saggio ce l’abbia più.

Dico subito che il libro che ha scritto Raveggi è bello ed è molto interessante. Uscito in ebook per Doppiozero (collana di libri elettronici che consiglio di seguire con attenzione) pochi mesi fa, è, come dichiara l’autore all’inizio, «Un commiato sofferto di un suo lettore italiano». Quindi non un saggio canonico e neppure una specie di guida introduttiva alla lettura dell’opera di David Foster Wallace: è un percorso dentro le opere e, in parte, nella vita dello scrittore statunitense (quando si parla di DFW i due aspetti non potranno essere tenuti troppo distanti). Un’analisi che non segue un ordine preciso, Raveggi non la compie cronologicamente, è un  commiato, come abbiamo visto, e il sentiero che si segue è quello più opportuno per giungere al distacco.

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David Means: Il punto

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David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

 

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto (titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono.
Gli americani sanno scrivere i racconti meglio di tutti, questa è la mia opinione. David Means è, forse, il più bravo, tra i viventi, se la gioca con George Saunders, quest’ultimo riesce a emozionarmi di più ma solo Means mi fa piangere con quelle lacrime che non vorrebbero uscire. Saunders mi fa anche ridere (come David Foster Wallace), Means mi mette accanto la pietà (come Carver). Tutti e quattro mi commuovono, perdutamente.

Un uomo senza alcun progetto che ce la metteva tutta – in quel particolare momento – per dare l’impressione di sapere, almeno fino a un certo punto, dove voleva andare rispetto al proprio punto d’origine.

C’è un punto comune nei tredici racconti qui pubblicati. Il punto in cui le cose cambiano, o in cui il protagonista pensa che possano cambiare, o quello in cui sono cambiate ed è troppo tardi o, forse, troppo presto. A volte è il tentativo di giustificarsi o assolversi, altre è il bisogno di qualcosa che somiglia a una carezza (come una fetta di torta lasciata su una finestra). Non è il destino e non sono le azioni, ma qualcosa di intangibile che è meno di un pensiero, di un istante, di un punto. Una rivelazione.
Qualcosa è già accaduto prima che la storia cominci (come in Carver). Non è necessario sapere di cosa si tratti, Means lascia che il lettore abbia l’intuizione di un evento, di un passato, di un gesto che abbia condotto i personaggi al tempo della prima frase. Non ci sono le grandi città (un’altra caratteristica comune con Carver, soprattutto, ma anche con Saunders), eccetto l’idea della metropoli fuori dal condominio nel quale si svolge il primo racconto I colpi: un uomo è barricato nel suo appartamento, ossessionato dai colpi che chi vive al piano superiore – intenzionalmente, a suo avviso – batte continuamente ed è contemporaneamente preda dei ricordi, della nostalgia di una moglie amata; vibrano dentro i colpi di un matrimonio fallito. Il resto delle storie sono l’altra America: il Nebraska, l’Ohio, l’Oklahoma. L’irrinunciabile Tulsa. E poi i ponti sotto i quali dormire e dove sedersi intorno al fuoco a raccontare storie di abbandoni, di fame, di alcolismo e di coltelli. E ancora: rapine, morte, padri e figli, e paure.
Il racconto nel racconto. Spesso mentre si sviluppa la storia principale al lettore ne viene esposta anche un’altra, che è quella che il protagonista non dice agli altri ma rimugina dentro di sé. Non dire diventa un’altra maniera di scamparla. Means pare dirci che uomini che hanno perso tutto riescono a tenersi ancora qualcosa da parte, un ricordo da preservare o la dignità.  Allora non tutto è perduto.

Forse è semplicemente utile ricordare a se stessi che esistono ancora misteri occulti a portata di mano.

La prosa di David Means è bellissima, spesso si torna sulla frase (o pagina) appena letta solo per riassaporare il piacere di sentirne il suono. Il sogno americano, se c’è stato, è definitivamente infranto. I personaggi di Means con quel sogno non ci hanno mai avuto a che fare, oppure l’hanno dimenticato. Eppure l’America è proprio quella che ci viene mostrata. Il sogno promesso esiste (o è esistito) anche perché non si realizza. David Means scrive delle cicatrici lasciate dalle promesse non mantenute. Lo fa meravigliosamente.

© Gianni Montieri

 

Nota: Per chi volesse saperne di più su David Means consiglio anche la lettura di un articolo di Cristiano de Majo su Rivista Studio e, naturalmente, di leggere Il Punto e tutti gli altri libri di David Means.

 

David Foster Wallace (aspettando InEdito – Raccontare Obliquo)

Illustration by Kathryn Rathke

Illustration by Kathryn Rathke

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Domani sera alle 22:00 NONOSTANTE SI FINISCA OVVIAMENTE PER DIVENTARE SE STESSI | RACCONTI SU D.F.W. con Paolo Cognetti, Martina Testa e Alessandro Raveggi. Domani Inedito comincia.

