Dario Bellezza

In pentola il romanzo! (di Edoardo Pisani)

Edward Morgan Foster

Se potessimo crocifiggere Borges, lo faremmo.
Roberto Bolaño

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Nel 1927, anno delle conferenze a Cambridge che comporranno il saggio Aspects of the novel, Aspetti del romanzo, Edward Morgan Forster confessa a Virginia Woolf di sentirsi impreparato, poco colto, invero non un gran lettore di romanzi e di certo non un critico, ignorando o quasi autori classici quali Defoe e restando deluso dal Gide dei Falsari e poco convinto dall’Ulisse di Joyce, in fondo soltanto un common reader, come lei, che tuttavia gli risponde di detestare i romanzi, compresi i propri, dichiarando che suonano falsi e che ormai non pensa di scriverne più, nonostante sia l’anno di Al faro, congratulandosi con lui per le conferenze riprese dal quotidiano Nation, che non avrebbe mai saputo scrivere. Di lì a un anno però Virginia Woolf pubblicherà Orlando, la biografia trasposta e romanzesca di un’impossibile Vita Sackville-West, sua musa in fuga, uomo e donna e amante inafferrabile, e quattro anni dopo sarà la volta di The Waves, Le onde, con i monologhi alternati di Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny e Louis, che ruotano intorno alla vita e alla morte, alla parola e ai sentimenti, all’amore, una polifonia di voci che si fa racconto, storia, romanzo appunto, raffrontandosi anche all’impossibilità di scrivere, di mettere letteralmente in scena, cioè sulla pagina, tutto lo scibile del sentire umano: di raccontare l’uomo.
“Quando la tempesta traversa la palude e mi raggiunge nel fosso in cui giaccio abbandonato” dice Bernard ne Le onde, “non mi servono le parole. Niente di preciso. Niente che poggi con tutti e quattro i piedi per terra. Nessuna di quelle risonanze, di quegli echi che irrompono e rintoccano di nervo in nervo e ne esce una musica sfrenata, frasi false. Ho chiuso con le frasi…”
Non mi servono le parole, dunque, né gli impasti narrativi dei romanzi tradizionali, soltanto voci e visioni e onde e movimento, soltanto stile, questo sembra dirci Virginia Woolf con Bernard che galoppa contro la morte o Clarissa Dalloway che spalanca la finestra e Septimus che si siede sul davanzale e aspetta fino all’ultimo momento prima di buttarsi di sotto, prima di uccidersi, lui che vuole vivere, lui che non vivrà. In Aspetti del romanzo Forster prende a esempio la prosa woolfiana, definendola “fantasista” e riportando un paragrafo de La macchia sul muro, un racconto del 1917; e la macchia è una chiocciola e la vita un pasticcio, scrive Forster, e così la realtà e la scrittura che la ritrae, che la contempla e la ricrea o cerca di ricrearla e la scavalca, la abbandona, la scrittura romanzesca che sfugge al mondo o lo scompone per raccontarlo, per ricrearlo, un filo ipnotico che si tesse a perpetuità, la narrazione, i pensieri e i fatti. E quindi cos’è quel segno sul muro? Un chiodo? Un buco? Un petalo di rosa? Una crepa nel legno? La narratrice divaga e si sperde nei meandri della propria immaginazione, fra pesci che nuotano controcorrente e alberi e la “sensazione intima, asciutta di essere legno”, per un attimo albero anch’essa, albero Virginia Woolf; pensa all’ordine indefinibile eppure reale di ogni cosa, della natura, della sua stessa stanza, a una tempesta e ai rami folli che cadono ovunque finché nella sua mente “tutto si muove, cade, scivola, svanisce” – e la macchia è soltanto una lumaca che striscia sul muro e la narratrice, Virginia Woolf, smette di scrivere, di osservarsi scrivere, e conclude il racconto: “Ah, il segno sul muro! Era una chiocciola.”
Scrivere è innanzitutto osservarsi, “tentare di sapere ciò che si scriverebbe se si scrivesse”, come afferma Marguerite Duras in Scrivere, ovvero interrogarsi sul senso stesso della scrittura e sul silenzio che lo circonda, che prepara il linguaggio e la realtà che lo circoscrive, che lo definisce o da cui è definito, cioè narrato. Scrivere è raccontare, certo, ma raccontare sentendo, non solo vedendo, sentendo e cogliendo le parole e il ritmo che diviene linguaggio, vita, smuovendo l’ordine naturale delle cose e frantumando la realtà e la narrazione che la intrappola, che la osserva intrappolandola. È l’abisso che ci portiamo dentro, la nostra scrittura, l’abisso fatto parola e perciò riesumato in narrazione, in linguaggio e in sentimento o in follia e in solitudine. È il nostro sfogo e la nostra condanna, una prigione. “È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla” annotava Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, nel 1946, quattro anni prima di suicidarsi.
Forster scrive anche de I falsari di André Gide, uscito due anni prima delle conferenze di Cambridge, romanzo composito che comprende il diario del protagonista, Édouard, alter ego dell’autore alle prese con un libro intitolato per l’appunto I falsari, storia di Bernard e Olivier e dello stesso Édouard, scrittore in erba che fa e disfà teorie sullo scrivere lungo tutto il romanzo, sul raccontare, con la narrazione che si travasa in più matrioske interlacciate l’una nell’altra e che si osserva dall’interno, che si fa dialogo, azione, racconto infine, raffrontandosi alla tirannia dell’intreccio o dei personaggi e perdendo la linearità del romanzo tradizionale, divenendo scrittura. “Quanto all’intreccio, in pentola l’intreccio!” esclama energicamente Forster in Aspetti del romanzo. “Farlo a brandelli, metterlo a bollire!” E Gide, o Édouard, si sperde nel proprio diario, nel romanzo in crisi con se stesso che deve raccontarsi, cercarsi sulla pagina, e cosa scrivere, come andare avanti, come finire e ricominciare e quindi finire di nuovo, come narrare insomma, se l’intreccio va a brandelli e i personaggi divengono reali, vivi, un capitolo via l’altro, voci autentiche che vibrano e si raccontano in una molteplicità di punti di vista, di sguardi e di parole, di linguaggio – come narrare se scrivere è perlopiù fallire, posto che di vero scrivere si tratti, posto che nel Novecento, fra capolavori troncati o interminabili e autori morti in corso d’opera e talora uccisi dall’opera stessa, o dall’impossibilità di concluderla, si possa scrivere davvero. (altro…)

Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

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Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)

I poeti della domenica #188: Dario Bellezza, Un nemico della poesia

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Un nemico della poesia

Che i poeti meritino il disprezzo universale se ancora
si occupano dei loro malcerti amori e fissazioni stravaganti,
eros di minoranza nel viaggio comune verso l’indocile
bestia che possiede e avanza verso la rovina. Predichino
piuttosto il salto, lo svelamento, la conclusione nelle braccia
della modernità a tutti i costi.

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da Colosseo e altri luoghi, Edizioni Seam, 2013

Passione poesia

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PASSIONE POESIA – Letture di poesia contemporanea 1990-2015.
A cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, Edizioni CFR/Gianmario Lucini, 2016

Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,

boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.

Ingeborg Bachmann
(da La Boemia è sul mare, trad. di A.M. Curci)

 

Già nel titolo e nella terna di agili saggi introduttivi, i curatori di Passione poesia, Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, manifestano una chiarezza di intenti e una correttezza nel metodo che sarà mantenuta per tutto il volume. L’equilibrio, appassionato e lucido allo stesso tem­po, tra principio di piacere e principio di realtà, si fa incontro a chi legge fin dalla dedica: «I curatori dedicano questo libro alla memoria di Gianmario Lucini, poeta e illuminato editore che ha sempre contribuito con entusiasmo alla divulgazione della poesia contemporanea.» Proprio con entusiasmo e operosità illuminata il volume, che viene non a caso presentato come “progetto”, raccoglie il te­stimone che Gianmario Lucini ci ha consegnato con tutta la sua opera e in particolare con la serie di Poeti e poetiche.

