danza

Un balletto e Philip Glass (recensione minimalista)

Serata Philip Glass, Teatro dell’Opera, Roma

 

1. Heart and arrows

Le modulazioni sono minime. A ognuna di loro, uno slancio degli arti, una giravolta, un plié. Una manciata di corpi su un palco sgombro che ragionano a battiti, a pulsazioni di fari e di buio. Movimenti di risacca.

Il teatro è enorme, ma quello che si vede – che si sente – è più che minimale. Pochi accordi, vestiti di cotone, il tozzare di una pianta di piede dopo il salto.

Cosa diceva Genet sul tremare?

Volevo chiamare pauca questo articolo. “Perché non parva?”, mi dicono all’orecchio. Per qualche istante non ricordo la differenza. Le poche, le piccole cose: dev’esserci una parola più precisa per tutta questa verità.

Che addestramento dietro quello stare serenamente sulle punte, quanto sforzo. Che mente per una soluzione armonica così naturale. Quanto è ovvia la matematica di un girasole – eppure.

2. Glass pieces

I corpi si sono moltiplicati, come i quadrati di cui è composto il palco. C’è un’orchestra, adesso, nella buca. Ancora più di prima, si ostina, si ostina, si ostina.

A volte i corpi si limitano a camminare. Poi si piegano tutti insieme, sulle ginocchia, puntuali come una cosa di natura.

Viene odore di fresie da qualche parte dei palchi.

Hanno messo i corpi a imitare la ripetizione, la fuga, l’accordo semplice, l’arpeggio. E l’ostinazione.

Su questo tribal erano solo maschi, gli umani-aquiloni. Poi sono arrivate le femmine, gli umani-clessidra. Quale altra specie possiede queste due così differenti, così disarmanti bellezze?

“Con il loro indietreggiare e ripartire hanno disegnato un canone”, mi sussurrano all’orecchio.

3. Nuit blanche

Che sia più narrativo si vede dal nero dei costumi, dai pas de deux. Dal pianoforte che adesso scandisce l’orchestra, contento di sé come il bimbo che ha portato il pallone al campetto.

Mi batto una mano sulla coscia, per reazione. Delicata, per non disturbare chi mi siede accanto. Era solo – non avevo mai sentito prima quella modulazione. In trentatré anni non l’avevo mai esperita, né ero stata mai in grado di pensarla.

Arriva l’unica ballerina bianca, prende il centro della scena. La sua danza, all’inizio, è disarticolata. Ha la strana grazia di un uccello. Poi arriva lui, dal torace nudo e concavo e i muscoli svelti. I loro corpi parlano. Nulla è più bello di una scapola umana.

Posare la penna dallo stupore.

© Giovanna Amato

Anna Carocci, Teatro artigiano, teatro sapiente: il Teatro Tascabile di Bergamo

Un momento dell’ultimo spettacolo del Teatro Tascabile di Bergamo, The Yoricks

 

In un grande spazio aperto, due scheletri vestiti di vesti antiche – una donna e un uomo – ballano scatenatamente rock and roll con una bambina dalla veste rossa. È il finale di Amor mai non s’addorme. Storie di Montecchi e Capuleti del Teatro Tascabile di Bergamo (TTB), e quelli sono gli scheletri di Romeo e Giulietta, che per tutto lo spettacolo hanno guardato la storia dei loro sé stessi in carne e ossa.
Amor mai non s’addorme racconta forse la più famosa storia al mondo – la storia di Romeo e Giulietta – sotto forma di spettacolo di strada, in cui quasi tutti gli attori si muovono sui trampoli: camminano, corrono, ballano e combattono; accanto a loro ci sono pochi personaggi a piedi – che sembrano microscopici rispetto alle alte figure degli attori sui trampoli – tra cui la bambina spettatrice e gli scheletri, che per tutto lo spettacolo osservano quanto accade, e a volte intervengono. Chi li ha visti non li può dimenticare. (altro…)

«Visioni sonanti»: intervista a Patrizia Mattioli

L’incontro con Patrizia è avvenuto nel 2015 nell’ambito di Electro Camp, Festival di arti performative che ha luogo da alcuni anni a Forte Marghera, Venezia-Mestre. Iniziava lì uno scambio forse timido ma proficuo, di letture, visioni del mondo, uno scambio che è soprattutto musicale. Mentre il mio orecchio era teso e i miei occhi erano pronti a scoprire novità e a farle proprie (o a riscoprire quello che, nel profondo, mi appartiene da sempre) il suo live con la danzatrice Marta Ciappina mi catturava, mi ammaliava. Restavo folgorata dal lavoro di Patrizia pur sentendo di non avere tutti gli strumenti per comprenderlo; la stessa cosa accadeva lo scorso gennaio a Venezia, in occasione del sesto compleanno della netlabel veneziana electronigirls: il suo live concert (che si può riascoltare qui) diventava un’esperienza di ascolto che ripeterò spesso, in seguito. Da questi ricordi affettivi e molto personali nasce la chiacchierata informale che leggiamo oggi, alla scoperta di un mondo plurimo che − proprio per la sua complessità − merita tempo e attenzione.

Alessandra Trevisan

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Da molti anni ti occupi di musica elettronica “di ricerca” e di elettroacustica ma la tua storia musicale inizia altrove. Voglio chiederti come tu sia approdata a questo ambito e di definire – in modo più appropriato di quanto possa fare io – quale sia il tuo lavoro oggi. Inoltre, non te l’ho mai chiesto ma trovo sia d’obbligo: quando è maturata questa scelta di lavorare con la musica elettronica, in quali termini si è declinata all’inizio e quali sono stati i tuoi principali punti di riferimento da subito nel tuo percorso?

