Critica e poesia

Rinasce un’impresa. Su “Poesia e destino” di Milo De Angelis

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Rinasce un’impresa. Impavida per essenza e improrogabile per amore.

di Cinzia Thomareizis

 

Poesia e destino è percorso da un unico fremito, da un solo obiettivo, dall’imperativo categorico di buttarsi nell’impresa, di ubbidire all’impresa, di realizzare l’impresa. Ogni sezione, ogni capitolo, voce, racconto fluisce lì: se non fosse Poesia e destino il suo titolo sarebbe L’impresa.
Non per caso è coevo di Millimetri (1983), che fonda consapevolmente, rivendica poeticamente proprio l’impresa: con grido calmissimo e ardore pietrificato, con un’urgenza tanto assoluta e indiscutibile da gettarsi direttamente nel centro di quella circonferenza cui ogni poeta mira. E forse (ripeto, forse…) questo richiamo o desiderio o mito dell’impresa, porta con sé anche un’eco di Franco Fortini, non nei contenuti che furono osteggiati, ma nel tono che non ammette repliche, nella postura da combattente – che innegabilmente si respira e che somiglia all’accento temibile che scorre talvolta in Fortini, frequentato con continuità da Milo De Angelis per anni.

Ma colui che scrive è un giovane uomo, che investe il testo dell’inflessibilità adamantina dei suoi anni. Un poeta con l’udito teso e una mappa da tracciare per riconoscere l’impresa. Non si può definire però un libro di fondazione. Più volte l’autore ha chiarito che la sua è una poetica dello svelamento, che ha radici, tra gli altri, in Cesare Pavese e come lui non sceglie la via della fondazione (…) ma di svelare – attraverso un cammino obbligato e rituale, magico e propiziatorio – qualcosa che già esisteva e che ci aspetta da sempre. Poesia e destino indica questo cammino obbligato e, con la forza assertiva della giovinezza, colloca i suoi punti cardinali senza inseguire un processo di invenzione, senza la volontà di fondare un nuovo linguaggio – come in seguito è stato chiarito e ripetuto anche dallo stesso De Angelis: mostra piuttosto quanto già è in essere e attende il poeta, il quale con orecchio affilato lo accoglie e lo riconosce come origine e bersaglio dell’impresa. Il libro svela questo. (altro…)

Pescando (per punti) nell’amarezza di Valerio Magrelli

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1.

Iniziamo con il fumo.
Leggo, a pagina 11, una poesia con dedica Per Stefano, distratto:

Stefano
sotto la doccia,
la sigaretta accesa,
dentro gli spogliatoi che fumano vapore
tu fumi un altro fumo da quello dell’omino
di fumo, un fumo d’acqua
fumante mentre parli,
e parli dell’altrove,
e parli dell’altrove
in cui fumi ignorando
di fumare.

Confronto questi versi con un testo apparso in Nature e venature, del 1987. E mi meraviglio:

Io cammino fumando
e dopo ogni boccata
attraverso il mio fumo
e sto dove non stavo
dove prima soffiavo.

Meraviglia il ponte costruito da allora a ora e come sull’una e l’altra sponda un’apparentemente semplice “distrazione” nella percezione visiva possa determinare uno “spostamento dell’io”. E con brevissimo scatto spazio-temporale ecco generarsi quell’“altrove” che istantanee dell’inquietudine, come sono queste poesie, rendono enigmatico e oscuro.

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2.

«Per me la ragione / della scrittura / è sempre scrittura / della ragione»: così chiudeva una poesia di Ora serrata retinae. Da sempre Magrelli ragiona, in poesia; ragiona attraverso il monologo, infine esposto e verificato, sapientemente, sulla pagina.
«Io sono ciò che manca / nel mondo in cui vivo,» scriveva in quella sua prima opera. Adesso l’endecasillabo portante di pagina 15 (la poesia riprodotta in copertina) recita: «ma sento che qualcosa è andato perso». Sì, continua a verificare il mondo, Magrelli, vedendosi (verificandosi) tra corpo e mente, che fanno casa all’essere e al tempo, al loro divenire.
Prima ancora che disposta (o deposta) sulla pagina, è una poesia, la sua, che si fa mediante il corpo e che in bocca lascia l’amaro.

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3.

