danilo mandolini

Da ‘La natura selvaggia’ di Beloslava Dimitrova

 

L’oceano si spacca
diviene rifugio dei sensi
ci raggeliamo
io le altre persone
uccelli e animali
aspettiamo
che il Mondo ricominci
daccapo

 

Natura

realmente nessuno è stato ucciso
ognuno salta volontariamente
alcuni figli molto bravi
sono divenuti tossicodipendenti
i pazzi si arrampicano sulle pareti
avanzano con movimenti rotatori
questo non ha alcun senso
non ho svegliato nessuno
prendi questo veleno
avvicinalo alla tua bocca
mentre sei incinta
ti supplico

 

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Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)

Marco Giovenale, Strettoie

Marco Giovenale, Strettoie, Arcipelago Itaca, 2017

*

da Soluzione della materia

*

Non sa se glielo deve dire
della cotta di metallo del crociato andata.
Più una madonna, del Seicento, pare. Via
in due giorni differenti, come poi possono
differire i giorni nella scatola zincata.

(Fa il morto. La casa è zitta il doppio).

Decide di no. Non parla. Con le tronchesi piccole
si mette un intero pomeriggio alla finestra, cup of tea
inclusa. Gentilizia, fa. Armeggia su ferrite

(è l’antenna che è guasta, non è la trasmissione).

Il tempo passa fino alla fine, che continua, fino
alle minutaglie della gomma pane.

«E adesso?», «Sembra notte»,

ne ride, per quanta ne viene giù,
per quanto diluvia

*

Cadranno dal tetto, saranno senza impalcature.
Non è sicuro, potrebbero salvarsi. Facciamogli una foto.
Sull’affresco o sull’arazzo?
Cosa?
Dico il giro dei delfini.
Quelli, araldici cocciuti, quelli. Diario di quando va bene.
Quando va male non la raccontano.
I preti dopo spruzzano un po’ d’acqua,
se ne vanno col vino.

*

da A mille ce n’è

*

a/da Carlo

d’annunzio non aveva l’illuminismo a Pescara allora
poi fecero un’Illuminotecnica. e per vedere vendere le doppie prese. (a
pensarci) (sono sempre) maschio femmina attaccati sterili, si attaccano che
pigliano.

si “accese” (questa lampadina) passando un mattino per non rimare tutti
in gita in sei-sette, con Carlo, lasciato l’asfalto per un chiosco di limoni
marca Barricata.

la maglia tira alle braccia dove passano le ragazze compulsive loro vanno
verso il mare degli orsi dove hanno stabilizzato il cd, il laser. non fa ballare
il suono alle buche. non c’è campo, qui, è pieno di campi, qui, intorno fino
al mare sembra intorno al mare.

prendere appunti.

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Su leggiadre «gambe di foglie». I versi di Francesca Perlini. Nota di Paolo Steffan

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Su leggiadre «gambe di foglie». I versi di Francesca Perlini
di © Paolo Steffan

Comincia a svilupparsi qua e là, in questi anni, una certa predisposizione allo studio dei rapporti che vigono tra ambiente naturale e testo letterario. I tempi per una crescente sensibilità ecologica sono infatti maturi, anche solo al fine egoistico di trovare modalità di sopravvivenza necessariamente nuove per la nostra specie, dentro un orizzonte di mutazioni del clima.
Penso che, nel quotidiano approfondimento di questo approccio, non sia possibile prescindere dal lavoro di chi va oltre il rapporto utilitaristico che tutti abbiamo con la questione ecologica, ovvero dal lavoro dei poeti: vi è spesso, nel loro orecchio, un’acutezza più affinata, per esempio, nel porsi in ascolto dei boschi. Vi è anche una necessità disinteressata di inerenza alla selva in generale e agli alberi in particolare.
Così avviene anche nel tessuto dell’esile e ricchissimo volumetto che inaugura la collana di poesia di Arcipelago Itaca edizioni diretta da Danilo Mandolini, che ne è anche il prefatore: Dire casa di Francesca Perlini.
Nelle prime pagine, sentiamo membra lignee di alberi aderire a quelle femminili, vediamo gonne sventolate agghindare i versi come fogliame tremulo le piante, siamo portati progressivamente a una completa identificazione con la flora che ci preannuncia l’impianto figurativo portante della raccolta: «cammineremo dentro gonne ampie / con gambe di foglie». È un’ambiguità di sensi che non si pone come occasionale, bensì come fondativa.
Essa acquisterà intensità a tratti, sfrangiando per gradi in discontinuo crescendo l’insistito motivo della gonna, che domina ‒ ossessiva e lieve ‒ la prima metà del libro:

