Crocetti Editore

I poeti della domenica #252: Tomas Tranströmer, Storm/Temporale

Storm

Plötsligt möter vandraren här den gamla
jätteeken, lik en förstenad älg med
milsvid krona framför septemberhavets
          svatgröna fästning.
Nordlig storm. Det är i den tid när rönnbärs –
klasar mognar. Vaken i mörkret hör man
stjärnbilderna stampa i sina spiltor
          högt över trädet.

Temporale

Passando, s’incontra all’improvviso qui la vecchia
quercia gigantesca, alce pietrificato dalla
chioma sconfinata sulla fortezza nero-verde
          del mare di settembre.
Temporale del nord. È il tempo in cui maturano
grappoli di nespole. Vegliando al buio si sentono
scalpitare le costellazioni alle loro poste
          in alto sopra l’albero.

[traduzione di Maria Cristina Lombardi]
da Höstlig skärgård (Arcipelago autunnale), in 17 Dikter (17 Poesie), 1954; ora in Tomas Tranströmer, Poesia dal silenzio, a cura di Maria Cristina Lombardi, Crocetti Editore, 2001

La figlia del vento: nota su Alejandra Pizarnik (di Jennifer Poli)

 

Dall’introduzione di Enrique Molina all’edizione italiana di Crocetti (La figlia dell’insonnia, 2004) delle poesie di Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936-1972) si legge:

Quando penso ad Alejandra Pizarnik la vedo passare, solitaria, in una di quelle enormi sfere di Bosch dove giacciono coppie nude, entro un mondo tanto tenue che solo per miracolo non esplode ad ogni secondo. Ma la sua è una sfera notturna, iridata come una perla nera. Creatura affascinata e affascinante, vittima e maga, ardeva al suo rogo e, nello stesso tempo, con quella crudeltà propria della poesia, appiccava a fuoco il mondo circostante, lo faceva ardere con una fosforescenza tenera e cupa, che illuminava con un sorriso da fantasma il suo volto di bambina. (op. cit., p. 7)

In questo passaggio emerge ciò che a mio avviso è il carattere peculiare della poesia di Pizarnik: la sua capacità di sintesi e trascendenza degli opposti. Questo processo porta il lettore a fare un balzo oltre il pensiero ordinario per abbracciare una dimensione in cui si apre il linguaggio dell’analogia:

Anche se l’amato
brilla nel mio sangue
come una stella collerica,
mi alzo dal mio cadavere
e attenta a non calpestare il mio sorriso morto
vado incontro al sole.

Da questa sponda di nostalgia
tutto è angelo.
La musica è amica del vento
amico dei fiori
amici della pioggia
amici della morte

(op. cit., p. 21).

Qui è chiaramente visibile la catena analogica vento-fiori-pioggia-morte, tutti elementi legati da un sentimento di unione. Dalla vita alla morte e ritorno. Questa è la grande metafora della poesia di Pizarnik. L’orizzonte di questi versi è quello di un’unità antica e profonda del mondo, una visione olistica (da “olòs”, intero) fortemente presentita ed esperita nella poesia. Quello dell’analogia è un vero e proprio metodo per trascendere tutte le opposizioni e le separazioni della mente razionale (bianco/nero; buono, cattivo, giorno/notte). Nello sguardo visionario della poetessa queste categorie non hanno ragion d’essere. (altro…)

I poeti della domenica #116: Thomas Bernhard, ‘Domani’

bernhard_portrait

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Domani
quello che è stato
sarà scambiato
con il cielo
e il sangue del sole
cadrà a gocce
nella neve.
Nessuna preghiera
la sera
mi saprà consolare
e nessun albero
capire.

Nelle montagne
deve ritirarsi il mio affanno
e il merlo
vegliare su di me
davanti alla mia tomba novella. (altro…)

I poeti della domenica #115: Thomas Bernhard, ‘La pietra racconta dei peccati’

SCHEDA Thomas BERNHARD

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La pietra racconta dei peccati
tra il fuoco dell’isola
e il declino della notte.

Chi è al sicuro è avvolto
una veste di gloria attorno alla sua carne
e custodito il miele dei morti
nel suo duplice petto.

Dietro l’erba e dietro la città
che trema di pensieri
dormono i timidi fanciulli,
sognano i cani neri
che mi atterriscono nel primo aprile.

La pietra racconta dei peccati
tra il fuoco dell’isola
e il declino della notte.

