Crocifisso Dentello

La vita (ora) sconosciuta di Dentello

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La vita (ora) sconosciuta di Dentello (La Nave di Teseo)

di Daniele Campanari

Crocifisso Dentello rappresenta il presente letterario per almeno due motivi: il primo arriva da una specie di lamento sul web, lamento che è poi diventato “caso” con Finché dura la colpa (Gaffi) e in seguito “conferma” per La vita sconosciuta (La nave di Teseo). Il secondo è che Dentello ci ha lasciati. Una scelta probabilmente ponderata che fa dell’autore forse l’unico caso di “Suicidio mediale”, che in termini meno scabrosi traduciamo come “abbandono di Facebook”.
Ma come, Dentello volta le spalle agli internauti? Non proprio. Lo ha raccontato lui stesso con un post ricordando che non è un uomo con una parrucca in testa e il naso rosso, ma uno scrittore che ha bisogno del rumore della vita vera per produrre verità su carta. Ecco dunque che la sua esistenza diventa (ora) sconosciuta, così come sarebbe giusto che fosse la vita di ognuno prima di arrivare alla stretta di mano.

La vita sconosciuta è un romanzo che si colloca nell’immaginario mondo del “magicismo”: condizione di mezzo che compatta la magia col misticismo. Leggendolo sembra di sentire la voce di Crocifisso – il suo autore – la voce ponderata di un tuttologo (essere tuttologi non è un difetto, anzi, nel caso specifico si tratta di un invidioso pregio). Io che la voce di Dentello l’ho sentita riprodotta soltanto dalle casse del Pc non ho faticato ad accostare il linguaggio proprio de La vita sconosciuta al suo utilizzo pubblico, un linguaggio riconducibile esclusivamente a chi se l’è costruito; ed è questa la sua più grande forza.
La vita sconosciuta sta dalla parte di Ernesto: un tipo che prenderesti a sberle per il suo parevole vittimismo decretato dall’attaccamento verso Agata. Un attaccamento talvolta ridicolo. Secondo programma sintattico, l’uomo è il protagonista della storia. Ma per essere tale necessita di Agata, la donna – colonna portante della vita – vestita a festa affianco alla bara dove ha lasciato – senza saperlo – un grande segreto. È una presenza-assenza quella di Agata, vista la condizione da defunta che fa del suo abbraccio soltanto un ricordo. Un abbraccio che Ernesto non ha intenzione di dimenticare costringendosi al piacere sessuale. Si tratta di un piacere clandestino, il segreto che rende sconosciuta l’esistenza più evidente.

Senza pronunciare una sola parola – imparai presto che parlare significa ridare al corpo un’identità e dunque disinnescare la libido – mi inginocchia e succhiai con voracità a me sconosciuta. Sentivo le mandibole gemere, la lingua diventare ruvida. Il tunisino mi afferrò la testa per guidare il ritmo della mia fellatio. La pressione del suo palmo sui capelli fu al pari di una carezza, un tepore che mi scivolò come un balsamo su tutto il corpo.

Per descrivere le avventure nei parchi Dentello utilizza una parola colta che richiede una custodia importante. Questo utilizzo evidenzia capacità limpide dello scrittore già note ai più, ma si arrischia a diventare materiale di distanza per chi sperava di portare a termine la lettura entro ventiquattro ore. Non solo, quanto viene raccontato risulterebbe scandaloso per chi tende a mettere due mani davanti agli occhi della realtà, eludendo ciò che c’è di più vero nelle società dei secoli. Siamo ai limiti dello scandalo quando Ernesto si fa penetrare da un pene lubrificato dalle sue stesse lacrime, un pene appartenuto a uno straniero pagato con un pacchetto di sigarette; siamo ai limiti dello scandalo quando il solito Ernesto masturba l’amico al quale avrà tirato, in seguito, una trappola mortale. La trappola, appunto, che esiste nella storia laddove compaiono le lotte di classe, della politica, le battaglie guidate dal suono delle bombe artigianali, per un materiale a stretta portata mnemonica dell’autore. Comunque lo scandalo non si raggiunge mai. È una letteratura nel senso più accurato del termine, senza sbavature e senza segnali di noia, una letteratura che fa di Dentello un personaggio da tenere d’occhio all’interno del complesso e variegato sistema della narrativa italiana.
A questo punto azzardo un all-in letterario proponendo all’autore la riproduzione di Ernesto che non sia fatto della stessa sostanza dell’essere sfigato davanti al lavoro, ma un uomo nuovo capace di ristrutturare la parte fiabesca di un’Italia difficile. Sarebbe una storia a lieto fine come forse non se ne vedono più, certo, ma anche una sempre possibile riconversione della natura.

Una frase lunga un libro #43: Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa

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Una frase lunga un libro #43: Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa, Gaffi, 2015, € 16,90

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Crocifisso Dentello, Finché dura la colpa

Quando mastico una michetta con due fette di mortadella mastico un mondo di privazioni e di occasioni mancate. Un panino con la mortadella è spesso il facile sostituto di un pasto. I miei genitori la mangiano con gusto. A me frana giù nello stomaco come veleno. MI sembra di nutrirmi della mia stessa miseria, intossicando il sangue fino a renderlo sempre meno fluido.

