Daniele Maria Pegorari

In Apulien #3: Brindisi

In Apulien #3: Brindisi

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien
(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.
La terza tappa è a Brindisi “grec’oriunda brunda”, più precisamente al “suo porto corna cervo di sicurezz’adriatica terno” nei versi di Nadia Cavalera.

IL PORTO DI BRINDISI

L’emozione dell’identificazione seppure lontan’arcana
gemma la confusione sovrapposizione
un’immagine propaggine doppiata
una filigrana memoriale ch’impania cald’irradia
in un centro dentro fulcro silente di salamare salento
E Brindisi spunta subito grec’oriunda brunda
il suo porto corna cervo di sicurezz’adriatica terno
(: nerv’abbraccio raggio maggio senza tema di sfilaccio)
D’obbligo da ritir’esilio il giro mai usufruito proibit’ambito
E mentre dalla consorteria capitaneria sbircio in calme palme
il corso levantino sopra il canale della mena reale
Ecco la marina nugol’uccelli voli la scalinata virgiliana vicina
La colonna romana che vedova puntella il pelo del cielo
al prolasso da inquinato collasso (: haimé uomo sempre lasso basso)
L’altra decapitata catturata deportata
per un santo d’insan’impianto lontana
Nelle reti dell’occhio le sciabich’apriche le cavallett’amiche
le strighe le spighe l’antiche sfide sfighe
Tra viuzze gradinate che rivolano all’acqua madre matrigna
che vita dà e striglia (: chiglia in quadriglia)
Accanto galleggiano sornioni i bastioni svevi maestosi
il verde casale col gatto timone mammone
il ross’alfonsino barbiglio bambino alle pedagne di gabbiani ragne
presso la tettoia paleoindustriale e la spiaggia sepolta di sant’apollinare
sotto lo strapiombo di villa ponticelli coi suoi fantasmi fratelli
che di notte gareggiano in cori di mugugni
col mare già font’ancestrale monte pont’arconte
ora ridotto agl’incubi attuali di contenitore spappolato
al rigassificatore per stranier’interessi crocefisso votato
E per me il viaggi’amor’analogico retaggio
s’è spent’appestat’ammarat’accecato
(: fioccheranno altre piaghe al suono dell’oligarchica danza)

(da: Puglia in versi. I luoghi della poesia, la poesia dei luoghi, a cura di Daniele Maria Pegorari, Gelsorosso, Bari 2009)
Qui è possibile ascoltare la voce di Nadia Cavalera che legge versi dalla raccolta Vita Novissima

Nadia Cavalera è nata a Galàtone, in provincia di Lecce, e vive a Modena. Vissuta per alcuni anni a Brindisi, ha dato vita nel 1988 in quella città a un bollettario quadrimestrale di letteratura, “Gheminga”. Il progetto editoriale, che si proponeva di accogliere e mettere in evidenza la produzione letteraria della città, può “offrirsi come una delle chiavi interpretative dell’esperienza poetica” (Anna De Macina) di Nadia Cavalera, anche nelle parole di Diego Sessa, redattore della rivista quadrimestrale di scrittura e critica: «Gheminga è un progetto sempre aperto, sempre in movimento e sempre in cerca di nuovi spazi e di nuovi orizzonti con i quali confrontarsi. Questa è la vera caratteristica e il più grande punto di forza: non arrivare mai a una meta se non per ripartire verso un’altra. Fare autocritica, verificare e verificarsi, mantenere il buono del già fatto senza mai dimenticare che è nel ristagno delle idee l’apatia dell’uomo» (D. Sessa, Editoriale n. 9, 24 ottobre 2006, sul sito di “Gheminga”).

Sul suo sito, qui, Nadia Cavalera ha pubblicato quello che lei stessa definisce un “racconto/testimonianza” sulla nascita di “Gheminga” .
Con Edoardo Sanguineti Nadia Cavalera ha fondato l’Associazione Culturale “Le Avanguardie” e diretto la rivista “Bollettario“, organo dell’associazione.