La mia storia inizia dal Conservatorio di musica “Arrigo Boito” di Parma con il corso di clarinetto e il conseguimento del diploma nel 1993. In quel periodo ho iniziato a frequentare, come polistrumentista, gruppi di avanguardia musicale quali  T.A.C., Kinoglaz, Kind of Cthulhu. Sono approdata così in diversi generi musicali passando dalla musica classica, contemporanea al post industrial, al dark, eccetera. Ho iniziato ad improvvisare con qualsiasi tipo di strumentazione, synth, percussioni, gong, drum machine, clarinetti.
La possibilità di ampliare i miei orizzonti con i musicisti più svariati mi ha permesso di arrivare finalmente alla composizione. L’incontro con il teatro Lenz Rifrazioni è stato fondamentale.
Ho intrapreso un viaggio di ricerca sonora lavorando a stretto contatto con attori, registi, artisti drammaturghi, poeti. Musica per la scena scritta e suonata dal vivo. La ricerca della drammaturgia sonora.
Il percorso compositivo all’interno della compagnia è durato 8 anni, la sperimentazione timbrica si è evoluta passando dalla strumentazione classica fino all’analogico, synth, campionatori, registrazioni, concept sound di paesaggi sonori per installazioni con artisti visivi. Dopo questi anni intensi di lavoro ho deciso di intraprendere un periodo sabbatico fuori dal teatro e fondamentalmente fuori dall’Italia.

Nell’estate del 97 sono partita per Londra per esplorare me stessa e ricercare una nuova maturità artistica. L’anno londinese mi ha portato a nuove partiture, sperimentazioni con suoni urbani, musiche per cortometraggi. A Londra è nata Dance for a Tube Station, partitura per violino e paesaggi sonori ed elettronica (soundscape metropolitana londinese). Il violinista ha una notazione complessa, un concertato di linee della tube station e notazione per arco. La partitura è stata eseguita a Londra e a Monaco dal violinista Adriano Engelbrecht. In seguito The Tower of Babel Partitura per quattro lingue d’attore ed elettronica importante composizione che delineerà la mia  ricerca stilistica.
The Tower ha una strumentazione analogica – campionatori, drum machine, microfoni, pedali, effetti: le quattro voci dialogano con sonorità impazzite nella caduta della torre
La composizione vince il concorso all‘Ircam di Parigi (Institut de Recherche et Coordination  Acoustique/Musique). Ho la possibilità di studiare a Parigi per uno stage intensivo di informatica musicale all’Ircam. Da questo periodo ricco di stimoli decido di lavorare assiduamente alla musica elettronica dialogando tra analogico e digitale. Johanna M. Beyer, Alice Shields, John Cage, Luigi Nono, Erik Satie, Karlheinz Stockausen, Daphne Oram, Giacinto Scelsi, Kraftwerk, Pierre Schaeffer, Cluster, Xenakis sono stati i miei punti di riferimento del mio percorso.

Il tuo lavoro si è sviluppato in ambiti diversi e senza dubbio affini: il rapporto con il teatro e con la danza – con il corpo e la scena, forse – è pregnante nella tua pratica. In che modo la tua musica interagisce con queste forme artistiche? Potresti introdurci almeno due progetti recenti, nei rispettivi ambiti, cui hai partecipato o stai partecipando?

Il mio lavoro, negli anni, ha approfondito il rapporto con il corpo in scena. Gli ultimi progetti sono stati molto importanti: Digitale Purpurea è un live concert-spettacolo con la compagnia Stalker/Daniele Albanese. Le musiche per questo spettacolo di danza sono un vero live electronics con i danzatori che accompagnano, intercettano, scuotono ritmicamente i corpi in una vibrazione ritmica inarrestabile. Il secondo spettacolo è stato “AKASMIK – IMPROVVISO Dance Poetry Music” dedicato al poeta Roberto Sanesi: Bharatanatyam e Danza Contemporanea: Nuria Sala – Musica voce and Live Electronics: Patrizia Mattioli – Tabla Percussioni Elettronica Voce: Federico Sanesi – Poesie di Roberto Sanesi.

Improvvisare è come andare in “estasi” (letteralmente stupirsi, astrarsi dalle cose del mondo) è entrare cioè in quel particolare “stato modificato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento, la parola e la musica creata.

Il progetto “Akasmik-Improvviso” compone ed elabora dialogando a tre, la combinazione è tra movimento, flusso poetico e musica. Parola – Suono – Gesto – Visione. La raffinata e profonda poesia di Roberto Sanesi amplia lo spettro sonoro nel nostro trio, suggerendo molteplici interpretazioni possibili. Akasmik è “Improvviso”, stupore, scintilla, cogliere la visione dell’attimo. Entrare cioè in quel particolare “stato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento e la musica creata. In questa magica dimensione, ogni nota, ogni accordo, ogni suono, ogni movimento diventa meravigliosamente bello e carico di significato. Conoscersi e conoscere attraverso l’azione: danza, poesia e musica; oltre barriere di spazio e tempo, in cerca di accordi d’anima, di ponti tra terra e cielo. Le composizioni dialogano con suoni manipolati, frammenti poetici e si sviluppano con la danza e le percussioni in una estatica visione sonante.

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Electro Camp 4 – International Platform for New Sounds and Dance. Programma dal 7 all’11 settembre

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Progetto di
Live Arts Cultures ed electronicgirls
in collaborazione con
Perypezye Urbane, Gruppo Acusma
grazie al sostegno di
4Culture e Istituto di Cultura Rumena, Centro Aquased e Provincia Autonoma di Bolzano; Associazione K e Collettivo K
le netlabel Laverna, Uhrlaut, Up-it-up, Clinical Archives, electronicgirls, Strato Dischi, Stato Elettrico, Ephedrina, 51 beats, NoisyBeat, Galaverna.

Promosso e organizzato dall’associazione culturale Live Arts Cultures in collaborazione con l’etichetta electronicgirls, “Electro Camp – International Platform for New Sounds and Dance” giunge quest’anno alla sua quarta edizione, e avrà luogo a Forte Marghera, Venezia-Mestre, dal 7 all’11 settembre.
L’apertura verso le nuove produzioni estere dedicate alla ricerca “suono-movimento” è la caratteristica principale di questo quarto appuntamento, che vedrà la coreografa Ronit Ziv (Israele) e il percussionista Seijiro Murayama (Giappone) a conduzione dei laboratori residenziali destinati agli ambiti della danza e del suono (9, 10 e 11 settembre).
Tra le molte nazionalità ospiti del festival – oltre alle già citate: Francia, Slovenia, Olanda, Belgio, Romania, Serbia, Brasile, Italia – si segnala l’importante collaborazione con 4Culture all’interno di “Contemporary Perspectives on Romanian Interdisciplinary Art” finanziato dall’Istituto di Cultura Rumena.
Electro Camp 4 si propone come una piattaforma di sperimentazione dedicata ai nuovi contributi nelle arti performative, una cinque giorni di approfondimento, scambio e ricerca che accoglierà momenti di ulteriore riflessione e formazione con l’offerta di un seminario condotto da Valentina Valentini e Water Paradiso – Gruppo Acusma – dal titolo “Drammaturgie sonore: spettacoli, installazioni, video” (8, 9, 10 settembre).
Quella sopraccitata non è la sola novità per questo 2016; ad arricchire il programma con i consueti eventi serali, infatti, anche il festival di videodanza “Espressioni Festival – Rassegna di video-danza ufficiale del network R.I.Si” a cura di Perypezye Urbane e una fiera delle netlabel dedicate alle produzioni di musica elettronica ‘sperimentale e di ricerca’ con licenze Creative Commons.