La letteratura è (e significa) un sacco di cose. Per molti è sinonimo di conoscenza, per altri di civiltà, di cultura, naturalmente. È di certo una somma di questi tre elementi. Per altri è un passione, è devozione, qualcosa in cui perdersi e ritrovarsi. È, poi, un atto d’amore incondizionato, per un numero ristretto di persone, è qualcosa da abbracciare e da cui dipendono le sorti della vita stessa. Per Crocifisso Dentello deve essere così. La letteratura è un canale privilegiato d’accesso al mondo ma anche un modo per rinunciarvi. Il mondo che interessa è quello racchiuso tra le pagine dei romanzi e dei volumi di poesia; il resto è fastidio, distrazione, sofferenza. Forse Dentello pensa alcune di queste cose, oppure no. Quello che è evidente è che ci troviamo davanti a un lettore eccezionale e, da oggi, anche di un ottimo scrittore. Dentello ha padri letterari dentro il Novecento, padri che non vuole né uccidere, né imitare. Dentello si mette sulle spalle un carico di responsabilità per niente lieve, ma poi quello che fa è scrivere una storia, e una storia seppure fondata su solide basi letterarie non si reggerà in piedi se chi la scrive non saprà costruirla, non saprà inventarla.

La frase che ho scelto è di Domenico, il protagonista e voce narrante di Finché dura la colpa (che è un’opera prima). L’ho scelta perché la trovo bellissima e dolorosa, ed è perfetta per entrare nel tessuto di questo romanzo. Il panino con la mortadella, quel profumo e quel sapore, possono essere gioia vera, hanno una grande forza evocativa. Per molte persone, credo, rappresentino un ricordo dolce, per Domenico sono l’opposto, se capiamo perché capiamo chi sia Domenico e quale storia Dentello ci sta raccontando. Le privazioni, le occasioni mancate, quali sono? Cosa rappresentano? I genitori di Domenico mangiano con gusto ciò che per lui rappresenta un mondo di privazioni. I genitori di Domenico sono due brave persone, un lavoratore e una casalinga, residenti a nord di Milano, distanti dalla vera città, dalla vita vera. Persone che si accontentano di poco, che hanno fatto una vita di sacrifici, nessuno di questi mai ripagato. Un altro figlio, Vincenzo, è sparito quando era piccolo, mentre tutta la famiglia faceva la spesa al supermercato (chissà se questo è un omaggio al McEwan di Bambini nel tempo). Vincenzo mai più ritrovato, nessuno ne parla, ma quel momento ha segnato tutti per sempre, è la prima colpa, una colpa che non si sconta. Il loro riscatto è Domenico, dovrebbe essere Domenico, ma Domenico è prima  un bambino difficile, poi un adolescente problematico e poi un adulto che non si compie. Le gioie che regala Domenico ai propri genitori durano meno di un panino con la mortadella. E quella mortadella così domestica, così semplice, così rosa pallido sotto le luci gialle di cucine tutte uguali, di cucine operaie, di cucine da Rete 4, da ferro da stiro, da schiaffi e silenzi, è il simbolo di tutto quello che Domenico non vuole, non sopporta, non capisce.

Domenico non ha amici, non lega con nessuno, non parla con nessuno, non vuole lavorare, non vuole un lavoro che lo tenga lontano dai libri, non vuole che nulla lo distolga dall’unica cosa in cui trova riparo. Domenico ha qualcosa dentro, un rumore doloroso che non esplode, una sorta di dolore primordiale che non si può né spiegare, né confessare. Domenico non sopporta i suoi coetanei che si accontentano di un lavoro e delle serate in discoteca, non sopporta suo padre, vede nella devozione di sua madre tutti i sintomi di una resa, di una disfatta. Domenico legge, lo fa ovunque, grazie alla lettura incontra Anna, che lo capisce, forse, che gli vuol bene, ma Anna non può salvarlo. Domenico non vuole essere salvato, ha una sua idea di salvezza che emergerà dalla rinuncia e dalla chiusura all’esterno. Nel romanzo entrerà poi un nuovo elemento. Un’altra colpa  destinata a condizionare o – attenzione – ad assecondare i destini dei protagonisti. La pace per Domenico al resto del mondo parrebbe una condanna.

Compiere una qualsiasi sciocchezza avrebbe richiesto una qualche forma di volontà. E io, bambino timido e solitario, con un fratello scomparso nel nulla, un padre che tornava a casa solo per dettare regole e una madre degradata a un grumo di nervi, la volontà era proprio la cosa di cui ero sprovvisto.

Crocifisso Dentello ha scritto un bel romanzo, molto coraggioso, in una lingua che pare non appartenere a questi anni, ma che è la nostra, anche se facciamo finta di dimenticarlo, perché ci fa più comodo l’immediatezza. Finché dura la colpa è una domanda, i lettori potranno tentare una risposta, la mia idea è che la colpa, qualunque sia, può durare anche molto poco, il senso di colpa, per quella colpa, potrebbe non lasciarci mai, ed è con quella sensazione che dobbiamo combattere, ed è a quella sensazione che dobbiamo arrenderci, qualche volta, per sopravvivere. Questo è un romanzo sulla solitudine e su quel colore grigio che ha dominato sulle nostre periferie tra gli anni ottanta e gli anni novanta, un romanzo scritto da un ragazzo che mi pare abbia molto da dire.

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© Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri