da leggere

Da dove vengono le storie – raymond carver

Raymond Carver

Nessuna delle storie che scrivo è mai successa veramente, ma le storie non nascono dal nulla. Devono venire da qualche parte, almeno le storie degli scrittori che ammiro di più. Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale. E così è per quel racconto [“Nessuno diceva niente”]. Una volta, quando ero ragazzo, andando a pesca ho preso davvero una trota che dava decisamente sul verde. Non avevo mai visto una trota del genere, era lunga una trentina di centimetri. Un’altra volta, ho visto veramente un pesce che chiamavamo “testa di ferro”, una trota testa di ferro che era arrivata al mare e poi era tornata nell’acqua fresca, si era infilata in un fiumiciattolo ed era rimasta arenata lì. Ma quella volta non ho fatto niente. Non l’ho presa, quella lì. E in un’altra occasione ancora mi sono diviso veramente un pesce a metà con un altro ragazzino. Ma non era una trota testa di ferro. Era uno storione, uno storione di quattro o cinque chili, che si era andato a infilare chissà come in quel fiumiciattolo. Lo abbiamo tirato su e ce lo siamo diviso. Il resto del racconto l’ho messo insieme come si fa per qualunque racconto: è come una palla di neve che rotola a valle. Cioè mentre rotola ci si aggiunge sempre più roba. Quelli erano episodi di quando ero piccolo: ci sono certi ricordi che in qualche modo ti si radicano dentro e non te li dimentichi più. Te li porti appresso per anni e anni. Quando avevo trent’anni, quelle esperienze, quel particolare periodo della mia vita, attiravano moltissimo la mia attenzione. Quando ho scritto quel racconto sapevo di aver scritto qualcosa di speciale. Non è una cosa che mi capita sempre. Ma quella volta mi sono reso conto che avevo toccato un tasto particolare. Sapevo cosa avevo per le mani

Raymond Carver (brano tratto da: niente trucchi da quattro soldi –  traduzione di Riccardo Duranti – ed. minimum fax)

Il Massaggiatore di Salme – di Mario Scalzi

 


“…Non è tutto quel che vediamo o sembriamo

Un sogno in un sogno soltanto?”

(E.A.Poe)

 

 

Mi sfugge il senso delle cose. Non capisco la vita ed il suo corso. Non comprendo le persone e le loro azioni. Non accetto che tutto finisca.

Credo in una realtà. Unica e sola. La Solitudine. E nel silenzio contemplo la materia, il cui peso non mi sfugge. Ne ho cura. Fino alla fine. Poi distolgo la mia attenzione. Guardo altrove: c’è sempre un corpo che ha paura del buio. Ed Io sono lì. Io e la mia cura. Io e la mia misericordia.”

Così iniziava il mio diario giovanile. Allora scelsi il mio lavoro: prendermi cura dei corpi morti, mantenere viva la loro dignità prima della tumulazione.

Non sono un imbalsamatore, non uso prodotti chimici né bisturi: non è la scienza a muovere la mia mano, solo l’anima. Accarezzo l’immobilità. Massaggio carni spente. Le preparo ad essere scarto venerato. Lavoro strano il mio, inutile forse, ma è il mio.

Se avessi dato ascolto ai consigli dei miei genitori sarei dovuto diventare un medico, ma fin da piccolo ho imparato ad ascoltarmi con attenzione: troppa responsabilità, non si gioca con la vita della gente, é un dono preservare l’esistenza dalla malattia e dalla morte, ed io a malapena riuscivo a sopravvivere. Amavo l’arte, ma troppa sensibilità consuma l’anima e non avrei fatto altro che perdermi nella voragine dei sensi, per cui finii per scegliere una via di mezzo: curare i corpi appena abbandonati dal soffio vitale, preservarli dai primi segni della morte, concedere la giusta attenzione per ciò che fino a poco tempo prima era una persona, ora un sacco, un legno, un filo d’erba.

All’inizio fu una cura personale. Anonima. Lavoravo presso un’agenzia funebre ed il trattamento che riservavo alle salme non prevedeva neanche un’autorizzazione o una richiesta specifica da parte dei loro congiunti. Faceva parte del servizio. In breve divenne un lavoro a sé stante, autonomo. Bastò spargere la voce ed un’idea considerata originale ma inutile divenne un’esigenza dei più, un vezzo indispensabile.

Curavo la natura cadente, e ai miei clienti bastava. I miei strumenti erano le mani, la mia cura i massaggi. Con oli e unguenti sfregavo la materia inerme e la rendevo viva alla vista. I cadaveri, dopo il mio trattamento, lasciavano il mondo come se si dovessero allontanare solo per qualche giorno, nel pieno della forma, nel pieno della propria bellezza.

Giorno dopo giorno il mio nome divenne una garanzia.

I parenti dei defunti facevano la fila per ringraziarmi, e accadeva spesso che scegliessero, come foto ricordo dei loro cari, un’istantanea scattata dopo i miei massaggi.

Fosse stato così bello in vita il mio Giorgio – le parole di una donna una volta – da vivo il suo viso era sempre così corrucciato. Un burbero, dottore, mio marito era un burbero con la faccia sempre scura. Lei lo ha trasformato in un angelo… – .

Non contava ribadire ogni volta che io non fossi  un medico. Per tutti lo ero. E chissà che non avessero ragione. D’altronde, si, non curavo malattie, ma elargivo la migliore fra le medicine possibili: la grazia. La gente bussava alla mia porta disperata e ne usciva serena, guarita. Cos’altro ero, dunque, se non un dottore?

Nel corso degli anni lo studio fu scenario anche di eventi sgradevoli, inconsueti per un mestiere come il mio. Fra i tanti ne ricordo uno in particolare, l’unica volta in cui pensai seriamente di interrompere la mia attività. Protagonista dell’episodio fu il marito di una paziente.  Annebbiato dal dolore e dalla meraviglia del mio lavoro, l’uomo non era più convinto che la moglie fosse realmente trapassata. Non credeva neanche all’oggettività dei dati clinici, alla mancanza del battito, all’assenza del respiro: – Vede dottore, è offesa con me, non mi rivolge la parola…le dica qualcosa…– ripeteva continuamente – è un complotto? Vi siete messi d’accordo per levarmi di mezzo? – come un nénia. Di fronte al mio stupore pensò bene di sferrarmi un pugno in faccia, non prima di avermi minacciato – … la faccia uscire da lì subito o vi rinchiudo tutti e due dentro una cassa…- . Solo l’intervento della polizia mi salvò dalla sua follia.

