Daniela Montella

[Racconti inediti] Il quarto giorno – di Daniela Montella

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Quel che ho dentro
nessuno lo vede
ho pensieri bellissimi che pesano
come una lapide. 

Marilyn Monroe

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8:03

Scrivo il mio nome sulla condensa del vetro prima di affacciarmi, e il profumo di ghiaccio nell’aria è quasi un sollievo. È passata un’altra notte di gambe estranee e lattice; la Casa è piena del loro odore.

Fra pochi minuti arriverà Giacomo, quello della stanza rossa, poi il mio turno sarà finito.

Le ultime ore hanno lasciato delle tracce scure impossibili da lavare: impronte nere che diventano inchiostro e scrivono parole nella mia testa. Sono i ricordi con cui affronterò questo giorno e la prossima notte, da cui nasceranno nuove parole, nuovi gesti, con cui incontrerò nuove persone. E così via.

Il vissuto di quest’ultima notte è ancora dentro di me.

Non dormo da quattro giorni.

9:40

Giro per la casa a piedi nudi e senza mutande. Mi copre solo una maglietta larga e troppo corta e Violetta, la vecchia stronza che gestisce la casa, mi odia quando lo faccio. Dice che sembro una puttana. E quando faccio per risponderle aggiunge “più puttana, dico. Una di quelle a cui piace e non si fa pagare”.

La chiama etica. Giuro.

Non lo faccio per dispetto. Indossiamo sempre tanga troppo piccoli, corsetti troppo stretti, scarpe troppo alte o trucco troppo pesante – non siamo mai, mai nude. Passeggiare con una maglietta è come lasciare che il mio corpo prenda fiato. Niente corse fra un cliente e l’altro, almeno per un po’. È così bello.

Mentre cammino per il corridoio Violetta mi ricorda che Erika non lavora da un mese. Viviamo nella stessa casa e, dice, potrei andare a trovarla. Sono a pochi passi dalla stanza in cui si trova ora, stretta fra quattro mura come nel silenzio della sua malattia, ma faccio finta di niente.
Anche io ho dei silenzi in cui nascondermi.

Mi allontano barcollando. Penso che sia per il sonno, ma non andrò a dormire. Ricordo troppo e non vedo il volto di Erika da quando si è ammalata. Sono qui per colpa sua.

11:06

I ricordi che odio sono sempre in agguato dietro gli occhi. Sono come dei flash. Rivedo all’improvviso volti sgraditi e silenzi del passato. In quei momenti metto le mani sul viso e mi piego come in preda a dolori lancinanti; per scacciarli. I brutti ricordi sono come un crampo allo stomaco. Aspiro l’aria a denti stretti e cerco la calma. Vorrei essere solo una bambola per il resto della vita, una bambola con un gran sorriso stampato in faccia. Mi chiedo cosa si provi ad essere niente, schiacciati dalla propria inconsapevolezza. Semplicemente respirare: una magnifica veglia senza lacrime.

12:41

Questo è il quarto giorno che non dormo. È come se un diavolo vivesse alle mie spalle per mangiarmi il sonno. Vorrei dirgli: mangia anche il resto e non lasciare niente in questa casa e queste strade. Lecca ogni traccia di me dal tuo piatto. Cancella la mia impronta dalla mente di tutte le persone che ho conosciuto. Che possa morire dimenticata e in pace. Vorrei spogliarmi, scendere fra la gente, inginocchiarmi e urlare “sono la tua umile meretrice, prendimi!”

Ma la mente delle persone è troppo affamata di corpi nudi e caldi per dimenticare una scena così – e io non voglio far compagnia ai loro sogni osceni.

Mi stendo sul letto. Non voglio chiudere gli occhi. Sento i gemiti troppo finti di Cherie, la mia compagna di stanza, e i grugniti lontani di qualche altro cliente. Guardo la mia mano.

“Ti amo” mormoro “ti amo tanto”

Non voglio dormire.

