David Bowie

Nosferatu – di Andrea Accardi

Quando Stoker nel 1897 pubblicò il suo romanzo, nasceva un personaggio capace di lanciare una sfida impressionante a un’intera epoca: Dracula era desiderio sconfinatamente egoista, incurante dei principi sociali, e anche di quelli biologici e fisici, il contrario insomma di un ordine ritagliato secondo leggi di realtà, unica condizione per il progresso umano. Venticinque anni dopo, nel solco dell’espressionismo tedesco, Murnau avrebbe dato al vampiro di Stoker un aspetto molto più spaventoso e ripugnante, laddove nel libro manteneva ancora una qualche traccia di nobiltà, da conte. Per ragioni di diritti, il nome fu cambiato in Nosferatu (dal rumeno, “non morto”). Herzog nel 1979 riprese il film di Murnau, fedelmente ma con una profonda differenza: da un desiderio come orrenda sovversione sembrava quasi di essere passati a un desiderio percepito come condanna, incapacità di rientrare negli argini della realtà, di accettarne i limiti. Che è forse poi la piega che ha preso il mondo, se è vero che Herzog concederà a Nosferatu una vittoria per interposta persona, col ritorno di Harker, ormai contagiato, nel castello del conte. Grazie anche a Klaus Kinski, che ne fu l’interprete, Nosferatu diventò davvero e per la prima volta l’infelice protagonista della storia, commovente se pure orripilante, perso nel sempre di un incontentabile desiderio. Con queste poesie tento di prolungare proprio quella traiettoria. Dopo un testo introduttivo, comincia una sorta di dialogo a due voci: un personaggio che attende, uno che arriva; uno che chiede finalmente dei limiti, l’altro che nutre ancora l’irrazionale speranza di annullarli. Non è più l’orrore il problema, e quindi ho scelto un’immagine priva di qualunque eccesso gotico: per rappresentare questo vampiro moderno, malinconico e fiducioso, mi è sembrata adatta una bellissima foto di David Bowie.

.

david bowie

.
Abbiamo fili di ragno sopra la testa
iridati e sottili
il corpo scuro dell’insetto in controluce
immobile e apparentemente preso
nella sua stessa rete.

Guarda dove l’ordito è più fitto
dove si perde il conto dei fili
non basta un colpo con il dito
a separare il muro dal soffitto.

Il ragno d’altronde non sa
che aspetto ha la sua rete
dal basso.

.

I.
Io che m’illudevo di tenere tutto insieme
che le mie braccia arrivassero oltre questo
fuggi fuggi e chiudessero in tempo
ogni tipo di porta
ecco che invece mi ritrovo in mezzo
alle cose che finiscono
a questo continuo perdere pezzi
e precipitare, recidere
decidere
svegliarsi in viaggio con la schiena a pezzi
vedere paesaggi sognati da altri

(Albumi d’alba, riflessi, screzi.
La trasparenza dei Carpazi)

.

Resto immerso nel rumore del sangue
caldo crepitio di globuli, sibilo
che unisce, difendo la casa
con barricate d’ossa, mi aggrappo
a ogni cosa con i denti
ma lascio solo un’orma ridicola
due fori ciechi.
Da piccolo guardavo la luce cambiare
tra le persiane, era uno strappo
di tempo che nessuno ricuce.
Nel buio ora sento i topi brulicare
sobbalzare, divorare tutto.
Bisogna dare ali
a questi topi.

.

II.
Mi tormentano immagini, fanno
male dietro gli occhi i ricordi
come questo che si accanisce adesso
strisce di sole sul bucato steso
un balcone sopra l’altro, il solito
latrato lontano, ovunque lo stesso
le stanze dell’infanzia degli altri
la dolcezza di un garage, poi la salita
una mano che saluta, l’altra che parte
lo sventolio feroce di alberi e case
fino a quando un’intera città
scompare dalle carte.
.

Rivedo l’immagine del mio corpo
nei diversi punti della rete
-in cima a scalinate, dietro porte
a vetri, sul fondo di paesi che
diventano spiagge- ma sempre come
in movimento e in controluce
la vedo che fugge, scivola, affonda
nella sua stessa presenza, incavo
pulsante, vuota intermittenza
macchia tremolante sullo sfondo.
E invece la cornice che da sempre
mi circonda prende ora il sopravvento
e ogni esistenza che ho solo accennato
ritorna insopportabile e vivida
fulminata da odori estivi
fissata in colori di ceramica
in una bugia di smalto.
Il tempo che prosegue senza di me
è tempo reciso in cui non invecchio:
per questo sparisco allo specchio.

.

III.
Costeggiavamo campetti accesi
-il lampo del vedere un tiro fuori-
poi la strada si alzava all’improvviso
sulla distesa di paesi avvolti
dal fumo. Le carte non ci parlano
dei posti che lasciamo, non dicono
che le cose si vendicano
del nostro oltrepassarle, che tutto
esiste e avviene anche senza
farne parte. Ci sono sale
d’aspetto senza riviste, luci
dietro finestre, mani che spostano
sedie e non possiamo farci niente
nelle città immense la gente vive
senza perdersi, guarda la pioggia
sui palazzi di fronte, apre negozi
di oggettistica, si affaccia lo stesso
fiduciosa dai balconi sui fiumi
di sapone che scorrono in basso.
Nei centri piccoli vicino
alle stazioni saluti, gesti
abituali, sapere cosa fare
il caffè da prendere.
Ma di queste abitudini non so
dire nulla, anzi è lì che sprofondo
ogni volta, nelle vite degli altri
trasandate e inspiegabili
nel loro mattutino ripetere il caso
sbattere in alto come un sogno appeso.

.