Hanno scritto di Nadia Cavalera, tra gli altri:
Anna De Macina, La sperimentazione antagonistica di Nadia Cavalera, in: Letteratura del Novecento in Puglia. 1970-2008, a cura di Ettore Catalano, Progedit, Bari 2009, 303-307;
Niva Lorenzini, Il presente della poesia, Il Mulino, Bologna 1991, 55;
Francesco Muzzioli, Poesia e conoscenza nei testi di Nadia Cavalera, in “Bollettario”, n. 22-23, Anno VIII, gennaio-marzo 1987;
Giuseppe Panella, Poesie civili per una terra ormai diventata in-civile, recensione di  Spoesie  di Nadia Cavalera su Retroguardia, quaderno elettronico di critica letteraria a cura di Francesco Sasso e Giuseppe Panella.

Tappe precedenti:
In Apulien #1: Taranto
In Apulien #2: Passaggio in ombra

Critico e testimone | Daniele Maria Pegorari

 

Critico e testimone, Daniele Maria Pegorari, Moretti&Vitali 2009

 

 

Critico e testimone
(storia militante della poesia italiana 1948-2008)
di
Daniele Maria Pegorari
Moretti&Vitali Editori 2009


Il lettore mi riconoscerà che è arduo il tentativo di recensire un storia della poesia in forma di manuale: si rischia di cadere nella noia dell’elenco, nella descrizione certosina, in una pomposa apologia critica, nell’interpretazione faziosa.
Ma, scrivendo su Critico e testimone (storia militante della poesia italiana 1948-2008) di Daniele Maria Pegorari, io questo rischio sono disposto a correrlo, fiducioso – come sono – che la natura stessa di quest’opera mi guida verso un’analisi obbiettiva, imparziale. Il libro in questione infatti percorre la strada di una critica come testimonianza, e non come interpretazione.
Leggiamo nell’introduzione dell’autore:

Il critico “partigiano”[…] specie quando aspira a farsi storico e antologista, scambia un principio di poetica per un parametro ermeneutico e storiografico. Il rischio – è evidente – è tanto più alto se il critico è egli stesso un poeta […]
Il critico come testimone si compromette con la sua materia vischiosa, attraversa le strade e gli incroci dei suoi autori e non sceglie preventivamente “da che parte stare”: tutt’al più, dopo aver registrato la molteplicità delle voci e delle presenze, procederà a esaltare le proprie facoltà visive, proponendo inquadrature più ampie e comprensive, utili ai fini dell’orientamento dello studioso e del lettore e funzionali a una riflessione valoriale e ideale che riconquisti alla letteratura il terreno della storia collettiva e dell’etica che le compete. Per questa via, semmai è pure possibile trovare alcuni – pochi – denominatori comuni a tutta la ricerca poetica contemporanea che mi pare di poter individuare nelle tre nozioni di statuto fonico, referenzialità e invenzione linguistica.

 

Un’ecologia della critica dunque – mi piace dire. Pegorari rimarca la necessità di una visione della letteratura «secondo una finalità esplicativa, rappresentativa e di adesione al vero».
L’autore, quindi, si adopera nell’affrontare e ricostruire la
visione, la testimonianza della storia poetica italiana dal 1948 al 2008, documentando con passione le «radici della post-modernità» e la loro influenza sulla poesia contemporanea.
Ci restituisce così l’immagine di un Novecento
vischioso e discontinuo che

 

[…] fa rimbalzare da una generazione all’altra estetiche del silenzio, parole-verso, pre- e post-grammaticalità […], prosaicizzazioni, orfismi, magmi mass-mediali e pubblicitari, citazionismi, astrattismi concettuali e materici, purismi e sincretismi

 

con una verve più narrativa che manualistica, che rende questo testo un’avvincente avventura nella poesia del secondo Novecento.Un’avventura della poesia Dopo la poesia (R.Galaverni), delle conquiste della lirica Dopo la lirica (E.Testa).
Mi piacerebbe elencare cinque recensioni: una per ogni capitolo del volume, ma la sua mole non me lo permette in questa sede.
Tuttavia, prendendo in prestito un link dal sito della rivista
Anterem, v’invito a vedere l’indice a questo indirizzo.
L’explicit è anche un limen temporale alla storia poetica: Aprile 2008.
Una roccaforte bastionata di frontiera pronta ad affrontare una nuova avanguardia, una nuova storiografia, una nuova critica – pronta ad affrontare e a lasciarsi affrontare.
L’explicit è un vallo d’Adriano che non poteva che esserà
al di là della stessa critica letteraria e delle sue ragioni, delle sue geometrie.
Sono due poesie:
Si dice di Lino Angiuli e Il sogno del maestro di Gianni D’Elia.