Subii anche un tentativo di rapimento. Non ero io la vittima, ma una mia salma. Non denunciai nessuno in questo caso, anzi, mi dispiacque che il colpo non fosse andato a buon fine. Pensavo che il responsabile del gesto avesse avuto ragione a fare quel che aveva fatto: la bellezza non può nascondersi dietro una lastra di zinco, non è naturale.

Plasmavo carne morta e la rendevo viva, così tanto da creare disagio. Chissà, forse avevo lo stesso dono di Dio, solo che a lui era sfuggita la situazione un pò di mano.

Bussano alla porta. Toc, toc, toc. Sono colpi delicati, quasi accennati. Lavo le mani, indosso una giacca, vado ad aprire. E’ una donna anziana molto elegante la persona che mi si presenta di fronte. Una lunga veste nera le cinge il corpo. Al collo, un grande crocifisso distoglie l’attenzione dai suoi occhi gonfi: ha pianto. Si rivolge a me quasi sussurrando, se parlasse  ad alta voce penso scoppierebbe in un pianto ininterrotto. Accenno un inchino, le bacio la mano. E’ fredda. Ossuta. Ma l’età mangia la carne e cerco di guardare oltre.

– Le vengo ad affidare mia figlia…è qui fuori…mi raccomando… – senza neanche guardarmi.

– Non si preoccupi signora, farò del mio meglio – e un brivido a smentire lo slancio.

– La renda viva…un’ultima volta…- non sono quì per questo?

– Farò il possibile. Intanto si accomodi, prego…-, il silenzio  è complice.

Guardo in basso mentre le indico la porta. Gesto inutile il mio, la signora non è più lì. Mi sporgo oltre l’ingresso: nessuno. Occhi a destra, a sinistra. Sparita. Solo un carro funebre, una bara, e due uomini ad occupare l’orizzonte di fronte ai miei occhi. E per poco. Nemmeno il tempo di metterli a fuoco che ho già in mano un foglio con un nome, una foto e la data entro la quale svolgere il mio compito. Elisabetta Elpis. E’ questo il nome  della ragazza nella cassa.

Ho imparato col tempo a fare poche domande. A parlare il meno possibile. Questa volta mi riesce difficile stare in silenzio. Quella donna, la sua preghiera, questi due energumeni che adagiano con velocità la salma sul lettino. Sembra vogliano tutti scappare. Non faccio in tempo ad espirare una parola che anche loro vanno via senza neanche salutare. Rimango fermo sulla porta.

Ora sono solo. Io e la ragazza.

Avere a che fare con i morti quotidianamente, alla lunga, ti priva di ogni tipo di emozione, di ogni forma di empatia. Non pensi abbiano avuto anche loro una vita, desideri, aspettative probabilmente simili alle tue. Hai di fronte un oggetto da restaurare. Nient’altro. Conta solo fare un buon lavoro. Che sia pelle e non legno ciò che deve rifiorire poco importa. Nel mio caso, poi, tutto è ancora più facile. Non ho mai creduto nei rapporti sociali, né ho mai rispettato il vissuto di nessuno: troppe parole, troppe scuse. La materia vivente mi spaventa, l’imprevedibilità mi atterrisce. Un cadavere porta in eredità un orizzonte già compiuto e facilmente identificabile, per cui mi viene facile essere pittore di eventi non più passibili di cambiamento. Ciò che mi interessa è solo la bellezza del già fatto, del già detto, l’immagine che l’anima svela in assenza di spasimo.

Non so perché sono fatto così. Sarà forse la paura di non essere capace di vivere come gli altri, sarà il conforto che mi trasmette l’abbraccio gelido che preserva un organismo concluso. Chissà. Ma intanto quì, ora, di fronte a questo corpo immobile, mi trovo in difficoltà. Non so neanche da dove iniziare. La giovane è lì, pallida, avvolta nella propria bellezza. Non vi è nulla di morto in lei se non la Vita. E non basta.

Sembra stia dormendo. Le carezzo il volto. Il rumore della sua anima si espande nell’aria. E’ un fischio invadente che mi violenta il cervello, che mi rende fragile e inaspettatamente disarmato. Meglio mettersi al lavoro, cercare di non pensarci, considerarla una salma come le altre. Cosparse le mani di olio,  percorro ad uno ad uno i fasci muscolari che mi si inceppano tra le dita. Conto le sue vene necrotizzate come fosse la prima volta.

Sembra ieri. Mio nonno, inerme di fronte a me, steso sul lettino ad occhi chiusi, freddo, così distante da non rivolgermi nemmeno una parola. Niente. Neanche un saluto. – Devi fare quel che è ti è più congeniale –mi diceva sempre – ti piace scrivere? Scrivi! Ti piace volare? Vola! – . Era sempre lì, pronto a consigliarmi di non rinunciare mai a seguire le mie attitudini. Quando gli ripetevo di non sentirmi depositario di chissà quale grande talento, mi sorrideva sempre – vedrai piccolo mio, il tempo ti suggerirà la risposta – . Era fiero di me mio nonno, così convinto che  potessi riuscire in qualunque cosa avessi voluto fare nella vita, che non perdeva occasione per incoraggiarmi. Qualunque cosa facessi. Offrendo il suo corpo alle mie cure confermava ancora una volta il suo amore, la sua fiducia in me.

Lo ripagai restituendogli la gioventù per un giorno.

Non so se gradì il mio regalo, non tornò mai indietro a dirmelo. Di certo so che il sorriso che mia nonna gli riservò, quando lo vide nella bara aperta sotto l’altare, mi rese l’uomo più felice del mondo: solo allora capì di aver fatto la scelta migliore. Da quel giorno mai una pausa, mai un dubbio. Ero a mio modo un artista, e godevo nel fare quel che facevo.

Questo fino a poche ore fa.

Ora, per la prima volta dopo così tanti anni, di fronte ad un cadavere, mi sembra di non sapere neanche da dove iniziare. Guardo la ragazza. Non riesco ad esserle distante, non riesco proprio a non fissarle le palpebre serrate, è come se si dovessero spalancare da un momento all’altro. I miei occhi nei suoi, la prima cosa vista al suo risveglio: vorrei questo fosse possibile. Per cambiare pagina, per ricominciare a pedinare le ore come sempre. Ma niente. Impasto il mio imbarazzo con la sua pelle, ne faccio un’unica massa.

