Daniele Gennaro

Dalla Francia, Quattro Poesie.

Hard times.

Vorrei avere la tenerezza del gatto,

Spigliato raggiungere ogni bordo

Pericoloso di cornicione, afferrare

Le nuvole con uno sternuto, appassire

Piano sotto il termosifone tiepido

Del tuo seno accolto sudato

Nella coppa fiorita delle mie incerte mani.

I tuoi piedi sollevano onde dalle forme

Sciolte  lontane ( sfavillanti pensieri

D’amore domani) e domeniche sopra

E sotto la vita che abbaia pensosa

Alla notte, invertita di ritmo, alleva lunatici

Pianterreni, isolati ascensori di nebbia,

Delicate punzecchiature zanne- avorio,

Colorate per scherzo e per giunta di blù.

Unica principessa salata di lavori  sovrani,

Lasciati stirati ,cucinati per bene, violoncelli

Accordati per appuntamenti mondani.

Pensate alle spalle ridenti cadute del tempo

Passato presente, imperfette sensate

Azioni dallo sviluppo binario-  sistema che

Scarta e riduce le piccole passeggiate

Dal soggiorno allo studio alla stufa in cucina

In un chilometrare infinito di passi-

Lunghe  tenere gambe,

Movimento solletico del  vivace

Intromettere l’attesa fra le bianche pagine

Del libro in partenza.

Tempi difficili (Hard Times):

Aspetti bellicosa a volte,

Non risparmi occhiate buie nevose di sere,

Ma conosco le prime e ultime volte che,

Sempre sollevati in tripudio, abbiamo

Colato respiri, volato aspirato congiunte

Levitazioni feline, con comodini spostati e

Imbarazzati pennuti pensieri, incastri emisferici,

Australie , Tasmanie piccole piccole,

Appendici del provinciale desiderio che

Scalda ancora il sorriso.

Verità diritta diritta il mio

Guardare amoroso, il promesso spogliato

Guardare, che rimescola ancora

E raccoglie la pioggia dalle tettoie

Ombrose delle tue ciglia bagnate.

***

Prendersi cura del cuore.

Ho alcuni amici che soffrono di cuore,

sempre più ai cinquant’anni

si stemperano  i colori nel buio.

Dico : vale la pena prendersi cura

del proprio armamentario flessibile

ritmico azzoppato nel mezzo del

cammino, anche per poco,

anche se la memoria si fa retrattile,

bischera e scura.

Non me ne volete amici, soffio nell’imbuto

del tempo anche per voi

(sfollagente ubriaco di passo montano).

Alle sorgenti verdi brilla la verità

della cesoia che incontra la lama,

argenta la nebbia notturna,

riprende a cantare  con un sorriso

ubriaco di due litri almeno.

Ogni giudizio sospeso,

raccogliendo tempeste di foglie,

avvicinerà il giorno, scriverà lettere

affrancate dal desiderio.

***

Un quadro di Giacometti.

Com’è possibile sentire parole

come pistoni sonanti di minuscoli

motori a scoppio? La coppia spinge

e puleggia il verde boscoso del cavi-

tato presente a spalle chine.

Ritornare riannodando pulviscoli marini,

scoiattolini ancora in attesa, ma il sospiro

del vento oltrepassa ogni punteggiatura,

scivola immenso di verità nell’alito bruno

presente della verbena odorosa,

lascia la traccia acuta sulle mie mani,

dolorosa avvita la lingua in rappresenta-

zioni celesti.

Una macchia rosa colpisce l’occhio

(nel primo dei tre quadri di Madame Maeght)

raccoglie tutto il movimento in un’onda lieve.

***

Pomeriggio alieno.

Certe anestesie ci costringono

ad abbreviare i saluti

ad abbassare la voce

a sospirare nel palmo della mano.

Certe politiche ci obbligano

a prender tempo per non fare

a credere che tutto passi

a definire l’impossibile

in un atto alieno.

Certi rendiconti ci tengono

fermi dritti sul ponte a guardare

il nubifragio nero e lontano

-metafore metereologiche

per poeti qualunque-

Ho fatto un pieno paffuto

di Jaques Prevért e Sandro Penna

due poeti affatto lontani

come un pendolo impazzito

il mio istinto berbero

insolentiva le maree

stuzzicava, in 3 D,

la luna.

Piccole poesie per l’autunno. |Daniele Gennaro (inediti 2010)

Voliere.

semplicemente per dire che sei

dentro di me tutto il giorno

anche quando non sei dentro

allora c’è sempre un fuori che ricalca

il contorno del tuo viso.

c’è un sorriso di parallasse che è

sempre un sorriso

non  un errore di posizionamento

è la prospettiva che crea

illusioni vere.

questa notte il mio tavolo

è anche un letto dove riposano

felici le mie braccia

le dita intrecciano separazioni silenzi

voliere celesti vuote d’uccelli.

*

 

 

 

where have all the squirrels gone?

Con la loro coda argentata,

dove saranno andati tutti

gli scoiattolini?

Consegno alla bassa luna

la domanda di prima, levo dal

tavolo l’ incerta prosecuzione

del giorno in sera notte:

oh, che sollievo!

Finalmente respiro e cammino

nella nebbia nascondo cartoni

per farci una casa, casomai

decidessero di ritornare.

Sotto il noce li aspetto, sotto

la precoce insistente pioggia

piccola e bruna attendo un passaggio

di scivolose zampette ambrate.

Ricordo quand’ero bambino

l’edera rossa che rampicava pensosa

contorta colorava d’attesa la

fiamma, il cerino bruciava le dita,

il mio babbo masticava una gomma

guardavo le sue scarpe

erano grandi e marrone-caffè.