Info
liveartscultures.org ; info@liveartscultures.org | Facebook: liveartscultures ; electrocampfestival
Ingresso riservato ai soci LAC.

PROGRAMMA FESTIVAL

Seminario
Drammaturgie sonore: spettacoli, installazioni, video, a cura del Gruppo Acusma (Valentina Valentini, Water Paradiso): 8, 9 e 10 settembre.

Dance & Sound Workshops
Ronit Ziv (Israele) e Seijiro Murayama (Giappone): nelle giornate del 9, 10 e 11 settembre.

Iscrizioni aperte alle esperienze laboratoriali e seminariali inviando una mail a info@liveartscultures.org o electronicgirls.fest@gmail.com

MERCOLEDÌ 7 SETTEMBRE

Dalle 19:00
Inaugurazione del festival. Saranno presentate:
Perypezye Urbane (Italia): Espressioni Festival – Rassegna di video-danza ufficiale del network R.I.Si
Aldo Aliprandi (Italia): μονάς 
Johann Merrich (Italia): Dall’orlo il ghiaccio fece cricch più forte, in collaborazione con Aquased – Monitoraggio innovativo dei sedimenti nei torrenti alpini e Provincia Autonoma di Bolzano
Ciprian Ciuclea, Catalin Cretu (Romania): 2565 main [Relative Position], in collaborazione con 4Culture e Istituto di Cultura Rumena
Emil Ivanescu_TACTIC (Romania): B.L.B._border/less/body

Dalle ore 21:00
– Installazione/performance: – Corinne Mazzoli (Italia): Orbita Zero
– Installazione/performance: – Tomaž Grom (Slovenia): Visual Hallucination / Auditoru Hallucination (Unrepetable) – Musical Instrument, in collaborazione con “Disobedience Festival”

– Danza/Suono: – Thomas Kortvélyessy (Belgio), Benjamin Strauch: poidespaces
– Elettronica di ricerca: – Giulia Vismara (Italia): Paraphernaila
– Dj Set: – LECRI (electronicgirls, Italia)
[Le installazioni permanenti saranno fruibili tutti i giorni dalle ore 20:00]

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Claudio Morandini: La musica dalle finestre. Inedito

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I primi di giugno di quest’anno, Guido Barbieri, voce storica di Radio Tre e Coordinatore artistico della Società Aquilana dei Concerti “B. Barattelli”, mi ha proposto di scrivere un testo per i “Cantieri dell’Immaginario”, la rassegna di eventi culturali nata per valorizzare il centro storico dell’Aquila, in via di ricostruzione ma ancora ferito dal terremoto del 2009, e insieme per restituire quella vivacità artistica e intellettuale che caratterizzava la città prima del sisma.
Sarei stato coinvolto in particolare in uno spettacolo, fissato per l’8 agosto e intitolato “L’orologio della città nuova”: un misto di letteratura-teatro, musica, danza e immagini attorno al tema del tempo, in cui ognuno degli autori coinvolti si sarebbe dedicato a un’ora, e in quell’ora avrebbe descritto la vita della città (dunque i segni del disastro, ancora visibili, imprescindibili, ma anche la determinazione a rinnovare il tessuto di relazioni danneggiato, il desiderio di tornare comunità coesa e solidale, l’impazienza di riprendere a godere della bellezza dopo aver tanto penato dietro all’emergenza).
Nella mente di Barbieri, il progetto, ambizioso, quasi visionario, prevedeva il coinvolgimento di tanti scrittori quante sono le ore del giorno; il numero dei partecipanti è stato poi ridotto drasticamente a tre (Francesco Niccolini, Maurizio Cerini e il sottoscritto), immagino per questioni di budget, ma non è escluso che in futuro l’idea originale venga ripresa.
Lo spettacolo itinerante, sotto la regia di Maria Cristina Giambruno, si è tenuto dapprima nei cortili di tre importanti palazzi storici di recente restaurati (Palazzo Cappa, Palazzo Cappa Camponeschi, Palazzo Paone: al mio testo credo sia toccato il secondo): un luogo per ognuna delle ore prescelte tra le ventiquattro del giorno. Barbara Esposito e Fabrizio Croci hanno letto i testi; la parte musicale, che non si limitava a un semplice accompagnamento delle parole, era affidata ai componenti dell’Ad Hoc Ensemble.
Alla fine della serata, i tre momenti sono stati ripresi all’Auditorium del Parco, in una sintesi spettacolare in cui alla musica e ai testi si sono uniti anche il racconto per immagini realizzato da Roberto Grillo e le coreografie curate da Alessandro Certini e Charlotte Zerbey.
Insomma, quello che segue è il mio contributo. Non nego di aver lavorato di fantasia, nel situare all’Aquila le mie pagine, dal momento che mi era impossibile raggiungere l’Abruzzo in tempi brevi da Aosta. Non nego nemmeno di aver curiosato nel materiale che il web mette a disposizione, soprattutto in mezzo a centinaia di fotografie, e di avere fatto tesoro dei consigli dell’amica Fabiana Piersanti, che all’Aquila lavora, oltre che dello stesso Guido Barbieri. Per trarmi d’impaccio, ho lasciato che un paio dei miei soliti personaggi un po’ sfuggenti un po’ petulanti percorresse quegli spazi al posto mio andando per così dire alla deriva – e mi sono concesso qualche sterzata verso il fantastico, che non guasta mai.
Pare che gli aquilani che hanno assistito allo spettacolo si siano ritrovati negli aspetti, nei dettagli, nei colori, nello spirito insomma del mio piccolo contributo. Qualcuno, mi si dice, si è pure commosso.

