Daniele Campanari

Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

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Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

di Daniele Campanari

Nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, lo studente non aveva l’odore della sigaretta accesa o le gambe corte; tratteneva un libro con la mano destra. Sulla spalla sinistra portava una borsa – conteneva forse altri libri? -, schivava una bottiglia di birra vuota, seguiva voci possedute tra gli scaffali. Entrava alla libreria Assaggi: è qui la festa. Usciva, tratteneva ancora quel libro con la mano destra che era pagina pure lei, su quella mano si poteva andare a capo tracciando le righe di una prossima poesia. Procedeva dritto, affiancava il Verano, osservava la cinta del monumento, la stringeva arrivando in piazza dell’Immacolata. È anche qui la festa.
A San Lorenzo è nato un Festival di poesia che ha saputo camminare, farà i primi passi sabato 26 maggio. Non si tratta di un movimento divenuto consuetudine in molte parti d’Italia, collezione (“Il termine sinteticamente riassume alcuni degli aspetti di Langue, lascia di proposito alcuni contorni sfumati. È un invito a chiedersi cosa sia la poesia”) di poeti vivi, ma parola respirata: respirare parola camminando.
Si chiama Langue il primo Festival di poesia a San Lorenzo, Festival curioso per tanti motivi. (altro…)

Alessandra Fichera, “Per vederti fiorire”. Nota e scelta a cura di D. Campanari

copert (1)Per vederti fiorire
di Alessandra Fichera

 

 

Alessandra Fichera è giovane. Essere giovani – e poeti – è una fortuna se si possiede uno sguardo attento e concentrato sulle cose che accadono: «Tu mi guardi, con il viso del crociato […] la fierezza di aver conquistato/ la tua Gerusalemme», dice Alessandra in una poesia che guarda a se stessa, che inizia con «Mi hai devastata dall’interno». Come a dire che nessuna conquista è possibile se non c’è stata, prima, devastazione, se tutto non è riportato all’origine. In questo caso, nel caso dei versi in questione, a rendere mansueti gli organi – riconducendoli allo stato iniziale – è «la delicatezza della mantide che succhia […] fino al sangue».
Una netta contrapposizione sta al significato delle parole come all’utilizzo che se ne fa. I versi allora colpiscono come in un’equazione devastante, appunto: devastatadelicatezzasangue; dove sangue e devastata trattengono una X che è proprio la delicatezza.
In questa traduzione della tragedia – a che livello, poi, si vedrà – appare una costante della letteratura in versi o prosaica come la morte. È la morte della vergine, una bambola con le labbra tumefatte, che raccoglie – soprattutto da senza vita – tutti intorno.

© Daniele Campanari

da Per vederti fiorire, CartaCanta, 2017

 

Mi hai devastata dall’interno,
la delicatezza della mantide che succhia
dal fiore il suo frutto, fino al sangue.

La cesura tra me e te è stata abbattuta:
vinta mi accascio a ricompormi,
stiro le gambe per rimetterle in vita.

Tu mi guardi, con il viso del crociato
vittorioso che torna a casa.
la fierezza di aver conquistato
la tua Gerusalemme.

 

La morte della vergine

Eravamo tutti attorno a quella bambola
a toccarne per l’ultima volta la dolcezza
a sistemare i capelli
mettere il rossetto
spruzzare il profumo.

Morivano le labbra tumefatte
sotto quel rosso fatale
e gonfio era il ventre.

Non più respiro –
non più un nome
da quella bocca che tanto aveva riso:
sembrava solo un lieto ricordo
le ore di sole lontane dal letto
le candeline, i compleanni
e ogni anno la preghiera
di ritrovarti sempre.

 

alessandra fichera fotoAlessandra Fichera. Nata a Caltagirone (CT) il 4 novembre del 1994, si è laureata in Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Siena. Segnalatasi in occasione di vari concorsi e premi di poesia, Per vederti fiorire (CantaCarta, 2017) è la sua prima raccolta di poesia.

Daniel Salguero Díaz, “Libro de los regresos”. Nota e scelta a cura di D. Campanari

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di Daniel Salguero Díaz

 

 

«Dobbiamo vivere questo tempo senza fretta», dice il poeta. E aggiunge: «come due estranei/ che hanno abitato in una casa estranea.» È la distanza più vicina delle pareti di una stessa abitazione a raccontarsi in questi versi dello spagnolo Daniel Salguero Díaz. La poesia, ancora una volta, è malinconia nel tempo delle persone perse eppure presenti da qualche parte che non siamo noi. Più avanti, Díaz usa la parola “diluire” – che diventa diluirci – per dire di un amore liquido che sa fondersi col resto della casa: corridoi, porte e finestre. Tutto «in questa luce che a volte/ lo riempie.»
È netto il ricordo anche nell’altra poesia qui proposta in cui ri-torna Ulisse nei versi di un poeta – il mito che non smette di essere raccontato perché è mito, appunto, immortale. «Parliamo ora di tornare indietro e reinventare/ la nostra memoria», come a dire che se solo si potesse ricominciare la vita daccapo si farebbe ciò che non è stato fatto, «Parliamo alla fine di ritornare.»

