Damiano Sinfonico

Damiano Sinfonico: tre poesie da “Lingualuce”

lingualuce

 

“Di che pianeta sei” mi fu chiesto
ad un tratto.
Eravamo divisi in squadre,
ognuna con un nome del sistema solare.
Ero in quella di Venere, ma “Terra”
risposi per depistarlo.
Nei suoi occhi passò un fiocco di stupore
e indietreggiò dolcemente, riversandosi nel suo anello.

 

Nelle biblioteche di provincia
la voce roca e cicalante
che da dietro uno scaffale
t’impiglia nel suo giro di spola
fra le chiacchiere quotidiane
fa mostra di tutta la polvere, l’opaco
che s’incrosta sulla lingualuce.

 

Ho percorso tante case,
una diversa dall’altra
e una uguale all’altra.
Non saprei dire che cos’è una casa:
è più grande di poche stanze
e più piccola di un’idea.
Ci è noto ogni particolare
le casse da cui soffia la musica
il colore della spugna per i piatti
da dove salgono i rumori del mattino.
Casa è dove abbiamo le ciabatte.

 

Damiano Sinfonico, Lingualuce, L’arcolaio, 2017

 

Massimo Gezzi, Uno di nessuno (di D. Sinfonico)

copertina-gezzi

Massimo Gezzi, Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta, Casagrande, Bellinzona, 2016, pp. 61; € 16,00

Sempre e solo con l’ingiustizia di Damiano Sinfonico

 

Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta è un curioso e inatteso libro di versi di Massimo Gezzi. In una ventina di pagine fitte, scandite in undici sezioni, l’autore racconta in prima persona la vicenda di Giovanni Antonelli, poeta, anarchico, pazzo, ma soprattutto uomo offeso e umiliato dalla vita e dal mondo, rinchiuso in carceri e manicomi, infine dimenticato. Della vicenda il lettore con ogni probabilità ignorerà tutto prima di imbattersi in questa opera, sorella della ristampa dell’autobiografia Il libro di un pazzo. Note autobiografiche e rime presso il maceratese Giometti & Antonello con prefazione di Gezzi.

La singolarità di Uno di nessuno, rispetto alla precedente produzione dell’autore, consiste nella scelta del poemetto. La difficoltà di raccontare una vicenda in versi e di coniugare inventività e fedeltà, oltre a essere una brillante prova della padronanza dei ferri del mestiere, registra anche un avanzamento nell’arte poetica di Gezzi: la ricerca dell’equilibrio tra la concentrazione della poesia e la distensione della prosa, il gusto per il verso secco e preciso e la voglia di scendere al successivo. Il lettore dovrà scegliere se soffermarsi sulla strofa o farsi prendere dalla narrazione. Se la voglia di proseguire è più forte, il poemetto è riuscito.

Senza orpelli, ma praticando l’arte dell’ellissi e dell’accumulo, della paratassi e del contrappunto, Gezzi ottiene una lingua rapida, mossa, adatta a una narrazione avvincente. Anche quando i versi si riducono ad appunti di diario (una data, poche parole, molte virgole), la velocità si traduce in fulminea e precisa conoscenza del dramma in atto.
A volte bastano poche parole per penetrare in un sentimento: «Sul Cristina, la mia nuova corvetta,/ un mio amico si chiamava/ Ettore Ruvinetti./ Ci amammo dell’amore stupefatto/ dei ragazzi: ci appesero a un pennone,/ ci esposero allo scherno dei marinai/ delle altre navi. Poco dopo mi trasferirono/ e non lo rividi più.» Nessun lamento, ma per la sua povertà la cronaca diventa poesia. Poche notizie intorno alla realizzazione e alla repressione di un sentimento, cesellate con abilità retorica (oltre agli effetti sonori, una coordinazione ferrea e la prevalente riduzione del protagonista alla funzione di oggetto). Forse Buffoni tra i modelli, ma non dimenticherei – per restare nei confini del genere – il capolavoro di Cesare Viviani, L’opera lasciata sola (1993). (altro…)