Claudio Morandini

(Le foto che corredano la presentazione sono di © Massimo Denaro)

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Electrocamp 2014

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LIVE ARTS CULTURES PRESENTA
ELECTRO CAMP 2014
II edizione
Dall’11 al 14 settembre
Laboratori per movers e musicisti (11-13/09)
Festival di arti performative (11-14/09)
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Venezia Mestre

L’Associazione Culturale Live Arts Cultures è lieta di invitarvi a partecipare a Electro Camp 2014, seconda edizione: un appuntamento che favorisce una visione delle arti performative come spazio di fusione tra diverse espressioni artistiche unite nella definizione di un solo processo creativo. Gli ambiti di pratica e di studio riguarderanno, in due percorsi paralleli, il corpo e il movimento, la sperimentazione sonora.
Il laboratorio per movers sarà condotto da Marta Ciappina, danzatrice e ricercatrice, oggi interprete del Leone d’Argento alla Nona Biennale Danza di Venezia Michele di Stefano.
Il laboratorio rivolto a musicisti elettronici e sperimentatori sonori esplorerà modi e metodi di espressione delle relazioni corpo-movimento-suono e suono spazio; condotto da Johann Merrich e con la partecipazione di Aldo Aliprandi e Karine Dumont, vedrà la presenza di un performer per tutto il percorso di indagine.
Live performances e live electronics aperti al pubblico chiuderanno, come di consueto, ogni giornata di pratica.

MOVIMENTO > > > MARTA CIAPPINA

“BRILLIANT MIND AND POWERFUL BODY”
Il laboratorio si presenta come un autentico kit di training somatico ed intellettuale per “sopravvivere” sulla scena contemporanea con corpo vigile e mente brillante. Al centro dell’indagine somatica ipotizziamo la vocazione del performer all’esplorazione dello spazio reale e la valorizzazione di condizioni fisiche metamorfiche e disponibili al cambiamento. Verranno assegnate azioni semplici, stratificate e monotematiche, finalizzate alla strutturazione di un percorso di ricerca tecnico ed improvvisativo che sia coerente rispetto all’indagine proposta e che abbia la potenzialità di affinare ed espandere le composite fisicità del mover. Il processo tenterà di traghettare verso l’elaborazione consapevole di un’identità dinamica che apprezza l’istinto e riconosce nella trasmissione logica del movimento uno strumento per ridefinire il corpo e trovare alternative possibili.

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Francesca Rimondi – Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

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affori – foto gm

 

Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

Ci sono questi genitori, no. Questi genitori molto fieri.
Gli piace un sacco, a questi genitori, che i propri figli giochino. E i loro figli, effettivamente, giocano.
Mio figlio non gioca.
Sta sempre in panchina. In panca come dicono loro. I genitori fieri.
Io di solito mi porto un libro. L’anno scorso ho letto tutto Mailer. Per dire.
Adesso non riesco a leggere niente, perché questi genitori parlano e parlano. Parlano, dicendo cose contro l’allenatore che non sa fare squadra, e l’arbitro che non può fischiare proprio tuttotutto, e la dirigente che non sa scrivere i tabellini e poi è cicciona. E guarda che gonne si mette, la dirigente, ma non lo vede che è cicciona.
Dove ha gli specchi in casa, ahahah.
Suo figlio, poi. Il Figlio della Dirigente. Il FdD gioca, chissà perché, tutti e quattro i quarti della partita. E non è capace, dio santo quanto non lo è.

“Cosa uhm leggi” prova a chiedermi Harry o Henry, non ho ben focalizzato il nome, che sarebbe il padre di Cip o di Ciop, cioè di uno dei due, Harry o Henry è il padre o di Cip o di Ciop, non saprei bene quale, dato che poi sono sovrapponibili. Sono tutti sovrapponibili.
Cip e Ciop sono alti un metro e sessanta in due. Però giocano. Sovrapponibili. Vanno a canestro che sembrano dei fulmini.
Mio figlio non gioca.
Sempre panca.
Cip (o Ciop) ha appena fatto passi.
“PASSI! DEFICIENTE!” gli urla il padre Harry o Henry.
Cip (o Ciop) si gira verso il padre e gli fa scusa con la manina ciccia.
Gli fa scusa.
Mio figlio sbadiglia in panca.
“AIUTATE MIO FIGLIO!” urla una madre improvvisamente arbitra, improvvisamente tragica, mentre il figlio è a terra, palla in mano, aggredito da due avversari.
Son cose che capitano, mi dico chiudendo il mio Faulkner, attenta a metterci il dito dentro, a non perderci il segno. Se ti butti nella mischia, dico.
“AIUTATELO” continua.
Aiutate quel ragazzo. Per favore.

Una volta, da piccola, mio padre mi iscrisse a danza classica.
Alla quinta lezione la maestra mi buttò fuori dall’aula, perché alla sbarra, durante un jambqualcosa, davo i calci a quella davanti. Eravamo settanta bambine in un’aula di due metri per due, e tre sbarre sole.
Mia nonna stava facendo la maglia lì fuori, contornata da madri. Mia nonna scosse la testa. “Vestiti su. Andiamo” disse, infilando tutta la maglia nel carrellino.

Poi mi vennero gli orecchioni.
Feci un saggio di danza – il mio ultimo saggio di danza – con gli orecchioni. Un dolore lancinante alla base del mento. Ronzii dappertutto. Mi tiravo via imperterrita le mutande del tutù dal culo. Mi grattavo la testa, lo chignon, tutte quelle mollette conficcate nel cervello.
“Ritiratela” disse solo mia nonna.

Non venite mai con noi alla pizza dopo, mi fa Henry.
No, rispondo io.

Mio figlio quando era piccolo che lo portavo ai giardinetti aspettava sempre che lo scivolo fosse vuoto. A volte stavamo lì fino a sera, ai giardinetti, calava il buio e lo scivolo era vuoto. A quel punto mio figlio scivolava due tre volte, poi andavamo a casa, per mano, zitti e felici.