Di ciascuno dei tre saggi introduttivi mi sembra utile riportare qui alcune considerazioni che co­stituiscono una valida bussola per orientarsi nel «mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da ve­dere» – ricorro al verso conclusivo della poesia La Boemia è sul mare Ingeborg Bachmann – di Passione Poesia, che raccoglie le letture di oltre cento (115) poeti e critici su altrettante composizioni di autori scelti in un arco temporale che abbraccia un quarto di secolo, dall’indomani della “ca­duta” del muro di Berlino alla metà degli anni Dieci del terzo millennio, dal 1990 al 2015. Nel suo saggio Giro di boa, Luigi Cannillo declina le diverse nature della poesia, che è ai suoi occhi (e sot­toscrivo) «pensiero, evocazione, gioia, ricerca, parola» e sottolinea l’empatia tra chi legge e chi scrive. Troppo poco? Troppo vago? Talu­no storce la bocca? Talaltro invoca la critica militante “che ha perduto e che ha sì cara”? Anche qui, con un ammirevole equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà, tra slancio e constatazione di con­fini e limiti, la passione è definita, dinamica­mente (ancora una volta, una promessa che poi viene man­tenuta) come «processo che unisce impul­so, attrazione e mutamento nel lettore». In Poesia e critica d’oggi, Sebastiano Aglieco richiama momenti di incontro e scontro tra poesia e critica, tratteggia, a partire da Voltaire e dalla sua apo­strofe, “barbara”, alla poesia di Shakespeare, i momenti salienti di una storia del­la critica fino a oggi e rivendica alla critica la natura di «libero esercizio del cuore e della mente». In Marginalità della poesia, poesia marginale, Nino Iacovella ritorna sulla questione dei confini e della emarginazio­ne e di critica e di poesia. Ricostruisce un contesto di manifestazione e attività di poeti e poesia che si sottrae, come ricordava Zanzotto, alla definizione tout court. Con un sonoro “eppure”, che riecheg­gia la parola scelta da Hilde Domin, autrice di raccolte di poesie e di saggi che hanno a pieno diritto rappre­sentato un punto fondamentale di (ri)partenza per la “passione poesia”, Iacovella conferisce tuttavia proprio a questa il carattere di argine alla valanga dell’effimero che rischia di travolgere in poltiglia indi­stinta la perenne “fuga” (Zanzotto) della parola poetica. (altro…)

I poeti della domenica #98: Dario Bellezza, Ti cadono i capelli

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Foto di Massimo Consoli

 

Ti cadono i capelli, qualcuno
ti mangia il cuore. Non sai
più scrivere, Parole senza senso
immagini fiacche vuote.

Il sole nero della morte brilla
lontano e tu t’avvicini a lui
col tuo cranio spappolato.

Anch’io ho paura. La serale
notturna mattutina insonnia
non s’affloscia: la fessura
per arrivare all’anima
è troppo volgare.

Addio. Tradiscimi con chi
ti pare.

 

(da Invettive e licenze, 1971)

