Cristiano Poletti

Le parti del grido, di Lorenzo Chiuchiù

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Lorenzo Chiuchiù, Le parti del grido, Effigie 2018 – 10 €

Dopo aver letto questo libro, ho voluto sceglierne alcune parti: istanti, nei quali sentirsi chiamati a vivere. È l’autore che ci fa sentire questo. Essere lì dentro, come una necessità e come un desiderio.
Riportare qui i frammenti di un testo così importante assume dunque il significato, da una parte, di porne in evidenza la bellezza; dall’altra è il segno della gratitudine che all’autore va espressa.
De Angelis, nel suo scritto di postfazione, sottolinea quanto Chiuchiù «ci interpella con quel “tu” ossessivo che percorre tutto il libro e che di volta in volta è il lettore o l’autore, sono io o il primo venuto». Ha pienamente ragione nell’affermarlo.
Eccoci: l’invito è a entrare.

Sei tu, o sono io:
«Ma l’azzurro è in vena, la riva nascerà con te»;
«scegli una tempesta a caso, sono io».

Tu:
«tu fondi temporali/ e vorresti la grafia dei lampi».

Tu che con me senti:
«nelle meningi terra nera come dopo un temporale».

Io e te, insieme:
«Come se la vita fosse intera/ illuminata, ferita e per te»;
«lo sai: la ferita come la benedizione/ vuole solo l’altra parte».

Quindi noi:
«la storia è la sezione/ e noi, cuore siderale, la verticale»;
«Eravamo incomprensibili e feriti, eravamo feriti e volevamo il vino nero e le stelle a sorte. Così siamo diventati segreti».

Noi, nella verticale della scrittura:
«La sillaba scava come il bisturi/ non illuderti che questa musica/ ti assolva: hai il quaderno/ che lentamente affonda nel petto».

Di nuovo tu, o io:
«hai perso/ un orologio amato/ o perché hai mancato la terra»;
«sottrarti: ma tu credevi, avevi te stesso/ colpa e notturno cardiaco».

Così siamo stati, tramite l’elogio del frammento, dentro un libro che è esaltazione dell’ascesi e della “caduta”, un libro carico di stelle e di distanze. Dal cielo, da ogni presunta idea di perfezione e di stabilità. Sono tensioni che Chiuchiù ha avuto modo di portare in un vasto campo di meditazione, in Atleti del fuoco (“undici studi tra arte, tragedia e rivolta”), edito da Mimesis. Da Celan a Camus, tra arte e destino, rivolta e Cristianesimo.
Nuovamente grazie all’autore, dunque, per tutto questo lavoro.

Cristiano Poletti

 

Fioriture capovolte, di Giovanna Rosadini

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Giovanna Rosadini, Fioriture capovolte, Einaudi 2018, € 11,00