La cosa più bella era quando gli sfregavo l’accappatoio sui capelli. Forteforte, il cappuccio dell’accappatoio. Sui capelli.
Portavo un giorno sì e uno no mio figlio agli allenamenti. Dopo, gli sfregavo la testa come una madre, con il cappuccio dell’accappatoio. Poi andavamo a mangiare il panino col wurstel dentro, della pasticceria di fronte.
“Oggi quarantanove vasche” diceva lui.
Durante gli allenamenti, dal vetro separatorio lo guardavo. Prima di entrare in vasca, appoggiava gli occhiali dentro alle ciabatte. Non entrava mai nella piscina senza occhiali.
“Non vedo le corsie” spiegava. “Non vedo_”
“Ok ok.”
“Non li pesto.”
“Ok, stai tranquillo.”
Ha sempre nuotato lentamente. Come a onorare quell’acqua che lo teneva su. Di fianco a lui, i bambini colpivano furiosi e li vedevi, sbracciare e sobillare tutta quell’acqua.
Mio figlio no.
A bordo vasca, un uomo urlava cose, ma era come se lui non le sentisse. Lui nuotava da solo, lentamente. Senza occhiali, gli occhiali appoggiati nelle ciabatte.
Poi un giorno mi ha detto: non ci voglio andare più.
Ma ti asciugo i capelli io, dico io.
Non mi importa, dice lui.
Il nostro momento, dico io.
Me li potrai asciugare a casa, dice lui.
Non ci siamo andati più.

Dopo è arrivato l’altro mio figlio.

Ho anche un figlio piccolo, adesso. Un figlio molto piccolo, che non fa niente.
“Noi andiamo a musica il giovedì pomeriggio. E il sabato mattina andiamo a psicomotricità. Sono bravissimi, sai” mi dice una qualche mamma, fuori, lì fuori dall’asilo, mio figlio molto piccolo che raccoglie foglie secche. Bravissimi chi.
“Noi niente” faccio io.
Non facciamo niente. Torniamo a casa, mangiamo una merenda – la seconda merenda, importantissima – ci mettiamo lì sul divano e leggiamo, o facciamo i massacroni o giochiamo con la macchina che fa rumore. Figlio grande studia, oppure sta di là, si arrangia come può dentro ai suoi tredici anni. Ogni tanto esce per andare a basket. Figlio piccolo gioca o legge o si fa massacrare da me. Poi io prendo un libro e leggo, oppure prendo il piumone, quando fa freddo, e ci mettiamo lì sotto, buoni buoni. E aspettiamo.

Dopo quando viene cena ci prepariamo la cena e apparecchiamo e mangiamo. Ma mai, mai che ci sia venuto in mente una volta di andare a psicomotricità.

“Stasera c’è l’ultima pizza. Chiusura del campionato” mi fa Henry guardando in campo. Non mi guarda mai diritto negli occhi, Henry.
“Ma perché te lo dico” aggiunge poi, “È IL QUARTO FALLO, SCEMO, tanto non ci venite, STAI ATTENTO, NON FARE FALLO NON FARE FALLO dai venite, almeno stasera”
Suo figlio, Cip o Ciop, fa il quinto fallo. Proprio lì sotto i nostri occhi.
Mio figlio è sempre in panchina. Non gioca, si spulcia le orecchie, conta le travi del soffitto delle palestre di tutta Bologna, conta le pecore a volte, conta i passi del’allenatore, quanti passi fa prima di infuriarsi e urlare PASSA PASSA QUELLA PALLA.
“Mio figlio non so se c’ha voglia.”
“Cinque falli ha fatto, madonna d’un dio” mi dice piano per non far sentire al figlio il nome di Dio invano. E neppure quello della Madonna. “Tu hai voglia?” mi chiede. Stavolta mi guarda.
Sua moglie è sugli spalti là dietro. Noi appoggiati alla rete di bordo campo. Lei sugli spalti, le mani a cucchiaio sulla bocca, urla al figlio di asciugarsi e di bere un po’ dall’acqua che le ha portato lei, dai dai che sei stato bravo, dice.
Henry continua a fissarmi.
“Non ci vengo. Scusami. Vado fuori a fumare” dico.

Io quei pomeriggi, di lunedì e giovedì, quei pomeriggi di danza, atroci pomeriggi autunno inverno primavera, sempre sempre, tutte quelle maledette stagioni che dio cristo mandava giù in terra, quei pomeriggi me li ricordo come atroci sofferenze, angosce inumane, atroci supplizi, lunedì e giovedì, ticchettavano lì nella testa, cristo, dovevo-andare-a-danza.
Mia nonna mi ci portava. Lenta e solenne come solo le nonne.
Prendeva la maglia, il carrellino, ci fossero stati i ghiaccioni per terra su viale Guinizzelli, o i tigli in fiore che mandavano fuori l’odore delle sere di maggio a Bologna, alle sei in punto mi portava, carrellino rotolante, odori, freddo, vento, niente, niente ci fermava.

“È un principio di cappottino bianco” diceva mia nonna, mostrando il filato alle altre madri curiose, lì intorno. Tutte che aspettavano. “Sapete, mia figlia non ha tempo. Allora la porto io, qui.”
Uscivo dall’aula. Le calzamaglie di filanca bianche lucenti che tiravano sulle ossa. Mangiavo poco. Non mi fregava niente della grazia.
Tornavamo a casa, sui ghiaccioni o tra i tigli, io e mia nonna. Mia nonna dava tutto a lavare alla Silviona, “aspettiamo che torni il nonno” diceva. Lavati, adesso, diceva.
“Dov’è il nonno?” chiedevo poi, insinuando cose.
Al Circolo, era il nonno. A sentire un quartetto d’archi.
“Voglio andare con lui.”
“Magari il sabato, ti ci può portare.”
“No. Ci voglio andare il lunedì e il giovedì. Voglio andare col nonno.”
“Se fai la brava.”

Quella volta degli orecchioni e del tutù nel culo, mia nonna tornò a casa, mi riportò a casa, e quando tornammo prese in mano il telefono. Ritiratela, disse solo a mio padre.

Quella volta della sbarra, che davo i calci a quella davanti, mia nonna si era vergognata.

[Al quinto fallo di Cip, mio figlio si alzò dalla panchina, attraversò tutto il campo, invisibile, innocuo, arrivò alla rete dove c’ero io e mi disse: Andiamo a casa.
L’arbitro non lo aveva fischiato, la dirigente non lo aveva punito, nessuno lo aveva sgomitato, quando si era alzato piano, era sceso in campo, l’aveva attraversato tutto per venirmi a dire: Andiamo a casa.
Andiamo a casa, mi disse quindi.
E io lo riportai a casa.]