 


Si dice di Lino Angiuli


che dall’uno sbuca il due poi il tre e così via
in cerca di qualcosa che somigli a una curva
fino a quando puntini puntini fino a quando
si cade nel mal/destramente dal cavallo perdente
inciampato in qualche dente storto della storia

e ti tocca da capo il gioco del lotto prima
di essere giunto ad adocchiare il tale punto
verso il quale ti spingeva il desiderio forte
di cambiare la scenamadre del déjà vu
mettendo a posto qualche vocale consonante


pertanto nel day after ti tocca scancellare
le iniziali antenate del futuro semplice
dagli almanacchi dei sondaggi di turno
calare il piede nello zero centrale dell’alba
come si fa col mare ad ogni prima volta

e pensare che il bello ha da avvenire ancora
specialmente se piovono notizie a dirotto
dietro la finestra del televisore onnipotente
specialmente se la grandine che non aspettavi
ti ha già dato appuntamento nella pancia


lì dove è rimasto lo spazio giusto perché
sbuchi dal fondale un’altra specie di gioco.

 


Il sogno del maestro di Gianni D’Elia

Mentre andavamo, apparve il sogno un astro
sopra il muretto di un gentile brolo,
faccione rosso e crine bianco, il Mastro:

«Ma vivere in Italia si può solo
avendo coscienza del disastro,
come quando già si schiantò sul suolo

l’areo di Mattei, che voller guasto.
Finì l’autonomia del nero oro,
prima che cominciasse per la nostra

politica, un periodo di decoro,
visione mediterranea e proposta.
Schiacciato Pasolini e ucciso Moro,

le tre tappe della Loggia Nascosta,
Dipendenza, Omertà, Gran Concistoro,
raggiunsero il governo ed ogni posta.

Di questa storia militante loro
non c’è traccia nella nostra risposta,
il testo a fronte del fango, il bell’oro

dell’arte luccica, ma solo in mostra.
Silenzio nostro al gran silenzio loro,
per ogni delitto, un’opera opposta!»

La crisi, dentro noi, faceva il coro.

 


Daniele Maria Pegorari (1970) divide da quindici anni il suo impegno scientifico e didattico fra la Letteratura italiana contemporanea e la Filologia dantesca nelle lauree specialistiche delle Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari e di Foggia. Cofondatore nel 2000 di «incroci» e curatore scientifico di una sezione dell’annuario internazionale «Dante», dirige collane di ricerche e testi (“Officina” di Stilo; “Le ciliegie” di Palomar; “Le Diomedee” di Sentieri Meridiani), collabora con numerose riviste accademiche e militanti ed è consulente di alcune case editrici nazionali. Ha pubblicato fra l’altro: Dall’«acqua di polvere» alla «grigia rosa». L’itinerario del dicibile in Mario Luzi (1994), Vocabolario dantesco della lirica italiana del Novecento (2000), Metrici dei giorni. Poesie per un anno (2000), Mario Luzi da Ebc a Constant (2002), Contesti della “Commedia” (con F. Tateo, 2004), Non disertando la lotta. Versi e prose civili di Mario Luzi con l’omaggio di 41 poeti (2006), Dal basso verso l’alto. Studi sull’opera di Lino Angiuli (2006), Puglia in versi (2009), oltre ad alcuni saggi su Dante e sul dantismo di Gozzano, Montale, Pasolini e Luzi. Nel 2001 e nel 2007 ha curato due numeri speciali di «incroci» dedicati rispettivamente a Innocenza e neodialettalità e a un Confronto sulla critica. Dal 2002 è membro della giuria del premio nazionale di poesia “Lorenzo Montano” e dal 2005 presiede il premio di narrativa “Vico del Gargano”.