(altro…)

Sul “nascondimento” di Nadia Campana (di Pierluigi Boccanfuso)

campana«Farsi orecchio del proprio tempo» questa la definizione di Marina Cvetaeva che si farà drammatico compito in Nadia Campana, solitaria nel suo cercare precoce una posizione indipendente di pensiero.
Nata a Cesena nel ’54, dopo la formazione classica, lo studio appassionato della letteratura classica e moderna, e delle coeve avanguardie, culminato nella laurea con Luciano Anceschi (La poetica di Antonio Porta), c’è l’incontro con la letteratura anglosassone, gli studi semiotici, infine la scelta di vivere a Milano dove avviene l’incontro con Milo De Angelis, il conseguente confronto con quegli assoluti che la obbligano a trascendere l’oggetto amato, sia persona sia poesia. Cresce perciò la sua tensione a raggiungere il rango di poeta attraverso esperienze cruciali (prima Dickinson, poi appunto la Cvetaeva) che la spingono a un Altrove sempre più incognito. È la poesia della giovane maturità (morirà a Milano, a soli trentuno anni).

Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di sì
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.

.

*

Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo
niente babbo amiamo le teste bruciate
dell’amore ma non la misericordia e
i chiodi come coltelli di gelosia
tra poco cadrà la strada su di te
spergiuro sulla mia infanzia scrivo
lettere, se non mi dai da mangiare
i capelli mi diventeranno come crine
e come un fucile. Notte di lupi
sprangare l’angelo del vento
qui è la piega
dove non sarà nuovo morire

.

*

più viventi durante il viaggio
molti orizzonti per ore e ore
immersi in distanza
attraverso le canne e i buchi
l’acqua mutare in aria
eseguire la caduta
usare le labbra

.

*

il coltello segava segava
datemi un pane datemi un pane
ma questo no, sa di piume
e in bocca si fa masticare
come terra o sabbia dei morti
verso il centro conchiglie
e per questo accelero…
se l’incertezza non mi guarisce
trovo un’eco più potente
posso farlo, è la fine
anche se dietro non sono le orme
il filo dell’alba ha quest’ordine

.

*

Tutte le dolcezze sono alle dita
di rosa l’abito tinge
lungo l’azzurro pieno, come ti chiamavo
a cancellarmi, quaggiù, ti prego.
Per te, io ti, io te sono
che mi contiene nel tremante ricorso
del tuo silenzio vienimi incontro
orizzonte e allarga esso.
Come rami contro il cielo entrai in lui
una specie eletta dal suo cuore
come mondi sognati da miriadi di sogni
sradicati al centro quasi affondando
diciamo.

(altro…)

I poeti della domenica #18: Friedrich Dürrenmatt, Luna

Friedrich-Dürrenmatt

Luna

Assurdo, morto mondo di pietra
Il tuo alito mi raggela

Tu sorgi muta, corrosa,
Leccata da un eccesso di luce
E sveli le macchie dell’universo

Nascondi il viso butterato
Cali di nuovo, e ti riduci a niente

Mond

Du sinnlos tote Welt aus Stein
Dein Odem bläst mir Kälte ein

Zerfressen steigst du still empor
Beleck vom Übermaß des Lichts
Und weist des Weltalls Male vor

Verhüllst die Narben des Gedichts
Nimmst wieder ab und wirst du nichts

 

© Friedrich Dürrenmatt
(traduzione inedita di Donata Berra)
in: Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca, a cura di Annarosa Zweifel Azzone, Crocetti 2013

Adrienne Rich (Baltimora, 16 maggio 1929 – Santa Cruz, 27 marzo 2012): Due poesie

adrienne-rich_photo-by-thomas-victor-courtesy-of-schlesinger-library

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First Thinghs

I can’t name love now
without naming its object–
this the final measure
of those flintsparkyes
when one believed
one’s flash innate.
Today I swear
only in the sun’s eye
do I take fire

(1961)

Prime cose

Non posso nominare l’amore ora
senza nominare il suo oggetto-
è questa l’ultima misura
di quegli anni di scintille di acciarino
quando si credeva
innato il proprio bagliore.
Oggi giuro
che solo nell’occhio del sole
io prendo fuoco.

 

I am composing on the typewriter late at night, thinking of today. How well we all spoke. A language is a map of our failures. Frederick Douglass wrote an English purer than Milton’s. People suffer highly in poverty. There are methods but we do not use them. Joan, who could not read, spoke some peasant form of French. Some of the suffering are: it is hard to tell the truth; this is America; I cannot touch you now. In America we have only the present tense. I am in danger. You are in danger. The burning of a book arouses no sensation in me. I know it hurts to burn. There are flames of napalm in Catonsville, Maryland. I know it hurts to burn. The typewriter is overheated, my mouth is burning, I cannot touch you and this is the oppressor’s language.