Su “Invettive e licenze” di Dario Bellezza, nel ventennale della sua morte

© Massimo Consoli

© Massimo Consoli

Il ventennale della scomparsa di un poeta come Dario Bellezza, alla luce della pubblicazione mondadoriana negli «Oscar» del 2015 di Tutte le poesie a cura di Roberto Deidier, ci porta oggi a omaggiare con una (ri)lettura critica la prima raccolta uscita nel 1971, Invettive e licenze (Garzanti), dopo i tre post dedicati ad altri libri usciti nel 2014, che trovate qui.
Ripercorrere la prima opera di Bellezza con un’indagine breve sui testi non è soltanto doveroso nel giorno di un anniversario così importante, ma è necessario e urgente per mettere in luce alcuni aspetti della sua poetica che attesterebbero la qualità della sua poesia in relazione alla poesia del suo tempo; ciò è detto non solo per comparazione ma nel desiderio di far emergere, se non altro in filigrana, e quindi anche attraverso alcune ipotesi intertestuali, la responsabilità poetica dei testi dell’autore in rapporto all’ambiente poetico-culturale del suo tempo. Tuttavia non potrà questa essere un’operazione esaustiva.
Per procedere sarà necessario guardare all’aspetto lessicale soprattutto, come chiave di accesso alle liriche di Invettive e licenze, aspetto non ancora sufficientemente affrontato dalla critica. Maria Borio ne ha dato un assaggio nel suo articolo Invettive e licenze e la poesia degli anni Settanta. Analisi di Il mare di soggettività sto perlustrando… di Dario Bellezza,1 in cui emergono numerosi aspetti d’interesse già richiamati altrove, tra cui: i legami storici con autori di riferimento della controcultura americana; il rinnovamento del maudit rimbaudiano; i legami con Dylan Thomas; la lontananza della poetica di Bellezza dalla concomitante Neoavanguardia e il superamento del materialismo del ‘68; la contemporaneità calata nella postmodernità. D’altro canto, il curatore Deidier ha esposto il corpus poetico di Bellezza a una lunga serie di rinvii alla letteratura europea (Bellezza è stato anche fine traduttore di Rimbaud e Bataille) e italiana che meriterebbero – e forse questo sta già avvenendo – uno studio approfondito e tenace dell’opera.
L’inevitabilità del discorso che si tenta perciò di fare vorrebbe evidenziare quello che per il 1971 non balzava agli occhi perché in corso, allargando la visione o restringendola, con una messa a fuoco, su quanto – e su chi – è stato più prossimo a Bellezza in quel tempo; i nomi sono soprattutto quattro, come la critica ha già saputo dirci: Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Pier Paolo Pasolini e Amelia Rosselli. Per andare al “linguaggio” e al “lessico” di Invettive e licenze si tengono a latere quei nomi, concordando una nuova rilettura dei testi, alla ricerca di altre direzioni. Si parta dai due sostantivi del titolo che, in aggiunta ai citati, richiamano al maestro Sandro Penna, e alla sua raccolta Croce e delizia del 1958 per Longanesi. Ed è già Enzo Siciliano, in una recensione su «La Stampa» del 2 luglio 1971, a citare «il cantabile di Sandro Penna» aggiungendo: «Bellezza sa racchiudere in epigrammi di grazia ellenistica alcuni epigrammi di amorosa emozione». Così ‘facile’ e del tutto ‘non gratuito’ il legame penniano in Bellezza sin dal ’71, richiamato in molti versi e ad esempio in Anni e costellazioni investigati, vero dono a chiusura di quella prima raccolta, che la proporzione nei due titoli “croce : delizia = invettive : licenze” appare tanto manifesta e impossibile da non ri-cordare. Si aggiunga il fatto che Siciliano scriveva, in quella sede, anche di Raboni e della sua plaquette Economia della paura (Scheiwiller); data l’importanza del nome in accostamento, ciò aprirebbe ulteriori percorsi di indagine. (altro…)

Iniziare morendo: Dario Bellezza

Al capezzale dei giorni insieme vissutiDario Bellezza, Invettive e licenze (1971)
la memoria frenetica s’attacca: lieto
fine delle associazioni involontarie
e covate fino allo spasimo nel letto,
prima di depositarle sulla carta.

Così covo, sempre più sano ormai
dalle morti che ti minacciano, dalle croci
che ti crocifiggono, le mie inermi incertezze
che fingono il tuo mondo giacere
nella notte.

Maturo la scrittura, lo stile, il colpo
di mazza alla verità. Lenta invasione
del Paradiso nel tuo sepolcro dove
s’aggirano i mostri della mia diversità:
avversaria impotente della mia banalità.