14:02

“Sai, forse dovresti andare a trovare Erika” ripete Violetta.

È stata lei a portarmi qui. In me vedeva un talento straordinario. In lei vedevo l’unica persona che mi trovasse straordinaria. In tre anni di lavoro qui sono passata dall’amore all’indifferenza nei suoi confronti. Per sopravvivere. Funziona così: odio, indifferenza, oblio, fuga.

Mi propongono di andare a dormire ma scuoto la testa. No, non se ne parla. Allora mi mandano da un cliente esterno sperando in una reazione che non arriva. Mi preparo in silenzio. Solo Cherie si ferma a guardarmi senza fiatare prima che esca. Non so se mi odia o se è già passata alla fase successiva. Io non le vivo più queste fasi, sono un guscio pieno di pensieri in equilibrio su tacchi troppo alti.

Cammino consapevole della mia biancheria sconcia come un criminale dopo un colpo andato male.

Il cliente di Erika mi aspetta in una camera d’albergo del centro. È un uomo come un altro che ha bisogno di scaricare. Mi strappa le calze e mi monta con una foga bestiale, del tutto inaspettata da uno con la faccia così mite e il completo stirato di fresco.

Una volta finito me ne vado senza neanche guardarlo, con i soldi in tasca e le calze strappate.

15:21

Devo solo stendermi e amare tutti. Ma non basterà a cancellare quello che sono diventata e le parole non cancelleranno quei ricordi che non mi lasciano dormire.

Sono quattro giorni. Sento che non arriverò al quinto.

17:13

L’infelicità era la mia droga; volevo che tutti piangessero per me, perché era colpa loro se ero diventata così. Non mi hanno mai dato nulla con la bontà. Le belle parole sono solo crudeli perché aprono a mondi meravigliosi e inaccessibili. Sono come le delusioni.

A volte, prima di addormentarmi, m’immaginavo Lui e pensavo a quanto saremmo stati felici se non avessi conosciuto Erika. Il pianto mi cullava fino al sonno. Adesso non dormo più.

E il suo sguardo, nei miei ricordi, fa male come un coltello nel ventre.

Quell’orribile momento in cui scopro che tutti mi odiano è qui e mi fissa.

19:52

Una volta Erika mi disse: “non sei infelice come gli altri, perché sei consapevole di esserlo. Riesci a sentire la sofferenza, conosci il suo sapore, assecondi le sue voglie; soffrire non è per tutti. L’infelicità è un lusso raro, al tocco delicata e piena di spine. I tuoi sogni negati sono una bandiera e le tue lacrime una vittoria. Tutti soffrono, ma pochi sanno portare avanti questo talento con dignità, e a conti fatti è meglio soffocare nella propria tristezza che sorridere senza motivo.

Solo chi non è felice né amato sa quanto siano importante l’amore e la felicità. La consapevolezza viene dalla negazione, la conoscenza nasce dal vuoto; quindi solo chi non ha niente possiede tutto. L’essere umano è il solo e unico profeta della negazione.

Tutti vogliono far parte della folla, tutti vogliono fuggirne; tutti vogliono distinguersi e tutti vogliono nascondersi.”

Oh, se solo sapessi come fa male la tua voce. Non vuole lasciarmi stare.

“Forse dopo vado a trovarla”, dico a Violetta, ma a voce così bassa che non mi sente. Non so se l’ho fatto apposta o se è la mia voce che sta sparendo, mangiata via dallo stesso diavolo che mi ha tolto il sonno.

20:24

La felicità è davvero vuota e futile come appare, e nulla di quello che offre mi interessa.

22:10

Alla fine sono andata a trovare Erika. Fra un po’ comincia il mio turno e il pensiero di non dormire una quinta notte mi ha spaventata più del suo volto dopo un mese di malattia.