 

Con tutto il corpo, con tutta la vita: il grande insegnamento di Pina Bausch

di Alessandra Trevisan

Mi rendo conto che non sia possibile ridurre un’opera al tema del corpo, eppure tentare di ‘aprire’, sfondare le finestre di questo film equivale per me in primo luogo e ancora utilizzare il corpo come specchio. Non è uno specchio doloroso questo, e presuppone l’accogliere la stessa energia e tensione che trovo in un vecchio capannone post-industriale nel bel mezzo di un concerto rock, oppure in una piazza gremita in cui Patti Smith abbraccia il pubblico con le sue braccia lunghe. A volte quello che penso mi allontani un po’ dalla scrittura è questo bisogno di corpo, questo bisogno di sentire fisicamente l’arte, e di vederla. Ed eccomi allora a parlare di qualcos’altro, e dell'”essere quello che si fa”.

Alessandra

È tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.

A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.

Patrizia Cavalli 

Il corpo parla, parla una lingua universale; esprime il dolore e la felicità, le ansie e le gioie; mette al mondo perché è creatore. Il corpo genera, ‘fa’ arte: vengono alla mente le fotografie di Man Ray e Dora Maar, di Lee Miller e di Francesca Woodman, e poi viene in mente Marina Abramović con le sue performances estreme; tutti questi artisti esprimono con la carne i moti (in)conciliabili dell’animo, e non sono i soli ma alcuni tra i possibili riferimenti calzanti per ciò di cui qui si va a parlare. Certo, le immagini mediano, le performances assolutamente (o quasi) no, e come il teatro o la danza “mettono in scena”, fanno vedere il taglio vivo, la rappresentazione spesso ‘pura’ o depurata di compromessi, quelli che metterebbero a repentaglio maggiormente la comprensione del lavoro dell’artista. E attraversare alcuni esiti dati dall’arte, senza tener conto di una cronologia o di una storia-del-corpo ‘accademica’, può suggerire spunti e percorsi: connettendo piani diversi, accordabili, ci si può avvicinare molto al piano della vita, dove prende avvio il primo gioco e dove s’innesca e nasce l’idea perché, per dirla con una citazione di Marina Cvetaeva tratta da una lettera a Rainer Maria Rilke, “L’irraggiungibile non è mai alto”.

Nel 2011 Wim Wenders esce nelle sale con un film dal titolo Pina, dedicato appunto ad una delle maggiori coreografe del Novecento, in grado di troncare oltrepassandoli, i confini artistici della danza. Pina Bausch è morta nel 2009 durante la lavorazione di un film sulla sua vita-arte, all’improvviso; un film che doveva finalmente mostrare in 3D cos’è la danza al cinema, perde la sua ispirazione in carne ed ossa. Resta il suo testamento: un progetto consolidato, forte, che lascerà un segno nella storia e nella vita di molti, il “Tanztheater Wuppertal” fondato nel 1973; Tanztheater significa teatro-danza, laddove però teatro riconduce alla matrice, il palcoscenico in cui il corpo ‘sta’ sin dalla nascita, ossia l’esistenza (per dirlo con Patrizia Cavalli, Sempre aperto teatro o con Bianca Tarozzi, Il teatro vivente). Sconfinando oltre la tecnica e sbriciolando tutti i luoghi comuni della danza classica, tra cui una certa ‘perfezione necessaria’, un’imposizione di segni, una riduzione di possibilità o un’affettazione riduttiva –sempre– del corpo, la Bausch ha reso ‘esattamente’ soggettiva l’esperienza della danza. D’altronde non sarebbe il Novecento senza di lei, più interessata a come il corpo possa esprimere il senso più intimo di chi balla, il sentire più reale, che non lo slancio verso l’eterno. Ripensare la danza. Così com’è nella musica classica (trascendente) e in quella contemporanea (immanente), il gap sta nella rielaborazione tutta formale. Com’è necessario, anche in Bausch convivono attenzione ed esattezza (già detto), ma un’esattezza ‘altra’, frammentata, proprio com’è il corpo di tutti. Nel film sono i ballerini della compagnia di Wuppertal a parlare di lei, a ricostruirne la preziosa lectio, danzando le sue coreografie, nate dalle parole, da un confronto estemporaneo: questo era il suo modo di operare, alcuna partitura ma uno sguardo che affonda, penetra la concretezza dei ‘sentimenti dell’uomo’ per ricavarne gesti. Azzarderei che questa è la distanza tra, ad esempio, due grandi del Novecento ma compositori che con la danza hanno avuto a che fare, John Cage (con Merce Cunnigham) e Morton Feldman (qui nella versione di Debora Petrina): movimenti non pensati per Bausch, non pre-pensati, che non sono stati scritti contrariamente a Cage e Feldman; un canovaccio aperto, una libertà come libera dovrebbe essere la vita. Questo si riconosce ad occhio nudo, ed è ciò che ci resta; è la “prima impressione”. Bausch ‘fa’ soprattutto della vita la grande esperienza da cui partire per vivere l’arte, un insegnamento  tanto elementare da essere troppo spesso dimenticato quando si sta sul campo, o per lo meno elaborato talvolta sin troppo poco. Bausch mette in pratica quello che è uno degli stilemi del Novecento – impara tutto e dimentica tutto (Charlie Parker e gli altri) – e il suo segno è artificiale ma non artificioso.

C’è una scena bellissima nel film, quella di una ballerina che utilizza i suoi lunghi capelli (la sua bellezza, la sua ‘arma’ di seduzione) per esprimere il suo stare al mondo: a bordo vasca di una piscina olimpionica, agita i capelli con movimenti circolari, capelli che diventano ‘parola’, il suo dire ‘io ci sono’, capelli oggetto-mondo. Una nota molto importante del film sono i luoghi: si balla a Wuppertal, in teatro e negli esterni; si balla in metropolitana, si balla in edifici vuoti della Bauhaus; si balla su una colonna sonora magnifica che va da Thom Hanreich a René Aubry, da Jun Miyake a Germano Rocha, alternando contemporanea, jazz, folklorica, tradizionale, com’era negli spettacoli di Pina. Tutto è stato fatto tenendo conto del rispetto, della dignità artistica che lei incarnava.