Guardo ancora bollire il latte

stando attento di spegnere il fuoco

prima che travalichi il bordo,

che sia ben caldo, che sia morbido

e che faccia piacere alla gola.

Mi siedo con pensieri legnosi

intravedo un’ombra nell’erba

la metà della vita è passata

pesci nuvola gialli nel cielo.

Un ticchettio all’incontrario

batte il tempo, batte piano,

butta tremulo le ore pensate

alle vacanze del giorno.

***

dove sono finiti gli scoiattolini

che danzavano il mattino arrampicandosi

fin dove l’edera rossa scompare nel prato?

nessuno sotto il noce ne’ sul sentiero dell’acqua

la pioggia nemmeno li ha visti scompare nei fossi

tristi  tremenda è l’attesa del cane che fa slalom

nell’erba pur di svanire in un sogno di caccia alla volpe;

sorrido pensando alle mie scarpe marroni al primo

caffè profumato il mattino – sequoia la vita che origlia –

dal presente ostinato rivoglio pennute sequenze di

perfezione veloci pensieri bagnate occasioni.

posso ora tranquillo cominciare la poesia che volevo

scrivere e che non ho ancora pensato.

*

Nero e luna.

ora il paese dorme il mondo è scuro

nero di notte inchiostrate parole

anche la stanza è scura.

un lattiginoso blu occupa

tutto lo spazio fino a che lo spazio

recupera tutto il tempo che nero rimane.

il respiro avrebbe potuto prendere il

posto delle parole come spesso ho sentito

(silenzio e respiro)

pochi suoni di gola trattenuta poesia

di schiena meglio pensare al tremore

unito al saccheggio di ogni pulsante minuto

ogni tempo che cresce angola e inclina

le spalle intuite nel grigio.

conosce a memoria pur avendo frequentato

con ozio le scuole ogni piccolo dettaglio del

suo corpo azzurro -immaginato con il buio

degli occhi – da ogni parte si inizi con umiltà

e tenerezza damascate carezze disegnano

nell’aria la sagoma ritagliano le poche ore

di sonno rimaste quando l’alba tracagnotta

dispettosa scardina tutto il nero e espolde

con il giorno accoccolato sul primo gradino

dell’ombra.

allora è un posto senza lacrime il mondo?

è un posto dove attendere una qualche

vera diramazione di bellezza?

è l’incantevole tremolante stella del mattino?

c’è ancora un po’ di luna la vedo qui

diafana  ( presente però )

aspetta il prossimo treno

la prossima avventura nel nero.

*

Un piccolo spazio per le poesie.

Eccomi a meditare un po’ sulla strada del bosco,

uno scheletro o un minuscolo cristallo mi stanno

davanti: il cristallo riflette la luce ( perchè è giorno),

lo scheletro ricorda strati di rocce e terra.

Potrei semplificare al massimo -credo- con  parole crude.

Ho ancora il tuo viso tagliato dal giallo, qui,

a pochi centimetri, sfoglio il tuo coriandolato pensiero,

carbonizzo il minuto prigioniero del buio.

Vorrei distrarmi da questo commento, badare al sodo,

scivolare leggero leggero per odori mai visti, scaffali

profumati di librerie -adorabile severa mi guardi- con

poco riguardo per la forma direi, vorrei perdere il metrò

tutte le volte possibili.

Sfollare da un bombardamento sarebbe riempire uno spazio

dove le poesie potrebbero garantirsi un posto sicuro,

farebbero a pugni per la poltrona migliore, per il bicchiere

più buono, il sigaro vecchio, la finestra sul fiume.

Per lo più non baderebbero a noi, non credo proprio

che gliene importerebbe nulla del fatto che stiamo là sotto.

La notte arriverebbe addobbata di demoni, paradisi e viole.

Mi mancherebbe quel viso denso e probabile, mi mancherebbero

le mie piccole fortunate poesie sole. Sul velluto asciutto del

sedile posteriore ci stringiamo per ridere un po’ e mi tieni la mano.

E’ un’isola la nostra memoria e, sfinge distratta, recupera

l’iimmobilità di un tempo.

*

Tempo e serrature.

Ho snellito quanto di troppo la serratura

lasciava filtrare, un troppo di luce, fumo,

erba appassita.

Ho regalato un piccolo aereo di carta

al mio breve sogno svampito, con quello

prendo svogliatamente a cambiare le ore

in minuti.

Perchè  sono stanchezza, ozio, fame, perdono.

La chiazza di vita che abbozzo (solitaria vita),

ha il colore della fragola.

Un’orchestra di labbra, spumeggiante ouverture

di mezza stagione, sussurra in pose di gatto

la perfetta, astrale, chiusura del tempo presente.

Tempo e serrature, sposto i contrasti.

Dentro e fuori,

smonto le indecisioni, i dubbi e le apprensioni.

Più o meno.

*

Riserve

Ho personali riserve per quanto riguarda l’amare,

nel senso che  ho quantità d’amore nascoste.

Rifletto discretamente appagato dal tuo dire solo

se c’è un posto nel mondo dove poterti incontrare.

Non ho bisogno di traversate montane con scale

picozze , ramponi e tutto il resto, no. Bastano

scarpe buone, ne ho di nuove sai?

Ho personali , ricche, disposizioni proteiformi

dell’anima. Non continuare a chiedermi dove, quando,

oppure in che maniera soccorrere l’ombrosa quiete.