© Daniele Campanari

Due poesie da Libro de los regresos, La isla de siltolá
(traduzione di Gloriana Orlando)

 

1.

Hemos de habitar este tiempo sin prisa, como dos extraños
que moraran en una casa extraña y fuesen dejando
pequeños rastros de su vida en las estanterías y cajones.
Una fotografía de la infancia, un disco de vinilo de Billie
Hollyday, un libro de Cortázar, el primer reloj regalado…
Descubrir cada día cosas nuevas en los estantes y leer al
otro ser en los objetos, en los recuerdos, en las miradas
esparcidas por la casa. Hemos de diluirnos en estos ríos de
pasillos, puertas y ventanas, en esta luz que lo llena a veces
todo, y otras veces todo lo apaga en soñolientos atardeceres…
ser la noche y los niños que imaginan estrellas
en el techo de la habitación dormida… Ser la humedad
entrelazada que los amantes han dejado en las sábanas,
y también el amanecer de lejanas calles que despiertan
con su eco de desayunos rápidos en la cocina. Hemos de
habitar este espacio, este instante… esta casa que nos irá
habitando poco a poco, para que al fin podamos habitarnos
nosotros mismos. (altro…)

Daniele Campanari, poesie da “Corpo disumano”

 

se mai con le mani ci suonerai qualcosa
non eravamo buoni in quella lista da depennare
non eravamo il momento;
ma nella parola momento c’è il tempo impegnato
dalla lingua per scavalcare i denti e cos’altro.
quanto eravamo lenti, vero, la mattina è il preascolto della giornata
e per gli altri, questi in fila, come fai a tenere l’angolo in disuso.
cosa non va nell’apparire come carne propria
le cose che fai e non dici, queste cose sono fasi
semmai infilzaci, infilaci il berretto semmai
se mai con le mani ci suonerai qualcosa

*

le cose sono come miopia
lo scoglio appena bianco, vedi, è un pescatore di pinne
e l’attrazione è il pescato di tutte le albe vicino a casa tua.
è qui che vieni ogni martedì di scuola e io che non pensavo di venire qui:
non avevo contato le meraviglie del mondo ma sapevo della tua faccia.
le cose, qui, le cose sono l’immenso, le cose come questo mare
le cose elementari che mangiano questi pesci si chiamano organismi
è che non sapevo di vederli qui.
quaggiù, proprio sotto ai mignoli, c’è lo scoglio appena bianco:
ti chiedo se sei felice e io non sono felice, non te lo dico
è che le cose, qui, le cose sono come miopia

*

le parole pesano solo qualche grammo
è chiaro cosa pensiamo immaginandolo dal parabrezza:
avrebbe un naso simile a un flauto
– gli avevamo promesso di restare –
e lo immaginiamo incompreso dal punto in cui il collo è piegato
ma dobbiamo rassicurarlo sull’operazione:
“questa incisione ti sfiorerà”
– dovevamo dirgli di smettere di scalciare –
riconosciuto come un chiodino arrugginito
lo avremmo chiamato Diego
e ora ci guardiamo cercando l’occhio che somigli,
ma per le nostre bocche le parole pesano solo qualche grammo

*

affacciandomi al terzo piano
non ho visto nient’altro che un cardellino
strofinarsi all’antenna elettrica del palazzo.
ho avuto due certezze:
il cardellino verrà stroncato
e io non so volare