Iniziare morendo: Dario Bellezza, la morte e lo spazio
(considerazioni a margine di Invettive e licenze)

12524403_10209017356899004_3275169697655511567_nL’ossessione per la morte pare essere il punto di partenza e l’inevitabile approdo della − più che nella − poesia di Dario Bellezza. Sin dagli esordi il limite estremo e invalicabile della morte ha la meglio sulla vita; vita che ben presto si traduce in vissuto, in sguardo verso il passato, a un tempo che non è mai stato paradisiaco ma pur sempre migliore del contemporaneo.
Bellezza manca volutamente l’appuntamento con la storia; e non lo manca alla maniera di Penna, perché in realtà quest’ultimo pone la storia a cornice (se non in poesia, sicuramente in prosa), bensì per narcisi­smo, perché Bellezza è totalmente prigioniero del suo specchio che è il suo mondo. Paradossalmente centra l’appuntamento con il futuro suo che è il nostro presente: la decadenza cantata nei suoi versi assomiglia più a noi che a lui e ai suoi deuteragonisti, a partire da quella che Deidier definisce «coazione all’eros»[1] e che dal curatore del mondadoriano “Oscar” è ascrivibile a una discendenza rimbaudiana, mossa critica che escluderebbe Penna da una presunta paternità (se non fosse che in Penna la presenza di Rimbaud non va mai esclusa aprioristicamente), con la palese intenzione, tutt’altro che deprecabile, di allontanare Bellezza da letture diventate cliché critici e facili etichette (non affatto diverse dal «fiore senza gambo visibile»[2] che tutt’ora pregiudica la lettura corretta della poesia di Penna).
La sessualità esibita, sbattuta crudamente in faccia al lettore non è altro che la via maestra per la distru­zione, scomposizione e decomposizione, dell’io in un gioco che è inevitabilmente barocco, perché va a colmare quel vuoto avvertito nello slegamento con la realtà: tardi arriva Bellezza rispetto all’onda della contestazione sessantottina che già si sta traducendo nell’ombra del terrorismo; troppo presto arriva per raccontare la deformazione egotica della società, o, per dirla meglio, viene meno al poeta la capacità di descrivere in termini critici, sociali, la trasformazione in atto. Ripiegato su sé stesso, Dario Bellezza narra l’autodistruzione evocata dalla presenza della morte e poi perseguita con le raccolte maggiori fino alla fine dei suoi giorni, senza trasformarsi in un novello Dorian Gray e ancor meno in un Andrea Sperelli del XX secolo, perché Bellezza sa giocare e condurre, almeno all’inizio, il gioco, prima di rimanerne inevitabil­mente prigioniero quando diventerà nel suo quotidiano il personaggio fino ad allora relegato nella teatra­lità della sua poesia. Semmai, e non so quanto io sia cosciente dell’azzardo in cui mi sto per infilare, c’è in questa distruzione dell’oggetto corpo (corpo fisico, e corpo poesia) qualcosa che lega Bellezza a Ton­delli: inseguono entrambi la morte nella scrittura, perché sono figli di un tempo che sta sgretolando quel senso della vita che la morale pubblica vorrebbe fondante. La maschera è tolta, pare dirci Bellezza in sostanza. (altro…)

I poeti della domenica #46: Dario Bellezza, Tutti i nostri intrighi

Dario Bellezza, Morte Segreta (Garzanti, 1976)

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Tutti i nostri intrighi
intrecci, labirinti
giovani animali
diventati vecchi

nessuno saprà mai
dove saranno andati
l’oblio li coglierà
appena pronunciati

Allora io funesto
anche a me stesso
prego Dio di pietà:
qualcosa di me resti
per le future età.

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da: Dario Bellezza, Morte segreta, Milano, Garzanti, 1976.

Novità: Giorgio Ghiotti, Estinzione dell’uomo bambino (Perrone, 2015)

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Ti ho chiesto di recitarmi dei versi:
Tìtire tù patulè…, hai cominciato.
Neanche per un momento ho dubitato
dei tuoi versi verissisimi.
Sei un poeta di solo amore.