sotto la gonna c’è una spina
nasconde lungo il suo flusso dorsale
la natività che spunta dalla coda,
chiude le gambe la donna -un coltello un coltello-
taglia la-taglia la-taglia!
dall’ultimo anello invece – nascerà luce.

Violenza (il coltello, il taglio) e rinascita (natività e luce che nasce) fattesi voce attraverso un dire che tiene indistintamente in grembo donna e albero: ci sono “gonna” e “gambe” ma c’è anche “spina”, che se subito dopo è completata dall’aggettivo “dorsale”, trova dopo il taglio un “ultimo anello”, che ci riporta agli alberi ‒ stavolta martoriati ‒ da cui possono però ancora spuntare polloni di luce…

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Riflessioni sulla “marchigianità” di Danilo Mandolini in occasione dell’VIII edizione del festival “La punta della lingua” di Martina Daraio

Oggi e la prossima settimana ospiteremo due interventi di Martina Daraio, dottoranda in Scienze linguistiche filologiche e letterarie presso l’Università degli Studi di Padova; il suo ambito di ricerca è quello della poesia contemporanea marchigiana, terra in cui è nata**, ambito d’indagine cui fanno riferimento anche questi articoli.
Il post di oggi riporta la presentazione del poeta Danilo Mandolini, che è stata fatta di recente in occasione dell’VIII edizione del festival di poesia “La punta della lingua” di Ancona, con una selezione di testi.

mandolini

Questo incontro si intitola “Le Marche della poesia“, e dunque non possiamo non chiederci che cosa possa significare oggi, nell’era di internet, della mobilità e della perdita dei padri, essere un poeta marchigiano. È il dato biografico di essere nati in questa regione la condizione necessaria e sufficiente per fare di un poeta un poeta marchigiano?

In tal caso andremmo sul sicuro, perchè Danilo Mandolini è nato ad Osimo, dove tutt’ora vive, nel 1965. L’esordio come poeta avviene nel 1993 con la silloge Diario di bagagli e di parole a cui sono seguite altre sei raccolte, antologizzate quest’anno in un unico volume, edizioni L’Obliquo, intitolato A ritroso. scansione00030001A ritroso, come il titolo stesso ci spiega, raccoglie i testi andando all’indietro nel tempo dai più recenti ai più lontani, fino a coprire un arco di venticinque anni che va dal 2010 al 1985. L’operazione di antologizzazione non è stata però un gesto “innocente” di sola riorganizzazione, bensì ha comportato una rivisitazione, una riscrittura di alcuni testi o, come scrive lo stesso Mandolini nell’introduzione, ha comportato un’operazione di “aggiornamento al gusto e alla mano di oggi”. A me ha molto colpito questa esigenza di aggiornamento perchè mi è parso un qualcosa di estremamente coerente con i tempi frenetici e cangianti del mondo che viviamo, tanto che ho voluto fare un piccolo lavoro di critica della varianti, confrontando le prime stesure dei testi con quelle della raccolta A ritroso per individuare di che cosa, secondo Landini, l’oggi aveva bisogno rispetto allo ieri. Vi stupirà sapere, allora, che quello che ho trovato di nuovo è stato essenzialmente una cosa: una struttura. Le nuove poesie rispettano in maniera più puntuale la forma della quartina e, soprattutto, il verso endecasillabo.

