Daniela Rossi

«Visioni sonanti»: intervista a Patrizia Mattioli

L’incontro con Patrizia è avvenuto nel 2015 nell’ambito di Electro Camp, Festival di arti performative che ha luogo da alcuni anni a Forte Marghera, Venezia-Mestre. Iniziava lì uno scambio forse timido ma proficuo, di letture, visioni del mondo, uno scambio che è soprattutto musicale. Mentre il mio orecchio era teso e i miei occhi erano pronti a scoprire novità e a farle proprie (o a riscoprire quello che, nel profondo, mi appartiene da sempre) il suo live con la danzatrice Marta Ciappina mi catturava, mi ammaliava. Restavo folgorata dal lavoro di Patrizia pur sentendo di non avere tutti gli strumenti per comprenderlo; la stessa cosa accadeva lo scorso gennaio a Venezia, in occasione del sesto compleanno della netlabel veneziana electronigirls: il suo live concert (che si può riascoltare qui) diventava un’esperienza di ascolto che ripeterò spesso, in seguito. Da questi ricordi affettivi e molto personali nasce la chiacchierata informale che leggiamo oggi, alla scoperta di un mondo plurimo che − proprio per la sua complessità − merita tempo e attenzione.

Alessandra Trevisan

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Da molti anni ti occupi di musica elettronica “di ricerca” e di elettroacustica ma la tua storia musicale inizia altrove. Voglio chiederti come tu sia approdata a questo ambito e di definire – in modo più appropriato di quanto possa fare io – quale sia il tuo lavoro oggi. Inoltre, non te l’ho mai chiesto ma trovo sia d’obbligo: quando è maturata questa scelta di lavorare con la musica elettronica, in quali termini si è declinata all’inizio e quali sono stati i tuoi principali punti di riferimento da subito nel tuo percorso?

La mia storia inizia dal Conservatorio di musica “Arrigo Boito” di Parma con il corso di clarinetto e il conseguimento del diploma nel 1993. In quel periodo ho iniziato a frequentare, come polistrumentista, gruppi di avanguardia musicale quali  T.A.C., Kinoglaz, Kind of Cthulhu. Sono approdata così in diversi generi musicali passando dalla musica classica, contemporanea al post industrial, al dark, eccetera. Ho iniziato ad improvvisare con qualsiasi tipo di strumentazione, synth, percussioni, gong, drum machine, clarinetti.
La possibilità di ampliare i miei orizzonti con i musicisti più svariati mi ha permesso di arrivare finalmente alla composizione. L’incontro con il teatro Lenz Rifrazioni è stato fondamentale.
Ho intrapreso un viaggio di ricerca sonora lavorando a stretto contatto con attori, registi, artisti drammaturghi, poeti. Musica per la scena scritta e suonata dal vivo. La ricerca della drammaturgia sonora.
Il percorso compositivo all’interno della compagnia è durato 8 anni, la sperimentazione timbrica si è evoluta passando dalla strumentazione classica fino all’analogico, synth, campionatori, registrazioni, concept sound di paesaggi sonori per installazioni con artisti visivi. Dopo questi anni intensi di lavoro ho deciso di intraprendere un periodo sabbatico fuori dal teatro e fondamentalmente fuori dall’Italia.

Nell’estate del 97 sono partita per Londra per esplorare me stessa e ricercare una nuova maturità artistica. L’anno londinese mi ha portato a nuove partiture, sperimentazioni con suoni urbani, musiche per cortometraggi. A Londra è nata Dance for a Tube Station, partitura per violino e paesaggi sonori ed elettronica (soundscape metropolitana londinese). Il violinista ha una notazione complessa, un concertato di linee della tube station e notazione per arco. La partitura è stata eseguita a Londra e a Monaco dal violinista Adriano Engelbrecht. In seguito The Tower of Babel Partitura per quattro lingue d’attore ed elettronica importante composizione che delineerà la mia  ricerca stilistica.
The Tower ha una strumentazione analogica – campionatori, drum machine, microfoni, pedali, effetti: le quattro voci dialogano con sonorità impazzite nella caduta della torre
La composizione vince il concorso all‘Ircam di Parigi (Institut de Recherche et Coordination  Acoustique/Musique). Ho la possibilità di studiare a Parigi per uno stage intensivo di informatica musicale all’Ircam. Da questo periodo ricco di stimoli decido di lavorare assiduamente alla musica elettronica dialogando tra analogico e digitale. Johanna M. Beyer, Alice Shields, John Cage, Luigi Nono, Erik Satie, Karlheinz Stockausen, Daphne Oram, Giacinto Scelsi, Kraftwerk, Pierre Schaeffer, Cluster, Xenakis sono stati i miei punti di riferimento del mio percorso.