Giorgio Ghiotti

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Giorgio Ghiotti, Estinzione dell'uomo bambino (Giulio Perrone Editore, 2015)Quando un po’ di tempo fa pubblicai l’articolo sulla poesia di Sandro Penna, proprio in questo blog, nella discussione che ne seguì ci fu chi mi chiese se ci fosse qualcuno, nel panorama attuale, che avesse fatto realmente tesoro di quella lezione penniana così cara e così rara. Be’, azzardo ora quella risposta che non seppi dare allora facendo il nome di Giorgio Ghiotti; azzardo sapendo di poterlo fare senza appioppare al giovane poeta un’etichetta che lo potrebbe perseguitare in futuro − (ma diamine! chi non vorrebbe essere perseguitato da una simile etichetta?) −; perché Penna incontra Bellezza nel punto esatto dove emerge la singolare voce di Ghiotti (come nella lunga Erotica che se si apre col più classico dei moduli di Bellezza, chiude con l’altrettanto classica − e ossimorica, data la posizione in clausola − epifania penniana).
Grazia e gioia di vivere (che non significano banalità e fuga dal dato reale, ma come la definisce Ghiotti stesso è «una scontrosa urgenza di grazia») scorrono in questo poeta giovane e già maturo in tale quantità da appannare schiere di debuttanti insieme a schiere di auto-confermati poeti.
Le sette sezioni che compongono questo corposo libro di poesie (sette sezioni come sette sono le Pleiadi astronomiche e mitologiche, le stelle-sorelle naviganti, capaci di guidare il marinaio-poeta) sviluppano il coacervo tematico di Estinzione dell’uomo bambino (uno dei più bei titoli dati a un libro da molti anni) che non fa mistero dei molti legami con i propri autori; autori che vanno dai già ricordati Penna e Bellezza, passando per Amelia Rosselli e Biancamaria Frabotta, fino ai numi tutelari della letteratura inglese, cuore degli interessi critici di Giorgio Ghiotti.
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Poesie per l’estate #29: Dario Bellezza, Anni e costellazioni investigati

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Dario Bellezza

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Anni e costellazioni investigati.
La mano ora trema per avervi frugati.

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(da Dario Bellezza, Invettive e licenze, Milano, Garzanti, 1971)

Riletti per voi #1 – Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione – che siano pochi o molti anni, pare non interessare, invece, a un mercato editoriale che macina e dimentica – conservano intatte bellezza e verità. La prima puntata si apre con Winterreise di Manuel Cohen, che con questo volume si aggiudicò il Premio Fortini 2011.

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Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale. Nota introduttiva di Gianmario Lucini, CFR 2012