Ora faccio una breve divagazione. Danilo Mandolini, all’attività poetica “cartacea” ne affianca un’altra “online”: da qualche anno, infatti, ha ideato ed iniziato a curare «Arcipelago Itaca», un progetto di diffusione, gratuita, in formato digitale e su base on-line, della poesia contemporanea. «Arcipelago Itaca», nel momento in cui è stato pensato, doveva essere un blog, poi però è diventato una rivista. Una rivista online, ma una rivista, cioè una raccolta di saggi critici e testi poetici indicizzati e impaginati in maniera statica: a ben pensarci quindi, anche in questo caso, tra il blog e la rivista online la differenza sta proprio in una questione di forma, di struttura. Il blog ha una modalità di fruizione più scorrevole e “temporanea”, la rivista invece si congela in una forma, si salva in pdf, e tale rimane nel desktop di chi la riceve… proprio come una raccolta cartacea che una volta stampata rimane in quella forma. Tutti i poeti oggi vivono questo dualismo tra il fare poesia su internet, discutendone in tempo reale con i lettori e concendendosi la libertà di riaggionarne continuamente i testi, e l’optare per la tradizionale, immutabile, e sempre meno letta, forma di libro stampato. Mediare tra la realtà materiale, fisica, solida del libro da un lato, e la realtà digitale, virtuale, evanescente dei blog o dei social media dall’altro è diventata una questione inevitabile sia per lo scrittore che per la comunità poetica. Ritornando all’antologia, allora, diventa ancora più significativo riflettere su questa scelta di riaggiornare i testi, e quindi modificarli, strutturandoli però in maniera più rigida: proprio come se in quelle “norme” da seguire risiedesse una forma di ancoraggio rispetto ad una realtà caotica che si smaterializza e muta continuamente.

In questa stessa direzione si può inoltre osservare come dalle varianti emerga anche un progressivo abbandono dell’oscurità e della metafisicità a favore di un linguaggio più aperto, più chiaro, meno mediato. Questa scelta non riguarda solo il caso di Mandolini ma negli ultimi anni interessa la gran parte dei giovani poeti che, senza necessariamente rinunciare a picchi di lirismo, optano però per una scrittura piana, quasi prosaica, ricca di termini della quotidianità. Si tratta di un linguaggio, insomma, che come ha già spiegato Gianluigi Simonetti parla “di tutto a tutti”, mosso dall’esigenza di rivolgersi non ad un élite di esperti ma alla globalità dei lettori potenzialmente interessati alla poesia. Si tratta, inoltre, di un linguaggio che permette di penetrare più a fondo nell’intimità dell’esistenza, nelle piccole cose e nei dettagli che la abitano e che fungono da punti di riferimento.

Iniziando così a spostarci dalle questioni formali verso quelle tematiche vale la pena spendere due parole sulla struttura di A ritroso, divisa in sezioni numerate, corrispondenti alle vecchie raccolte, e in sottosezioni con titoli estremamente significativi poiché connotati “spazialmente”, come Prima scansione del qui, Seconda scansione del qui, Via privata Gradisca, Milano, Sullo sfondo l’orizzonte: ri-definire poeticamente i luoghi permette infatti di orientarsi in essi e di trovare una forma di ancoraggio alla propria identità (tanto che quando invece il poeta racconta il momento della perdita del padre, per esprimere lo spaesamento è proprio ad una metafora spaziale che ricorre scrivendo: “Poco di certezze conoscevo, poco di città e distanze ricordavo”).

Guardando però a come queste città e questi spazi vengano rappresentati non si trovano mai, o quasi, dei riferimenti espliciti a luoghi geografici riconoscibili, ma si tratta piuttosto di spazi della memoria, cari al poeta, che cerca di salvarli dall’oblio del tempo fissandoli nella pagina: “quel dire soffuso che vive morendo che non ha radici se non nei ricordi“, recita infatti un suo testo.

