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Su “Invettive e licenze” di Dario Bellezza, nel ventennale della sua morte

© Massimo Consoli

© Massimo Consoli

Il ventennale della scomparsa di un poeta come Dario Bellezza, alla luce della pubblicazione mondadoriana negli «Oscar» del 2015 di Tutte le poesie a cura di Roberto Deidier, ci porta oggi a omaggiare con una (ri)lettura critica la prima raccolta uscita nel 1971, Invettive e licenze (Garzanti), dopo i tre post dedicati ad altri libri usciti nel 2014, che trovate qui.
Ripercorrere la prima opera di Bellezza con un’indagine breve sui testi non è soltanto doveroso nel giorno di un anniversario così importante, ma è necessario e urgente per mettere in luce alcuni aspetti della sua poetica che attesterebbero la qualità della sua poesia in relazione alla poesia del suo tempo; ciò è detto non solo per comparazione ma nel desiderio di far emergere, se non altro in filigrana, e quindi anche attraverso alcune ipotesi intertestuali, la responsabilità poetica dei testi dell’autore in rapporto all’ambiente poetico-culturale del suo tempo. Tuttavia non potrà questa essere un’operazione esaustiva.
Per procedere sarà necessario guardare all’aspetto lessicale soprattutto, come chiave di accesso alle liriche di Invettive e licenze, aspetto non ancora sufficientemente affrontato dalla critica. Maria Borio ne ha dato un assaggio nel suo articolo Invettive e licenze e la poesia degli anni Settanta. Analisi di Il mare di soggettività sto perlustrando… di Dario Bellezza,1 in cui emergono numerosi aspetti d’interesse già richiamati altrove, tra cui: i legami storici con autori di riferimento della controcultura americana; il rinnovamento del maudit rimbaudiano; i legami con Dylan Thomas; la lontananza della poetica di Bellezza dalla concomitante Neoavanguardia e il superamento del materialismo del ‘68; la contemporaneità calata nella postmodernità. D’altro canto, il curatore Deidier ha esposto il corpus poetico di Bellezza a una lunga serie di rinvii alla letteratura europea (Bellezza è stato anche fine traduttore di Rimbaud e Bataille) e italiana che meriterebbero – e forse questo sta già avvenendo – uno studio approfondito e tenace dell’opera.
L’inevitabilità del discorso che si tenta perciò di fare vorrebbe evidenziare quello che per il 1971 non balzava agli occhi perché in corso, allargando la visione o restringendola, con una messa a fuoco, su quanto – e su chi – è stato più prossimo a Bellezza in quel tempo; i nomi sono soprattutto quattro, come la critica ha già saputo dirci: Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Pier Paolo Pasolini e Amelia Rosselli. Per andare al “linguaggio” e al “lessico” di Invettive e licenze si tengono a latere quei nomi, concordando una nuova rilettura dei testi, alla ricerca di altre direzioni. Si parta dai due sostantivi del titolo che, in aggiunta ai citati, richiamano al maestro Sandro Penna, e alla sua raccolta Croce e delizia del 1958 per Longanesi. Ed è già Enzo Siciliano, in una recensione su «La Stampa» del 2 luglio 1971, a citare «il cantabile di Sandro Penna» aggiungendo: «Bellezza sa racchiudere in epigrammi di grazia ellenistica alcuni epigrammi di amorosa emozione». Così ‘facile’ e del tutto ‘non gratuito’ il legame penniano in Bellezza sin dal ’71, richiamato in molti versi e ad esempio in Anni e costellazioni investigati, vero dono a chiusura di quella prima raccolta, che la proporzione nei due titoli “croce : delizia = invettive : licenze” appare tanto manifesta e impossibile da non ri-cordare. Si aggiunga il fatto che Siciliano scriveva, in quella sede, anche di Raboni e della sua plaquette Economia della paura (Scheiwiller); data l’importanza del nome in accostamento, ciò aprirebbe ulteriori percorsi di indagine. (altro…)