Daniela Scuncia

Daniela Scuncia, Tre poesie

Non esiste il silenzio nella mia stanza.
Pensavo agli occhi dei pesci stamattina,
allo sbadiglio dei neonati:
riescono sempre a sorprendermi

ad arco tesa, lungamente attesa,
inutile lo schiocco
– il riscatto della freccia –
e in un tempo
.                         scoprire
.                                       rivelare
.                                                    morire
dentro il bocciolo, senza sapere il profumo
che un attimo prima appariva certezza.

 

Gemmano i mandorli senza le foglie
spargendo le brune saette
del biancore di nuvolaglia
col moto gentile di stella
si lasciano fiorire.

Nei miei occhi la morte è gentile
si lascia scoprire nell’ombra di miele
ne sento l’odore, l’antico piacere.

S’attacca alle cose disperse
la coda dell’occhio distratta,
– nostalgico lampo –
a spezzare la carne
arrossare l’abisso
e fiorire nel gelo.

 

Ho il vizio di vivere
e non so come smettere
come l’ombra cucita agli scarpini
non si allontana neanche a luce spenta.
Mi ha preso nell’unica forma
– legate le vene ai polsi
stipata di umori furtivi –
trabocco nel vento di aprile
così fatuo e perverso di fiori.

© Daniela Scuncia

#PoEstateSilva #19: Daniela Scuncia, Tre poesie

 

Parigi 2015, foto gianni montieri

PoEstate Silva #19: Daniela Scuncia, Tre poesie

*

 

Ho la giacca senza un bottone,
la mia testa è senza un occhio,
alla mia gamba manca il piede.
Tutte cose perse
cercando qualcosa
ma non ricordo
cosa ancora manca.
Mi sembra di aver dissipato
molto, in questa ricerca:
me ne vergogno.
Resto allora nascosta,
all’ombra del più recente consiglio.

Quieta, mimetizzo
il mio stupore, dolore.
Prendo fiato.

*

Ho imparato a mettermi
comoda nella mia prigione
con i quadri alle pareti
imbiancate di sole
e il ritratto della mamma
sul tavolino da caffè.
E tutto profuma
di cannella e peperoncino.

Tante piccole prigioni
una accanto all’altra
fanno una città piena
di case luminose di zucchero
e cloralio, finestre aperte
dipinte sui muri, tavolini
in bilico sui nasi delle mamme
ferme ormai da tempo
nel ritratto, spento lì
prima della buonanotte.

Fugge e tramonta il sole
ed è di nuovo autunno
e cadono come foglie i denti
e chiami casa quello
che hai costruito
con solo quattro assi
e un forno.

*

Prova la foglia a fuggire dal ramo
l’acqua a scalfire la roccia.
Provo a resistere senza apparire
partire senza dolore
a mascherare l’esistere
e a piccole chiazze dormire.
Spezzare una sola lancia
per non avere nulla da dimenticare.

Passare in dissolvenza.

Provare a restare.

*

© Daniela Scuncia

 

Daniela Scuncia, Etichette

Daniela Scuncia, Etichette

*

Le etichette. Ecco quello che adoro leggere. E non ne sono mai sazia. Mi spiegano nel dettaglio composizioni, percentuali, la famosa RDA giornaliera, e poi mi piace rintracciare tra le righe, particolari insidiosi che mi diverto a diffondere. E così tra le amiche dirò: ”Ma lo sai che quei biscotti contengono il 3% di amido geneticamente modificato?” o ancora meglio “I grassi saturi di quella merendina sono di tipo indigeribile, si depositano sul fegato e non te li togli più per tutta la vita!”.  Amenità salutistiche  o pseudo, ricercatissime come tartufi e più preziose dell’oro. E le etichette dei vestiti? Viscosa- elastam- poliammide, o cotone-alpaca, alpaca dico io? E poi lana, ma non pura lana vergine quella è un’altra cosa. Questo è un mondo a parte. Tutto da scoprire con la lente d’ingrandimento da Sherlock  Holmes.  Così mi aggiro in un mondo qualificato, certificato nel minimo dettaglio, pronta a scoprire la magagna sotto gli occhi di tutti, proposta in modo che ognuno possa leggerla, ma forse non tutti capirla.