Da una parte, allora, i luoghi sono ancoraggio dell’io, senso di appartenenza e tranquillità, tanto che in uno stralcio di lettera scritta dal padre del poeta alla madre e contenuta nella raccolta si dice: “Mi ha fatto un bell’effetto, sai, vedere il mio paese in televisione. Vedere gente che conosco”; dall’altra però i luoghi rimangono solo nella forma del ricordo, e sarebbe davvero difficile individuare delle componenti di marchigianità in questo fare poetico. Anche perchè, come saprete, le Marche hanno alle spalle una tradizione di poeti estremamente “residenziali” e radicati, come ad esempio Paolo Volponi, che proprio attraverso la rappresentazione della sua Urbino restituì delle descrizioni puntualissime delle mutazioni di tutta l’Italia industriale e post-industriale, o come Scataglini, che scelse addirittura di esprimersi in una lingua ibrida tra l’italiano e il dialetto anconetano.

Questa apparente “non appartenenza” di Danilo Mandolini, e qui concludo, è però vera solo in parte, perchè va contestualizzata nella contemporaneità. Tornando allora a parlare della rivista «Arcipelago Itaca», io credo che sia proprio qui la chiave di lettura sull’unica appartenenza territoriale possibile per i poeti e gli uomini di oggi.

Il tema del ritorno ad Itaca di Ulisse è molto frequentato dalla poesia contemporanea nel suo instancabile bisogno di radicamento e orientamento (e ad esempio tra i marchigiani non può non venirmi in mente il qui presente Luigi Socci che in un suo testo lo fa tornare a casa in treno!). La poesia si configura allora come l’unica imbarcazione possibile per attivare queste dinamiche di ritrovamento dell’io e le sue regole, le sue strutture, le sue forme, sono ciò che le danno questa forza e questa fermezza. Non si tratta però solo di regole ma anche di tutta una tradizione alle spalle che, appunto, funge da referente dialogico. Quello che è fondamentale capire è allora che cosa sia Itaca, e cioè, come ha sapientemente espresso Mandolini, Itaca è un arcipelago: la casa è una pluralità di voci, di luoghi, e di gruppi di appartenenza. L’ennesima conferma di ciò ci viene proprio dalla densità di riferimenti e citazioni che attraversano la scrittura di Mandolini, che sembra proprio nascere da un intreccio di voci di padri coi quali la poesia dialoga apertamente: per dirne solo alcuni ci sono Leopardi, Scarabicchi, Sereni, Caproni, Collodi, Ungaretti, e di ciascuno di essi Mandolini ha assorbito il nutrimento, come fossero state davvero le radici della sua poesia.

Tornare a Itaca, oggi, è sapersi orientare in questa pluralità di radici. Una pluralità che a ben pensarci per noi marchigiani suona quasi come un dato di fatto, un qualcosa a cui la storia ci ha abituati da secoli: non a caso siamo l’unica regione che già dal nome si presenta al plurale.

© Martina Daraio

[una vasta foce di suoni e colori si forma
appena oltrepassata la soglia del risveglio.

Le parole sussurrate nel mezzo della folla
che avanza col primo accenno del mattino
raccontano di spaesamenti e sogni andati,
gettano luce e cielo sui tetti delle case
e frammenti di paure dentro il tempo.

Il giorno poi viene a ricoprire la città,
a sottrarre pezzi di distanze tutt’intorno
e a lasciare avanzi sciolti di memorie
per non rivelare adesso cos’è il mondo]

*

Le merci si vendono sugli scaffali,
si offrono al soffitto che scolora
e alla pioggia che oggi, lì fuori,
come qui dentro, è più fitta che mai.