Freddo, sfregare di mani, olio che scorre come sangue e minuti ad inseguirne il fluire. Le mia dita dipingono nuove vene lasciando rapide scie di tepore. Massaggio, massaggio senza sosta. Se non muovessi tanto rapidamente le mani sulla carne untuosa, avrei nettamente l’impressione di consumare il mio corpo sul suo. Secondo dopo secondo. Sono così attento ad ogni movimento che non mi accorgo di quel che sta succedendo, o che mi sembra stia accadendo sotto gli occhi: le mie dita si stanno erodendo, perse nel pallore della salma adagiata sul lettino. Ma la stanchezza gioca brutti scherzi e continuo il lavoro.

Tic, toc, tic, toc, tic, toc. L’orologio reclama il tempo che fugge. I minuti scappano via. Non sto al passo questa volta.

Dal momento della morte allo svolgimento del funerale passano solo poche ore. Un breve lasso di tempo che di solito basta per concludere il compito assegnatomi. Senza alcuna fretta. Nessuno reclama i corpi prima del dovuto: la gente rinuncia senza problemi alla camera ardente pur di vedere la Vita riflettersi sui volti dei propri cari un’ultima volta. Poi l’addio.

Di solito massaggio e via a casa, a dormire, lasciando le lancette girare su se stesse. Questa volta no, sono io a girare a vuoto.

Lavorerò tutta la notte, il tempo stringe. Guardo membra morte e mi sembra di riceverne Pace. In quel corpo freddo risuona l’eco della mia voce, il suono delle mie mani. Il silenzio di quelle carni richiede attenzione, più di quella che solitamente concedo.

Massaggio, massaggio, massaggio e non alzo mai lo sguardo dal lettino. D’improvviso lo specchio in fondo alla stanza mi reclama: alzo le braccia. Il rapido riflesso tra la porta ed il vetro mi atterrisce. Corro subito in bagno.

Accendo la luce, spalanco le palpebre. Gli occhi ben aperti rimandano indietro un’immagine terrificante: non ho più dita, le mie mani sono monche. Deve essere un’allucinazione, la stanchezza, non può essere altrimenti. Mi lascio fumare da una sigaretta ed osservo meglio.

Non sono spaventato, solo curioso – …troppo viva per la mia cura…- penso tra me e me. Sorrido. Quando un rumore di passi in salotto mi risveglia dal torpore dei pensieri, mi accorgo di non essere solo. Non ho neanche il tempo di domandarmi chi possa esserci, che un’ombra veloce taglia la strada alle mie domande. E’ lo specchio ad indicarmi la via da seguire.

Sono stranamente sereno.

Una figura adagiata sulla poltrona riempie la penombra nel salotto. E’ la signora di oggi, la madre della ragazza, sembra proprio lei. Tranne per un particolare: la sua giovinezza. Non so se sia per la poca luce o per i miei occhi stanchi, ma le rughe sul suo viso sembrano scomparse. E’ avvolta negli stessi abiti di qualche ora fa. Sussurra rivolta verso la finestra:

  – Mi manca il peso degli anni… ne conosco solo il riflesso…-

– …Signora Elpis…?- nascondo le mani incredulo.

– Si…mi scusi…pensavo a voce alta…- girandosi verso di me,

– come ha fatto ad entrare?…-

– la porta era aperta…-. Era chiusa. Ne sono sicuro. Passo oltre.

– E’ ancora presto Signora…-

– …dipende dai punti di vista…-

– prego…?-

– …posso vederla?- mi attraversa con lo sguardo.

 Senza neanche aspettare una risposta o un mio gesto, la signora si incammina verso lo studio. Diretta. Percorre il corridoio come se conoscesse alla perfezione casa mia. Eppure non è mai stata quì. Dovrei spaventarmi, farle qualche altra domanda, ma non riesco a far altro che seguirla in silenzio. Lascio che sia. Capirò.

– E’ bellissima…non trova?- di fronte al corpo della ragazza.

Gli occhi della donna riflessi sul viso pallido della figlia colmano la distanza tra di loro. Compensano l’assenza d’aria. L’immobilità dell’una é solo il riflesso dell’altra. Nient’altro.

– …Quanti corpi sono passati da questo lettino?- mi sussurra.

– Molti, ho perso il conto…-

– …Non le sembrano tutti uguali?-

– no…ricordo il viso di ognuno…-. Mento. Proteggo la mia esperienza dalla curiosità della donna. Le rispondo per inerzia – si…gli occhi di tutti…-

– proprio di tutti?-

– si… per ogni volto, un’anima –

– …lei è fortunato…-

 Guardo in basso. La sua freddezza mi imbarazza. Ascolto senza interrompere.

Ho avuto anche io a che fare con i morti, dottore. Per una vita. Forse anche oltre. Ma non ho mai incontrato l’Anima…solo decadenza…-

Non crede in Dio signora?-

Credo in ciò che vedo –

E pensa tutto finisca con la morte? –

Si –

…in un mondo così imperfetto, non ritiene che la bellezza sia un segno di Dio…? –

…polvere simmetrica. Nient’altro, dottore. Cosa crede diventi la carne una volta sepolta se non polvere? Se fosse segno di Dio come dice lei, non dovrebbe rimanere intatta?Non è eterno il suo Dio? –

Non è questo il punto signora. Ho sempre immaginato il corpo come se fosse  un lampo…uno squarcio lucente di un quadro ben più ampio…-

…e aspetta il tuono? –

…il temporale, signora, aspetto il temporale! -. Qualche attimo di silenzio. Mi osserva.

…e se non dovesse arrivare? – d’un tratto – Se tutto finisse con il disfacimento? Se i corpi che lei cura non fossero altro che un modo per scappare dall’evidenza dei fatti?-

Non so cosa aggiungere. Ma d’altronde penso non abbia molta importanza. Non un’espressione in lei, non un gesto. La donna, immobile ai piedi della ragazza, la fissa ininterrottamente da quando è entrata. Soffoca le labbra nel pronunciare suoni impalpabili. Provo comunque a risponderle in qualche modo, in fin dei conti mi ha rivolto una domanda.

E’ tutto imperfetto, signora. Tutto. Ma io adoro le favole. Penso siano l’unica cosa per cui valga la pena di vivere

– Allora le renda grazia lei, dottore. Per favore. Più di quanto non sia riuscita a fare io nel corso degli anni…forse sono cresciuta troppo in fretta e non ho ascoltato mai tante storie da bambina.