Ha la pelle grigia e gli occhi chiusi. Penso che abbia contratto le mie stesse paure, o forse sono io che ho preso le sue seguendo le sue orme in questa casa. Le somiglio. Non l’avevo mai notato. Forse sono state proprio queste paure a scolpire i nostri volti seguendo lo stesso stampo, tanto che ora sembriamo madre e figlia. Lei ha vissuto così per vent’anni ed è malata solo da un mese. La ammiro per aver resistito tanto.

Apro la finestra. C’è un’aria meravigliosa di pioggia appena passata. La mia preferita. L’inverno è tornato e improvvisamente mi sento leggera. Stanca. Me fra vent’anni, penso, come lei. Mi avvicino al letto.

“Erika” mormoro “Erika, vieni con me. Vieni a sentire l’aria della notte.”

La aiuto ad alzarsi e la porto alla finestra. Cammina come i vecchi senza bastone. Le permetto di reggersi al mio braccio e ho i brividi. C’è qualcosa di sbagliato: non dovrebbe essere qui. Respira a fatica come se l’aria fosse fatta di piombo.

“È bello” mormora. Ha gli occhi opachi. Guarda nella mia direzione ma non sono sicura che mi veda.

“Mi dispiace. Non dovresti vedermi così.”

“Non importa.”

“Spero che non capiti anche a te. Che non diventi anche tu così.”

Per un po’ guardiamo fuori dalla finestra. Si appoggia alla mia spalla. Inspiro l’odore della sua malattia.

“Erika. Tu mi hai messo in prigione. Questa casa mi sta uccidendo.”

“Fuori è peggio”, risponde. Non apre neanche gli occhi. Rimane così anche quando mormora

“Ti amo”

“Anche io ti amo”

La amo come i miei clienti amano me. Per un’ora, un’immagine, avere un corpo e fingere che sia di qualcun altro. Avevo dato il suo volto alle mie paure. L’avevo innalzata ad idolo perché mi salvasse. Ho sacrificato ciò che ero quando l’ho conosciuta perché mi desse un nuovo corpo e una nuova vita.

Bacio le sue labbra rigide. Sa di medicine e del sudore rappreso nel letto in cui ha dormito per tutto il mese. Quando interrompo il bacio, apre gli occhi e mi sorride. Sembra rinvigorita. Ripenso di nuovo a lei come ad una dea: ha avuto il suo rituale di sangue, succhiando ancora una volta un po’ della mia vita. È lei il diavolo che mi ha rubato il sonno e la voce. Anche io le sorrido. Per me è ora di scendere dall’altare sacrificale.

“Ti amo”, ripeto.

L’istante dopo la spingo fuori. È talmente leggera che mi sembra di aver lanciato una bambola. Non mi affaccio; esco dalla stanza e non mi volto neanche quando sento il rumore sordo del suo corpo sul marciapiede. Nessuno mi ha vista uscire dalla sua stanza né sa quanto l’ho amata.

Vado a vestirmi.

Fra un po’ inizia il mio turno.

Daniela Montella

Lo Spioncino – Daniela Montella

Della sua vita modesta e senza sorprese, la signora B. ricordava con orgoglio solo il modo impeccabile in cui l’aveva vissuta. Nel corso degli anni aveva soppesato ogni azione e parola affrontando tutto con efficienza – dalla gestazione alle esequie del marito. La vecchiaia si era presentata e lei l’aveva accettata con il gelo con cui aveva accolto tutto il resto. Era come se avesse vissuto il suo destino decine di volte, e ogni cosa l’annoiasse a morte.

La signora B. considerava la vecchiaia il periodo più felice della sua vita. Non era mai riuscita ad isolarsi dagli altri. Dalla nascita all’età adulta aveva convissuto con l’angosciante demone della presenza altrui. Poi, all’improvviso, i figli si erano trasferiti e il marito era morto.

Nei dodici anni di solitudine che erano seguiti non aveva apportato un solo cambiamento alla sua persona o alla casa. Amava ricordarne ogni dettaglio, dalle crepe nel muro al modo in cui le tende filtravano i raggi del sole, riempiendo la casa di una luce soffusa e giallastra. Avrebbe potuto benissimo essere cieca e non accorgersi della differenza. I suoi ricordi erano plasmati a immagine e somiglianza del proprio mondo. Al di fuori della porta d’ingresso, per lei, non esisteva altro. Se non la famiglia A.