La notte porta draghi di fosfeni
e un buio senza fondo dietro
presagi di cime, potessi uscire
da questo buio, giocare al gioco
del tempo, scegliere e rinunciare
come fai tu vivendo. Ma queste
infinite voglie, nascoste teste
d’aglio, avvelenano la stanza
e tutto il resto, il mio amore non sceglie
manca il bersaglio, nulla gli sembra
abbastanza.

.
IV.
Dopo pranzo la città ci respinge
abbassa le serrande, si mostra
fatta di spigoli e anche, spaventosa
e bianca. Poi tutto affonda in un’acqua
un po’ mossa, le luci si accendono
prima del buio come candele
in una chiesa a mezzogiorno, cani
vigilano dietro i cancelli
e i padroni restano in casa
a guardare programmi di cucina
o il meteo della settimana.
Ma quando un cane abbaia
c’è sempre qualcuno che si allontana.
.

In una casa si rimane anche dopo
i crolli dal soffitto, in mezzo alle ombre
appese dei coperchi, o a guardare
fuori uno scempio di oleandri
e il modo in cui la luce di sera
sviene come un paziente
anemico sul letto. Niente
perdona la vecchiaia delle case
nessun esorcismo, nessuna croce
nemmeno una mano di vernice
ma ovunque fantasmi di finestre
ferite, e scosse di anchilosauro
uscito dal solco. È tutta finta
infantile permanenza
questa geologia del rimorso
desiderio andato fuori asse
che vuole tornare in ogni stanza
come se niente fosse.

L’eterno è un fondo di giacenza.
Senza morte non c’è speranza.

.

V.
Capitava di lasciare posti e persone
e guardare indietro fino a vederli
svanire, di pensare l’impossibile
di una casa in assenza di me
che l’abitavo, di vedere gli altri
già dissolti
nell’ultima parte di ogni cosa.
Anche adesso che avanzo verso di te
per ogni metro di spazio sperperato
registro il punto esatto della perdita
del mio non essere più lì
mentre l’aria si riempie di una musica
d’archi, suonata per cosa, da chi

(Sto arrivando.
Ecco il castello, il sortilegio.
La pietà del tuo contagio)

.

Qui nulla finisce e nulla comincia
davvero, e allora mi porti una pietra
da metterci sopra, un coperchio
di nuvole addensate nel nero
il pensiero che tutto va perso
ma illeso, in qualche stanza lontana
in un condominio straniero

(Ti aspetto come si aspetta
l’inatteso, con cieca speranza
e un dolore sospeso)

.

[contaminazioni e misture] – Kayleigh – di Vincenzo Bagnoli (post di Natàlia Castaldi)

.

Il testo di Vincenzo Bagnoli, che qui segue, è tratto da “FM – Onde corte” (Bohumil 2007), e consiste in una riscrittura-remake di “A Silvia” , remixata con canzoni dei Marillion, di David Bowie, dei Joy Division e degli Area.

[ NdR: cliccando sulle parti del testo evidenziate, si apriranno in una seconda finestra i brani musicali di riferimento ]

nc

*

Kayleigh (do you remember)

.

Silvia ricordi ancora i giorni strani

persi per strada e poi le barricate

irose del tramonto e poi la rabbia

urlata nel deserto dei tuoi anni

le solitudini di cielo vuoto

negli autobus nei treni suburbani

le notti con gli occhiali scuri i fuochi

di sodio e cesio in alto sulle strade

lunghe tangenti di fughe colorate

ripari alle stazioni di servizio

E ti ricordi le Albe lavate

dai sogni e senza luce le gelate

stelle cadenti di tutti gli eroi

bruciate all’orizzonte dei decenni

le ceneri cadute su di noi

saremmo sempre stati tutti amici

il sabato disteso a mezzogiorno

e dopo le lezioni il vuoto in casa

nel buio della camera al ritorno

alle diciotto il disco che gira

E ti ricordi il panorama incerto

disteso fuori dalla tua finestra

nel buio scintillante delle strade

il cielo declinante di occidente

quello sereno dopo le tempeste

la tenera bellezza della sera

la città che nel vento si addolciva

e in fondo azzurra Appena intravista

l’ombra leggera di altre distanze

sorriso di radiose lontananze

E silvia ti ricordi le canzoni

in piazza verdi le aule occupate

la scia delle voci in via zamboni

le attese e le tristezze in fotocopia

sonno di maggio sui libri di studio

il freddo del metallo negli accordi

elettrici riflessi senza volto

nel vetro e nel vuoto che si apre

nel cuore delle nuvole di aprile

disteso sull’asfalto e sui cementi

E ti ricordi le strane correnti

nei larghi viali attorno a mezzanotte

fiumana che portava alla deriva

i passi adolescenti nel suo corso

verso Un cuore di tenebra dentro

le lunghe ore a parlare del mondo

dei giorni A venire e le speranze

le lunghe confidenze il crepacuore

la libertà impensata di sguardi

vista all’ombra del sole del mattino

E ti ricordi la luce negli occhi

che ci bruciava le frasi non dette

le stanze I perimetri i confini

ancora da esplorare e lo spazio

fra i bordi della pelle e le parole

l’onda sul viso la fiamma dell’altro

la trasparenza di voglie e di giorni

le tese sfumature del crepuscolo

le posizioni di venere e gli altri

pianeti sull’orlo delle colline

E silvia dopo tutta questa strada

non credere alle amare conclusioni

su quello che potrebbe essere stato

meritavamo in tanti più fortuna

ma adesso non c’è spazio per rimpianti

e Io non rivorrei indietro niente

e no non salverei proprio nessuno

lo vedi che non c’è in queste parole

la storia triste e bella il detto saggio

ma solo l’aria e il vuoto del paesaggio.

(altro…)