Sarà con sorriso d’alpe che avvicinerà

il pomeriggio, fra il faggio e il lillà ,in un maestrale

piovoso di parole che bloccherà la poesia in un

ovale di labbra.

Ho personali dimore, restrizioni, passaggi segreti

dove perdersi è possibile , traffico a scorrimento lento.

Non indirizzare lettere in posti consueti,

non ne varrà proprio la pena sai? Quando alzerai

gli occhi dall’abbraccio – così a lungo desiderato –

accarezzerai  il legno del tavolo dove si è posata

la mano e il calore sentito sarà quello che resta.

*

Paola Abeni | Poesie.

Da poco ho avuto l’occasione di incontrare la poesia di Paola Abeni, colpisce per la freschezza rarefatta delle immagini , che si unisce all’incisività della parola. Una poesia che mette a nudo i sentimenti , crea suggestioni di natura, scintillanti visioni , luminose risposte. Buona Lettura.

Daniele Gennaro

*

Passando sconosciuti

luoghi, simili a un dove,

silenziosamente scendo.

 

 

 

 

Immagino settembre, pozzanghera di sole sul mondo, tepore disorientato dal vento e ancora vento a far passare fruscii nelle vicine stanze.  Settembre nelle parole del bosco, quando le ombre chiedono le loro braccia. Contemplo quello che resta di un pomeriggio fatto d’erba e tentativi. Quasi fosse solo questo l’ardire di un inizio autunno. L’alta fronda scomposta chiama la mia sete e me. Divento semina e insieme il mio niente.

C’è questo rumore

addensato sopra

il cuore

ruvido al tatto

delle poche dita

come fiumana

incerta e schiva

alla vita

del mio primo

tempo. (altro…)

Carveriana – Daniele Gennaro

Thess Gallagher e Raymon Carver

Con questo intenderei aprire una serie di post sulla poesia Americana contemporanea, partendo da quello che potrebbe essere definito un outsider della poesia statunitense : Raymond Carver.
Ray, oltre ad essere quel meraviglioso scrittore di racconti che tutti conosciamo, è stato, per sua stessa affermazione, principalmente un poeta, anche se da molti il suo stile non è da ritenersi “poetico” perché sostanzialmente prosastico, ma questa è una vecchia querelle che non credo valga la pena di riprendere in questa sede.
Ray amava profondamente la poesia, è stata la poesia che l’ha introdotto alla letteratura. Vale assolutamente la pena leggere il breve saggio-racconto “Some Prose on Poetry” apparso sulla rivista “Poetry” nel 1987 e pubblicato con il titolo “Stella Polare” ne “Il mestiere di scrivere” (Stile Libero Einaudi, a cura di William L. Stull e Riccardo Duranti). In questo gustosissimo scritto Ray racconta il suo approccio, apparentemente casuale, con la poesia. “Tanti anni fa – sarà stato nel ’56 o nel ’57 –quando non avevo ancora vent’anni, ma ero già sposato e mi guadagnavo da vivere facendo le consegne a domicilio per un farmacista di Yakina…un giorno feci una consegna in una casa della parte ricca della città. Fui invitato a entrare da un signore molto anziano, ma lucidissimo, che indossava un cardigan. Mi chiese di aspettare un momento in salotto…in quel salotto c’erano un sacco di libri…mentre aspettavo e il mio sguardo vagava su tutti quei libri, notai che sul tavolinetto c’era una rivista con un titolo singolare e per me, sorprendente : “Poetry”. Ne rimasi colpito e la presi in mano. Era il mio primo contatto con una rivista letteraria oltre che con una rivista di poesia e la cosa mi lasciò di stucco. Forse mi feci prendere dall’avidità e così presi anche un libro, un volume intitolato The Little Rewiew Anthology, a cura di Margaret Anderson…non avevo mai visto prima un libro del genere – ne’ tantomeno, una rivista come Poetry. Continuai a leggiucchiare da una all’altra pubblicazione e in cuor mio comincia a desiderare di possederle. (altro…)

piccole poesie per l’estate |Daniele Gennaro (inediti 2010)

Codice giallo

Il punto credo sia questo: incastonare rapide
dalla sorgente al delta.
Restare attoniti con le risorse disponibili sì,
frequentare postriboli con la faccia al vento,
d’angelico rimessage affannarsi un poco,
rimpolpando pretesti per dare e avere.
Il punto potrebbe essere anche questo:
revisionare, inflessibile alle regole, le compiacenze
dell’altrui infelicità.
Occasioni non mancano a tale
proposito, mi invecchio solo a pensare alle
conseguenze nere di un simile atteggiarsi.
Non che manchino le occasioni per aggrovigliare
in maniera precisa le noiose baldanze di un brioso
amico che ancheggia passi alla Travolta in un
annisettanta da circo equestre.
Ne ho visti passare e ne ho visti in futuro
tagliare il traguardo dell’imbecillità fatta storia.
Un ultimo punto forse: lasciar correre conviene?
Non c’è risposta, c’è sagacia , urgenza da codice
giallo, lasciar correre sì.
Le diagnosi improvvisate cambiano il corso della
notte ai più sensibili di cuore. (altro…)

Kenneth Koch – Tre poesie

Insieme a Daniele Gennaro, presentiamo tre poesie di Kenneth Koch.
Un ringraziamento speciale va a Riccardo Duranti per i suoi sempre importanti suggerimenti e preziosi incoraggiamenti nel corso di queste traduzioni.