(1968)

Compongo sulla macchina da scrivere a notte fonda, ripensando a oggi. Come abbiamo parlato tutti bene. Una lingua è una mappa dei nostri fallimenti. Frederick Douglass ha scritto un inglese più puro di Milton. La gente soffre molto nella povertà. Ci sono metodi ma non li usiamo. Giovanna, che non sapeva leggere, parlava qualche forma contadina di francese. Alcune di queste sofferenze sono: è difficile dire la verità; questa è l’America; non posso toccarti ora. In America abbiamo solo il tempo presente. Sono in pericolo. Sei in pericolo. Il rogo di un libro non risveglia alcuna sensazione in me. So che bruciare fa male. Ci sono fiamme da napalm a Catonsville, nel Maryland. So che bruciare fa male. La macchina da scrivere è surriscaldata, la mia bocca brucia, non posso toccarti e questa è la lingua dell’oppressore.

 

© da Cartografie del silenzio, Crocetti editore, 2000. A cura di Maria Luisa Vezzali

Inizio fine, di Daniele Piccini. Recensione di Federica Giordano

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Daniele Piccini, Inizio fine, Crocetti editore, 2013, € 12,00

.

Inizio fine di Daniele Piccinni è uno studio sulla gradazione della vista. Lo sguardo che genera questi testi è una messa a fuoco sul piccolo senza che il grande sgrani. Un approccio che mi verrebbe da accostare al lavoro fotografico di Gabriele Basilico. Lontananze e vicinanze dialogano sul foglio e, misurando l´occhio, sondano la profondità della coscienza.
In questi versi ci sono la vita umana e la “historia” che viaggiano ad altezze diverse, ma qualche volta accade che si riesca a fare un volo di falco molto in alto, che si riesca ad adattare lo sguardo in modo da guardare la sommità di un grattacielo anche standoci immediatamente sotto. Il risultato è un’immagine completamente priva di dimensioni, una forma pura, qualcosa che esisteva nella mente prima della percezione.

Un soffio nel creato, senza centro,
che non leghi più altri alla catena
ma produca una maternità oscura
per le bestie smarrite, per le specie,
generi nuovamente ciò che c’è (…)

L´immagine del soffio ri-creatore ricorre numerose volte nel corso della lettura. Rappresenta sempre un momento di epifania e di speranza. Si tratterebbe di una nascita “piú vicina alla verità” rispetto a quella della ragazza che mette alla luce un figlio per la seconda volta (di cui si parla in un altro testo). Ancora una volta ritorna in causa il concetto di “gradazione”.
Anche Luigia Sorrentino in Olimpia scrive così: «la sua giovinezza si spense / divenne una cicala / poi solo una voce, un soffio / divenne.» In questo passaggio c’è un processo di riduzione, di ritorno allo stadio primitivo delle cose, l´atto prima del quale nulla esisteva: il soffio. Il soffio di Zefiro che sospinge Venere nella celebre scena di nascita botticelliana.
Piccini conferisce a queste esperienze di lucidità visiva un valore importantissimo per l´individuo. Il ricordo diventa un bagaglio di esperienza che ha perso il legame con la realtà, addirittura dimenticato dall’autore.

Lascio che mi trafori quello sguardo
di antica madre: lo metto tra gli altri
moniti che dimentico nel sonno

Questo dimenticare nel sonno ha un sapore molto classico. È come se Piccini avesse bevuto  l’acqua del fiume della dimenticanza; inoltre il sonno, nella storia del pensiero antico, rappresenta lo stato d’incoscienza opposto alla filosofia. L´uomo è un dormiente eracliteo secondo Piccini, un dormiente che però conserva il valore di alcune esperienze come un “monito”. E il monito non si dimentica. È proprio attraverso di esso che l´autore riesce a rimanere molto ben ancorato con la lingua sui sensi e sul corporeo: lo slancio ideale della sua penna non si configura affatto come descrizione mitica o idealistica. Piccini resta una vittima felice della gravità che lo trattiene, permettendogli di apprezzare i picchi, le vette, le altitudini.
Questo legame terreno si configura come un attaccamento filiale e biologico.

Fa’ che ci sia, tra una lucciola e l´altra,
ancora la mia vita.

Ho molto apprezzato il modo in cui viene colto il dinamismo dell´esistenza. «Questo enorme sibilo di mondo che si assesta», scrive Piccini descrivendo un momento astorico di disgelo, un´evoluzione calata in un´atmosfera da Pangea. Anche in questo verso si percepisce, seppur in modo meno esplicito, il confronto dimensionale tra micro-macro mondo, cosmo e individuo.
Bello anche il modo in cui il “l´eterno femminino” trova posto nella pagine di Inizio fine: una donna che, anche quando viene, è sempre madre, tiene sempre accesa la fiamma azzurra della coscienza, sfuggendo alla meccanica del godimento. La donna di Piccini è dispensatrice di piacere e alternativa alla storia, una mater matuta salvata dall´anacronismo.