I vicini, infatti, si ostinavano a vedere in lei una vecchia sola e triste. Il suo sorriso, le rare volte che usciva di casa, li confondeva. Non accettavano l’idea che una vecchia donna sola potesse essere felice e si prodigavano per renderle la vita – a parer loro – più facile. Almeno una volta a settimana i due coniugi bussavano per chiederle se ci fosse qualcosa che potevano fare per lei. I figli, due inquietanti creature gemelle dai denti bianchissimi, la tampinavano ogni volta che usciva di casa per aiutarla ad attraversare la strada o portare le buste della spesa.

C’erano altri motivi per cui la signora B. odiava i suoi vicini. Erano chiacchieroni, vanitosi, esibivano sorrisi forzati e ostentavano la propria vita privata come certe scimmie mostrano i genitali. Per la signora B. non c’era paragone migliore: i suoi vicini, con l’auto lussuosa e il cane ammaestrato e gli abiti firmati, altro non erano che scimmie coi genitali per aria.

Da qualche mese a questa parte la signora B. aveva preso l’abitudine di osservarli dallo spioncino. All’inizio si era trattato di qualche minuto al giorno, guardandoli uscire di casa la mattina e inorridire ad ogni loro abbraccio, bacio o incoraggiamento entusiasta – poi i minuti erano aumentati fino a diventare un’ora, due, mezza giornata.

Nonostante sapesse quanto fosse lontano dalle sue abitudini, non riusciva a smettere di spiare la vita di persone a suo parere così basse e meschine. Studiava disgustata e affascinata quella vita così diversa dalla sua, diversa da ogni cosa che fosse mai arrivata a concepire nella vita. Erano sguaiati, chiassosi, incredibilmente scoordinati. Si lasciavano prendere dalla vita senza controllo, vantandosi al tempo stesso di una perfezione che, a differenza di lei, non possedevano né potevano immaginare.

Era arrivata a spiarli dal momento in cui uscivano di casa – le sette e mezza del mattino – fino al loro rientro. Poteva finire alle nove di sera come a mezzanotte. Si metteva lì, appollaiata sul girello, e non andava a letto finché non tornavano tutti a casa. Per evitare di spostarsi aveva preso l’abitudine di conservare il cibo sul mobile all’ingresso; e, per il resto, aveva il pannolone.

Durante le feste erano ancora più insopportabili e rumorosi del solito, pieni di boria e belle parole che sprecavano in auguri a vuoto e dimostrazioni di affetto del tutto inutili. Era felice di aver evitato per tutta la vita di ridursi ad una figura oscena e recitare in quella parodia di vita.

Gli A. la ossessionavano tanto perché in loro c’era tutto quello che aveva sempre temuto. La perdita di compostezza e dignità della figura, i gridolini, l’amore sbandierato e mai provato. Lei, considerata da tutti come una donna sola e quindi acida, fredda e senz’anima, aveva amato molto più di loro. Solo se stessa, è vero – ma profondamente, più di quanto potessero immaginare.

Il natale arrivò come una maledizione. Era il primo della famiglia A. in quel condominio e la signora B. non sapeva cosa aspettarsi. Era già provata dai preparativi per la loro festa. Non avevano badato a spese. Era stata una settimana intensa. Per la prima volta nella sua vita si era stancata, e le sue mani faticavano a tenere il girello.

Si permisero perfino di invitarla ma finse di non essere in casa, appoggiandosi alla porta come se fosse il suo ultimo appiglio fra la vita e la morte. L’inquietudine era cresciuta col passare del tempo ed eccolo lì, il giorno più crudele dell’anno, in attesa di far mattanza del suo spirito.