Un treno può nasconderne un altro

(cartello di un passaggio a livello in Kenya)

In una poesia, un verso può nasconderne un altro,
come a un passaggio a livello, un treno può nascondere un altro treno.
Ovvero, se aspetti per attraversare
i binari, aspetta un momento
almeno dopo che il primo treno è passato. E così quando leggi
aspetta di aver letto il verso successivo–
dopo di che puoi andare avanti con la lettura.
In una famiglia una sorella può nasconderne un’altra.
Così, quando le fai la corte, è meglio averle entrambe sott’occhio
altrimenti vieni a trovarne una, ma potresti innamorarti dell’altra.
Un padre o un fratello possono nascondere l’uomo,
se sei una donna, che stavi aspettando di amare.
Così davanti a qualcosa c’è sempre dell’altro
come le parole stanno davanti agli oggetti, ai sentimenti e alle idee.
Un desiderio può nasconderne un altro. E la reputazione di una persona può nascondere
la reputazione di un’altra persona. Un cane può nascondere l’altro
Su un prato, così se scappi dal primo non è detto che tu sia al sicuro;
Un lillà può nascondere l’altro e poi tanti altri lillà e sull’Appia
Antica una tomba
può nascondere un certo numero di altre tombe. In amore, un rimprovero può nasconderne un altro,
una piccola lamentela può nasconderne una più grande.
Un’ingiustizia può nascondere l’altra — un coloniale può nasconderne un altro,
Una vistosa uniforme rossa un’altra e un’altra ancora, un’intera fila. Un bagno
può nascondere un altro bagno
come quando, dopo il bagno, si esce sotto la pioggia.
Un’idea può nasconderne un’altra: la vita è semplice
nasconde la vita è incredibilmente complessa, come nella prosa di Gertrude Stein
una frase nasconde l’altra ed è pure un’altra frase. E in laboratorio
un’invenzione può nascondere un’altra invenzione,
una sera può nasconderne un’altra, un’ombra, un nido di ombre.
Una d’un rosso scuro o una blu o una viola — questo è un quadro
di qualcuno che copia Matisse. Uno aspetta ai binari che passino,
questi doppi nascosti o, talvolta, queste somiglianze. Un gemello identico
può nascondere l’altro. E possono essercene dentro anche di più! L’ostetrica
fissa la Valle del Var. Vivevamo lì, io e mia moglie, ma
una vita ha nascosto un’altra vita. E adesso lei se ne è andata e io sono qui.
Una moglie vivace nasconde una figlia goffa. La figlia a sua volta
nasconde la propria figlia vivace. Sono in
una stazione ferroviaria e la figlia tiene una borsa
più grande della borsa della madre e riesce a nasconderla.
Offrendosi di prendere la borsa della figlia ci si ritrova ad affrontare
quella della madre
e si deve portare, anche quella. Così un autostoppista
può deliberatamente nascondere l’altro e anche una tazza di caffè
un’altra, finché uno si innervosisce. Un amore può nascondere un altro amore
o lo stesso amore
come quando “Ti amo” all’improvviso suona falso e si scopre
che l’amore migliore è rimasto dietro, come quando “Sono pieno di dubbi”
nasconde “Sono certo di qualcosa ed è che”
e anche un sogno può nasconderne un altro come è noto, da sempre. Nel
Giardino dell’Eden
Adamo ed Eva possono nascondere i veri Adamo ed Eva.
Gerusalemme può nascondere un’altra Gerusalemme.
Quando arrivi a qualcosa, fermati per lasciarla passare
così puoi vedere cos’altro c’è. A casa, non importa dove,
anche i binari interni rappresentano un pericolo: un ricordo
di certo ne nasconde un altro, dal momento che il ricordo è proprio questo,
l’eterna successione inversa delle entità contemplate. Leggendo
Un viaggio sentimentale guardati attorno
quando hai finito, cerca Tristram Shandy, per vedere
se sta lì, dovrebbe esserci, e anche migliore
e più profondo e fino a quel momento nascosto come Santa Maria Maggiore
può essere nascosta da altre chiese simili a Roma. Un marciapiede
può nasconderne un altro, come quando ti ci addormenti e
una canzone nasconde un’altra canzone; un martellio al piano di sopra
nasconde il battito dei tamburi. Un amico può nasconderne un altro, ti siedi ai
piedi di un albero
con uno e quando ti alzi per andartene ce n’è un altro
con cui avresti preferito stare a parlare. Un insegnante,
un dottore, un’estasi, una malattia, una donna, un uomo
possono nasconderne altri. Fa’ una pausa per lasciar passare il primo.
Tu pensi, Adesso è sicuro attraversare e vieni colpito dal successivo. Può
essere importante
aver atteso almeno un momento per vedere cos’era già lì.

(trad. di G.C.) (altro…)

Dottori |Daniele Gennaro

Imbarcare acqua

il mio coraggio era acqua
comunque son qui ancora
non mi cerco un lavoro
mi chiedo cos’ho intorno
domani mi spaventa
(come parola)
mio marito si deve operare
vomita ha paura
gli fanno la colonscopia domani
lui pensa a sua madre
la chiama tutti i giorni.
non so
ci son delle volte che un altro
tempo altri uomini magari
imbarco polvere
son passati tanti anni
si masturba da solo di notte
lo vedo al computer
son solo emorroidi
fosse di peggio non sarebbe
poi male
la mia amica di Voghera l’ha fatto
adesso è punto a capo.
cos’è il pensiero del possibile?
non sai mai cosa trovi
lui mi tiene, sì.

Stalking

Palesemente gay un infermiere ammicca
Penso al mio tramezzino al pollo e insalata
Invece di sonnecchiare nell’incredibile
Pomeriggio volo con fringuellate luci.