Andiamo dove vuoi: spazio del gioco
è il fianco che contiene giá il guizzare
del nuovo nato, e niente è piú sicuro

Nella seconda parte della raccolta, il forte vitalismo viene adombrato dal cumulonembo pesante del male:

viene il pensiero che il male non è
che si possa scacciarlo, e che si annidi
in ogni nostra opera…

L´autore percepisce in modo chiaro come si compia quotidianamente un disastro, la zavorra quotidiana che ci tira verso il male, gli inferi vissuti che non hanno nulla di mitico.
Piccini infatti non trova metafore grandiose per la morte, preferendo descriverla con il tratto morigerato di Giorgio Morandi: un “buco nella tela”.
Inizio fine, pubblicato da Crocetti nel 2013, è una raccolta poetica che si muove verticalmente a varie altezze, un lavoro che, come giustamente sottolinea il titolo, apre e chiude continuamente finestre sul mondo.

© Federica Giordano

Roberto Carifi – A Vincennes sognando il Buddha – di Anna Toscano

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Roberto Carifi, A VINCENNES SOGNANDO IL BUDDHA

Settegiorni Editore, 2007, Pistoia, 6euro

A Vincennes sognando il Buddha è l’autobiografia letteraria di Roberto Carifi, un testo  narrativo che prosegue le tematiche e le riflessioni delle due precedenti raccolte di versi, La solitudine del Buddha del 2006, e Frammenti per una madre del 2007 (ma anche il precedente La pietà e la memoria del 2005). Già ne La solitudine del Buddha appare come predominante il concetto dell’“appartenenza al dolore” come un luogo dove trovare i mezzi per superare la sofferenza, attraverso meditazione e preghiera. Nel successivo Frammenti a una madre la solitudine e il dolore iniziano un dialogo che travalica i confini della morte; un dialogo che si fa immagine a due, un album di fotografie tra figlio e madre in una sorta di preghiera salvifica. Dalla solitudine al dialogo, fino all’autobiografia A Vincennes sognando il Buddha nel percorso di un poeta che è prima di tutto filosofo.
Il librino si apre così: «Nel ’77 non avevo un soldo, avevo una laurea in filosofia ed ero ossessionato dalla psicanalisi», e da qui parte un cammino intellettuale che viene segnato da grandi maestri: Lacan, Deleuze, Boutang, Cioran, Derrida, Jabès, Beckett, Duras. E poi il ritorno in Italia e l’incontro con Crocetti, e tutti i poeti che gravitavano intorno a Milano, e poi Ferruccio Masini, Piero Bigongiari, Piero Marinetti. Incontri con persone o con la loro opera, incontri con città che divengono anima e corpo nel comporre una storia: una vita a tappe, ogni maestro una tappa, ogni maestro e ogni luogo un ritratto, immagini fatte di parole e suoni. Parole che si fanno persone e persone che si fanno parole, suoni, o anche risata, come nel caso di Marguerite Duras, o di una sola domanda e una sola risposta in mezzo a molto silenzio, come nel caso dell’incontro con Beckett.
Il tempo e il luogo e le persone in un percorso che, a un certo punto tragico dell’esistenza, si rivela come sopravvivenza, necessaria reazione al baratro, l’accettazione dell’appartenenza al dolore  e il suo superamento. La filosofia, la psicanalisi, la poesia, la religione: destinazione di arrivo il buddhismo, in quel processo che segna sempre la vulnerabilità della domanda come energia di un dono tra il sé e l’altro.
La questione etica è una questione che pervade tutto il testo, in molte possibili declinazioni e domande: quale sia la questione etica della filosofia, il compito etico della filosofia, fino all’assunzione di una frase epifanica di Lévinas: «L’etica, già di per se stessa è un’ottica.»
Un percorso che si fa luce, un viaggio che ne è il frutto e un frutto che si fa viaggio, con una fedeltà al tempo che nel racconto si fa clessidra non implacabile, ma fedele compagna nella solitudine. Solitudine che è tempo e luogo, un quando e un dove del poeta, che si domandava «cosa significasse per un poeta andare per le strade giuste.» Ci verrebbe da accogliere la vulnerabilità di questa domanda e l’energia del dono che essa offre, per rispondere, senza tanto pensare ché non siamo purtroppo Beckett, «significa andare per le tue strade che hai percorso e che percorri, che portano al Buddha da Vincennes.»

Anna Toscano