Dalle porte scorrevoli dei mercati,
guardando al cielo sghembo e radente,
si esce simulando una corsa,
si scappa a piccoli gruppi di tre
con una rete di ferro che racchiude,
oltre alla parvenza del bisogno,
alcuni pretesti per non pensare,
illusioni, promesse, istruzioni
e l’amara certezza che esiste,
in questa e in altre parti del mondo,
una compiuta e feroce armonia
tra le tante passioni degli uomini
e l’idea organizzata del possesso
e tra il corpo nudo della ragione
e l’impronta dolcemente violenta
del desiderio di sperimentare,
di conoscere meglio e dominare
ciò che appare differente e ciò
che forse è soltanto troppo uguale.

*

Sull’immensa terrazza rivolta ad occidente il vento d’autunno conduceva se stesso e le foglie. A volte si portava fin dentro la casa, fino a ridosso delle prime mattonelle dietro l’ampia porta- finestra.

Lì si fermava come di fronte ad un confine. Sulla sinistra, sulla sinistra di chi stava con lo sguardo diretto verso il sole, si disegnavano due linee irregolari. Erano due crepe, due fenditure che da estremi opposti quasi si sfioravano andando verso il centro della parete. Erano i polmoni della casa. In estate si aprivano, si dilatavano di alcuni millimetri, mentre in inverno si chiudevano come dopo un lungo respiro. Nel corridoio erano ancora appese le foto di luoghi lontani e i muri erano più vicini tra loro, più vicini alle porte che erano tutte aperte. Le sedie non si trovavano più in casa perché gli uomini se n’erano andati altrove e la luce quasi stentava ad entrare, tanto era il vuoto accumulatosi nelle stanze. Un orologio da tavolo, sul tavolo della cucina, non segnava più il tempo e la cucina era l’unico spazio dell’appartamento che conservava le tende addosso alle finestre. Nella camera grande c’erano ancora il letto matrimoniale, l’armadio e i comodini. Nell’altra camera, addossata sui due muri più lunghi, sostava la mobilia già pronta per il bimbo mai nato.
Non si percepivano odori, né vi erano resti o segni abbandonati al buio che stava per giungere.

*

Segnaliamo un recente intervento a proposito di A ritroso, apparso sul blog «La poesia e lo spirito».

*

Danilo Mandolini è nato nel 1965 a Osimo (AN), dove vive. Ha pubblicato, in versi: Diari di bagagli e di parole (Edizione privata, 1993), Una misura incolmabile (Collana di poesia “Alhabor” della rivista “Keraunia”, 1995), L’anima del ghiaccio (Edizioni del Leone, Venezia, 1997); per Edizioni l’Obliquo son usciti Sul viso umano (2001), La distanza da compiere (2004) e Radici e rami (2007) nonché A ritroso (2013).
Sue poesie e suoi racconti brevi sono stati pubblicati su varie riviste e in antologie.
Si sono occupati del suo lavoro Roberto Carifi, Francesco Scarabicchi, Giuliano Ladolfi, Maria Lenti, Fabio Ciofi, Norma Stramucci, Massimo Gezzi e molti altri.
Nel 2010 ha ideato e iniziato a curare Arcipelago Itaca: un nuovo progetto di diffusione gratuita in formato digitale e su base on-line della poesia contemporanea e non solo.

**Martina Daraio è nata a Ancona nel 1987. Dopo aver conseguito la maturità scientifica si è iscritta a Lettere Moderne (indirizzo Storico-artistico) presso l’Università di Bologna, dove si è laureata nel 2009 con una tesi sulla letteratura italiana di migrazione. Nel 2007 ha vinto la Summer Undergraduate Research Fellowship presso il Caltech di Pasadena (Los Angeles) effettuando una ricerca sulla produzione letteraria da luoghi di reclusione nel XVI secolo. Nel 2011 ha conseguito la laurea in Filologia Moderna (indirizzo Teoria e critica della letteratura) presso l’Università di Padova con una tesi sull’attualità di Calvino. Nel 2013 ha iniziato il Dottorato di Ricerca presso l’Università di Padova occupandosi del rapporto tra poesia e territorialità attraverso l’analisi geocritica e geopoetica del caso marchigiano contemporaneo.