C’è tutto questo nella grande lezione di Pina Bausch, e c’è tutto quello che la grande lezione di Marina Cvetaeva porta in quella sola ed unica frase. La vita, la realtà; ci sono i rapporti umani, vero ed unico motore di tutto il suo lavoro. Ad ogni intervista, la solita risposta: l’interesse, l’ossessione perpetua per l’umano, le relazioni. Ogni sua opera è in particolare “una continua variazione sul tema dell’amore”, sul tema dei meccanismi relazionali degli uomini, e una rappresentazione trasfigurata nel segno del corpo e trasfigurante il corpo. Ad esempio, Café Müller, sembra rispondere alla poesia di Cavalli che apre questo articolo: perché il corpo, come la voce, mette in relazione, in dialogo; il corpo è ‘lo strumento-voce’ di Pina Bausch.

*Il film si trova in dvd da Feltrinelli (2012), e come di consueto è ad esso abbinato un volume con interventi critici.

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FESTIVAL DEI MATTI 2012 – 16, 17 18 NOVEMBRE A VENEZIA

FESTIVAL DEI MATTI 2012 – quarta edizione

Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo – al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
– promessa.

Antonella Anedda

Diciamo “mentale” il dolore dei matti ma, nel perimetro angusto della mente, quel dolore appare rarefatto, frantumato, solo alluso. Il suo grido non ferisce i nostri timpani. Diciamo “mentali” lo squilibrio, lo smarrimento, l’esuberanza, le figure lievi della follia, ma anche qui è un dire difettoso, sottrattivo, fuorviante. Occorre allora smontare l’equazione che riduce la follia a fatto della mente, ricominciando a interrogare “carne ed ossa” perché non ammutolisca questa condizione umana che più di ogni altra si inscrive nel corpo e del corpo forse sa parlare. Parleremo di corpo e di corpi, della loro ambiguità costitutiva, del loro scampare alla gabbia muta dell’oggettività, del loro ribollire di un sociale fatto di moltitudini, bisogni, conflitti, ma anche di complicità e di alleanze. Delle loro anime plurime. Del “corpo a corpo” che li abita.

È dunque questo il tema della quarta edizione del Festival dei Matti, quello del ‘corpo’ che è stato oggetto di dibattito in tutto il Novecento. Dimora intrascendibile dell’uomo,   contemporaneamente interno ed esterno, dentro e fuori, il nostro corpo  è la prima interfaccia con il resto del mondo, ma anche “luogo”  della follia e motore artistico senza confini: una qualità che contiene le altre due, per una tre giorni di eventi diversi che intrecceranno la presenza di ospiti di pregio e mostre, laboratori, incontri e spettacoli teatrali, che invaderanno alcuni spazi della città di Venezia tentando di dipanare questo fil rouge che ha troppo spesso avuto declinazioni dicotomiche. Il ‘corpo’ sarà perciò smontato e ricucito, perché dire ‘corpo’ è nominare contenuto e contenitore assieme, perché il corpo è “la scure”, check-point aperto tra l’io e il mondo, ossia quella terra promessa che diventa sua mèta.

Il Festival durerà tre giorni, venerdì 16, sabato 17 e domenica 18 novembre, ed è realizzato con il patrocinio della Regione del Veneto, della Provincia di Venezia e dello Iuav. È una manifestazione ideata dalla Cooperativa Con-tatto, in collaborazione con il Comune di Venezia – Assessorato alle attività culturali, di ForMatArt, Università Ca’ Foscari di Venezia, Venezia Marketing & Eventi, HelloVenezia, media-partner Sherwood.

Nelle giornate di giovedì 15 e venerdì 16 novembre il festival è anticipato e affiancato da una due giorni di ‘poesia diffusa’ tra i campi e campielli veneziani ad opera degli studenti dei licei Tommaseo di Venezia e Stefanini di Mestre, un reading itinerante che invaderà gli spazi cittadini! I ragazzi leggeranno poesie legate al tema del corpo.

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Si inizierà venerdì 16 novembre alle 10.00 con l’inaugurazione di due mostre; la prima sarà La Cervia Eustachea.  Atelier dell’Errore a S. Stae, a Venezia” a cura di Atelier dell’Errore ONLUS. Si tratta di un progetto site-specific che mette in relazione la leggenda di Sant’Eustachio, cui la chiesa veneziana sul Canal Grande è dedicata, con il lavoro grafico e video di Atelier dell’Errore. Atelier dell’Errore, nato dieci anni fa, è un progetto di scultura sociale  ideato dall’artista visivo Luca Santiago Mora per la  Neuropsichiatria Infantile dell’AUSL di Reggio Emilia. Domenica 18 novembre alle ore 14.30 si terrà presso la chiesa una lezione magistrale tenuta dai piccoli professori della Libera Università dell’Atelier dell’Errore (il corpo docente è costituito da tutti i ragazzini inviati in atelier dalla Neuropsichiatria) in cui verrà presentato il progetto per San Stae e la filmografia completa di Atelier dell’Errore. L’incontro sarà condotto da Cristiano Dorigo, autore e scrittore.

La seconda è invece “BISOGNA AVERE LA STOFFA!” aperta venerdì 16 (18-20.00) e sabato 17 (10-17.00) presso la Sala San Leonardo, con opere realizzate dalle donne della cooperativa Blu Cammello di Livorno. Il progetto di ‘riciclaggio della stoffa’ è da anni condotto da Clara Rota e Riccardo Bargellini, maestri d’arte convinti che il lavoro di gruppo sia contatto di “corpo e corpi”. Durante la convivenza lavorativo-artistica, le donne della cooperativa hanno realizzato delle creature di stoffa a partire dai disegni dell’artista Riccardo Sevieri, che emanano un umorismo ludico, tragico e tenero che spiazza lo spettatore: questi manufatti sono diventati “oggetti sentimentali” marchiati “ZERO FOLLIA”.