Vennero molte persone. Saluti. Abbracci. Quanti gesti imperfetti, quante risate sguaiate – latrati, versi animali – quanta tristezza nelle loro voci! I colori fuori la porta aggredivano i suoi occhi come lame. Ridevano nel loro modo grottesco e terrificante mentre trasportavano regali, dolci, bottiglie di spumante. Era insopportabile. Troppo vicino alla sua porta, a lei e al piccolo mondo perfetto che era riuscita a creare. Per la prima volta nella sua vita ebbe paura, e la paura era ancora più spaventosa dei suoi vicini.

Poi, accadde.

Gli A. e i loro invitati si stavano radunando sul pianerottolo. Sulle prime la signora B. pensò che stessero uscendo e il pensiero la confortava; ma poi notò che nessuno di loro aveva il cappotto addosso. I loro sorrisi, deformati dallo spioncino, erano ancora più inquietanti di quanto ricordasse. E, con sommo orrore, bussarono alla sua porta. La signora B. si trattenne. Non voleva far capire di essere già dietro la porta.

“Andate via!” riuscì ad esclamare qualche secondo dopo. I sorrisi fuori dalla sua porta si fecero ancora più larghi. Pescecani.

“Tanti auguri, signora B! Abbiamo una sorpresa per lei!”
“Andate via!” ripeté. Ma il coro era già cominciato.

Li vide, fuori la porta, compatti, a dondolarsi ritmicamente per accompagnarsi col canto. Non riuscì neanche a capire quale fosse. Le ronzavano le orecchie. Tutto quello che nella vita le faceva orrore stava cantando fuori la sua porta. Strinse con forza il girello.

“Aiuto” mormorò.

La famiglia A. al completo finì il canto e, senza aspettarsi alcun ringraziamento, rientrò in casa. Conoscevano la povera vecchia signora B., la vedova, e non chiedevano altro che alleviare un po’ la sua solitudine in quel santo giorno di festa. Erano certi che la sua diffidenza nei loro confronti fosse dovuta all’imbarazzo di vedere una coppia ancora felice e giovane mentre lei, senza nessuno al mondo, passava le sue giornate a spolverare e rimuginare sul passato. Quante volte avrebbero voluto invitarla a pranzo e porre fine alla sua tristezza! Erano convinti fosse questione di tempo. Un giorno avrebbe capito che non c’era nulla di cui vergognarsi e avrebbe deciso di accettare i loro inviti, così come loro avevano deciso di prendersi cura di lei in quanto, si è detto, una povera vecchia vedova sola.

Naturalmente non ebbero modo di mettere in atto il loro nobile piano. Dopo qualche giorno di odori molesti sul pianerottolo qualcuno si decise a chiamare i vigili del fuoco per abbattere la porta: il suo corpo era rimasto in piedi, incredibilmente in equilibrio sul girello come se fosse viva, il volto sfigurato da una smorfia d’orrore, l’occhio ancora fisso sullo spioncino aperto.

Pūpa Morbo – Daniela Montella

Mr. Odio

C’erano almeno due cose da notare mentre, sotto il pigro sguardo di un solo testimone, il tramonto si tingeva di rosso. La prima era l’assoluta mancanza di un qualunque essere vivente nel raggio di chilometri. Il vento soffiava sottovoce per non disturbare il silenzio. Sembrava ne avesse paura, e nessuno avrebbe potuto capirlo se non il suddetto testimone; ma questi era troppo preso dalla sua occupazione – criticare il tramonto – per spaventarsi. L’altra cosa da notare era il piccione appena morto nella bocca di quello che sembrava un cane impagliato. O meglio, le sue piume. Si staccavano a decine dal corpo immobile e cadevano come fatte di piombo. Il vento, per quanto discreto, non riusciva a muoverle; ma il testimone, dicevamo, non voleva interessarsi né al silenzio né alle piume. Preferiva studiare il modo in cui le nuvole al tramonto sembrassero sporche di sangue e come il mare, sotto, le osservasse morboso. Cercò di immaginare quelle nuvole come ad festoso banchetto di persone che mangiano altre persone. Uomini che mangiano madri, donne che inghiottono sé stesse, vecchi che si divorano gli intestini. Nuvole gonfie di carne cruda; nuvole cannibali. Avrebbe dovuto preoccuparsene, forse, come aveva sempre fatto il suo psichiatra. Gli chiedeva: cosa vedi qui? E mostrava una macchia. E qui? Altra macchia. Lui rispondeva – sangue, spesso, o una cistifellea ancora calda, o un’arteria incastrata fra gli incisivi – lo psichiatra scriveva qualcosa e lo mandava via. Si era preoccupato molto per lui; ma questo non aveva importanza, essendo morto. Le persone avevano un valore finché respiravano, ma avere potere era renderle oggetti. Al dottore aveva dato ascolto finché non aveva visto la sua testa spaccarsi, vuota, come un oggetto inutile, ed era stata la fine. Come terapeuta aveva solo sé stesso e non pensava di essere malato. Non c’era nulla da curare in una sana e costruttiva ossessione omicida. No, pensava Mr. Odio (si era ribattezzato così dopo la Prima Ondata che aveva distrutto gran parte degli uffici pubblici, e, di conseguenza, le facezie legate al suo nome): non era un assassino, ma un innocuo buongustaio. (altro…)

Sottopelle – Daniela Montella

Drug addiction

Sottopelle ho veleno che scorre. Vene blu. Sono maligne. Le strapperei una per una dai polsi e le ingoierei a forza. C’è qualcosa di crudele che scivola lezioso appena dietro le unghie. Serra la trachea. Alzo le mani verso la luce, le vedo. Le studio. Le osservo. Le capisco. Pallide pallide e tutte ossa. Coperte. Che quasi si muovono. Ho un liquido che mi dilaga dentro, stacca la pelle dal corpo. Tessuti lacerati. Perdo la vita. C’è aria, fra la pelle e me, si sta gonfiando tutto. Ho il sangue scoperto. Gli spifferi mi fanno rabbrividire.
Sottopelle qualcosa mi sta spogliando. Sarò un pezzo di carne che sanguina. Con gli occhi. E la vita al di sotto di essi che se ne va. Seni straziati che perdono inchiostro e labbra nere immonde. Non è una metafora. Immagino solo in bianco e nero. Ma vedo coi colori. Per pensare devo stringere le palpebre. Quando il veleno mi toglierà la pelle mi cadranno anche quelle e non potrò più dormire. Vedrò in eterno la luce, la polvere seccherà le lacrime. Staccherò ogni fibra per smettere di soffire. Finirò in un angolo cieca e nudissima. Riderò. Già rido. Pensavo fosse un’eco, pensavo fosse un film, uno spettacolo di varietà, vaudeville, felicità rappresentata perché altrimenti non si riconosce. Invece ero io. A prepararmi per il mio funerale. Voglio una tomba di ebano.
Sottopelle. Qualcosa. Sono in un angolo e sto per morire.

Hai mai pensato che forse ti amo? Perchè mi accarezzi e sono liscia, e sotto ho schifo che trasuda e può infettarti. Stai attento. Hai mai capito che ti odio? Forse ti bacio. Forse vomito. Vedo conati. Forse ti faccio morire soffocato nel mio vomito. Poi ti chiedo scusa perchè ti amo. O forse no. Il veleno confonde i pensieri. Non devo farmi più. Ma è tutto così bello. Quando mi illudo. La vita è così dannatamente, fottutamente, perdutamente triste. E quando ho veleno sottopelle penso che sto morendo e sono contenta. Magari ti porto con me. Ci faremo per sempre. Ti piacerà. Saremo strafatti e scoperemo e godremo come pazzi, perchè siamo noi e noi siamo imbattibili. Il marcio mi illude. Ma io voglio credergli con tutto quello di integro che mi rimane. Meglio un’illusione che questo. Questa parete lercia. Questa vita di piume che volano e fuggono. (altro…)