Stalking parrebbe sì fino a contraria prova
Un referto in tal senso ti aiuterebbe lo sai
La denucia al vigile dopo
Lui si incazza di brutto mi dici ,sarà
Lo devi fare dico lui continuerà
L’ombretto è saltato dall’occhio sinistro
Al pollice inanellato d’argento
Occhi verdi sono quelli del gatto
Spaventato delicato tormento di voci
Lo avevi capito mi dici che un sorriso
Sarebbe virato verdognolo in blu
Ha mani grandi
Le volevi tenere sul seno il più a lungo
Che potevi amore diceva come sarebbe
Stata senza di te la mia vita?

T.S

Piangevo per niente
Non so perché
Parlavo con lui e piangevo
Secondo me è una febbre
Che non passa più
Chi si prende cura di me?
Non gli preparo più da mangiare
Anche lui sta male lo vedo
Vorrei che stesse peggio
Vorrei prendermi cura di lui
Prendere le pastiglie , non so.

Domenica sono uscita da sola
Ho passeggiato per ore
A mio modo mi sono divertita
Non sono più abituata
Al rosso del cielo alle nuvole
Torno a casa e ho il bianco
Del frigo
Sono in esubero di me stessa
Credo sia meglio fare così
Sì.

(altro…)

Da “Quattro Quartetti”: day three, day four, day five. Daniele Gennaro

Il terzo giorno si apre con mustacchiosi sbaffi di sole sul cuscino la finestra
Rimasta aperta per la notte il primo pensiero la letteratura accumulata sul comodino
Mia moglie dorme i figli chiacchierano ridendo sollevando pieghe rosse
Nel buio penombra assonnata con l’indice tolgo polvere dalla costa viola
Del libro.

Quello che vede o intravede il poeta sporgendosi dal suo teatro celeste
Meraviglierà probabilmente anche lui che di nulla si meraviglia
Durante la vita non aveva vissuto aveva bevuto molto conosciuto uomini
Chiesto con discrezione appuntamenti a donne incontrate nei caffè di Lisbona
Con poco o nullo successo pareva un piccolo pavone spaventato dalla sua coda
Quando parlava di sé veramente togliendo il pesante cappotto della finzione
Diceva di avere un cuore freddo una freddezza dolcissima stremata però al
Servizio dell’immaginazione e dell’intelligenza la trasparenza accecava di
Precisione il linguaggio non senti leggendolo odori né fruscii di carta solo specchi
Ombre lievi rumori di acque epifanie di colori temporali nascosti dietro le nuvole
Tessuti sfrangiati brandelli piccoli pezzetti di realtà solo luminosa nitidezza.
Pensarsi fuori dai confini venire pensato in realtà alla fine credo che l’avesse
Ridotto a un’ombra perduta nel nulla un sogno sognato per procura essere tutti
E nessuno allo stesso momento intrappolato nel segmentato pallore dell’esserci
Allora inventare Caeiro ad esempio gettarsi nell’estremità negata dell’anima
Dentro gli interminabili crepuscoli dell’occidente marino luce interminabile
Svende per poco il dolore sentito ripulendo il cuore dall’autunno dalla
Mistica invadenza della filosofia una grammatica della mente e dell’occhio
Contemplare la superficie della realtà ma l’infinito ritorna con de Campos
Il fluire della natura è rabbia prepotenza del cuore ritorno dei sensi inzuppandosi
Di alberi fiori abbeverandosi ai mari offendendosi per poco farsi rissoso ambulante
Malato inebriato retorico ingorgo di letteratura tutta antica e moderna.
Le tende si abbassano le cose troppo piccole per un cacciatore d’infinito ritornano
Le frantumate malinconie afferrare un pugno d’acqua nell’istante della sete.

La gola piena del gustoso sale della vita sì ricomincio da Whitman canto il corpo
Elettrico la forma femminile la libertà la musica la potenza dello sguardo la fame
Di terra mondo limiti forzati miti abbandonati sulla riva trasparente del fiume
Il viaggio di Pessoa riassume il prima il dopo l’andar per mare il ritorno il cammino
La forma e la dissoluzione delle cose l’innaturale presenza fermata dei venti.

Il cuore traduce in stupore delicato la perfezione innaturale del sentimento provato
Il lato celeste dell’uomo la grande avventura del viaggio terrestre siderale la forza
Tenace della fuga la descrizione presente dell’utopia e della speranza.
La poesia sapete è davvero in grado di salvare vite versi scritti con la mano
Che trema nelle periferie molli delle città dove il canale prende il colore dell’erba
La faccia nel sole e gli occhi ambrati di miele che si perdono nella dolcezza infinita
Geometrica e triste degli ultimi versi di Caproni.

(altro…)

James Laughlin ( 1914-1997) Editore, promotore culturale, meraviglioso poeta, sciatore. Di Daniele Gennaro

E’ per merito di Ezra Pound se il poco più che ventenne James, accolto alla “Ezuniversity” di Rapallo ( una sorta di tutoring privato che il grande poeta concedeva a pochi prescelti aspiranti scrittori) per alcuni mesi nel 1935, è divenuto uno dei più importanti editori ed organizzatori culturali della scena letteraria statunitense. Pound infatti, dopo il periodo di apprendistato, cacciò di fatto James dicendogli di tornarsene ad Harvard per prendere la laurea per fare dopo “something useful”. Far qualcosa di utile significava darsi da fare, usando l’ingente patrimonio di famiglia, per mettere su una casa editrice e pubblicare quegli autori amici di Pound che, tranne Hemingway, non avevano ancora avuto uno straccio di editore disposto a farlo.
James riuscì a farsi finanziare dal padre, proprietario a Pittsburgh di un’acciaieria, e fondò “New Directions”. Il primo libro edito fu un’antologia poetica comprendente lavori di Pound, Gertrude Stein, E.E. Cummings, William Carlos Williams, Elizabeth Bishop e Henry Miller (1936).
Dal padre James ereditò anche il senso degli affari, il primo libro targato “New Directions” fu distribuito da lui personalmente ( 600 copie) ai bookstores del Midwest. Nel corso degli anni 40 la lista degli autori pubblicati con sempre maggior successo di critica e pubblico ( che tempi quelli!!)
incrementò in modo esponenziale, i nomi – solo per citarne alcuni – : Tennessee Williams, Randall Jarrell, Paul Goodman, Eve Merriam. La lista degli autori nel corso dei decenni successivi si fece davvero impressionante, fu Laughlin a pubblicare Lawrence Ferlinghetti, Robert Creely, Gregory Corso, Kenneth Rexton, Thomas Merton e Robert Duncan. In una bella intervista apparsa sul New York Times Book Revue nel 1986, così James descriveva lo spirito che animava il suo lavoro:”…gli autori pubblicati rappresentavano sempre il nuovo, quindi inizialmente non ci si aspettavano grossi risultati commerciali…cercavamo di precedere il gusto del pubblico sensibilizzando la giovane generazione di professori nelle facoltà di lettere, che diventavano via via sempre più curiosi e promuovevano i nostri autori nei loro corsi”. Per Laughlin lo scopo principale non era quello di ottimizzare i profitti ma produrre qualità, se poi , grazie alle sue indubbie capacità manageriali, arrivavano anche quelli, bene, si reinvestiva tutto in nuovi autori.
Una grande passione di James era lo sci, sport che lo portò spessissimo in Europa sulle piste alpine, la passione lo spinse ad aprire una struttura alberghiera-sportiva nella località di Alta nello Utah, dove per un certo periodo dell’anno soleva passare il suo tempo. Il binomio lavoro-piacere era l’unico possibile per James ed è stato probabilmente il segreto del successo di “New Directions”. Secondo Massimo Bacigalupo è stato proprio questo aspetto a fare della casa editrice una realtà unica nel panorama editoriale americano, un punto di riferimento sicuro ma defilato, come il suo editore.
Non dimentichiamo inoltre che grazie a Laughlin il pubblico americano potè apprezzare per la prima volta autori fino ad allora sconosciuti, pubblicando traduzioni di Montale, Neruda, Queneau, Lorca, Pasternak, per non parlare poi del fatto che “New Directions” pubblicò un ancora sconosciuto Nabokov, e poi ancora Siddharta di H. Hesse, per non citare che i casi più eclatanti.

James Laughlin è più spesso conosciuto e ricordato per il suo lavoro di editore, meno per quello di poeta e scrittore. E’ spesso percepito come un poeta”minore”, forse perché non ha pubblicato molto nel corso della sua vita; ciò risponde , come opportunamente sottolinea Bacigalupo, ad un’aderenza connaturata ai suoi principi di economia, tanto da far pensare che la riluttanza ad autopubblicarsi di James fosse legata al fatto che avesse pensato che i suoi libri non avrebbero venduto almeno quanto quelli dei suoi altri autori. In realtà la sua opera ha suscitato nel tempo un interesse crescente da parte di editori raffinati come City Lights, Copper Canyon Presse e Moyer Bell, che nel 1994 ha pubblicato le massicce ( e autoironiche) “Collected Poems”.