Nella bella prefazione a Winterreise di Manuel Cohen, Gianmario Lucini avvertiva che le analogie tra il ciclo di Lieder – che sarebbero stati poi musicati da Schubert – del poeta romantico tedesco Wilhelm Müller, oggi ricordato quasi esclusivamente per aver avuto l’onore di una versione in musica per questo ciclo e per l’altro, Die schöne Müllerin, non erano molte. Del resto, Manuel Cohen manifesta già nel sottotitolo il filo conduttore della raccolta: La traversata occidentale. Di questo interminabile inverno, del quale l’autore ricorda nella nota iniziale alcune tappe – dal Tramonto dell’Occidente alla prima Guerra del Golfo, dalla Shoah alla strage di via D’Amelio, passando per Chernobyl e la caduta del muro di Berlino − si dipanano in questa raccolta le tracce, aguzze, spoglie, piene di considerazioni caparbiamente – e felicemente, aggiungo io, ché per motivi generazionali e scelte non posso che provare riconoscenza e riconoscimento quando leggo testi, ad esempio, come (comitato sofri) – inattuali, di un passaggio per gole impervie (la solitudine, tratto comune a entrambi i “viaggi d’inverno”) e di un incontro beffardo con pingui muri di gomma, untuosi potenti, sazi sgomitanti e puntualmente ignari.
Nelle XI sezioni – tutte declinazioni dell’inverno − che abbracciano le ottave scritte in venti anni, dal 1989 al 2009, la satira assume le forme di una poesia che si esprime con ritmi precisi, in prevalenza endecasillabi («risorsa occidentale che dirupa») o settenari («dove brucia una mina»), con rime dal volo alto («Vola alta, parola») o radente: che siano esse alternate o, di preferenza,  baciate, il suo bersaglio è l’occidente pieno di sé. Come non pensare, allora, a un altro inverno, quello dei versi satirici di Germania, una fiaba d’inverno di Heinrich Heine? Come il Wintermärchen di Heine, anche la Winterreise di Cohen unisce all’invettiva perfettamente calzante e ben mirata una ragguardevole sollecitudine nei confronti della prosa (Arendt di Ebraismo e modernità, Yehoshua de Il signor Mani) e, soprattutto, della poesia di altri autori – Luzi, Pasolini, Fortini, Bellezza, ma, andando indietro, anche Tasso, solo per menzionarne alcuni −, sollecitudine efficace nell’opera di sottrazione alla dimenticanza e alla superficialità. È vero amore che nasce dalla frequentazione quotidiana, dalla scelta di bellezza e pensiero concepiti come ultimi avamposti all’incuria e al disastro perpetrato nel tempo, allo sfacelo, al precipitare e disgregarsi che il verbo “dirupare”, usato sia come transitivo sia come intransitivo, ma sempre alla terza persona singolare dell’indicativo presente, racchiude ed esprime in modo esemplare.
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Dario Bellezza: poesie

(quest'immagine  potrebbe essere soggetta a copyright)
(quest’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Oggi riproponiamo nel nostro blog, in un unico post, alcune poesie di Dario Bellezza, già proposte in tre distinte occasioni negli scorsi mesi (1, 2, 3).
Alla luce della recente pubblicazione della sua intera opera poetica per Mondadori (Tutte le poesie, a cura di Roberto Deidier; qui si può leggere un articolo pubblicato nel “Manifesto” all’indomani dell’uscita dell’Oscar mondadoriano), avvenuta dopo molti anni in cui Bellezza sembrava essere stato dimenticato, ci sembrava perciò doveroso rilanciare questa selezione di poesie.
La scelta viene da alcune raccolte che, prima del volume Mondadori, risultavano introvabili, erano andate fuori catalogo: Libro d’amore (Guanda, 1982; con testi scritti tra il 1968 e il 1981), Io: 1975-1982 (Mondadori, 1983) e Proclama sul fascino (Mondadori, 1996).

Alessandra Trevisan

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da Libro d’amore
da “Amore”

Nella mia notte il pessimo tuo mattino
sul lastrico mentre io vado a dormire
e tu non hai casa. Sei solo nel temporale.

Sì, nel lastrico, i marciapiedi a camminare,
sonno mai dormito per te. Invano io
nel letto e le sudate coperte

e tu mendichi a me piangendo la tua giornata
per accontentare la mia primordiale ferocità.

Che ora costringo il mio cattivo giorno all’aria
fino al castello delle tue ossa che un amante
inglese scrocchia.

Non c’è lutto per te, letto, usate
brande o mutande…

*

Il passato della felicità. La sigaretta
accesa dopo la congiunzione casuale
e orale. Tu nel letto a gambe semiaperte: –
incontro di materia, e il segno
della virilità ormai rimpiccolita,
tornata alla pigra quotidianità.

I critici malati d’immortalità:
regine dei giornali che sputano
sentenze mentre tu chiedi
una maglietta vecchia per andare
al mare dove non affoghi
bagnando le tue ali.

*

La leggera sciarpa avvolgi intorno
al collo sottile, con un giro
lunghissimo che sferza l’aria
e mi lega al vento mulinello
che produci e la Vergine o i Gemelli
invano saltano fuori con l’oroscopo
dal giornale.

Tu, stella mia, mi attiri.
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