Se pensa che l’anima possa risiedere nei volti, se la riconosce, la renda visibile sul viso di mia figlia…anche solo per un momento…poi magari tornerò della mia idea…ma lo faccia! La morte dura troppo tempo per non vederla almeno una volta…- 

Non aggiungo altro. Non reggo il suo sguardo. Neanche mi accorgo che d’un tratto sono di nuovo solo: la donna è andata via. La cerco ovunque. Corro verso la porta: niente, scomparsa nel nulla. Non riesco ad afferrare il senso di queste ore malate, e non è per colpa delle mie dita consumate. L’unica cosa che so è che la sua visita mi ha riempito di nuova linfa, forse per la stranezza con cui si è verificata. Ora dovrò sbrigarmi, la notte è agli sgoccioli.

Devo finire il mio lavoro al più presto e smentire la disillusione di quella donna.

Massaggio. Massaggio. Senza pormi troppe domande. Massaggio le gambe, massaggio le spalle che si alzano veloci non sapendo cosa dire. Muovo le mani consumate sulla pelle della ragazza. Centimetro dopo centimetro perdo di vista i miei arti, ad ogni tocco perdo il corpo. – Preoccuparmi delle tendenze dell’anima non mi avrà reso immune al declino dei corpi – penso – ed intanto massaggio, massaggio, e massaggio con quel che rimane di me.

Ed ho massaggiato senza sosta fino all’alba.

Al mattino hanno bussato alla morte: nessuno alla porta.

Sono scivolati via i miei massaggi, via, assorbiti nello straccio bagnato che un inserviente ha passato per terra qualche ora dopo, spazzando via la mia storia. E la mia cura, seppellita senza nome sull’opera d’arte più grande che abbia mai compiuto.  Fuggita via.

Il giorno del funerale della ragazza, una fila ininterrotta di persone ha reso omaggio alla sua salma. Tutti sono stati conquistati dalla sua bellezza. Tutti. Così tanto da dimenticarsi delle quattro tavole che la contenevano. Come fosse più viva dei vivi.

Nessuno ha dimenticato quel viso, la patina dorata che ne rivestiva la pelle rendendola lucente. C’è chi ha giurato fosse cera, chi ha pensato fosse imbalsamata.

Per quel che serviva…

E’ bastato che la gente chiudesse gli occhi al suono del saldatore perché tutto svanisse.

Per sempre.

E loro con lei.

Mario Scalzi

racconto tratto da

‘Il Massaggiatore di Salme ed altre Storie’

 

Dopo la laurea in Lettere moderne inizio un percorso artistico/vitale tra letteratura e musica che mi porterà ad essere autore del soggetto e coatuore della sceneggiatura nel corto cinematografico “NoisyHours”(2009), aiuto-regista ed attore nel corto “Il Buio” e autore dei libri “Favole Spente” (Ilfilo,2006), “Il Buio Esaudito”(2011) e “Il Massaggiatore di Salme ed altre Strorie” (2011).
Attualmente svolgo il ruolo di sceneggiatore per la casa di produzione ‘Faiden Blass’, collaborando occasionalmente con diversi siti nella realizzazione di testi ed illustrazioni varie.
Oltre a scrivere, scrivere e scrivere, suono il basso e la chitarra nel gruppo “ODH”, e tutti gli strumenti nel progetto personale “IlBuioEsaudito”

Poesie da IO NO (Ex-io) di Valeria Raimondi e nota di lettura di Alberto Mori

IO NO (Ex-io), Valeria Raimondi, ThaumaEdizioni, 2011

Alcune poesie :

5
Maledizione
mi porto dai primi vagiti
da una bambola rotta
da quel latte versato
Io calpestata – fiorita – spogliata
doppia quadrupla
in frammenti
infiniti
divisa
per essere Una e Intera

14
Emigrare da me
da questo corpo in esilio
da questi letti stranieri
da queste mani inutili.
Emigrare da sé
da questi frastuoni
da questi sudditi
di re imbecilli.

24
Mi ammalo
per il gusto della convalescenza
mi ammalo sotto anestesia
Mi sgravo così dal dolore
Prendo il largo da te
a grandi bracciate
Ammaestro i cavalli
che salgono e scendono
nel ritmo impazzito
Infine scendo dalla tua giostra

—–

3
Le posso guardare,
leggère, salutari, pulite
foglie ben disposte
accuratamente asciugate.
Le prendo una ad una
in punta di forchetta:
sono Verde-Speranza,
di un pallido niente
coreografia perfetta.

—–

11
Razze di vuoti a perdere
Contenitori del nulla
di scorie – di cibi avariati
Non son della vostra pasta, sacchi pieni di cibo e di merda

18
Anche il corpo si allontana
cessa i desideri, è un altare una messa nera un [sacrificio ancestrale.
Voi avete un sogno.
Io no.
Mi vorreste far sognare il vostro sogno
ma il mio è differente,
non ha termini di paragone.
Il mio brutto sogno somiglia
agli incubi delle veglie e io
continuo a sognare da sola.

Nota di lettura

Talvolta l’oltranza deve essere  più forte  per  resistere oltre il lecito.Tutto ciò è stato compreso attraverso le loro esistenze da coloro che come Jim Morrison cercavano “Break on through to the other side” e si rifletta subito sulla traduzione di questo inciso dove il verbo “to break”, tolto l’infinitivo “to”, si regge sulla particella fraseologica “on” che lo pone in movimento .E’ dunque una rottura transitiva  ed in transizione del e nel movimento. In sintesi estrema  quanto il poeta e cantante dei Doors ha cercato con la sua esistenza. Andare dall’altra parte della vita attraversandola con il suo spostamento. La sua diversità.

Valeria  Raimondi  in  Io  No (Ex-io)  lega la particella “ex” ad una anteriorità cercata nel pronome, io simmetrico ,anche se minuscolo, a quello che immediatamente nega subito d’acchito. In questa fuga  antecedente vanno questi versi imprecati e resi non nati:” E fingo eludo  sorvolo” , quasi che la poetessa barricadera e rivoluzionata insceni anche il cedimento per poi rimanere con “le mani alzate perché scenda il cielo”. Arresa ed attesa alla vita perchè la raggiunga.

Quando poi si compie, come in questa plaquette, spoliazione autochirurgica dell’identità, restano  i referti da  lanciare  verso il lettore, attraverso anatemi organizzati in frammenti.In ogni caso queste poesie, al di là dell’evidente scelta d’urto comunicativo, hanno certamente avuto una lunga  gestazione. Lo si avverte soprattutto quando la negazione mette in gioco il corporeo e la sua organicità:allora si sazia una mistica ancora più resistente. Così mentre S.Teresa d’Avila nella traslazione del suo io corporeo entrava in “unio mystica” copulante con Gesù Cristo, Valeria Raimondi, pur restando all’interno di una anoressia laica,mostra con intensità le sue pulsioni nella carne della parola ed anche quando l’alterità viene fagocitata ,la poetessa sa restare “nella virtù monca
nello spazio di un vuoto”. Resiste ed assume il suo essere.