La poesia di Laughlin emerge dalle temperie sperimentale del modernismo e approda, fin dall’inizio ad una forma comunicativa sobria, essenziale, funzionale, tendente ad ottenere il massimo risultato con il minimo spreco (secondo la mai dimenticata lezione di Pound).
A questo punto passerei la parola a Massimo Bacigalupo, forse il massimo esperto italiano di Laughlin, che nell’introduzione della bellissima raccolta “Scorciatoie”-poesie 1945-1997- (l’unico libro disponibile in Italia, peraltro da anni irreperibile), così scrive a proposito della scrittura di James:..”.Poesie come quadretti imagisti, chiuse in una gabbia tipografica prestabilita più che in una metrica sillabica o accentuativa. Pare che il metodo scelto da Laughlin fosse di mantenere i versi dattiloscritti sulla stessa lunghezza (= numero di battute) con uno scarto massimo di una o due battute fra riga e riga. L’effetto è di una prosa saltellante, in cui molto è legato all’a-capo o enjambement. Ma i periodi e la sintassi sono semplici e non di rado parlati…sicchè si crea una tensione fra enunciati assolutamente colloquiali e gioco dell’a-capo (o segmentazione), il che aumenta la sorpresa e il piacere della lettura attraverso la posticipazione della conclusione, una sorta di suspance o blandizia amorosa che dilaziona l’appagamento. I quadretti di Laughlin…sono per lo più fatti veri, “realia” che sono rimasti impressi nella mente del poeta. C’è sempre un sentimento, che può essere ironia, satira, passione, nostalgia, e che viene, secondo il sempreverde principio eliotiano, “oggettivato”. Gli anni in cui si collocano le storie di Laughlin vanno dal decennio 1930 con la sua dolce vita alle soglie della tragedia, agli anni ’40 con le immagini dell’Europa in macerie, agli anni ’50 quando James mette a punto il suo linguaggio in raccolte di un certo spessore (The Wild Anemone, Selected Poems). Dopo una pausa piuttosto lunga, in “Another Country (1978) avvia la serie felice dei volumi pubblicati in età avanzata, con il poemetto eponimo in stile “Amarcord” con le sue tenere scene di vita da spiaggia, molto idealizzate ma indimenticabili: un idillio italiano creato con tanti piccoli tratti lucidi e commossi.
Nell’ultimo decennio di vita Laughlin ha cercato di dare una sistemazione narrativa al suo perenne viaggio nel passato…ha scritto diverse centinaia di pagine di un poema autobiografico, “Byways”, cioè “strade secondarie”, “viottoli”, “scorciatoie”…Gli argomenti sono gli stessi delle poesie, solo su una maggiore estensione: figure bizzarre, episodi dell’infanzia, maestri e amici (a William Carlos Williams è dedicato tutto un volumetto di sessantun pagine edito a parte) soprattutto amori. Anche riflessioni sulla poesia, le sue origini misteriose, la sua necessaria stringatezza e chiarezza. Si noti a questo riguardo la vena surreale che serpeggia volentieri fra i testi di Laughlin, una delle cui forme preferite è l’apologo…per lui lo scritto vale in quanto espressione formalizzata di un vissuto, interrogazione e risposta sul senso del vivere attraverso i suoi eventi grandi e piccoli. E come si vedrà, egli non esita ad affrontare momenti alquanto tragici, quali il suicidio del figlio, e ne esce dando prova ancora una volta di saggezza poetica e umana.
“Byways” ha suscitato delle critiche prevedibili per la sua impenitente prosaicità(“prosa tagliata a pezzi” la definiva uno scrittore accademico, come ve ne sono sempre tanti in America)…ma Laughlin ha da sempre una certa sovrana indifferenza per i trucchi della retorica e a volte sembra lasciare apposta in sospeso il discorso, senza una parola conclusiva che dia l’illusione della chiusura. In ciò egli è molto più aperto di tanti zelatori dell’indeterminazione e della semiosi illimitata; la libertà dall’ossessione di concludere è uno dei meriti della poesia leggera, un lusso che si può concedere solo un poeta che ha deciso di essere minore, ma che finisce con il catturare nelle sue pagine uno spaccato di vita di grande spessore e rappresentatività.
Laughlin è uno dei pochi poeti che non si possono mettere giù. Inoltre quello che apprendiamo non è solo un fatto specifico per quanto affascinante ma anche un atteggiamento nei confronti della vita, di disponibilità, accettazione, umorismo sornione, perenne freschezza. E qui passiamo dall’informazione, la funzione referenziale del testo, alla poesia”.

Di seguito una mia selezione di poesie. Tutte le traduzioni sono di Massimo Bacigalupo, tratte da “Scorciatoie” Poesie 1945-1997, Poesia del ‘900-Oscar Mondadori- 2003. Il libro a mio avviso non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni appassionato di poesia. Ringrazio l’amico Elio Grasso per avermelo fatto conoscere.

La selezione non è in ordine cronologico, ma piuttosto in ordine “narrativo”, nel tentativo di ripercorrere, con le parole di James Laughlin, la sua storia di uomo e poeta. Grazie a James, fonte continua di istruzione alla poesia.

Provo un certo orgoglio

per il fatto che nei miei versi
non è difficilissimo vedere
quel che sto cercando di dire.

