Cristina Babino

Su “Ophelia” di Cristina Babino

Cristina Babino, OpheliaCristina Babino, Ophelia
Carteggi Letterari, 2017

 

 

Se ci si fermasse al solo titolo e alle inevitabili implicazioni shakespeariane che esso evoca, di questo poemetto di Cristina Babino perderemmo molto se non tutto. Composto in italiano e tradotto in inglese dalla stessa poeta (auto-traduzione che rende inscindibile il legame con la tradizione poetica inglese), Ophelia è una storia in versi che parte da lontano; un lontano doppio. Un primo legato alla lunga gesta­zione, che dal 2009 fino alla sua stesura definitiva approdata ora sulla carta ha conosciuto asciugature, lima, correzioni e in ultima la traduzione, come racconta Babino nella nota al testo. Un se­condo che annoda questi versi alla lunga tradizione letteraria e non legata alla figura di Ofelia, perché l’elemento pittorico figurativo è portante tanto quanto lo è quello letterario. Anzi, per certi versi forse lo è ancora di più, perché le immagini evocate dai versi sonori di Cristina Babino attingono a tutta una costellazione di quadri famosi che compongono un piccolo catalogo nella parte finale del componimento (e che si riannoda, a sua volta, a certo gusto preraffaelli(s)ta che pur in Italia ha toccato il D’Annunzio di La Chimera, nella quale sono due le “Beatrici” chiamate a incarnare il femminile dualismo sensuale e spirituale, e il Gozzano di La preraffaellista, che, a differenza del vate, dissimula il debito con Rossetti concentrando il dualismo nella protagonista unica del sonetto).

Già la scelta del titolo, che preferisce il nome inglese alla sua resa in italiano, va considerata una scelta di campo: nel dramma dell’Ofelia di Shakespeare Babino innesta il dramma della modella che posò per il quadro del preraffaellita John Everett Millais, Lizzie Siddal, che fu moglie di Dante Gabriel Rossetti e che morì suicida, come la sventurata eroina dell’Amleto. E nel nome Dante si cela un ulteriore doppio: un non celato debito-tributo all’Alighieri (non tanto per la lingua, quanto piuttosto per una certa ‘sospen­sione’ che rinvia, inevitabilmente, al canto quinto dell’Inferno) e al già ricordato Dante Gabriel Rossetti; nel poemetto di Cri­stina Babino si sciol­gono in unico flusso di immagini i lasciti della tradizione, che ora si rinnova al punto tale da far convergere in questa Ophelia ogni Ofelia (penso a Mi hanno detto di Ofelia di Cristina Bove, per esempio) che si riconosca in questa creatura dai «lucenti capelli infiniti/ intrecciati in ghirlande/ di libellule e viole», ossia una splendida creatura che racchiude, come scriveva Baudelaire, «un emisfero in una capigliatura».

Come disvela bene Fabio Pusterla nelle pagine introduttive, il poemetto prende le mosse dalla fantasia di Lizzie-Ofelia, immersa nella vasca colma d’un’acqua che sarà sempre più fredda col passare delle ore; un’acqua che porta con sé oscuri presagi per un’ancora ignara modella chiamata a posare per un quadro.

L’acqua mi sfiora le orecchie.
Lambisce nel suo ricamo
il broccato tenero dei padiglioni
penetra nell’oscurità dei condotti
col fluire di una remota marea.

[…]

Socchiudo gli occhi
mi vedo creatura
di un abisso stretto
e immobile.

Dimentico le gambe.
E allora sono sirena
[…]

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Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

Letture cover

Essere molti e più mobili del mare. Su Bagnanti di Renata Morresi

di Cristina Babino

 

La parola “bagnanti” mi riporta alla mente, in modo quasi automa­tico, l’immagine di un quadro di grandi dimensioni, ammirato or­mai molti anni fa alla National Gallery di Londra. Più che le nudità opulente e allegre di Renoir, o la grazia levigata d’Ingres, o la cere­brale sintesi geometrico-cromatica di Cézanne, sono i Bagnanti ad Asnières dipinti da Seurat nel 1884 che mi risalgono agli occhi, quel­la loro calma distesa e distratta, quel ristoro mai troppo languido o accaldato tipico delle domeniche d’estate passate sui lungofiumi nordeuropei. Hanno colori tenui e concilianti, questi bagnanti – tutti maschi, adulti o bambini, della classe operaia ritratti in un giorno di vacanza – colori pastello accesi solo da un paio di dettagli arancio più marcati, rimaneggiati in anni successivi (il cane in primo piano, il cappello del bambino immerso in acqua sulla destra).