Il tuo lavoro si è sviluppato in ambiti diversi e senza dubbio affini: il rapporto con il teatro e con la danza – con il corpo e la scena, forse – è pregnante nella tua pratica. In che modo la tua musica interagisce con queste forme artistiche? Potresti introdurci almeno due progetti recenti, nei rispettivi ambiti, cui hai partecipato o stai partecipando?

Il mio lavoro, negli anni, ha approfondito il rapporto con il corpo in scena. Gli ultimi progetti sono stati molto importanti: Digitale Purpurea è un live concert-spettacolo con la compagnia Stalker/Daniele Albanese. Le musiche per questo spettacolo di danza sono un vero live electronics con i danzatori che accompagnano, intercettano, scuotono ritmicamente i corpi in una vibrazione ritmica inarrestabile. Il secondo spettacolo è stato “AKASMIK – IMPROVVISO Dance Poetry Music” dedicato al poeta Roberto Sanesi: Bharatanatyam e Danza Contemporanea: Nuria Sala – Musica voce and Live Electronics: Patrizia Mattioli – Tabla Percussioni Elettronica Voce: Federico Sanesi – Poesie di Roberto Sanesi.

Improvvisare è come andare in “estasi” (letteralmente stupirsi, astrarsi dalle cose del mondo) è entrare cioè in quel particolare “stato modificato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento, la parola e la musica creata.

Il progetto “Akasmik-Improvviso” compone ed elabora dialogando a tre, la combinazione è tra movimento, flusso poetico e musica. Parola – Suono – Gesto – Visione. La raffinata e profonda poesia di Roberto Sanesi amplia lo spettro sonoro nel nostro trio, suggerendo molteplici interpretazioni possibili. Akasmik è “Improvviso”, stupore, scintilla, cogliere la visione dell’attimo. Entrare cioè in quel particolare “stato di coscienza”, attraverso il quale è possibile instaurare uno straordinario contatto con il corpo, lo strumento e la musica creata. In questa magica dimensione, ogni nota, ogni accordo, ogni suono, ogni movimento diventa meravigliosamente bello e carico di significato. Conoscersi e conoscere attraverso l’azione: danza, poesia e musica; oltre barriere di spazio e tempo, in cerca di accordi d’anima, di ponti tra terra e cielo. Le composizioni dialogano con suoni manipolati, frammenti poetici e si sviluppano con la danza e le percussioni in una estatica visione sonante.

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NON SEMPRE RICORDANO. Lettura di Roberta Sireno

 Patrizia Vicinelli

    Patrizia Vicinelli

    Non sempre ricordano

    Poesia Prosa Performance

    Le Lettere

«e il cesso è favolosamente bianco e banale e il primo brivido è stata la mia vita il mio whisky di stasera is nothing for me sappia telo, io voglio farvi deviare sappiatelo, amici nemici sappiatelo, preparatevi»

(da Messmer, Romanzo del 1980-’88)

Favolosa e straniante, la Vicinelli ci invita ad entrare nel panorama multiforme e caotico di una poetica continuamente in fieri. Offrendosi come personalità frazionata, scossa da un forte sentire, come ci mostra il romanzo biografico Messmer, il pronome personale «io», di questa poetessa o poeta, passa continuamente dalla prima alla seconda e terza persona, che sia plurale o singolare. Attraverso la propria esperienza, messa a nudo, la Vicinelli ci presenta una sorta di inferno capovolto: quello degli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, dove la cultura della droga e del periodo del piombo marcano il vissuto.