Ezra

Poi venni a Rapallo,
era il 1934, ero uno studente
annoiato dalle convenzioni accademiche
di Harward che voleva arrivare alla sorgente,
imparare la poesia dal migliore
poeta vivente, e tu mi ammettesti alla
tua Ezuversità dove non c’erano tasse
d’iscrizione, il miglior pensatoio dai giorni
di Bononia (1088). La letteratura, dicevi,
“literachoor”, è notizie che restano
notizie, e citavi un certo nonnino
di nome Rodolphus Agricola:
Ut doceat, ut moveat, ut delected,
fà che insegni, che tocchi il cuore,
che dia il piacere. Tu mi hai istruito
e commosso e mi hai dato grande
piacere. La tua conversazione era
lo spettacolo più divertente in paese,
tutto quello che avevi mai sentito o letto
fresco come quando ti era entrato
in testa. I libri che mi prestavi
erano pieni di commenti ironici sul margine:
Frankie il Ciccio (cioè Petrarca)
aveva un assistente che inseriva gli aggettivi
nei suoi versi, non importa dove; e
Aristotele era Harry Stottle,
uno che tagliava a metà un capello
ma così bene che aveva ancorato il pensiero
umano per 2000 anni; e Aristofane era
Harry-Sotto-Sottane, gran belle pagine
su vespe e rane. Credevi di
essere la reincarnazione di Sesto
Properzio, il tuo poeta latino
preferito, dicevi che Properzio aveva
dormito come Rip van Winkle dal 16 a.C.
e riscrivesti i brani migliori dal tuo
idolo in inglese, aggiornando le idee
del buon Sesto secondo le tue
inclinazioni. Nel tuo studio,
per non perderli, appendevi
gli occhiali, le penne
e le forbici con fili sopra
la tua scrivania. Avevi due
macchine da scrivere perché una
era sempre da aggiustare per il
gran pestare che facevi: le
tue lettere erano spesso piene di
maiuscole per evidenziare. Leggesti
le mie poesie e cancellasti metà delle
parole dicendo che non servivano.
Mi consigliasti di non perdere tempo a
scrivere prosa perché Flaubert
e Stendhal e James Joyce avevano
fatto tutto quello che si
poteva fare in narrativa. Dicono
che eri scorbutico, sarà vero, ma solo con
gente che lo meritava, professori
sciocchi occupati a uccidere la poesia
e banchieri internazionali dediti
all’usura e mercanti di cannoni
che vendevano armi per far
cominciare un’altra guerra.
Elucidavi i misteri
eleusini che erano una chiave
della tua religione composita, tutta
la faccenda del dromena e della epopteia,
era l’epopteia a mandare lo sperma
su nel cervello dei maschi dandogli
intelligenza. Amavi i gatti e i gatti
amavano te. Certi giorni salivamo
per le salite sassose delle colline
sopra il paese, attraverso gli
uliveti e i piccoli orti dei contadini
dove i gatti erano fermi in cima
ai muretti di pietra; ti stavano
aspettando, sapevano che gli portavi
un sacchetto di avanzi dalla tavola
da pranzo. Li chiamavi:
“Micio, micio, vieni qua,
c’è da mangiare”. Un giorno
che distribuivamo il rancio
presso la chiesetta di San
Pantaleo abbiamo discusso cosa
avresti fatto con i soldi del
Premio Nobel quando finalmente lo
prendevi, pensavi che uno chef
sarebbe stata la cosa migliore perché
eri stanco di mangiare all’
“Albuggero” Rapallo, ma gli svedesi
non te l’hanno poi dato, erano
troppo lenti per capire
i “Cantos”. E quando lo scultore
Henghes ( cioè Heinz Winterfeld
Clussman ) fece a piedi
tutta la strada da Amburgo
a Rapallo per vederti perché
aveva sentito che eri stato
amico di Gaudier, e arrivò mezzo
morto di fame, l’hai sfamato e
fatto dormire nel grosso canile sulla
terrazza ( non c’erano letti
liberi nella mansarda) e lo portasti nella bottega dello
scalpellino che produceva pietre
tombali e gli hai fatto fare credito
per un blocco di marmo, in cui scolpì
il suo “Centauro seduto”, e glielo
vendesti alla Signora Agnelli,
quella della Fiat di Torino; e questo
fu l’inizio della fama e della
fortuna di Henghes (e il disegno per
il Centauro divenne il colophon di
New Directions ). Dicevi che ero
un poeta terribile. Era meglio che
facessi qualcosa di utile per esempio l’
editore, una professione per la quale
( lasciavi capire ) non ci voleva talento e
solo l’intelligenza limitata.
E dopo pranzo ti coricavi
sul letto con il tuo capello
da cowboy per ripararti dalla luce
della finestra con il grosso dizionario
cinese posato su un cuscino sul tuo
stomaco, e fissavi i caratteri,
cercando la traccia del significato
nella calligrafia. E anni più
tardi il professore chiese a tua
figlia di definire il tuo metodo
ideogrammatico di composizione di
Cantos e lei ci pensò un momento e
rispose che guardavi nel profondo
dei caratteri per trovarne la
verità, una risposta giustamente
confuciana. Così hai scritto le tue
versi dello “Studio integrale”
e delle “Odi” facendo innoridire i
sinologi, ma la lingua
è immortale. E amavi citare le
parole di Confucio : ” Tutti possono
compiere eccessi, è facile andare
oltre il bersaglio, è
difficile stare fermi nel mezzo.”

(altro…)

Daniele Gennaro – poesie scelte (post di natàlia castaldi)

 

Jerry Uelsmann

La prima legge di Johnson

 

Se un congegno meccanico si rompe, lo farà nel peggior momento possibile,
se un congegno d’amore si rompe lo farà sempre nel peggior momento possibile.
La simmetria dell’ospite con la casa si romperà quando l’alito diverrà pesante:
passanti allora dalla finestra udranno il clamore del silenzio battente.
Sillabando promesse l’ospite si stupirà deluso del sentire voci, tremori essenziali,
antipatiche colorazioni d’invidia, l’ esclusività del piacere non è amicizia è sbaglio,
convivialità trattenuta in gesti guasti d’odore (in questo il padrone di casa è maestro).
Parliamo del tuo essere obliquamente perfetta, assorta in pensieri, presente alla vita
comunque ,presente alla vita della vita che scorre impalpabile d’ombre.
Ecco, principalmente il congegno si rompe quando il flusso d’ordine delle parole
incespica in calcoli sfumati, sferruzzati margini imperfetti di dialoghi inutili.
E il congegno della poesia?

Quello non si potrà mai rompere amici: il congegno della poesia è cosa assai semplice,
la velocità del pensiero allinea leopardi, gazzelle, case vuote, paesaggi venusiani,
piramidi azteche, navi rompighiaccio, temerarietà, spirito di corpo, alcolici passi,
sternuti, pioggia su visi innamorati, incurante delle movenze sbagliate, degli ombrelli rotti.
Poesia non è fantasticare inutile, poesia è prendere dalle cose, e di cosa in cosa sfalsare
il punto di vista, spostare lo sguardo dall’imperfezione della malinconia al piacere della
cronologia ritrovata, inappuntabile, fra il letto e lo scrittoio.

*

be-bop

Prendi le mie labbra e attraversale di sogni
Sotto il parlare fitto collinare deragliato
Non le prendere con posizioni d’ancia
Ma appuntite di trumpet con sordina
Per un magico spelling: says never die.
Sotto il parlare fitto sorrisi buffi e soli
Coccinelle viaggianti ridanciane felici
Cestinate le troppe falle del giorno (un chè)
Di frequente riscontro è il dormire-sogno
Con pellegrinaggi celesti alla Mecca sbagliata
Ubriaca del sole Medina d’incastri sonori
Illuminate coriste all’Apollo di Harlem
Risollevano crepuscoli e li portano freschi
Alla notte del jazz.

(altro…)