Tuttavia, l’altro giorno mentre mi aggiravo tra i banchi del supermercato, ho cominciato a vedere le etichette attaccate alle persone: avvocato, insegnante, maestra, elettricista, disoccupato. È stata la mattina dei mestieri. Tutti andavano con la loro targhetta scritta sulla spalla, sulla fronte o sulla schiena e la propria qualifica. Mi bastava girare attorno a qualcuno per scoprire: idraulico, ladro, marchettaro. Studente, bancario, assistente, commesso, sarta, operaio, impiegato, segretario, dattilografo, imbianchino, badante, tutti proprio tutti mi sono passati davanti agli occhi: medico, chirurgo, infermiera, ammalato, pensionato. Con i loro cartellini multicolori mi si presentavano muti nel loro essere nella società. Tutti segnalati, chiari, semplici, nella qualità di: dallo spacciatore al professore.

Questa cosa veniva notata esclusivamente da me. Provavo a coinvolgere qualcuno in una specie di gioco per provare di non avere allucinazioni solitarie ma invano.

A – gli altri erano immuni da quelle visioni;

B – chiedendo con discrezione e circospezione, effettivamente le etichette corrispondevano a verità.

Quindi:

-ero impazzita: sì;

– la cosa aveva un fondo di autenticità sociale;

-sulle prime mi era parsa divertente (per esempio spesso il volto e il corpo corrispondevano al mestiere o invece risultavano assolutamente incompatibili, così il chirurgo sembrava un macellaio e il professore, un muratore).

(altro…)

Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Elefante Rosa, Copyright Matin Cloutier

Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Quando si parla di felicità, bisogna essere sempre cauti, eppure quel giorno ero felice. Tornavo a casa con il mio elefantino rosa. Una creatura unica e particolare, alta non più di un metro e sessanta centimetri, coperta da una leggera peluria iridescente. Naturalmente, la cosa più interessante era il suo colore. Non apparteneva alla specie degli elefanti africani con il colori della terra, né a quelli indiani dalle orecchie piccole e più grigi. Era proprio di un bel rosa gote di un bambino coccoloso; rosa orsetto di peluche usato troppo, rosa, del succo del melograno quando si spacca aprendosi al sole. Avevo il mio tesoro e mi seguiva volentieri tra i viali della città, mentre lo portavo nel giardino di casa. Già a quell’ora del mattino, qualcuno aveva cominciato ad additarci per la via,  i primi sorrisi e le prime domande. Finché arrivata a casa, lo lasciai vagare libero sotto gli occhi dei curiosi. Anche nei giorni successivi, c’era sempre qualcuno a sorvegliare ogni minimo passo e movimento di quella tenera meraviglia. Tuttavia presto le cose si deformarono, assunsero toni oscuri e inquietanti. Quel colore così rosa, quel fresco accento della sua pelle, era dovuto a un’alimentazione di un tipo davvero particolare. L’elefante si nutriva di albe e tramonti.
Non è che sottraesse all’alba tutto il chiarore, né al tramonto il viola o l’arancione del cielo. Solo e soltanto, qualche minuto del sorgere e del tramontare del sole. Non ho mai pensato a tutto questo come a un dramma, piuttosto come a un prezzo da pagare per un vantaggio ulteriore. La bellezza di questa creatura e la sua capacità di rasserenare il cuore più nero, mi sembrava meritassero anche un costo più elevato.  Ma non tutti pensarono così. Sorsero albe e giacquero tramonti, e cominciarono le prime rimostranze, qualche domanda insidiosa e qualcuno capì, definitivamente, come stavano le cose. Annunciato da un impetuoso tumulto, alla mia porta, comparve un giorno, il comitato PRESTO E BENE.  Questa storia dell’elefante aveva già portato abbastanza problemi: aveva sottratto preziosi minuti alle giornate, portando notevoli danni economici. Scombussolando l’ora di sveglia, la gente non andava più puntuale verso i propri impegni; così come l’ora di rientro era caratterizzata da una grande confusione. Era arrivato il momento di finirla. Presto e bene, appunto, con l’allontanamento o la rimozione forzata dell’animale, se del caso.
Un pomeriggio di un giorno qualunque, si presentò il secondo comitato. Una rappresentanza di innamorati e poeti. Ecco, essi non avrebbero mai voluto chiedere una cosa del genere, ma la soppressione dell’elefante era diventata una priorità. Non era tanto il problema dell’alba, che quasi nessuno seguiva con attenzione, quanto, piuttosto il tramonto. Tutta la poesia di quei magnifici momenti, con il disco di fuoco che affonda i raggi e poi si tuffa nell’infinito dietro il mondo… Ecco, tutto questo  era orfano di una parte dello spettacolo. Come avrebbe potuto fare a meno, il mondo, di quella poesia? Come avrebbero fatto i cuori infiammati d’amore, privati di un orizzonte comune dove le emozioni trovavano il loro vertice? Insomma, questo era il comitato FINIAMOLA! Imperativo esortativo, con punto esclamativo finale.
Il giorno successivo, verso le undici del mattino, arrivarono un gruppo di mamme. Donne curate, ma con i capelli in disordine e gli occhi cerchiati, pronte  a sottopormi la loro situazione. Senza l’alba le loro creature avevano gravi problemi a orientarsi nella giornata. Le prime luci dell’alba erano il segnale di un giorno già sorto e la poppata a quell’ora sarebbe dovuta terminare e non, invece, appena cominciare. Questo ritardo si trascinava per tutta la giornata fino a sera, quando la mancanza del tramonto contribuiva a sconcertare i virgulti che a questo punto andavano a dormire troppo presto, svegliandosi la notte a più riprese. Il comitato delle neo-mamme non era riuscito a trovarsi un nome per mancanza di tempo, ma nel mio elenco l’ho chiamato RIPRENDIAMOCI L’ALBA.