Il laboratorio “ANTICORPI” di Clara Rota che si terrà venerdì 16 presso la Fondazione di Venezia (10-16.30) è rivolto a chi a voglia mettersi in gioco. Anticorpi, necessari per combattere la paura. L’indifferenza è un velo che invade il nostro campo visivo, insinuandosi nel nostro quotidiano, Il laboratorio è una sorta di vaccinazione collettiva. Un laboratorio dove attivare il corpo per mettersi in con-tatto, un corpo a corpo che crea il piacere della condivisione per scoprire la forza miracolosa del gruppo. Per uscire dall’isolamento, per provare esperienze collettive artistiche e rituali, per ritrovare nuove armonie, alla ricerca di una convivenza possibile per dare spazio alla poetica di quella strana condizione umana chiamata follia.

Altro laboratorio sarà “ArtEducazione. Danza, Capoeira e Musica” a cura di Progetto Axé Italia, destinato a bambini ed adolescenti, che si terrà sabato 17 novembre presso la Fondazione di Venezia dalle ore 14.00, preceduto al mattino da un incontro rivolto a educatori, insegnanti ed operatori sociali e al quale interverrà lo stesso fondatore e attuale Presidente di Progetto Axé, l’italiano Cesare de Florio La Rocca. Progetto Axé è nato nel 1990 in Brasile per dedicarsi a bambini e ragazzi di strada attraverso l’ArtEducazione. Progetto Axé opera oggi anche in Italia guardando all’esperienza dell’arte collocata in una dimensione sociale rivolta al recupero dei giovani in difficoltà e proponendo la metodologia pedagogica sviluppata in questi 22 anni in Brasile con oltre 20.000 giovani come modello applicabile anche alla realtà del nostro Paese per il miglioramento della vita dei tanti ragazzi emarginati e a rischio.

Gli incontri del festival si articoleranno durante tutte e tre le giornate.

Il Telecom Italia Future Centre ospiterà venerdì 16 novembre alle 16.30 l’evento “Il corpo delle parole” con Alberta Basaglia, Maria Grazia Giannichedda e Peppe Dell’Acqua, e la presentazione della collana 180, Archivio critico della salute mentale e in particolare, della stessa collana, Franca Ongaro Basaglia, Salute/Malattia, Alphabeta Verlag, 2012. La collana intende rimettere in gioco ricerca, memoria, tensioni, intorno al singolare cambiamento che il nostro paese ha vissuto, negli ultimi 50 anni, nel campo della salute mentale, ripercorrendo lo spessore delle parole che hanno scritto questa storia, la contesa dei significati che le ha attraversate, le vie d’uscita che hanno impedito o reso possibili.

Sabato 17 novembre alle 11.30 invece, presso il Teatro Goldoni si terrà “in carne ed ossa“, l’incontro tra Alice Banfi e Michela Marzano con moderatrice Anna Poma. Una giovane artista ed una filosofa ci raccontano di un male di vivere che fa del corpo il suo campo di battaglia, terra di lacerazioni e di digiuni, di sfide urlate contro un mondo incapace di ascoltare, incapace di vedere. Un mondo chiuso,  violento, rinsecchito, diafano, che tuttavia, da qualche parte e ad un certo punto, torna a “fare spazio” per tornare in carne ed ossa ad abitarlo. Come testimoniano i recenti romanzi e racconti autobiografici delle due autrici (M. Marzano, Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere, Mondadori; A. Banfi, Sottovuoto, Nuovi Equilibri)

Su una linea comune per certi versi anche i doppi incontri di domenica 18 novembre. Alle 10.30 presso il Teatro Goldoni, “L’anima in corpo” con ospiti Massimo Cirri e Umberto Galimberti; il loro sarà un excursus  attorno al millenario dualismo platonico anima-corpo, in cui psicologia e filosofia s’incontreranno ad indagare questa dualità, ma anche a smontarne gli assunti e rimontarne l’enigma, restituendo l’anima a quel corpo che fa dell’uomo il solo e irriducibile ‘animale sociale’. Ecco dunque che l’appuntamento del pomeriggio si coniuga con il precedente: alle 16.30 presso l’Ateneo Veneto si terrà “Corpi sociali” con ospiti il sociologo Aldo Bonomi e lo psichiatra Franco Rotelli. Percorsi tangenziali di ‘corpi-altri’, laddove lo “sfarinamento dei legami” nella società porta a rifugiarsi o a virare verso una sofferenza che finisce per configurarsi come “malattia sociale”. Bonomi è anche autore del recente Elogio della depressione (Einaudi 2011), scritto con lo psichiatra Eugenio Borgna.

I due spettacoli teatrali, unici eventi a biglietto, saranno incentrati sul motivo della mente- corpo, messa in scena e spogliata in “UNO STUDIO PER LA NAVE DEI FOLLI” di Elisa Roson e Federica Di Rosa e a cura dell’Associazione FormAttArt, in programma sabato 17 novembre al Teatro Goldoni.  Una storia di terra e mare. Di una nave ancorata ai confini del mare, una fusta disonorata, sottratta alla benevolenza. Di uomini legati mani e piedi nell’isola di San Servolo nel 1901. Delle vite dei dimenticati, rinchiusi nel silenzio dei manicomi giudiziari, nell’anno 2012. Tre luoghi, lontani nel tempo, che sono però la rappresentazione di uno stesso luogo, arcaico e disumano: prigioni costruite dagli uomini savi per ingannare il proprio sguardo, per allontanare la paura.  Lo spettacolo, curato dall’Associazione ForMattArt, vuole ostinatamente tenere desta la memoria delpassatoe mostrare il presente così com’è, con i suoi orrori, le sue aberrazioni, nella folle speranza che tutto questo presto finisca. E non accada mai più.

E così avviene anche per Kociss di Giovanni dell’Olivo, in scena al Teatro Goldoni domenica 18 novembre, uno spettacolo che mette al centro la vicenda dell’omonimo e famoso bandito veneziano, ricordato di recente anche nel film-documentario di Carlo Mazzacurati Sei Venezia (2010). Protagonista sarà dunque la voce di dell’Olivo che ‘si fa corpo’, per dare vita al personaggio del celebre Kociss in forma di teatro-canzone, con l’accompagnamento del collettivo Lagunaria.

Festival dei Matti 2012
Quarta Edizione
CORPO A CORPO

16-17-18 Novembre
a Venezia
http://www.festivaldeimatti.org

Info
http://www.festivaldeimatti.org
info@con-tattocooperativa.it