«E allora stanotte, per farti star zitto, ti dirò che con Dio ho due o tre conti in sospeso, Boo. Mi sembra che Dio abbia un modo piuttosto disinvolto di gestire le cose, e questo non mi piace per nulla. Io sono decisamente antimorte. Dio sembra essere sotto ogni profilo promorte. Non vedo come potremmo andare d’accordo sulla questione, lui e io, Boo»

Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.
Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare.
Che le attività noiose diventano perversamente molto meno noiose se ci si concentra molto su di esse. Che se un numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.
Che Dio – a meno che non siate Charlton Heston, o fuori di testa, o entrambe le cose – parla e agisce interamente tramite degli esseri umani, ammesso poi che ci sia un Dio. Che Dio potrebbe inserire la questione se crediate nell’esistenza di un dio o meno piuttosto in basso nella lista delle cose sul vostro conto che a lui/lei/esso interessano.

(da Infinite Jest, Einaudi; trad. Edoardo Nesi)

La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…

(da Il re pallido, Einaudi; trad. di Giovanna Granato)

MACAO inEdito 2014 – Raccontare Obliquo

macao

Il 23, 24 e 25 maggio M^C^O ospita la seconda edizione di InEdito, festival di editoria indipendente.

Dopo l’edizione dello scorso anno, caratterizzata da una riflessione politica e culturale relativa al mondo dell’editoria, InEdito propone quest’anno una dimensione che richiama, più che al dibattere, al raccontare; un “Raccontare obliquo” – ripreso dai versi di Emily Dickinson “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”.

Obliquo non è una formula, ma tante forme. Obliquo è il rumore che fanno in noi le cose di cui ci appropriamo (almeno in parte), leggendole. Obliquo è lo sguardo trasversale che si spinge dal minuscolo al gigantesco; obliquo è per dire e lasciar insieme spazio per capire.

Raccontare obliquo è uno spazio che si concede a diverse forme di narrazione, in cui ognuno può trovare qualcosa per sé.

InEdito è:

Raccontare – Raccontarsi: un narrare di sé, della propria storia, della propria soggettività

Raccontare – Disegnare: raccontare per immagini

Raccontare – Scrivere: che non ha bisogno di essere spiegato

Raccontare – Giocare: con le parole

Raccontare – Ricordare: il racconto soggettivo di qualcuno o qualcosa.

Programma in PDF

Guida alle singole giornate

Venerdì 23 Maggio (Livio Sossi, Wu Ming, Frankie Magellano, Martina Testa, Paolo Cognetti, Alessandro Raveggi, Tito Faraci, Paolo Castaldi)

Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare. (David Foster Wallace – Infinite Jest)

Sabato 24 Maggio (Lea Meladri, Lisa Biggi, Letizia Iannaccone, Massimo Vitali, Libri Finti Clandestini, Paolo Pasi, Mendo, Paolo Agrati, Guido Catalano, Paola Ronco, Antonio Paolacci, Alessandro Zannoni, Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, Alessandra Terni, Nicoletta Bernardini, Giuseppe Merico, Anna Toscano, Rosario Palazzolo, Silvia Tebaldi, Gianni Montieri, Otto Gabos, Francesca Rimondi, Livia Satriano, gianCarlo Onorato, MisS xoX, Carlo Casale, Steve dal Col, Johnny Grieco, Massimo Giacon, Ivan Carozzi, Oderso Rubini, Ariele Frizzante, Federico Fiumani, Davide Toffolo)

La città non si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile. (Luigi Bernardi – Crepe)

Domenica 25 Maggio (Filippo Parodi, Anna Giurickovic, Andrea Staid, Massimiliano Tappari, Lidia Cirillo, Thomas Pololi, Alessandro Gallo, Patrizia Valduga)

 

Il programma dei Workshop

 

(Poetarum Silva sostiene M^C^O ed è partner di InEdito. Vi aspettiamo)

 

MACAO

Evento facebook

 

in-side stories #20: Appunti per un racconto da scrivere

Berlin - foto gm

in-side stories #20 – Appunti per un racconto da scrivere

Premessa o incipit: La storia che si andrà a scrivere avrà una premessa. Per premessa si intenderanno alcuni avvenimenti che saranno accaduti prima della storia, che la storia influenzeranno ma che non entreranno nella stessa. La premessa è che uno scrittore italiano stia giocando a calcio balilla con David Foster Wallace in un posto di non facile definizione e localizzazione. Quello che sappiamo è che il posto non è su questa terra, in quanto sia lo scrittore italiano che David Foster Wallace sono morti. L’altra cosa che sappiamo è che questo posto ha un bar e che nel bar ci sono dei bigliardini. Lo scrittore italiano sta vincendo e se la ride. E continua a ripetere a David Foster Wallace di parlare meno. Foster Wallace suda copiosamente.