*

Il corpo nuovamente! Declinato ancora una volta in poesia, come già altre volte negli ultimi anni, per non dire negli ultimi decenni. Nulla di originale perciò, qualcuno potrebbe replicare. Eppure già nel titolo, in quell’attributo “disumano”, si comprende dove miri la ricerca di Daniele Campanari; non è più nemmeno una questione di disappartenenza, o di abitare finalmente il corpo che si è sempre voluto vivere (come nel caso della poesia di Vivinetto [qui]): è proprio l’elemento umano che viene meno, malgrado ci siano nei versi continui e costanti riferimenti a una realtà totalmente antropomorfizzata, antropocentrica. La visione stessa della realtà si rende miope perché è miope la percezione umana della realtà in cui vive. E da una dimensione del tutto privata, ossia l’esperienza diretta del poeta, il passo a una dimensione universale è breve: come il prendere atto dei limiti umani nel non saper volare, mancata esperienza che chiude la quarta poesia qui sopra proposta.
E più ci si allontana dalla propria sostanza e dalla propria essenza, più aumenta quell’essere disumani a noi stessi e a tutti. E forse il divario si apre proprio nello spostarsi dalla notte al giorno, ossia, secondo la bipartizione del libro, dalla dimensione prettamente privata a quella pubblica (un procedere che a me fa pensare al Tondelli di Biglietti agli amici). Ma non sono così certo che gli ambiti possano e debbano essere visti in modo netto e antitetico dal momento che lo sguardo appartiene sempre allo stesso individuo; e ad autorizzarmi a fare questa piccola considerazione è l’autrice dell’introduzione alla raccolta di Campanari, Simona Baldelli, quando a un certo punto parla di «amalgama di intimo e pubblico, irruenza implosa e frenetica inattività», con questo bellissimo ossimoro che tutto dice dei nostri tempi.

© Fabio Michieli

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Daniele Campanari (Latina, 1988) è giornalista, speaker radiofonico, autore e doppiatore pubblicitario. Collabora con diverse testate cartacee e online. Si occupa di arte e cultura, oltre che di cronaca bianca. A marzo 2017 ha pubblicato la raccolta di poesie Corpo disumano (Oèdipus). È membro dell’Associazione “Libero de Libero” che promuove la cultura in versi, organizza il Festival di poesia “Verso Libero” e il Premio Solstizio per opera prima.

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La vita (ora) sconosciuta di Dentello

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La vita (ora) sconosciuta di Dentello (La Nave di Teseo)

di Daniele Campanari

Crocifisso Dentello rappresenta il presente letterario per almeno due motivi: il primo arriva da una specie di lamento sul web, lamento che è poi diventato “caso” con Finché dura la colpa (Gaffi) e in seguito “conferma” per La vita sconosciuta (La nave di Teseo). Il secondo è che Dentello ci ha lasciati. Una scelta probabilmente ponderata che fa dell’autore forse l’unico caso di “Suicidio mediale”, che in termini meno scabrosi traduciamo come “abbandono di Facebook”.
Ma come, Dentello volta le spalle agli internauti? Non proprio. Lo ha raccontato lui stesso con un post ricordando che non è un uomo con una parrucca in testa e il naso rosso, ma uno scrittore che ha bisogno del rumore della vita vera per produrre verità su carta. Ecco dunque che la sua esistenza diventa (ora) sconosciuta, così come sarebbe giusto che fosse la vita di ognuno prima di arrivare alla stretta di mano.

La vita sconosciuta è un romanzo che si colloca nell’immaginario mondo del “magicismo”: condizione di mezzo che compatta la magia col misticismo. Leggendolo sembra di sentire la voce di Crocifisso – il suo autore – la voce ponderata di un tuttologo (essere tuttologi non è un difetto, anzi, nel caso specifico si tratta di un invidioso pregio). Io che la voce di Dentello l’ho sentita riprodotta soltanto dalle casse del Pc non ho faticato ad accostare il linguaggio proprio de La vita sconosciuta al suo utilizzo pubblico, un linguaggio riconducibile esclusivamente a chi se l’è costruito; ed è questa la sua più grande forza.
La vita sconosciuta sta dalla parte di Ernesto: un tipo che prenderesti a sberle per il suo parevole vittimismo decretato dall’attaccamento verso Agata. Un attaccamento talvolta ridicolo. Secondo programma sintattico, l’uomo è il protagonista della storia. Ma per essere tale necessita di Agata, la donna – colonna portante della vita – vestita a festa affianco alla bara dove ha lasciato – senza saperlo – un grande segreto. È una presenza-assenza quella di Agata, vista la condizione da defunta che fa del suo abbraccio soltanto un ricordo. Un abbraccio che Ernesto non ha intenzione di dimenticare costringendosi al piacere sessuale. Si tratta di un piacere clandestino, il segreto che rende sconosciuta l’esistenza più evidente.

Senza pronunciare una sola parola – imparai presto che parlare significa ridare al corpo un’identità e dunque disinnescare la libido – mi inginocchia e succhiai con voracità a me sconosciuta. Sentivo le mandibole gemere, la lingua diventare ruvida. Il tunisino mi afferrò la testa per guidare il ritmo della mia fellatio. La pressione del suo palmo sui capelli fu al pari di una carezza, un tepore che mi scivolò come un balsamo su tutto il corpo.

Per descrivere le avventure nei parchi Dentello utilizza una parola colta che richiede una custodia importante. Questo utilizzo evidenzia capacità limpide dello scrittore già note ai più, ma si arrischia a diventare materiale di distanza per chi sperava di portare a termine la lettura entro ventiquattro ore. Non solo, quanto viene raccontato risulterebbe scandaloso per chi tende a mettere due mani davanti agli occhi della realtà, eludendo ciò che c’è di più vero nelle società dei secoli. Siamo ai limiti dello scandalo quando Ernesto si fa penetrare da un pene lubrificato dalle sue stesse lacrime, un pene appartenuto a uno straniero pagato con un pacchetto di sigarette; siamo ai limiti dello scandalo quando il solito Ernesto masturba l’amico al quale avrà tirato, in seguito, una trappola mortale. La trappola, appunto, che esiste nella storia laddove compaiono le lotte di classe, della politica, le battaglie guidate dal suono delle bombe artigianali, per un materiale a stretta portata mnemonica dell’autore. Comunque lo scandalo non si raggiunge mai. È una letteratura nel senso più accurato del termine, senza sbavature e senza segnali di noia, una letteratura che fa di Dentello un personaggio da tenere d’occhio all’interno del complesso e variegato sistema della narrativa italiana.
A questo punto azzardo un all-in letterario proponendo all’autore la riproduzione di Ernesto che non sia fatto della stessa sostanza dell’essere sfigato davanti al lavoro, ma un uomo nuovo capace di ristrutturare la parte fiabesca di un’Italia difficile. Sarebbe una storia a lieto fine come forse non se ne vedono più, certo, ma anche una sempre possibile riconversione della natura.

Su “L’ospite” di Elisa Biagini (di D. Campanari)

Elisa Biagini, L'ospite (Einaudi, 2014)

Elisa Biagini, L’ospite

di Daniele Campanari

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Un detto popolare dice che al terzo giorno di permanenza nello stesso spazio anche l’ospite più prestigioso puzza. Si tratterebbe dello stesso odore clandestino prodotto dal pesce abbandonato in frigorifero.
Anche L’ospite (Einaudi, 2014) di Elisa Biagini emana un odore. Sia chiaro da subito, non si tratta dello stesso cattivo odore di cui sopra, ma di un sorprendente profumo che arriva al punto più alto dell’emozione.

Tra noi la voce non
conduce e arriva, come
phon dentro l’acqua
ma si ferma come d’interruttore […]

Soltanto qualche verso dopo c’è il blackout, per una logica sentimentale prima che di tecnologia.
In questi versi, gli stessi che appaiono sulla copertina del libro, la Biagini introduce l’ospite che vive l’intera raccolta. Volendo essere curiosi, si chiede quale sia la sessualità dell’ospitato. Ebbene, questo sembra essere l’unico desiderio esaudibile alla richiesta: potrebbe trattarsi di cugina, madre o sorella; comunque è una donna.

A noi ci lega
un altro ramo
di questo albero
[…]
Ho i tuoi pezzi di
corpo
[…]
certo te, ma non tutta […]

La poesia di pagina 67 è stata fatta volutamente a pezzi – e non è un crimine –  per capire come alcuni passaggi poetici, seppure divisi, abbiano un legame. Lo stesso legame di cui parla l’autrice quando vede – oppure immagina – l’albero che ha di fronte. Che questo albero assuma sembianze umane, poi, è soltanto una ridefinizione usuale della natura.

Se ogni volta che
sudo ti perdessi sarei
a buon punto:
non torneresti in
gola la mattina ma
sindone di te nel mio
lenzuolo

In quest’altro caso tracciato l’autrice offre una perla rara, un’immagine ancora una volta corporale guardando il sudore che cadendo diventa persona. E prosegue trasformando questa essenziale fonte in sacralità ricordando il volto di Cristo spalmato sul famoso lenzuolo.
Quella di Elisa Biagini è una dedica continua, a una voce sola, che spesso ha a che fare col cibo: fra noi, come/ la panna del/ latte, la pausa/ troppo lunga/ di ghiaccio che/ cede, il bianco/ che ci beve.
Niente di strano pensando a questo come elemento fondamentale per la sopravvivenza tenuta in casa, all’ospite come soggetto ambientato tra le stesse quattro mura.
L’Ospite non è quindi un’intimità segreta che svolazza su luoghi insicuri. Tutt’altro, l’Ospite di Elisa Biagini è una precisa certezza.

 

Estratti

ed io che sono
senza vista ai
raggi x, dovrò
sfogliarti per
vederti davvero,
dovrò
sbucciarti
per trovarti
la polpa.

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*

mi hai fatta
a maglia,
per
questo il mio
biancore, il
non reggermi in
piedi, no anemia:

per vedermi meglio
dentro, per entrarmi,
attraverso queste maglie
troppo larghe.

.

© Daniele Campanari