Io No  (Ex-io)  risveglia, pur nella sua convergenza con il presente ostile, antiche memorie post  punk ,tra  le quali il “Placebo effect” di Siouxie Sioux and the Banshees, nel vorticato dei neon violacei, sembra il più attinente, soprattutto nella sezione dei sogni, dove il dark dell’atmosfera nauseata viene qua e là interrotto da colori cangianti “osceni”,nell’accezione di “fuori scena”: il luogo di osservazione onirica ove si spinge la poetessa nella regolamentazione plasmatile dei suoi deliri di poesia.

Io No (Ex-io) non vuole dichiaratamente detenere neppure il diritto di piacere al lettore ed è attraversato da una forma di ascesi sotterranea.  Riscatto esistenziale che diviene alla  fine un patto delle viscere dell’anima dove leggere un augurio. Un segno per tutti
noi. Convocati e presenti a questo parto felicemente doloroso.

Gennaio  2012                                                      Alberto Mori

.

Inediti – di Mirella Crapanzano

e poi noi

ci vuole poco a dire noi sotto la pioggia
per poi cessare le nuvole tutto intorno
alla parola vento, nel bel mezzo delle braccia
come chi si ferma ad approfondire
un ordine da assomigliare al caso.
comunque sera lo spogliarmi dei tuoi occhi
lasciando  che la forma del corpo
muti al resto, a una fragilità di terra
che consente il mare, l’approssimarsi
incauto delle stelle quando è inverno.

neve 

[emergo dalla pelle
senza dire la neve sulla tua bocca]
ed è lago quella trasparenza
che oggi chiami amore disabitato

*

(il tepore della neve camminando dietro la tua nuca)
mi torna casa, un ritratto che sparisce sul muro.

accordature

è nelle pause che ci accordiamo
tra le letture ad occhi chiusi
dove pianti le mie rose bianche
nel suono lungo che accade
quando chiudiamo la porta
spalanchiamo un fiume
nella percorrenza di una bocca
nel disarmo dei corpi  quando tutto è niente
come l’origine, la sorgente
o le partiture nude dei muri
con i ritratti abbandonati di vecchie
case. alla domenica.

Mirella Crapanzano nasce ad Agrigento. Appassionata dʼarte.  Pittrice. Si occupa di allestimenti scenografici e collabora con TeatroLila di Torino, della rete internazionale di donne nel teatro The Magdalena Progect. Vive a Damanhur, da oltre 15 anni, nelle valli del Canavese, a pochi chilometri da Ivrea.   Antologie: “Senza Fiato”  2008 Fara Editore, “Verba Agrestia 2010” Lietocolle, “Metamorphosis” Versinvena 2010, “Il segreto delle Fragole Diario Poetico 2012” Lietocolle, “Arbor Poetica”  Lietocolle 2011.  Prima classificata al concorso Effetto Farfalla 2011

Scrive sul blog

http://contaminazionipoetiche.wordpress.com

 

Alcuni suoi lavori:

M.Crapanzano

Inediti – di Francesca Canobbio

 

MASTICA LA RUGGINE DELLA SUA MITOLOGIA

Mastica la ruggine della sua mitologia
Con il passo a contrappunto di uno spar(tit)o incompiuto
Per un plot-splatter di mosche alla parete troppo umane
Per lo spray disinfestante all’ala persa sui confini
Di una parabola al suolo raso – e si vola e si cade –
Nido di passerotti – becco aperto al verme –
Che ora sfama e poi masticherà – a cerchio di vita –
Cibo di sé stessa ed un buco nella pancia
Come sparo di revolver che è fame che medita
Al sapore della colla [ci si riappiccica al finale]
Giusto il gusto di ripetere la bocca su una bocca
In un bacio di parole fotocopia del copione
Ingoiare amaro amore come pane fra le righe
Sono solo delle briciole gli spazi di coscienza di
Come mastica la ruggine della sua mitologia

CHIAR’ OSCURA

Sgiorna e snotta-

sulle faccende
chiar’ oscura a ventiquattro
l’ora
di seme a lune
e sole.
Minuta di carattere
che ha in mano matite
come dita
e scritta una sentenza lunga come un’unghia
per letto
o(h) foglio lenzuolo
con uno strappo per occhi fissi
a un’alba mobile
di incerti righi pargoli
luce di madre
lingua

 

CONCETTO ASTRATTO

Ti renderei la vendetta della notte
e del turgore delle orchidee
su quella carne tua che è le mie mani
sottratte al curvilineo tuo sostare
in forma di idea o concetto astratto
che mi rimiro in sogno ovunque
oniricamente presente al tatto
svanisci a me al primo sguardo
e tu che tieni gli occhi chiusi
per non vedere la mia figura
immaginala priva della sua scorza
soltanto un’anima che poi è cuore
mentre io imparo a non chiamare amore
solo un intreccio di parole e suoni

 

Francesca Canobbio è nata a Genova nel 1978, dove risiede. I suoi versi si possono trovare sul suo blog ufficiale http://asfaltorosa.wordpress.com, dove ha incominciato a scrivere nel 2006, da neofita, coltivando sempre più la passione per la poesia e le lettere, che l’ha spinta a partecipare a numerosi reading ed iniziative artistico-culturali in cui è tuttora attivamente coinvolta. Partecipa in qualità di autrice alla rivista artistico-sociale “Capitalismo-organo ufficiale dell’era contemporanea”,
http://capitalismorivista.wordpress.com  .
Suoi testi sono reperibili sul blog di Francesco Marotta “La dimora del tempo sospeso” e sul blog collettivo “Viadellebelledonne”.

[Novità Editoriale] Il Dolore Dell’ombra – Fabio Puliatti

Il Dolore Dell’Ombra, Fabio Puliatti
Aletti Editore, 2011


L’autunno del verbo

Una madre si è nascosta dietro un muro
mentre il gelo piange sulle mani vuote
la sua bocca si fa piena di silenzi
e il soffitto s’ingiallisceper il fumo.
Una madre all’altro lato della vita
con la spina della radio dritta in vena
ora che vorrei parlarle ha rinunciato
e un abbraccio s’ingiallisce in una foto.

Sepolto nel di un sabato qualunque

Le mura di questo mio male ad ogni mio inverno divengon più strette
è poco lo spazio che ormai neppure le ali riesco a spiegare
e perdo ognimia fantasia spiando dal basso la vita dei vivi
nel tempo che inventa torture e beffardo mi nega l’onor della morte.
Diamante sepolto non brilli, nessuno saprà del tuo ricco splendore
sei specchio svezzato dal buio nel buio disperdi il tuo sordo dolore.
Nei sabati dei passi e baci i sogni allattati saranno futuro
io odio piangendo a dirotto perchè nelle lacrime possa affogare.

I miei frutti

Le mie vene son radici
per il passo mai compiuto
e le dita come rami
urlanti verso l’infinito
giungon sogni pigolanti
per far cantico di vita
poi stormiscono  e i miei frutti
cadon persi nel silenzio.

Fabio Puliatti nasce a roma il 10 dicembre del 1982.
Sensibile all’arte e raffina il suo dire dalla musica, cantante rap dalla voce meravigliosa, alla fotografia per soffermarsi alla scrittura.
Il dolore dell’ombra è il suo esordio letterario.

Inediti – di Luca Pizzolitto


Cinquanta poesie.

Da qui dove non c’è vento.

Scriverò
come Greg cinquanta poesie
per ogni paio di mutande che possiedo
comprerò
una valigia al mercato usato dei ricordi
e in un giorno d’ottobre

partirò

non lascerò tracce tra le foglie
brucerò il mio cuore
e tutto ciò che è stato
tutto ciò che ho desiderato.

Senza titolo.

Nella fotosintesi di sogni incomunicabili
nell’ossigeno nero di una camicia di forza
di stanze blindate, di urla, di carni strappate.

C’è una bambina sull’altalena, appesa all’albero del mio cuore.

Nessuno può far nulla
contro le sue paure
nere come serpi
nascoste in mezzo ai rovi,
orfano in esilio.

Sospesi ,attesi, arresi.

Profeti nella terra di mezzo
del tempo perduto
tra gl’inferi e il cielo
sospesi
attesi
arresi (mai)
moriremo di morte precaria
smarrirsi ogni notte
per poi ritrovarsi
rinascere al sole delle sei e cinquanta
e ancora morire, sul far della sera.
fari spenti nella nebbia
contromano, le strade di sempre inenarrabili
avversi a molteplici mai
caduti indecisi violenti
su sentieri abituali
affollati di gente
soli, gatti randagi
fame (mai sazi)
sete (mai paga)
vino e case di cartone
in riva al fiume in piena
mine antiuomo
sfracellano l’anima, non solo i corpi.

Fuochi nella notte
FUOCO AI C.I.E. ALLE GALERE!
brucia la carne nell’attesa
bruciano i campi Rom
(ma questo va bene va bene:
va bene?)
sassi dai cavalcavia dei partiti
a furor di popolo senza il popolo
acqua scorre verso il mare
noi siamo mare,
nascoste sirene nell’intestino
piaghe, cani a tre teste
divorano
viscere corrotte dal freddo
di alcool e mille sigarette ultralight
giovani in guerre colpiti al cuore
(morti, ancora)
il mio stato di grazia
è che provo dolore.
Mettimi dentro il cielo:
in qualche modo
lo racconterò.

Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980.
“Fra me e te c’è sempre un inverno” pubblicato con le Edizioni Smasher, Ed.2011.
Curatore della regione Piemonte per la ThaumaEdizioni.

Il suo blog personale:

http://www.laterradeicani.tumblr.com

Inediti di Stefano Salvi

L’età, frontale all’arteria e vena
della semente: tu eleggi un’esca flagrante e gravata
come lo scomparire di cuore.
Più labile, e tagliata per il sale dalle ciglia
la costellazione muta di fornace,
scalzano i sorsi in fine d’anima, della terra – e sono la maggiore
delle annodature di messe, dove tenere
incombusta la soglia;
ecco, lo stelo ha l’aspersione
della vivanda e, contro, i venti
giungono il lato di secolo nel quale
ogni mano nuda volteggia delle punte dalla fonte,
come abbandono. Anche
pervade lo stame che aggravi
delle tracce di fiume profondo:
tolto il lampo molto, si parla
così sulle acque e così in esse si entra, allargandosi nel cielo.
La via trovi sul frutto del gelso,
nel bianco avvento di maggiori sabbie, vedi
a lungo, i passi sicuri, e il duraturo nido forza appena
nel raccolto la stella.

*

Nondimeno nel tuono si compie
il nome del grano, in queste cose fra la bocca dei morti:
qui, preme con lo squarcio lo strato delle api
che distende la spiga,
e non un rumore, e non un fondo di foglie
a vedere il cielo che sostenta
di quel sale vasto dell’insetto, della figura vagamente inoppugnabile
che danno sul terreno gli scopi estranei alla vita degli alberi,
e dove arderai il cuore.
Scheggia il tocco ripetuto
dell’erbaio: qualcuno, più d’uno, ha,
dall’incandescenza del palmo,
l’invenzione delle radici, che feconda; poco è
avvolto in sogno nella
specie delle ossa.
La condizione di amato non ha nome.
Chiusa nella tua bocca, temi
che la forma del bacio possa fare cadere, e farti infrangere
la terra e trascinarti infine.

*

Così interamente nella persona
ciascuna anima,
si sente: portare foglie poche, il filo dei volti messi in terra
ed il corso di fatti nell’ulivo e bosco.
Chiunque sembra toccare
interminate creature, questa spola
che scuce il salto di bruma,
molto attraverso l’inflato. Discosto,
è un evento largo nell’avvicendare di luna;
inaugura l’ascendenza di uccelli, alle braccia s’impasta
il raggio dei tifoni, oggi
che scosta una corsa scura il battito del miele
e le stelle della terra, che un colpo spazia
sulla finale lingua della stagione.
Ovunque l’interminabile ala tiene
in ciò che infesta, in vento.

Stefano Salvi è nato nel 1975 a Varese, dove risiede. Dal 2004 dirige, insieme ad A. Broggi e I. Testa, “L’Ulisse” (www.lietocolle.com/ulisse), periodico on-line di poesia, arti e scritture. Ha curato, con C. Dentali, presso LietoColle, l’antologia “Il presente della poesia italiana” (2006). Ha pubblicato l’e-book “Il seguito degli affetti” (Biagio Cepollaro E-dizioni 2006) ed il libro “Le insidie/Neumi” (LietoColle 2007; prefazione di Gianni Turchetta). Ha vinto la sezione “Raccolta inedita” del Premio Lorenzo Montano – XXIII edizione – con la silloge “Primizia di creature” (Anterem Edizioni 2009; note critiche di Flavio Ermini e di Giorgio Bonacini). Frammenti del suo “L’avvenimento del terreno” sono apparsi  in “Registro di poesia #3” (Edizioni d’if 2010).

Lo Spioncino – Daniela Montella

Della sua vita modesta e senza sorprese, la signora B. ricordava con orgoglio solo il modo impeccabile in cui l’aveva vissuta. Nel corso degli anni aveva soppesato ogni azione e parola affrontando tutto con efficienza – dalla gestazione alle esequie del marito. La vecchiaia si era presentata e lei l’aveva accettata con il gelo con cui aveva accolto tutto il resto. Era come se avesse vissuto il suo destino decine di volte, e ogni cosa l’annoiasse a morte.

La signora B. considerava la vecchiaia il periodo più felice della sua vita. Non era mai riuscita ad isolarsi dagli altri. Dalla nascita all’età adulta aveva convissuto con l’angosciante demone della presenza altrui. Poi, all’improvviso, i figli si erano trasferiti e il marito era morto.

Nei dodici anni di solitudine che erano seguiti non aveva apportato un solo cambiamento alla sua persona o alla casa. Amava ricordarne ogni dettaglio, dalle crepe nel muro al modo in cui le tende filtravano i raggi del sole, riempiendo la casa di una luce soffusa e giallastra. Avrebbe potuto benissimo essere cieca e non accorgersi della differenza. I suoi ricordi erano plasmati a immagine e somiglianza del proprio mondo. Al di fuori della porta d’ingresso, per lei, non esisteva altro. Se non la famiglia A.

I vicini, infatti, si ostinavano a vedere in lei una vecchia sola e triste. Il suo sorriso, le rare volte che usciva di casa, li confondeva. Non accettavano l’idea che una vecchia donna sola potesse essere felice e si prodigavano per renderle la vita – a parer loro – più facile. Almeno una volta a settimana i due coniugi bussavano per chiederle se ci fosse qualcosa che potevano fare per lei. I figli, due inquietanti creature gemelle dai denti bianchissimi, la tampinavano ogni volta che usciva di casa per aiutarla ad attraversare la strada o portare le buste della spesa.

C’erano altri motivi per cui la signora B. odiava i suoi vicini. Erano chiacchieroni, vanitosi, esibivano sorrisi forzati e ostentavano la propria vita privata come certe scimmie mostrano i genitali. Per la signora B. non c’era paragone migliore: i suoi vicini, con l’auto lussuosa e il cane ammaestrato e gli abiti firmati, altro non erano che scimmie coi genitali per aria.

Da qualche mese a questa parte la signora B. aveva preso l’abitudine di osservarli dallo spioncino. All’inizio si era trattato di qualche minuto al giorno, guardandoli uscire di casa la mattina e inorridire ad ogni loro abbraccio, bacio o incoraggiamento entusiasta – poi i minuti erano aumentati fino a diventare un’ora, due, mezza giornata.

Nonostante sapesse quanto fosse lontano dalle sue abitudini, non riusciva a smettere di spiare la vita di persone a suo parere così basse e meschine. Studiava disgustata e affascinata quella vita così diversa dalla sua, diversa da ogni cosa che fosse mai arrivata a concepire nella vita. Erano sguaiati, chiassosi, incredibilmente scoordinati. Si lasciavano prendere dalla vita senza controllo, vantandosi al tempo stesso di una perfezione che, a differenza di lei, non possedevano né potevano immaginare.

Era arrivata a spiarli dal momento in cui uscivano di casa – le sette e mezza del mattino – fino al loro rientro. Poteva finire alle nove di sera come a mezzanotte. Si metteva lì, appollaiata sul girello, e non andava a letto finché non tornavano tutti a casa. Per evitare di spostarsi aveva preso l’abitudine di conservare il cibo sul mobile all’ingresso; e, per il resto, aveva il pannolone.

Durante le feste erano ancora più insopportabili e rumorosi del solito, pieni di boria e belle parole che sprecavano in auguri a vuoto e dimostrazioni di affetto del tutto inutili. Era felice di aver evitato per tutta la vita di ridursi ad una figura oscena e recitare in quella parodia di vita.

Gli A. la ossessionavano tanto perché in loro c’era tutto quello che aveva sempre temuto. La perdita di compostezza e dignità della figura, i gridolini, l’amore sbandierato e mai provato. Lei, considerata da tutti come una donna sola e quindi acida, fredda e senz’anima, aveva amato molto più di loro. Solo se stessa, è vero – ma profondamente, più di quanto potessero immaginare.

Il natale arrivò come una maledizione. Era il primo della famiglia A. in quel condominio e la signora B. non sapeva cosa aspettarsi. Era già provata dai preparativi per la loro festa. Non avevano badato a spese. Era stata una settimana intensa. Per la prima volta nella sua vita si era stancata, e le sue mani faticavano a tenere il girello.

Si permisero perfino di invitarla ma finse di non essere in casa, appoggiandosi alla porta come se fosse il suo ultimo appiglio fra la vita e la morte. L’inquietudine era cresciuta col passare del tempo ed eccolo lì, il giorno più crudele dell’anno, in attesa di far mattanza del suo spirito.

Vennero molte persone. Saluti. Abbracci. Quanti gesti imperfetti, quante risate sguaiate – latrati, versi animali – quanta tristezza nelle loro voci! I colori fuori la porta aggredivano i suoi occhi come lame. Ridevano nel loro modo grottesco e terrificante mentre trasportavano regali, dolci, bottiglie di spumante. Era insopportabile. Troppo vicino alla sua porta, a lei e al piccolo mondo perfetto che era riuscita a creare. Per la prima volta nella sua vita ebbe paura, e la paura era ancora più spaventosa dei suoi vicini.

Poi, accadde.

Gli A. e i loro invitati si stavano radunando sul pianerottolo. Sulle prime la signora B. pensò che stessero uscendo e il pensiero la confortava; ma poi notò che nessuno di loro aveva il cappotto addosso. I loro sorrisi, deformati dallo spioncino, erano ancora più inquietanti di quanto ricordasse. E, con sommo orrore, bussarono alla sua porta. La signora B. si trattenne. Non voleva far capire di essere già dietro la porta.

“Andate via!” riuscì ad esclamare qualche secondo dopo. I sorrisi fuori dalla sua porta si fecero ancora più larghi. Pescecani.

“Tanti auguri, signora B! Abbiamo una sorpresa per lei!”
“Andate via!” ripeté. Ma il coro era già cominciato.

Li vide, fuori la porta, compatti, a dondolarsi ritmicamente per accompagnarsi col canto. Non riuscì neanche a capire quale fosse. Le ronzavano le orecchie. Tutto quello che nella vita le faceva orrore stava cantando fuori la sua porta. Strinse con forza il girello.

“Aiuto” mormorò.

La famiglia A. al completo finì il canto e, senza aspettarsi alcun ringraziamento, rientrò in casa. Conoscevano la povera vecchia signora B., la vedova, e non chiedevano altro che alleviare un po’ la sua solitudine in quel santo giorno di festa. Erano certi che la sua diffidenza nei loro confronti fosse dovuta all’imbarazzo di vedere una coppia ancora felice e giovane mentre lei, senza nessuno al mondo, passava le sue giornate a spolverare e rimuginare sul passato. Quante volte avrebbero voluto invitarla a pranzo e porre fine alla sua tristezza! Erano convinti fosse questione di tempo. Un giorno avrebbe capito che non c’era nulla di cui vergognarsi e avrebbe deciso di accettare i loro inviti, così come loro avevano deciso di prendersi cura di lei in quanto, si è detto, una povera vecchia vedova sola.

Naturalmente non ebbero modo di mettere in atto il loro nobile piano. Dopo qualche giorno di odori molesti sul pianerottolo qualcuno si decise a chiamare i vigili del fuoco per abbattere la porta: il suo corpo era rimasto in piedi, incredibilmente in equilibrio sul girello come se fosse viva, il volto sfigurato da una smorfia d’orrore, l’occhio ancora fisso sullo spioncino aperto.

Rovi – Ted Hughes

 

 

L’aria intera, il giorno intero
vortica dei richiami delle taccole. La stirpe neonata
delle taccole è iniziata
alla taccolità – quella complicata
corte di convenzioni

e precedenze, di sciovinismo e leggi.
Corte che è quasi una prigione – con sbarre
di gridi e di segnali. Carcerieri
sono tutte le altre taccole. Aprendomi una via
tra i grovigli dei rovi

ho pensato di nuovo: mi sentono?
I rovi sono un tale successo, le loro difese
così elaborate,
la loro estensione così intenzionale, sono svegli?
Certo un nimbo di dolore e di piacere

siede sulla loro nuda corona,
la loro offerta sessuale. Certo non sono solo insensibili,
un vano andare a tentoni. E poi perché no?
Non è lo stesso per le cellule del mio sangue?
Le mie cellule cerebrali forse temono o sentono

il bisturi o l’incidente?
Anch’esse incoronano una pianta
di straordinaria insensibilità. E le taccole
si danno segretamente da fare per essere taccole
come se fossero semi nella terra.

L’intera claque è un’ottenebrata religione
intorno alla sintassi e al vocabolario divini
di una muta cellula, che non sa chi siamo
e neppure che siamo qui,
inimminenti come un qualsiasi fiore di rovo.

Il vuoto – Georges Bataille

Francesca Woodman

Le fiamme ci avvolsero
sotto i nostri passi l’abisso si aprì
un silenzio di latte di gelo d’ossa
ci avviluppò di un alone

tu sei la trasfigurata
la mia sorte ti ha scassato i denti
il tuo cuore è un singhiozzo
le tue unghie hanno trovato il vuoto

tu parli come il ridere
i venti sollevano i tuoi capelli
l’angoscia che chiude il cuore
precipita la tua impertinenza

le tue mani dietro la mia testa
non afferrano che la morte
i tuoi baci ardenti non si aprono
che alla mia povertà d’inferno

sotto al baldacchino sordido
dove pendono i pipistrelli
la tua meravigliosa nudità
non è che una menzogna senza lacrime

il mio grido ti chiama dentro al deserto
dove tu non vuoi venire
il mio grido ti chiama dentro al deserto
dove i tuoi sogni s’avvereranno

la tua bocca chiusa nella mia bocca
e la tua lingua tra i miei denti
l’immensa morte ti accoglierà
l’immensa notte cadrà

allora io avrò fatto il vuoto
dentro la tua testa abbandonata
la tua assenza sarà nuda
come una gamba senza calza

aspettando il disastro
quando la luce s’estinguerà
io sarò dolce nel tuo cuore
come il freddo della morte.

La tua scia degli addii – di Savina Dolores Massa

Cara Savina nave malandrina,

è quasi finita. Forse hai iniziato a pettinarti le chiome, a depilarti le gambe e le ascelle, a scegliere tra i tuoi abiti quello più fru fru. Oppure no, tornerai a casa sporca e sciancatina, purché in fretta possano scendere gli uomini che hai custodito tanto a lungo. Forse hai già salutato i ragazzi di Somalia. Non so se li stai giudicando o se anche a loro un poco ti eri affezionata. Così la penso io che ti rifletto il nome. Sono certa che tu sei una nave capace di guardare oltre le apparenze. Un po’ madre che sa sempre perdonare. Una femmina che sa distinguere i rapaci dai cardellini. Per undici mesi il tuo nome ha invaso la testa di migliaia di persone, atterrendole, arrabbiandole, mortificandole, illudendole. Gente d’Italia e di India, con il cuore chiuso a pugno. So che hai preso tu i colpi, cercando di proteggere ventidue marinai in desolazione d’amore. Eppure dondolavi, Savina, per garantire loro almeno qualche istante di riposo: perché ogni nave – e lo sa solo chi ama tanto il mare – è la madre che sostituisce la carne sulle ossa rimaste asciutte in terraferma.

Ora saluterai i tuoi figli, che verranno esplosi in aria per la gioia da mani che hanno atteso troppo a lungo di toccarli. Non ti rattristare: le madri lasciano sempre andare i marinai. La prima notte in cui ti ritroverai sola a contare qualche stella, ricorda che nessun figlio è capace mai di dimenticare fino in fondo chi, pronta, ninna i pianti, chi raccoglie il vomito, chi abbraccia anche se con braccia ferrose e corrose dal sale di un oceano, o dallo smarrimento di maschietti. Di questi uomini cantati in molte lingue, ora noi terrestri vedremo il volto un po’ color cemento, e occhi, con le pupille accese come solo hanno i gatti in primavera, quando cercano l’amore rinunciato nell’inverno. Spero che, prima di poggiare i piedi a terra, i tuoi marinai si voltino, almeno una sola volta, per guardarti.


S.D.M. (22 dicembre)