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Una scena rassicurante, placida, non proprio e non del tutto serena soltanto perché nessuno dei personaggi interagisce, nessuno comu­nica in una qualche reciproca attività: ognuno è compreso nel suo isolamento, monadi slegate – fatte dell’accostamento di colori com­plementari in pennellate finissime, precorritrici di un pointillisme ancora in nuce – che con disinvoltura quasi ineluttabile si danno le spalle in un’assorta teoria di solitudini.
Un’atmosfera di calma surreale, dilaniata dalla luce, in cui le figure sembrano destinate a un’incomunicabilità statutaria, immedicabile (qualcosa che ricorda da vicino l’inquieta, metafisica immobilità di Piero della Francesca) che sottilmente ci mette a disagio, a cui sen­tiamo, in fondo, di non poterci rassegnare.
«Non credo che siamo esseri separati, soli» recita il passo di Virginia Woolf tratto, per coincidenza marina evidentemente non casuale, da Le onde e posto in epigrafe d’apertura alla raccolta Bagnanti di Rena­ta Morresi. Questo libro di poesie ci invade e ci scuote con la forza di un continuo – forse involontario ma potente – cortocircuito: sono bagnanti, nell’accezione piana (e quasi sempre piatta) di villeggian­ti, nelle intenzioni dell’autrice, quelli che si muovono, nella prima parte del libro, più o meno mollemente tra un tuffo in mare e una so­sta sul bagnasciuga. Ma le medesime azioni, i medesimi termini im­piegati nei versi possono applicarsi allo stesso modo al popolo dei vacanzieri come, con uguale e anzi maggiore e quasi automatica suggestione, al popolo dei migranti. Così le due dimensioni umane, apparentemente tanto diverse, contrapposte, quella svagata e però mai immune da nevrosi dei vacanzieri e quella tragica di chi fugge in cerca di rifugio, si sovrappongono inevitabilmente nella mente del lettore – complice una cronaca drammatica che da tempo ormai troppo lungo ci viene raccontata ai notiziari – e senza sosta si richia­mano, convergono, s’affratellano.
Bagnanti perché colti nella sospensione attonita e sovraffollata della vacanza, quindi. E bagnanti perché caduti in mare, a volte pure getta­ti, che il mare attraversano in barconi, e loro malgrado se ne bagnano, bagnanti come participi presenti, che se s’avvicinano a una qualsiasi idea di “vacanza” è solo nella mancanza di una terra, nella sua sot­trazione tragica, violenta. Profughi. Migranti. Dispersi nell’«ufficio degli scomparsi / ampio mar mediterraneo»1. E chiamarli bagnanti non è certo facile ironia, semmai il più puro, com-patito sentimento del contrario − è forse persino esorcismo, necessità d’oggettivare una condizione altrimenti troppo feroce, insostenibile. Incomprensibile.
L’essere umani, l’appartenenza comune a questa specie ci chiama, tutti, a sentire, a comprendere (a prendere con sé, e su di sé), la tra­gedia consumata a Lampedusa, come in ogni altro suolo d’approdo di un’umanità stremata, a scendere in quella stessa acqua, ad im­maginarci noi stessi, fluttuare come anemoni disancorati, riemersi in quelle onde, in quello stesso mare: «essere molti e saline / vive e più mobili / del mare, abitanti / confusi a risalire / all’indietro, ad uno / stile nobile, le antiche / genealogie anfibie»2 (di nuovo, un essere plurale che se vale per la gente in vacanza può valere anche per quella in cerca di salvezza).

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Lo sguardo delle donne de-scrive le Marche – per una lettura dell’antologia “Femminile plurale”

di Marco Di Pasquale

femminile plurale

Quando si parla di un’opera letteraria che sfugge alle solite categorie sembra fuor di luogo iniziare introducendo uno dei più vieti luoghi comuni, ma è un fatto acclarato che le Marche sono contemporaneamente una ed innumerevoli regioni, intrecciate come una trama tessuta da un pettine di colline digradanti verso il lago-mare Adriatico che a noi, suoi abitanti, fa da consolante confine e rampa di lancio verso il futuro. In questa variabilità di paesaggi e di contesti, chi vi abita finisce per assumere caratteri diversi e acquisire molteplici prospettive, come innumerevoli e disparati sono gli sguardi e le sensibilità che la poeta e studiosa di letteratura marchigiana Cristina Babino, ha voluto raccogliere nel volume antologico Femminile plurale – Le donne scrivono le Marche, uscito sette mesi fa per la casa editrice maceratese Vydia, riunendo in queste pagine diciassette voci di donne che vivono e riflettono quotidianamente sui simboli, i caratteri e su un’ipotetica comunità antropologica, sociologica e culturale di questa terra.

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“Ho questa carne scomposta in molte vite.” Per Francesca Matteoni

di Cristina Babino

© Ashley Maselli  I knew who i was this morning but I've changed a few times since then, 2014.

© Ashley Maselli
I knew who i was this morning but I’ve changed a few times since then, 2014.

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato. La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.
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La punta della lingua 2014

lPdL2014_2014_manifesto

 

 

La Punta della Lingua – Poesia Festival (IX ed.)