La “reticenza” di Damiano Sinfonico (di Samuele Fioravanti)

sinfonico storie

Damiano Sinfonico, “Storie”, L’Arcolaio, Forlì 2015

Damiano Sinfonico ha scritto un libro di reticenze. Pur leggibilissima e piana, la sua è una poesia del riserbo che, giunta al culmine, puntualmente glissa. Una poesia dello smacco. Sinfonico non ci risparmia di aprire l’intero volumetto con il pronome “mi” e di chiuderlo con la parola “vita”, per poi dirci il meno possibile non solo su di sé ma anche sulla vita. Pertanto, quando scriveremo il suo nome, d’ora in avanti, intenderemo parlare di colui che dice “mi” e che dice “vita”, non dell’autore che si firma in calce e occhieggia in copertina, poiché Damiano Sinfonico, appunto, ci scorta sull’orlo della franchezza e garbatamente si defila.
La terza sezione delle sue Storie, intitolata alle poesie “innocenti”, cioè schiette, non rinuncia a comporre un breviario minimo di impicci privatissimi e seccature, tuttavia non passa il segno. Damiano si ricrede, non reagisce ai rimproveri, finge di non essere a casa e, insomma, non si espone mai del tutto. Ci informa che è tornata “la barista russa” e ammicca: “scorbutica [e] scontrosa”, ma a dirlo sono gli altri (È tornata, mi dicono, la barista russa), lui ricorda solo “uno scontrino battuto in fretta”. Eppure le fa il verso, giacché lo scontrino battuto in fretta non è poi dissimile dalla rapidissima quartina che sta schizzando per descriverla: tre versi di sette parole e un verso di due, ma il verso di due parole è un settenario – un settenario battuto in fretta.
L’intero libro è screziato di simili, microscopici guizzi, in cui persino la prosodia si fa riserbo e scacco, poiché Damiano Sinfonico preferisce indubbiamente questa cautela ai comizi dei “poeti” che “parlano di dolore, impudicamente” (Si presentano due poeti in libreria: ma il “si” è passivante o riflessivo? Un altro wit?). La sua poesia dello smacco e del riserbo è quindi una poesia della decenza; il che non significa, ovviamente, che si tratti di una poesia della vergogna. La discrezione è nemica dei nostri vasti regimi mediatici e lo smacco ha dunque tutta l’aria dell’impercettibile Davide innanzi al gigante Golia.
Sinfonico, del quale dovremmo pur dire che è di Genova, non la menziona benché ne parli e la esibisca in copertina; e per non dire Genova, accenna a Palazzo Spinola, all’Acquario e persino alla sopraelevata e alle manifestazioni studentesche dell’Onda Anomala sotto il Governo Berlusconi IV, ma, a ben vedere, quel che dice è solo “ponte” e, una volta, gli scappa “l’onda”, però minuscola (Il ponte, oggi, è riservato al traffico automobilistico). Se parla di Venezia non nomina Venezia e, dei suoi campi e campielli, non rileva che “piazze”. Per riserbo e per decenza, il suo lessico è colto e opportuno, nient’affatto lambiccato, schifa l’hapax e mira alla lucidità dell’aggettivo consono ma usuale. Sono “piccole”, “belle” e “graziose” le sue cose, se sono cose, e sono “rosse”, “bianche” o “grigie”, se sono colorate; tuttavia, per l’incanto del garbo e del riserbo, appaiono preziose poiché ci sono puntualmente sottratte e, come dicevo, ci sono sottratte al culmine. Anche a Parigi non cita Parigi (L’ultima colazione in Place des Vosges) ma quella Venezia che affiora innominata nei suoi versi – “le prime case riflesse nell’azzurro” – non è ancora Venezia: lo sarà presto, per ora è “bellezza scocc[ata]” dai fuggiaschi veneti altomedievali (Fuggivano da Aquileia). Una bellezza scoccata come la luce nell’Anguilla montaliana o il ramarro dei Mottetti, come scoccano le sette sul campanile gozzaniano della Notte santa e come “scocca l’arco del dir” nel XXV del Purgatorio. In una sola parola si annida un altro guizzo che è uno scacco, che dice Venezia dove non la dice, che dice di più dove dice di meno.
Damiano Sinfonico ha scritto un libro di reticenze poiché non svela al presente quel che si aspetta dal futuro. Ha scritto un libro che inizia da una perdita (Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla) e approda a “un altro secolo di vita” dove “aspettare insieme il domani” (Il trasloco sta finendo). Ha scritto un libro sull’aspettativa, nel quale Venezia è bella perché non è ancora Venezia e Zlotograd è tanto più vicina quando è dietro l’orizzonte (Zlotograd, non è scomparsa dalle mappe). Nessuna meraviglia, quindi, che abbia donato a un’amica una busta chiusa chiedendole di aprirla “quando sarai molto vecchia” (Una volta ho regalato a un’amica una busta). L’amica non rompe il sigillo – e noi con lei, sospesi. Perché Sinfonico ci nega anche quel che ci spetta, portandoci in “gita all’acquario” quando “le vasche dei delfini [sono] vuote” e “i bambini delusi”; ciononostante ci invita a credere coi “pescatori” che il lamantino sia “una sirena” (Barbaglii di una gita all’acquario) e coi “coloni incolti”, in fuga, che la laguna veneta fiorirà di “merli”.

© Samuele Fioravanti

.

Una selezione di testi da Storie può essere letta qui.

Damiano Sinfonico, Storie

nuova-immagine-prototipo-con-prefatore

Damiano Sinfonico, Storie, L’arcolaio 2015

 

Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla.
Mi hai investito di parole che qualcuno era morto.
Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente.
Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore.
Mi hai colto tra miniature medievali.
Invischiato in faccende che non mi riguardavano.

 

*
L’ultima colazione, in place des Vosges.
Sotto la casa di Hugo.
Ci siamo seduti sotto il portico.
Un tavolino per due.
Ci hanno servito un panino, marmellata, burro e caffè.
Abbiamo ripetuto i gesti quotidiani.
Ci siamo raccontati cose senza importanza.
Abbiamo finto che tutto sarebbe rimasto uguale.
Io non dovevo prendere l’aereo il giorno dopo.
Salutarci sì, ma non per molto.
È stato un abbraccio fugace.
Poi ci siamo allontanati.
Io scendevo nelle scale della metro.
Tu camminavi in direzione opposta.
Ho preso il tunnel della mia linea.
Ho superato il tornello.
Ho fatto altre scale.
Mi sono fermato sulla banchina.
È arrivata una metro.
Ho esitato un attimo, poi mi sono voltato indietro.

 

*
Fuggivano da Aquileia.
La laguna era a portata di mano.
Avrebbe scoraggiato qualunque invasore.
Fuggivano da Aquileia.
Fondavano le prime case riflesse nell’azzurro.
Avrebbero aggiunto merli e piazze.
Quei coloni incolti.
Quale bellezza stavano scoccando.

 

*
Zlotogrod, non è scomparsa dalle mappe
nei vicoli borbottano ebrei in caffettano
i vetturini corrono a malincuore verso la stazione isolata
i caldarrostai mercanteggiano oggetti preziosi
gli osti sono avari come i giardini d’inverno
Zlotogrod, credo sia dietro l’orizzonte

 

*
Ci tocca questa trafila di vetrine, di manichini spogliati.
Hanno strisce di plastica al posto degli occhi.
Allungano la mano, con borse e foulard sgargianti.
Il loro busto non conosce grasso e vecchiaia.
Dal magazzino scendono e salgono come fiocchi di neve.
Sorridono, scintillano, oscillano, bevendo la luce del mattino.

 

*
Non distinguevi l’acciuga dal caffè.
Rispondevi ai telefoni pubblici quando squillavano.
Affrontavi la notte con una sciarpa e un ombrello rosso.
Toglievi la suoneria quando volevi piangere.
Nell’aria come vento ti sei dissolto.

 

*
.                                                      a Francesco

Il trasloco sta finendo.
I quadri, le bottiglie, i portasciugamani.
Tutto ha trovato una collocazione.
Resta poco da fare.
Aspettare insieme il domani.
La luce filtrata dagli alberi.
Questa casa si apre agli anni futuri.
Arriveranno uno a uno.
Li conteremo insieme, luminosi e meno.
In te c’è un altro secolo di vita.

 

© Damiano Sinfonico