Cristina Longo

Traducendo Baudelaire #2

Da un semplice “esercizio”, le prove di traduzione per l’esame di letteratura francese del corso di laurea magistrale in traduzione (Università di Pisa) si sono trasformate in proposte stimolanti. Il corso dell’anno accademico 2013/14 era incentrato sullo studio della poetica della prima grande raccolta lirica francese “moderna”, Les Fleurs du Mal di Baudelaire. Durante il corso, è stato dato particolare risalto all’analisi e al confronto dei testi francesi con le più importanti traduzioni italiane. Gli allievi hanno subito a tal punto la fascinazione della scrittura baudeleriana da volersi cimentare a loro volta nella traduzione. Si tratta quindi di testi che sono nati in un contesto, per così dire, “scolastico” – non pensati in vista di una qualche forma di pubblicazione – e che mostrano, per certi versi, anche le ingenuità dell’esordiente. Ma nell’insieme testimoniano grande sensibilità e rispetto del testo di partenza, sempre con lo sguardo rivolto all’ipotetico lettore. (Helène de Jacquelot, Barbara Sommovigo)

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L’horloge

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,
Dont le doigt nous menace et nous dit: “Souviens-toi!
Les vibrantes Douleurs dans ton cœur plein d’effroi
Se planteront bientôt comme dans une cible;

Le Plaisir vaporeux fuira vers l’horizon
Ainsi qu’une sylphide au fond de la coulisse;
Chaque instant te dévore un morceau du délice
A chaque homme accordé pour toute sa saison.

Trois mille six cents fois par heure, la Seconde
Chuchote: Souvienstoi! – Rapide, avec sa voix
D’insecte, Maintenant dit: Je suis Autrefois,
Et j’ai pompé ta vie avec ma trompe immonde!

Remember! Souviens-toi! prodigue! Esto memor!
(Mon gosier de métal parle toutes les langues)
Les minutes, mortel folâtre, sont des gangues
Qu’il ne faut pas lâcher sans en extraire l’or!

Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
Qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi
Le jour décroît; la nuit augmente, souvienstoi!
Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.

Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
Où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
Où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),
Où tout te dira: Meurs, vieux lâche! il est trop tard!”

 

L’orologio (trad. di Cristina Longo)

Orologio! dio sinistro, tremendo, impassibile,
il cui dito ci minaccia e dice: “Ricordati!
I Dolori vibranti nel tuo cuore pien d’orrore
tosto vi si pianteranno come in un bersaglio;

il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come una silfide dietro le quinte;
ogni istante ti divora un boccone di piacere
ad ogni uomo concesso per l’intera sua stagione.

Tremilaseicento volte in un’ora, il Secondo
sussurra: Ricordati! – Rapido, con voce
d’insetto, l’Adesso dice: Sono il Già-Stato
e ti ho succhiato la vita con la mia tromba immonda!

Remember! Souviens-toi! Esto memor, prodigo!
(la mia gola di metallo parla tutte le lingue.)
I minuti, temerario mortale, sono vene
da non perdere senza averne estratto l’oro!

Ricordati che il Tempo è giocatore ingordo,
vince senza barare ad ogni turno! è la legge.
Il giorno finisce; la notte cresce, ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
e l’augusta Virtù, tua sposa ancor vergine,
e il Rimorso stesso (oh! ultima dimora!),
tutto ti dirà: Muori, vile matusa! è troppo tardi!”

 

 Baudelaire declina qui un tema che esiste da quando esiste l’uomo: l’angoscia per il tempo che passa e che lentamente ma inesorabilmente cancella ogni cosa. Già presente in epoca classica (il carpe diem del poeta non ne è in fondo che il rovescio solare e passeggero), con il cristianesimo questo sentimento della labilità del tutto diventa ancora più cupo e disperato, per far risaltare la fugacità dei beni terreni rispetto all’eternità di Dio. Alla vanitas medievale sembra aggiungersi in epoca moderna anche un’ossessione per il tempo fatta di rapidità, orari, ritmi di lavoro che scandiscono la nuova società borghese (dove “l’azione non è sorella del sogno”). Nella personificazione minacciosa dell’orologio, il tradizionale memento sembra dunque contenere anche qualcosa di un odioso richiamo all’ordine. Cristina Longo rende bene questa compresenza di tradizione e modernità, traducendo lo stesso concetto prima con stile letterario desueto (“tosto”), poi con il corrispettivo registro piano  (“presto”). Da una nota della stessa traduttrice, veniamo a sapere che la perdita delle rime è stata volontariamente compensata da rime interne o allitterazioni (minaccia/dice; cuore/orrore; finisce/cresce; abisso/clessidra), che nel finale riproducono un’estenuata e sibilante agonia (verso 20). Il trattino di quel “Già-Stato” ribadisce anche graficamente l’irrimediabile ritardo di ogni nostro vissuto. (A.A.)