Di Ripetizione e Mancanza – forze che dominano rispettivamente la Vita e l’Amore – ne troviamo in abbondanza. Tra le pagine de Il sangue amaro, l’esistenza, in questa nostra nuova età di mezzo, pare rivelare di quelle forze alcune spine mai così pungenti.
Emblematici in tal senso, a pagina 134, gli ultimi quattro versi, riferiti a piccole stanze d’albergo, ma evocativi appunto di tutta la condizione umana:

«Piccole macchine di grande solitudine,
là dove il celibato sposa l’alienazione
con me testimone alle nozze
fra la Mancanza e la Ripetizione».

Dalle punture sgorga un’amarezza che va oltre la dimensione del malinconico, avendo a che vedere con uno strato più profondo: un pessimismo fondato, sembra di poter dire, nel solco di una tradizione grande e nobile del pensiero.
Ad esempio in Timore e tremore, traendo spunto in partenza da Kafka e Hrabal, si espone, sempre mediante il corpo, in questa nitida metafora:

«Parliamo allora di questo movimento,
un vento che soffia da dentro
per scuotere le foglie delle dita
e non si ferma più».

Ecco nuovamente lo strato profondo, qualcosa che sempre è stato e ritorna e non si arresta.

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4.

Se penso a quanto spesso ho sentito e utilizzato, perlopiù come suggerimento in chiave negativa, l’espressione “non farti il sangue amaro”, leggendo a pagina 125 i tre versi finali della poesia, ne avverto come fosse nuovo, ora, tutto il significato e il peso:
«Io faccio Sangue Amaro. / Io mi faccio il Sangue Amaro. / È una specialità della casa / sin dal lontano 1957».
Penso in particolare a quel “mi”, tanto riflessivo che nella destinazione di tutto trovo ci sia la considerazione di un: “faccio tutto solo per me stesso”.

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5.

Continuo a pescare, così, a piacimento, nel piatto amaramente ricco di Magrelli.
Natale, il tema del nascere.
Torna anche qui, profondo, il pensiero pessimistico: la vita è un’inflizione cui corrisponde, giusto all’altro capo della fune, la libertà di scelta, di quando e come morire: libertà propria del suicidio, dell’eutanasia, su cui Magrelli, appoggiandosi inizialmente a Montaigne, riflette con ironia (cioè “ricerca”, sofferta e che detta il gioco, nel suo significato più alto).
Se di creazione si parla, si tratta di una “creazione malvagia”. E l’amarezza addirittura può farsi desolante: «detesto vivere», confessa a pagina 33, per poi affermare:  «Ah, potessi convivere senza dovere vivere!»…

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6.

Sciolti o forse no, pesco bellissimi nodi d’amore:

– a pagina 27, un «Amore-clorofilla», che torce un figlio in carrozzina «come la pianta in cui si versa luce», porta il pensiero a una splendida poesia di Krumm, dal titolo Alla mia destra;[1]

– a pagina 33, l’endecasillabo «Insomma, sono ostaggio dell’Amore:» è sintesi di tutto il precedente ragionamento monologante sulla Morte. Scardinandone il senso, con mutata collocazione dei termini-cardine posti in essere all’inizio, scrive: «È lui il tremendo tesoro / che fa argine / sul ciglio del non-essere»;

– a pagina 47, pescando anche qui l’essenziale dalla decima poesia dell’ipertesto: «amore è la distanza che ci chiama» (…) «nel bisogno di essere strappati a noi stessi».

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7.

Rumore vs Silenzio. Torna in mente uno Short di Auden: «Bisognosi anzitutto / di silenzio e calore, produciamo / freddo e chiasso brutali».[2] Con la sezione intitolata Otobiografia si entra nel territorio dell’idiosincrasia principe di Magrelli, il fastidio per il rumore e per suoni “mal collocati”, incontrati per caso, subiti, ingombranti.
A partire da un phon malfunzionante, che è solo un pretesto, una “scusa”, si apre un’immaginazione capace di produrre un vastissimo racconto, ed ecco stagliarsi in piena luce questi versi:

«Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un’impressione.»

(…)

«Che c’entro, io, con tutto questo sangue,»

(…)

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8.

Il corpo dell’amarezza trova la sua postura migliore – credo – nell’ipertesto sulla crudeltà della lettura. Qui infatti si legano tutti i temi, amore e mancanza, silenzio, vedere-vedersi, abisso e vertigine. A pagina 37, [Matrice]:

Ti guardo, cerco di guardarti dentro,
come se mi sporgessi su un abisso.
Mi affaccio al parapetto e guardo giù
in fondo al tuo silenzio, mentre leggi
in una lontananza irraggiungibile.
Vorrei stare con te lì in basso, invece
resto inchiodato a questo ponticello
atterrito e remoto, separato,
legato a una vertigine che amo,
se amore è la distanza che ci chiama
e insieme la paura di varcarla.

Compiuta e struggente, altissima qui l’amarezza insita nella distanza dalla persona amabile proprio per amore di ciò che separa. È l’orizzonte della lettura, ostinata e solitaria, che assorbe tutte altre maschere, altre persone, porta via, in un Vuoto amato: «paradiso perduto che la lettura addita / sul fondo incantato del non-io».
E per lo strano scherzo che a volte lega gli opposti, il tono ricorda L’abbraccio, splendida poesia di amore compiuto, di unione, apparsa in Esercizi di tiptologia. Sì, sembra di sentirne l’eco, l’intensità, la stessa sussurrata intimità.

Cristiano Poletti

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[1] Tratta da Respiro, di Ermanno Krumm, libro edito da Mondadori nel 2005: «A letto ti voglio sempre dallo stesso lato / non perché sia quello che preferisco / del corpo o del volto, ma perché / come i rami di un vegetale / penso verso la luce da quella parte / e a vederti mi sporgo / con gli occhi della giovinezza».

[2] Traduzione di G. Forti.

Ritagliando “La raccolta del sale” di Alessandro Brusa

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“Nel Silenzio del suo Sangue”: così Shelley campeggia in esergo a salutare La raccolta del sale di Alessandro Brusa, edito da Perrone lo scorso ottobre. Con questa forza, con accenti posti su silenzio e sangue, si dichiara l’amore di Brusa per i romantici inglesi e subito il primo verso è un invito: «Sei qui, cerchi qualcosa» che suona difatti, un poco parafrasato: “Se sei qui è perché cerchi qualcosa”; oppure, sembra dirci l’autore: “Cerca, avanti, seguimi, seguitemi qui tra le righe, prendetemi con voi, secondo quanto ora vi dirò”. Troviamo infatti confessione, intimità e resa tra queste pagine e ripetute forme di assottigliamento: di parola, di figure, in movimento tra sentimenti e apprendimenti snocciolati in rapida successione. A fior di labbra talvolta, nei casi migliori, e si potrebbe anche azzardare con la mente un ponte con il Giudici di “O minima intenzione a fior di labbro: / di ciò nel fare cose di parole / alunno e fabbro”. Brusa, ecco, lo fa in alcuni momenti con l’accento giusto, con «viso onesto / … sporco magari, e con la parola meno adatta / stesa proprio lì, / sul confine azzurro del labbro». La confessione di cui è portatore si compone progressivamente sulla traccia di una ferita in attesa di cicatrice. Così è che «con fatica mi lasciavo / prestare a quel mondo» portandoci – grazie a un forte, incisivo enjambement – dentro il suo «mondo da riordinare». A questo servirebbe dunque il sale, sparso sulle ferite che l’esistenza sa riservare: a tentare l’ordine, la cucitura, la cicatrice. Raccogliere il sale, raccogliere parole: «: che il sale mi è figlio / e lecca la mia pelle». Da notare il “due punti” utilizzato a inizio verso, qui come in diversi altri passaggi di testo. Lo segnala rapidamente anche Gianfranco Fabbri nella postfazione; si tratta di un indizio che merita una particolare evidenziazione, perché sembra indicare dell’autore una particolare voglia di dire, di spiegare, mettendo sull’attenti il lettore.
Tanto che con l’andare della lettura s’infittisce la misura dell’ascolto, mentre si produce di continuo una volontà di ritagliare versi, isolarne anche soltanto dei frammenti, togliendoli così da un eccesso di “io in azione”, manifestato spesso in incipit («Cammino»; «Ho imparato»; «Mi guardo»; «Mi coloro») proprio per ricondurne senso e portata a occhio e orecchio maggiormente universali. Se «La raccolta del sale è / una stagione… » è l’affermazione con cui l’autore si assegna un margine di tempo per mettere ordine alle proprie ferite mediante la cristallizzazione della scrittura, uno dei versi centrali appare: «e cancello i corpi, di cui sono / lastricate le acque…», reso potente dall’uso, ancora una volta, di un forte enjambement.
Peraltro, a fronte di questa “voglia di ritagliare” prodottasi nel lettore, la tendenza pronunciata in tutto il lavoro è verso la prosa, declinata a un continuo, sotterraneo raccontare/raccontarsi di “un io senza dio” e il “tu” utilizzato di volta in volta altro non è che compagno di strada, sponda necessaria, volano di chiarificazione di quell’io-testimonianza. Un tu e io, tuttavia, posti in dualismo, spesso con nettezza, senza veli, nel cuore di una «malevolenza privata».
Nella seconda sezione, ispirata da “La stella dei perduti” di Dylan Thomas, due versi spiccano e sembrano contenere tutti gli altri: «quel suo spigolo fatto frontiera» in una poesia e in un’altra il verso: «dove il tuo nome è famiglia». L’autore vuole evidentemente fotografare il limite della perdita per condividerlo nel sangue di chi resta, fissandone respiri e battiti. Elemento, la condivisione, ribadito a chiare lettere («Il lutto va condiviso» scrive Brusa) anche nella terza sezione.
Con le ultime due sezioni del libro, dietro l’omaggio manifestato nei confronti di Caproni prima e poi con la significativa citazione del padre dell’autore, Maurizio, si nota una decisa dilatazione dello sguardo, il campo visivo dell’autore davvero allargato, cosicché un po’ di io si perde. Gli occhi allora si puntano sui «giorni in polvere», fino a «scomodare la morte». Uno scatto in avanti, potremmo dunque dire, che porta a sposare in parte quanto si rintraccia al termine, sempre tra le righe di commento regalateci da Fabbri: «Tutto il libro potrebbe quindi apparire come la metafora totale dell’umanità. Un consorzio di membri intesi, più che altro, a rubare al fratello perfino l’anima e il nocciolo della natura umana. E tutto per una sola ragione: quella di non dover nascere di nuovo all’Unicità».

Cristiano Poletti

Critico e testimone | Daniele Maria Pegorari

 

Critico e testimone, Daniele Maria Pegorari, Moretti&Vitali 2009

 

 

Critico e testimone
(storia militante della poesia italiana 1948-2008)
di
Daniele Maria Pegorari
Moretti&Vitali Editori 2009


Il lettore mi riconoscerà che è arduo il tentativo di recensire un storia della poesia in forma di manuale: si rischia di cadere nella noia dell’elenco, nella descrizione certosina, in una pomposa apologia critica, nell’interpretazione faziosa.
Ma, scrivendo su Critico e testimone (storia militante della poesia italiana 1948-2008) di Daniele Maria Pegorari, io questo rischio sono disposto a correrlo, fiducioso – come sono – che la natura stessa di quest’opera mi guida verso un’analisi obbiettiva, imparziale. Il libro in questione infatti percorre la strada di una critica come testimonianza, e non come interpretazione.
Leggiamo nell’introduzione dell’autore:

Il critico “partigiano”[…] specie quando aspira a farsi storico e antologista, scambia un principio di poetica per un parametro ermeneutico e storiografico. Il rischio – è evidente – è tanto più alto se il critico è egli stesso un poeta […]
Il critico come testimone si compromette con la sua materia vischiosa, attraversa le strade e gli incroci dei suoi autori e non sceglie preventivamente “da che parte stare”: tutt’al più, dopo aver registrato la molteplicità delle voci e delle presenze, procederà a esaltare le proprie facoltà visive, proponendo inquadrature più ampie e comprensive, utili ai fini dell’orientamento dello studioso e del lettore e funzionali a una riflessione valoriale e ideale che riconquisti alla letteratura il terreno della storia collettiva e dell’etica che le compete. Per questa via, semmai è pure possibile trovare alcuni – pochi – denominatori comuni a tutta la ricerca poetica contemporanea che mi pare di poter individuare nelle tre nozioni di statuto fonico, referenzialità e invenzione linguistica.

 

Un’ecologia della critica dunque – mi piace dire. Pegorari rimarca la necessità di una visione della letteratura «secondo una finalità esplicativa, rappresentativa e di adesione al vero».
L’autore, quindi, si adopera nell’affrontare e ricostruire la
visione, la testimonianza della storia poetica italiana dal 1948 al 2008, documentando con passione le «radici della post-modernità» e la loro influenza sulla poesia contemporanea.
Ci restituisce così l’immagine di un Novecento
vischioso e discontinuo che

 

[…] fa rimbalzare da una generazione all’altra estetiche del silenzio, parole-verso, pre- e post-grammaticalità […], prosaicizzazioni, orfismi, magmi mass-mediali e pubblicitari, citazionismi, astrattismi concettuali e materici, purismi e sincretismi

 

con una verve più narrativa che manualistica, che rende questo testo un’avvincente avventura nella poesia del secondo Novecento.Un’avventura della poesia Dopo la poesia (R.Galaverni), delle conquiste della lirica Dopo la lirica (E.Testa).
Mi piacerebbe elencare cinque recensioni: una per ogni capitolo del volume, ma la sua mole non me lo permette in questa sede.
Tuttavia, prendendo in prestito un link dal sito della rivista
Anterem, v’invito a vedere l’indice a questo indirizzo.
L’explicit è anche un limen temporale alla storia poetica: Aprile 2008.
Una roccaforte bastionata di frontiera pronta ad affrontare una nuova avanguardia, una nuova storiografia, una nuova critica – pronta ad affrontare e a lasciarsi affrontare.
L’explicit è un vallo d’Adriano che non poteva che esserà
al di là della stessa critica letteraria e delle sue ragioni, delle sue geometrie.
Sono due poesie:
Si dice di Lino Angiuli e Il sogno del maestro di Gianni D’Elia.

 


Si dice di Lino Angiuli


che dall’uno sbuca il due poi il tre e così via
in cerca di qualcosa che somigli a una curva
fino a quando puntini puntini fino a quando
si cade nel mal/destramente dal cavallo perdente
inciampato in qualche dente storto della storia

e ti tocca da capo il gioco del lotto prima
di essere giunto ad adocchiare il tale punto
verso il quale ti spingeva il desiderio forte
di cambiare la scenamadre del déjà vu
mettendo a posto qualche vocale consonante


pertanto nel day after ti tocca scancellare
le iniziali antenate del futuro semplice
dagli almanacchi dei sondaggi di turno
calare il piede nello zero centrale dell’alba
come si fa col mare ad ogni prima volta

e pensare che il bello ha da avvenire ancora
specialmente se piovono notizie a dirotto
dietro la finestra del televisore onnipotente
specialmente se la grandine che non aspettavi
ti ha già dato appuntamento nella pancia


lì dove è rimasto lo spazio giusto perché
sbuchi dal fondale un’altra specie di gioco.

 


Il sogno del maestro di Gianni D’Elia

Mentre andavamo, apparve il sogno un astro
sopra il muretto di un gentile brolo,
faccione rosso e crine bianco, il Mastro:

«Ma vivere in Italia si può solo
avendo coscienza del disastro,
come quando già si schiantò sul suolo

l’areo di Mattei, che voller guasto.
Finì l’autonomia del nero oro,
prima che cominciasse per la nostra

politica, un periodo di decoro,
visione mediterranea e proposta.
Schiacciato Pasolini e ucciso Moro,

le tre tappe della Loggia Nascosta,
Dipendenza, Omertà, Gran Concistoro,
raggiunsero il governo ed ogni posta.

Di questa storia militante loro
non c’è traccia nella nostra risposta,
il testo a fronte del fango, il bell’oro

dell’arte luccica, ma solo in mostra.
Silenzio nostro al gran silenzio loro,
per ogni delitto, un’opera opposta!»

La crisi, dentro noi, faceva il coro.

 


Daniele Maria Pegorari (1970) divide da quindici anni il suo impegno scientifico e didattico fra la Letteratura italiana contemporanea e la Filologia dantesca nelle lauree specialistiche delle Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari e di Foggia. Cofondatore nel 2000 di «incroci» e curatore scientifico di una sezione dell’annuario internazionale «Dante», dirige collane di ricerche e testi (“Officina” di Stilo; “Le ciliegie” di Palomar; “Le Diomedee” di Sentieri Meridiani), collabora con numerose riviste accademiche e militanti ed è consulente di alcune case editrici nazionali. Ha pubblicato fra l’altro: Dall’«acqua di polvere» alla «grigia rosa». L’itinerario del dicibile in Mario Luzi (1994), Vocabolario dantesco della lirica italiana del Novecento (2000), Metrici dei giorni. Poesie per un anno (2000), Mario Luzi da Ebc a Constant (2002), Contesti della “Commedia” (con F. Tateo, 2004), Non disertando la lotta. Versi e prose civili di Mario Luzi con l’omaggio di 41 poeti (2006), Dal basso verso l’alto. Studi sull’opera di Lino Angiuli (2006), Puglia in versi (2009), oltre ad alcuni saggi su Dante e sul dantismo di Gozzano, Montale, Pasolini e Luzi. Nel 2001 e nel 2007 ha curato due numeri speciali di «incroci» dedicati rispettivamente a Innocenza e neodialettalità e a un Confronto sulla critica. Dal 2002 è membro della giuria del premio nazionale di poesia “Lorenzo Montano” e dal 2005 presiede il premio di narrativa “Vico del Gargano”.

L’attenzione

Non le ho lette con attenzione, è vero.
Mi salta sempre un posto davanti alla midriasi.
E’ per questo che passo alla prossima concava (le parole concave hanno perfetta la sintesi)
, tratto le convesse e le piane e le altre come indecisioni documentate sui margini d’errore
a miosi fido affido sfido diffido infido porfido
cioè asfalto

non le ho lette, perdona, non ce l’ho fatta a
concentrare le cell, wernike e brocà si facevano un’ombra
(sappiamo che potrebbe costargli la carriera,
qualche tedesco a prenderne la dura cattedra
si spera )
e così queste larghe frasi depositate come i calcari
per la linea frattale dell’encefalo trainante
e per i libri ritornanti che hanno studiato il sale
sono volate
come amanti
volano
nell’industriosa fabbrica dell’iperreale
(un iperaffi concavo, una coop, un’auchan d’idee
me le peperonerò, sotto aceto, un po’d’olio, pepe qb.)

e dove dovrei cercarla quest’attenzione fuggevole
se il mio amore ha scordato tutte le concentranze
non si fa più il culo, no, sulle parentesi dotte
dice che l’hanno fregato agli esami di quinta
agli esami di quinta aveva motivi
adesso basta, che i greci
dovevano essere spariti
stecchiti, dicevano
e adesso appaiono come fantasmi tutte ‘ste erinni, mica ne manca una
fanno il ballo dei cigni e muoiono ‘sto cazzo
ridono squittendo degli short messages
(una testa così quando ridono le mostresse)
shortless era

era per dire, era così, era che, ecco, vedi, scusa, insomma, d’altronde
mica vogliono farsi amare, vero, le tue spampanate sclerofitosi?

Ernest Hemingway – Canto per i critici (post di Natàlia Castaldi)

Augurio  [ per un certo signor Lee Wilson Dodd  e chiunque tra i suoi amici lo desideri ]

Ernest Hemingway

Canto per i critici
con le tasche piene di ranno
ventiquattro critici
che con me ce l’hanno
sperano che crepi
che ti lasci andare
per poter essere
i primi ad annunciare
ogni sintomo di debolezza o di rapido declino.
(Sono tutti uguali, il tedio è genuino,
sordide catastrofi, bara col destino,
gente volgarissima, personaggi da strapazzo,
tossicomani, soldati, prostitute,
uomini senza cazzo*)
Se non vi garbano, io certo non vi adulo
e invece d’un consiglio mi compiaccio
ficcateveli su per il culo
Questo, ragazzi, è l’augurio che vi faccio.

*. . . . . . . .

(Parigi, 1927 – “Little Revew”, maggio 1929)

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Ritratto di signora
(Stralcio)

Ora lo diremo con una piccola poesia. Una poesia che non
avrà alcun valore. Una poesia di cui sarà facile sbarazzarsi con
una risata e che non avrà alcun significato. Una poesia cattiva.
Una poesia scritta da un uomo risentito. Una poesia scritta
da un ragazzo invidioso. Una poesia scritta da un tale
che una volta era inviatato a cena. Non è una bella poesia.
Una poesia dove non si parla dei Sitwell. Una poesia che non è
mai stata in Inghilterra. Una piccola poesia che ferisca i
sentimenti. Una poesia dove non ci sono corvi. Una poesia in
cui non muore nessuno. Una piccola poesia che non
parla d’amore. Una poesia cheap.
Una poesia che non val la pena di scrivere. Una poesia che
perché si scrivono poesie così? Una poesia che è una poesia.
Una poesia che faremmo meglio a scrivere. Una poesia che
potrebbe essere scritta meglio. Una poesia. Una poesia
che dice una cosa che sanno tutti. Una poesia che dice una
cosa che la gente non ha pensato.
Una poesia insignificante. Una poesia o no.

Gertrude Stein non era una babbiona
Gertrude Stein era solo una pigrona.

Ora che tutto è finito forse c’era una grossa differenza se era una cosa che ti stava a cuore.

(Parigi, 1926) (altro…)