La compagnia più agguerrita fu, però, quella arrivata al mattino del terzo giorno successivo. Arrivò con una serie di pannelli, nei quali venivano riportate schematicamente le loro rimostranze di tipo “matematico”. Se i minuti sottratti all’alba sono 4,30 e quelli del tramonto altrettanto , posto che la terra giri alla stessa velocità sia al mattino che alla sera, si pone una sottrazione netta di minuti nove 9 alla singola giornata, che in una settimana: min 9* 7= min 63 e cioè parliamo solo in una settimana di un’ora e tre minuti. Rapportando a un solo mese, avremo perso h1 e min 3* 4=h4 e min 12 e senza contare i mesi di cinque settimane! Più grave il problema se riferito a 365 giorni che ci sono in un anno, e senza contare gli anni bisestili. Proponevano, dunque, la soppressione dell’animale al grido di MORS TUA VITA MEA, nome anche del comitato. Dopo questa dettagliata spiegazione, suffragata da urla d’incoraggiamento, le mie lacrime, prima ferme sul ciglio, cominciarono a diffondersi sulle guance, incapace di una sola parola in grado di arginare la veemenza delle argomentazioni. La cosa cominciava a farsi seria, i nomi e le proposte dei comitati non lasciavano spazio alla speranza. Tutti o quasi volevano l’elefante morto, al meglio fuori dai piedi.
Ma quando meno me lo aspettavo, ecco, che timido, mi si avvicinò un gruppo di persone. In silenzio e circospezione mi abbracciarono. Avevo tutta la loro solidarietà e il loro appoggio. L’elefante è un dono al nostro mondo con la sua stessa esistenza e con le emozioni che è in grado si suscitare nel cuore degli uomini. A volte perdere qualcosa significa trovarne un’altra. Loro avevano trovato una dimensione interiore dalla quale attingere il bene, nella quotidianità ripiegata su se stessa e priva di slanci. Fratelli miei! Avrei voluto gridare. Rimasi in silenzio invece, con gli occhi chiusi, per non far fuggire il balsamo di quelle parole nel mio animo ormai sconvolto.
Fu poi la volta dell’ultimo comitato, arrivato alle 16.00 in punto, previo appuntamento. Un gruppo di sette uomini e due donne, uno dei quali portava un distintivo a fascia e dopo le presentazioni, cominciò a parlare. Erano stati democraticamente eletti ed erano lì, a rappresentare tutti i membri della comunità: lavoratori, lavoratrici, madri, padri, studenti, persino i disoccupati e gli ammalati. Pur riconoscendo la pubblica utilità, che la presenza dell’elefante, apportava nella comunità tutta, erano venuti, con sommo rammarico, a chiedere che l’elefante venisse ridotto all’impotenza con qualsivoglia mezzo, finanche l’annientamento; al fine di recuperare quella vigoria creativa venuta meno a causa degli effetti contemplativi, causati dall’animale. Erano ben decisi e determinati a portare a casa una mia  risposta in senso positivo, o comunque a suscitare l’impegno, da parte mia, di concludere una volta per tutte l’increscioso “incidente”.
La situazione stava trascendendo, i simpatici gruppi di curiosi, presenti all’inizio di questa avventura si erano trasformati in poco tempo in bande organizzate di dimostranti che confabulavano tra loro alla ricerca di una soluzione in grado di arginare quello sciupio di tempo, denaro, poesia, ecc. ecc. Scoprirono, ben presto, che se occludevano all’elefante la visione dell’alba o del tramonto con i loro cartelli, il povero animale non riusciva a nutrirsi. Si organizzarono, dunque, con dei larghi teli neri con i quali circondarono il mio giardino creando quasi una notte perenne. Invano , andavo a rimuoverli, grazie anche all’aiuto dei miei pochi  sostenitori. Quelli come in preda all’esaltazione data dall’obiettivo comune, correvano a rimediare. Il mio piccolo e felice amore, senza cibo cominciava a deperire e scolorire. Il suo rosa era come le gote esangui di un bimbo malato, come l’orsetto rosa di peluche lavato troppe volte, rosa come il succo del melograno colato da un marciume nascosto. Ormai, trascorrevo il mio tempo accanto a lui, contando le ultime carezze, condividendo l’ultima parte di un sogno troppo breve. Era una lotta senza speranza.  La fine dell’elefante era la soluzione a tutti i problemi. Arrivò un giorno, in cui l’elefante non provò più, neanche a sollevare la proboscide verso il cielo, mentre, cominciò a tastare il suolo e a strappare qualche piccola foglia dai cespugli del mio giardino. Tutto, allora, tacque. Persa la sua luce, il suo colore, l’elefante cominciò a nutrirsi di ciò di cui tutti gli elefanti si nutrono. Ancora attoniti,  i dimostranti rimasero fermi a guardare lo spettacolo della normalità. Poi, senza troppo scalpore, tirarono giù i teli e tornarono alle loro case. Gli spavaldi dalla voce grossa, i vergognosi guardando le loro scarpe, i contegnosi fingendo indifferenza. Nessuno di loro ricorda se fosse l’alba o forse il tramonto.

© Daniela Scuncia

Daniela Scuncia: Un pomeriggio, in un bosco

fonte google – immagine pubblica

Daniela Scuncia: Un pomeriggio, in un bosco

 

Corro. Sento tutti i muscoli contratti, i quadricipiti, i polpacci, le braccia pronte a scattare, le piante dei piedi appoggiano sospettose sul terreno. Non sento rumori, assorbita dal silenzio. È il mio corpo che pompa il sangue, è il respiro regolare, è il piccolo tonfo di passi brevi  tutto ciò che mi circonda. E poi il nero. Perché sto correndo con gli occhi serrati, nel bosco. È una prova. Ho dato un’occhiata al percorso e sto provando: quanto si può andare avanti senza farsi del male, conoscendo così poco? Ho paura, ma continuo. Galleggio in un tempo irreale, dissociata dal mio vivere comune del quale ho perso il filo.
Il tempo passa, ma molto più velocemente di come s’immagina: un battito d’ali è la vita di un uomo. Niente di più. Mi avventuro cieca e circospetta, penso al futuro come a questa strada sconosciuta a cui ho dato solo una breve occhiata, e poi mi sono buttata con entusiasmo e paura. Una pietra rotola sotto il mio piede d’appoggio e cado, l’istinto mi fa spalancare gli occhi e metto le mani in avanti a un passo da un tronco d’albero (cosa facile, essendo in un bosco): salva per un pelo. Riprendo a respirare regolarmente e l’aria è fredda e umida, c’è odore di muschio: gli umori in decomposizione della terra arrivano al cervello. Questa estate sta per essere lavata via da un acquazzone. Il buio si è fatto strada tra le fronde e sembra sera. Mi sono un po’ persa ma avanzo in salita. Resto quasi incantata dal silenzio così fitto e dalla luce metallica sospesa in questa atmosfera, e un passo dopo l’altro mi avventuro, aspettando il temporale o quello che verrà dal cielo ormai scomparso dietro le cime degli alberi.
Le prime gocce portano solo rumore, un picchiettìo senza motivo apparente invade l’aria, poi rotolano dagli alberi agglomerati di acqua e polvere. E i suoni prendono il sopravvento, i tamburi minacciosi e  il lamento dell’acqua sulle foglie mi intimoriscono. È proprio giunto il momento di coprirmi con il telo cerato che porto nelle escursioni. Nella fretta lo zaino resta fuori ma io sono salva, completamente avvolta nel mio bozzolo mi sento al sicuro da questo mondo che rotola a valle in piccole parti che si sgretolano e scompaiono. Si fa strada in me la consapevolezza della più completa solitudine. Chiusa in questo nero, assordata  d’acqua, immersa nell’aria densa di sudore e di fiato. E il tempo si dilata. Cerco conferme dal mondo esterno che percepisco con i sensi in allerta mentre mi sento in questo sangue che scorre veloce e poi rallenta sotto la pelle, nelle vene che pulsano. Mi sento viva, eppure sono già morta in questo sacco nero, come un cadavere all’obitorio in attesa di un riconoscimento o una placenta per chi deve ancora nascere. Chi sono? Diverse volte mi sono persa, altre guardandomi allo specchio neanche mi sono riconosciuta. Una vita qualunque, senza eroismi, piccoli pensieri e piccole storie. Mi sento stanca, o forse annoiata, in un eterno déjà vu, in cui circolano soliti fantasmi destinati a recitare parti in una storia, per poi sparire inevitabilmente all’orizzonte.
Vivo una vita già vissuta, prefabbricata, presa in prestito, altri hanno già provato le mie stesse emozioni, visto le cose che ho visto io. Vivo un tempo immobile, ripiegato su se stesso, in cui l’andare avanti nasconde una sconfitta. Forse in realtà non sono mai nata, nessuno mi conosce, anche io stento a sapere chi sono. In questo spazio concavo, respiro il mio stesso fiato fatto di terra, alla ricerca di uno spiraglio che non appare. Mi aggiro nei ricordi, in quello che è stato, senza riuscire a percorrere troppa strada. Mi smarrisco facilmente in questa mia piccola esistenza fatta di ombre e maschere. Cerco disperatamente un tempo autentico al quale aggrapparmi. Vedo mia madre al mio ritorno da scuola e le sento addosso l’odore di cucina mentre la bacio e mi affretto a mordere una mela prima del pranzo. Lei mi sorride e svanisce dietro i vapori di una minestra ormai fredda, ammorbata, buona solo per vermi golosi. Il bisogno d’aria mi porta davanti al mare, a guardare le onde diverse e uguali nel loro cammino eterno, mai stanche e mai sazie, afferrano la riva piene di desiderio per poi ritirarsi quasi indifferenti, prive di zelo… Solo un percorso inutile e ossessivo. La vita corre, consuma il nostro tempo, i nostri giorni scompaiono sepolti da impegni senza scampo ma questa è solo l’apparenza che ci costruiamo per sopravvivere al vuoto senza parole della sera, quando non ci tornano i conti della nostra solitudine. Annientare il buco nero nel frastuono di volumi assordanti e di grandi movimenti di braccia e di gambe serve a poco e per poco tempo; è un’illusione per  non guardarci allo specchio e vedere in cosa ci stiamo trasformando. Prepariamo la strada a sterili domani. Cerco la salvezza nel pensiero dell’amore. Ma può l’amore essere un pensiero, uno stato assolutamente teorico? Mi sembra di avere sempre amato con le parole, con gli intenti, con suoni vaghi. Niente, oggi, mi sembra peggio di questa nuvola rosa in cui ho dato e ricevuto il nulla. Poche ferite ha il mio cuore e tutte ormai nascoste dal tempo. Mi sono sentita quasi sempre sola, isolata da tutti, circondata da tanti, eppure sola. Un po’ fuori contesto, troppo avanti o troppo indietro, ma comunque i miei tentativi di trovare un mio simile si sono infranti sulla compassione. Ho imparato l’arte della dissimulazione e del silenzio.
In questa viscida placenta che mi avvolge, non conosco quanto sia il tempo trascorso in questo stato, ma non sento stanchezza o fame, sento di essere al sicuro, finalmente al mio posto. Quasi sprofondo in questa terra fatta molle di pioggia. Nulla è diverso da prima: il buio, questo caldo così dolce e asfissiante, questi pensieri che mi aprono vertigini infinite. Eppure mi appare, forse un limite, un rifugio di fronte a tanto dolore. È questo nulla, perfettamente pieno di me stessa, senza compromessi, senza perché. Non sto chiedendo a me stessa di esistere o manifestarmi in alcun modo, ma immobile resto a sentire il mio respiro affievolirsi, le mie vene placarsi. Potrei, forse ancora reagire a questa mollezza che mi invade, questa incapacità di muovermi, di ordinare ai muscoli ritrosi di scoprire questo telo per ritrovarmi nel solito mondo. Non credo però di averne voglia. Eppure basterebbe che un braccio si sollevasse e l’aria fresca invaderebbe i miei polmoni, ma sono paralizzata da una volontà più intima, radicata come un seme con le sue prime radici. Il mio corpo sta cominciando anche lui a fare parte di questa terra. Si sta dissolvendo nel terreno e dal terreno trae però una forza sconosciuta: primitiva e familiare. Mi riconosco in queste nuove radici capaci di scavare senza piètà, e diventare pianta.
Non sento più le gambe e la spalla destra, non provo dolore. Sono stupita e resto assorta in questo cambiamento. Prendo lentamente consapevolezza di ogni grumo di terra posta sotto di me, di ogni foglia o formica, ne sento la consistenza, la composizione. Mi sto sciogliendo come metallo, penetrando in ogni lieve anfratto della terra per diventarne parte minerale, o forse sto morendo come un seme, per diventare pianta con i rami presto piccoli e ancora verdi verso un cielo troppo lontano. Ancora non lo so. Aspetto.

© Daniela Scuncia