Ancona e Parco del Conero, 24-29 agosto 2014

PROGRAMMA

 

domenica 24 agosto

Portonovo, Chiesa di S. Maria

ore 18.45: Reading di Durs Grünbein

In collaborazione con FAI Marche

Portonovo, La Capannina

ore 20.00: Cena a buffet

In collaborazione con Slow Food Ancona e Conero

Portonovo, Chiesa di S. Maria

ore 21.30: Poeti da antologia

Reading di Milo De Angelis

Interventi musicali Cesare Malfatti (La Crus)

Introduce Massimo Raffaeli

In collaborazione con FAI Marche

lunedì 25 agosto

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John Taggart – Pastorali

copertina_pastorali-grande

John Taggart, Pastorali. Traduzione e introduzione di Cristina Babino, Vydia editore

.

***

CARLISLE INDIAN INDUSTRIAL SCHOOL

Now a college of the military
war college

what was once the Carlisle Indian Industrial School

photograph on a wall of the college
young Indian couple
almost prim almost properly “Victorian”

brooch coat and tie

left unclothed
their eyes flashing/black/unforgettable their flashing black eyes

lesson
for those who would be generals.

.

SCUOLA INDUSTRIALE INDIANA DI CARLISLE

Ora un college di militari
college di guerra
quello che una volta fu la Scuola Industriale Indiana di Carlisle

fotografia su una parete del college

giovane coppia indiana
quasi puritana quasi proprio “vittoriana”
spilla cappotto e cravatta

lasciati spogliati
i loro occhi abbaglianti/neri/indimenticabili i loro occhi neri abbaglianti

lezione
per quelli che saranno generali.

.

***

PASTORELLE 1

Glance to the right all that’s possible
driving south
on 641 what was the old stage coach route
curve on 641 curve and descent
hard on the horses
weight bearing down on them
glance
perhaps all that was ever possible
clearing through the trees at the curve
wide field
brown green brown
where the farmer plowed where the farmer didn’t where he did
glance
and glances
over the years
this is where my ashes are to be scattered
driving south and west.

*

PASTORALE 1

Guardare sulla destra tutto ciò che è possibile
guidando verso sud
sulla 641 quella che fu la vecchia via delle carovane
curva sulla 641 curva e discesa
dura per i cavalli
carico che pesa su di loro
guardare
forse tutto ciò che fu mai possibile
radura tra gli alberi sulla curva
grande campo
marrone verde marrone
dove il fattore ha arato dove il fattore non ha arato dove ha
[arato
guardare
e sguardi
attraverso gli anni
qui è dove le mie ceneri verranno sparse
guidando verso sud e ovest.

.

***

PASTORELLE 7

Mud along the edge of the creek

creek or small river
and low during the summer

low water and increased edge of mud rank smell
in the heat
many rocks exposed slick to touch

the problem is not finding a rock there are
many

the problem is not turning
into a rock

the problem is a problem of how
far how far can I throw myself and how far can I
throw myself again.

*

PASTORALE 7

Fango lungo il margine del ruscello

ruscello o piccolo fiume
e in secca durante l’estate

acqua bassa e margine aumentato di fango odore di marcio
col caldo
molte rocce esposte viscide al tatto

il problema non è trovare un sasso ce ne sono
tanti

il problema non è diventare
un sasso
il problema è un problema di quanto
lontano quanto lontano posso lanciarmi e quanto lontano
posso lanciarmi ancora.

.

***

PASTORELLE 8

Young woman
Amish
green dress black apron translucent white prayer bonnet
strings of her bonnet trailing in the air

rollerskating down the road

by herself alone in the air and light of an ungloomy Sunday afternoon
herself and her skating shadow

the painter said
beauty is what we add to things

and I
chainsawing in the woods above the road
say what could be added
what other than giving this roaring machine a rest.

*

PASTORALE 8

Giovane donna
Amish
vestito verde grembiule nero translucida cuffia da preghiera bianca
i lacci della cuffia si trascinano nell’aria

pattina lungo la strada

tutta sola nell’aria e nella luce di una chiara domenica pomeriggio
lei e la sua ombra che pattina

il pittore disse
la bellezza è ciò che aggiungiamo alle cose

e io
che taglio legna con la sega elettrica nei boschi sopra la strada
dico ciò che si potrebbe aggiungere
che altro se non spegnere questa macchina rombante.

.

***

PASTORELLE 13

“So it did”
turn of phrase of local parlance

what’s said at the end of what’s being said around here

intensifier and clarifier of
what’s being said

what’s being said is “the horse fell in the well” which is saying all
that could go wrong did go wrong there’s nothing left to go
wrong

“so it did” at the end of “the horse fell in the well”

which says it all which
makes it intensely clear there’s nothing left
the horse a dead horse in a well gone dry.

*

PASTORALE 13

“Così è stato”
modo di dire del gergo locale

ciò che si dice alla fine di ciò che si sta dicendo da queste parti

intensifica e chiarisce
ciò che si sta dicendo

ciò che si sta dicendo è “il cavallo è caduto nel pozzo” che è come dire che tutto
quello che poteva andare male è andato male non c’è nient’altro che possa andare
male

“così è stato” alla fine de “il cavallo è caduto nel pozzo”

che dice tutto che
rende intensamente chiaro che non è rimasto nulla
il cavallo un cavallo morto in un pozzo prosciugato.

***