«vuoi venire con me amore mio disse la morte, con un accento pietoso ma lei non sentì perché il vulcano del sangue eruttato aveva occupato ogni comprensione, voleva quello, uno sbluff dentro l’anima, e dunque tiro, e inietto adagio no no, non è come per le puttane, no»

Uno sperimentalismo radicale, questo, che va verso l’ibridazione delle strutture verbo-visive, oltre che sonore grazie alle sue capacità da performer di prima piazza, tanto da impressionare a soli 23 anni il Gruppo ’63 che si riuniva al convegno di La Spezia nel 1966. Le sue poesie, definite «epicizzanti», sono manifestazione di uno stare sempre ai margini di una realtà offerta come visione violenta e dissacrante. Se la si volesse collocare sulla scia delle neoavanguardie per il pulsare ovunque sulla pagina di un significante da nonsense, in realtà, come dichiara nella poesia dedicata a Camillo Capolongo, che è poi dichiarazione di poetica, il suo sarebbe un linguaggio di tenebre:

«T’aspettavi che parlassi di linguaggio, ma parlano
di tenebre
tutti quei visi ignorati
e quelle mani perforate
dalla loro mestizia di essere state raccolte»

(Bologna, giugno 1989, in Poesie inedite)

L’epopea di una vita affrontata con carica autodistruttiva tra amori, tossicodipendenza, fughe e carcere sino alla morte per aids, si pone come necessaria condizione per una poesia che si fa mezzo di espressione del corpo: un’esperienza, quindi, da comunicare con una fisicità vocale e gestuale divisa tra forte presenza ed espropriazione dell’io.

«Contro vado

e dirimo
dirimpetto
all’abisso fornace
che singulto
da singoli avvicinarsi
avercelo condizionato nella mente
il tempo rotto
il tempo consumato
siamo a prestito
adesso»

(da Non tornerò, in Poesie disperse)

Una poesia che, affacciandosi sul baratro, si fa ricerca etica. «I grandi – dichiarava la Vicinelli in una rivista in Mongolfiera nel 1987 – hanno avuto una vita dolorosa e in qualche modo epica avendo alla base un bisogno di eticità. È verità assoluta da portare agli uomini che ne valuteranno l’autenticità (…) Solo l’energia e la forza del poeta con la lettura delle sue opere possono andare al cuore degli uomini». Su questa scia, sceglie così un itinerario poetico antinormativo, che inizia con la pubblicazione del poemetto à, a. A nel 1967 presso Lerici, e con dedica ad Emilio Villa, il suo «amico re». Patrizia Vicinelli esordisce sotto la tutela di due tra gli esponenti più radicali della poesia sperimentale: un Emilio Villa conosciuto grazie ad Adriano Spatola, in un ritrovo consueto alla bolognese osteria de’ Poeti.

entro qui con gli occhi
ve(n)do
tuTTo quelcheho – chehodaDire – (entro – ve(n)do): mi sembra ve(n)do
coME NieNte – nTe
– TE
entro – se non – entro – se non / sapESSI la vita a puntaTE – VE(N)DO –

(da à, a. A, 1967)

È una poetica che vuole continuamente mettere in discussione se stessa, scontrandosi in modo rabbioso e provocatorio contro i limiti storici e le convenzioni sociali perché «la vera poesia – scrive la Vicinelli, in una lettera a Gianni Castagnoli dal carcere di Rebibbia nel 1978

«è tutto ciò che non si conforma a codesta morale, quella che per mantenere il suo ordine, sa costruire soltanto banche, caserme, prigioni, chiese, bordelli». Una poesia che se, inizialmente vuole essere combattiva e reazionaria, procede verso un’involuzione lirica: l’esperienza viene interiorizzata in «un’oscurità da utero», e si fa scavo o sbocco ideale verso la conquista di una libertà tutta personale ed individuale. Una presa di coscienza del sé attraverso l’esempio di una ragazza libera, solitaria ed indipendente entro il clima del femminismo in affermazione in quegli anni. Di qui l’approdo alla Cenerentola, testo teatrale scritto e allestito al carcere di Rebibbia, che segue un andamento idealistico proprio della favola che si chiude in se stessa:

Noi dolcemente noi duramente
noi piano piano le bestie rompiamo
come un fanciullo ti devi trovare
quando apri gli occhi e vedi il mondo girare
con un gran balzo un salto op-là
getto la maschera e mi vedi qua
sul palcoscenico ma la realtà
il gran teatro dei morti viventi
sia pur per ora i vivi son assenti
ma noi cantiam come bambini in fasce
facciam di tutto e alla fin si rinasce.
Come vorrei e non vorrei
confondermi nel cielo col suo blu
un desiderio di felicità
la forza d’ottener la libertà
come vorrei e non vorrei..

(da Ballata n.6 a una voce, Cenerentola, 1977-78)

 Roberta Sireno