Il corpo della storia: La storia dovrà cominciare la sera in cui muore il musicista e cantante rock Lou Reed, perciò in una domenica di ottobre dell’anno 2013. La storia non dovrà fare accenno alcuno allo scambio di tweet tra Emanuele Filiberto di Savoia e Wu Ming sulla morte di Reed, perché allo scrittore italiano di cui si parla nella premessa non piacerebbe. La storia potrà fare accenno alla biografia di Lou Reed, a come è stato ricordato, se bene o se male deve deciderlo il lettore. L’album Berlin deve essere citato nella storia. Si possono aggiungere ma solo sullo sfondo: Patti Smith e David Bowie. Per esempio è possibile inserire un giornalista che raccolga delle loro finte testimonianze. Non provare nemmeno a far entrare nel racconto il ricordo di Gramellini o Riotta. La storia dovrà, in seguito, avere il seguente sviluppo: Una donna italiana che si occupa di editoria, una donna in gamba che sa fare il suo lavoro come si deve, nel momento in cui la storia avrà il suo svolgimento, starà correggendo (lavoro redazionale) un’antologia che andrà nelle scuole o in posti ancora più pericolosi. Tale antologia avrà un ipotetico e improbabile titolo che somiglierà a (a) Approccio a un’opera (b) Come avvicinarsi a un libro (c) La prima cosa è imparare a scegliere (d) Arrivare all’opera attraverso l’autore. La donna in questione dovrà avere tra i trenta e i quarant’anni, per nome non avrà un diminutivo, odierà l’antologia che sta correggendo e, più precisamente, odierà i criteri di selezione degli autori e la loro collocazione in determinate categorie. Lei non potrà impedire che questa antologia vada in stampa. Qui di seguito si forniscono alcuni esempi che si potrebbero usare o dai quali prendere spunto, se vi sembrano troppo distanti dalla realtà, pazienza. (a) Caroflglio tra i fumettisti (b) Carrisi (non Albano) ne “il giallo” vicino a uno come Dürrenmatt (c) Ammanniti trasversale, presente in tre o quattro capitoli, la questione Io e te deve essere trasposta in un nuovo rapporto Io a molti. Si dovrà inventare una vita privata alla ragazza, deve soffrire mentre svolge il suo compito ma ricordatevi che deve essere molto ironica e molto intelligente. La vita privata non deve essere strana per forza, ricordarsi di non scrivere cazzate. Il rock deve entrarci. Lo scrittore italiano della premessa deve essere stato, in vita, molto amico della ragazza. Può anche avere lavorato con lei. Lo scrittore in questione si incazzerebbe a morte se si trovasse tra le mani una di queste antologie e sarebbe dispiaciuto per la morte di Lou Reed. La scelta del clima è libera.

Finale: Ci sarà libertà ma anche un vincolo. La libertà è sull’antologia e sulla ragazza. L’antologia potrà non uscire, gli studenti potranno bruciarla in piazza, gli studenti la ameranno e scriveranno e diventeranno famosi come Moccia, ecc. La ragazza non è un’eroina, potranno solo girarle i coglioni o essere soddisfatta. Il vincolo sarà il seguente: Lou Reed dovrà arrivare nel posto dove David Foster Wallace le sta prendendo a bigliardino dallo scrittore italiano, dovrà salutarli. Lo scrittore italiano dovrà dire: “E tu che cazzo ci fai qua?” e aggiungere: “Sei capace a calcetto?” Lou Reed dovrà rispondere: “No, ma posso imparare.” E ancora: “Ma prima che io impari a giocare c’è qualcosa di cui dovresti occuparti, hanno messo Carofiglio nei fumetti.” Lo scrittore italiano guarderà Foster Wallace e Lou Reed e dirà: “Cazzo. Questa la finiamo più tardi, allenatevi intanto.”

E adesso che qualcuno la scriva. Avete dalle 6000 alle 8000 battute. Una volta scritta la storia potete inviarla all’indirizzo email della redazione: Poetarumsilva@gmail.com .

@Gianni Montieri

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(grazie a Francesca per l’idea)

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Lou Reed – Sweet Jane (Loaded, 1970)

Standing on the corner
suitcase in my hand
Jack’s in his corset, Jane is in her vest
me, honey, I’m in a rock ‘n’ roll band
Ridin’ in a Stutz Bearcat, Jim
you know those were different times
All, all the poets they studied rules of verse
and those ladies they rolled their eyes

Sweet Jane
Sweet Jane
Sweet Jane

Jack, he is a banker
and Jane, she is a clerk
and Both of them save their money
when they come home from work
Sittin’ down by the fire
radio does play, look classical music there, kids
“The March Of The Wooden Soldiers”
you can hear Jack say

Sweet Jane
Sweet Jane
Sweet Jane

Some people like to go out dancing
and other people like us, we gotta work
And there’s even some evil mothers
they’re gonna tell you that everything is just dirt
And you know that women never really faint
and that villains always blink their eyes
That children are the only ones who blush
and that life is just to die

Anyone who ever had a heart
and wouldn’t turn around and break it
Anyone who ever played a part
and wouldn’t turn around and hate it

Sweet Jane, Sweet Jane, etc.
Sweet Jane, oh honey, Sweet Jane

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