“È autunno, tempo di fioriture capovolte”: un’immagine affascinante e misteriosa, che le è stata riportata una volta da un amico, così, casualmente. Rosadini l’ha conservata a lungo nella mente, fino a farla diventare il titolo di quest’opera in cui ovunque troviamo delicatezza e tensione, e ovunque forza, fermezza soprattutto. Come se una mano fosse protesa a toccarci.
L’autrice crede fermamente nelle affinità elettive, tanto che il libro è disseminato da una “fraternità in versi”; versi cioè di altri, di amici fraterni appunto, chiamati a testimoniare la necessità costante di uno scambio per il comune traguardo della poesia.
L’incontro, per lei, viene prima di tutto.
E si sente la compiutezza di quest’opera, se ne avverte la maturità, senz’altro, ma anche la profonda continuità col lavoro precedente dell’autrice.
Molto importanti sono la dedica del libro alla madre, alla sua forza, e la citazione di Amichai in apertura: «Vedi, abbiam vissuto più di una vita…». Da qui, dall’assunzione di un’idea vasta e preziosa, il riprodursi continuo della vita, inizia il tesoro della sua scrittura di oggi.
«Tenebre è una parola che risolve», scrive Rosadini; o ancora, con particolare forza in questo frammento riportato in copertina: «quando il fuoco avrà ingoiato tutto». È come se facesse di continuo una promessa nello scrivere, a se stessa e al mondo: la combustione del dolore avverrà. È un auspicio e un proposito, nella fiducia e con la convinzione che questo – davvero – è accaduto, accade, accadrà: «come un errore finalmente rimediato/ come un dolore finalmente riassorbito», aggiunge a pagina 27.
I luoghi centrali, vissuti, del libro sono la Liguria, sua terra d’origine, Milano e soprattutto Venezia, riemersa dal fondo di un ricordo nostalgico e felice degli anni universitari.
Il mare di Levante è un mare vissuto “fuori stagione”, un paesaggio mentale, dove è il cielo a dominare: si tratta di «un cielo alla prova», un «campo azzurro» steso sull’ingombro della mente. L’inquietudine è proprietà dal vento, è sonno disertato dai sogni, è «anima slogata e sofferente».
Lo spazio bianco della seconda sezione invece è nebbia, metafora di una pagina nuova, dell’inizio di sempre. Ed è silenzio, che in queste poesie significa soprattutto attraversamento e necessario abbandono («fa’ di me ciò che vuoi», scrive l’autrice). Mentre tutto è in battaglia e s’incarna ancora una volta nel fuoco: («Mi hai attraversata/ come un fuoco che consuma»), occorre scivolare, non opporre resistenza. Occorre per rinascere, dopo un doloroso personale riepilogo di dieci anni da un terribile incidente, «al ritmo lento delle parole». Ecco allora, il dolore sembra essersi consumato, la casa ormai riconquistata. Il nero del resto già ha vinto sul bianco, ed è scrittura, quell’inizio di sempre al quale ogni volta siamo attesi e che “ci salva”, ci cura.
Le dimensioni della mente e di questa speciale dimora che è la scrittura sono indagate e approfondite nella terza sezione, Fioriture capovolte. Dopo Africa, una poesia dedicata alla sua famiglia, nell’arco di due sottosezioni, Infanzia e Adolescenza, il “racconto” di Giovanna Rosadini si fa particolarmente pacato, misurato, attento. Mentre la ferita continua a lavorare, l’animo è in ascolto, in equilibrio tra confessione e circospezione: in cerca degli «strumenti per poter/ affrontare/ il residuo immedicabile del mondo» eppure libero di «sollevarsi agli azzurrati cieli».
L’ultima sezione del libro, intitolata Un ritorno, è anche in questo caso un riepilogo di anni, ma mediante un salto che porta a Venezia, agli «anni belli dell’università» che ha avuto modo di vivere. Assistiamo a uno speciale viaggio a ritroso e allo stesso tempo a un continuum di vita che trattiene il lettore nella laguna come fuori dal tempo. Così a Venezia arriviamo anche noi «in cerca di un perché/ di un esilio salvifico/ un approdo». Fino a sentirci noi stessi dentro una splendida poesia, S. Giorgio e il drago, che conclude meravigliosamente così: «non più fuoco/ uscirà dalle fauci piegate in un ghigno/ di resa, e l’arma spezzata/ non avrà più nemici».

Cristiano Poletti

 

Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento. (altro…)

Un inedito, di Agostino Cornali

 

La poesia è dedicata al nonno Nunzio, amatissimo dal poeta. «A Milano, da piccolo – mi racconta Agostino – prima di dormire facevamo un gioco infantile: la lotta. Avevo 4-5 anni».
Abbiamo di fronte a noi uno spartito, che viene cantato. Un canto antico e presente, originario e in tensione: l’arena degli spettacoli, dei leoni, dei gladiatori. Vita o morte, come una stessa cosa.
Cornali però, «incubo dopo incubo», a un certo punto ci sorprende. Sceglie un’immagine religiosa a tutela del corpo della poesia scagliandola nel cuore del testo: la lotta di Giacobbe con Dio, dal Libro della Genesi, ovvero la lotta con l’angelo di Dio, come nel dipinto di Delacroix. Braccia, vene, polsi incarnano un’implorazione pronta a sprigionarsi: non cedere, non cadere, non crollare.
Rappresenta l’interlocuzione profonda che il cristiano autentico, così come l’ebreo, ha con il proprio Dio. Di fronte al Padre non ci si presenta come servi, ma come figli, quindi con Lui in aperta discussione, anche in lotta giustamente, perché il figlio prima di tutto è interprete di sé e per questo (naturalmente) ribelle. Si tratta di una ribellione amorosa, è chiaro. Il padre, in questo caso il nonno, implora il figlio di non smettere mai una contesa che – lo si sente bene – è qui più una forma (con apparente paradosso) di “protezione”, di cura. Protezione, quindi proiezione, che di uomo in uomo possa propagarsi. Proiezione e dunque: prolungamento. Così si spiegano le ombre tentacolari dell’inizio, sul soffitto.
Ora, stiamo parlando di stile, cioè di visione. Poi certo, c’è la tecnica che permette tutto questo. Sentiamo assonanze e consonanze rincorrersi, fluire: proietta che si lega a soffitto; letti – affiancati; forti – polsi. Una rima, una sola in tutta la poesia, importantissima, è incastrata a cavallo delle tue terzine iniziali: arena-scena. Avvertiamo come tutto il ritmo e il senso provengano da lì e poco oltre nel testo dalla centralità di significato dell’aggettivo «interminabile», attribuito alla lotta.
Tecnica è misura, sì, e conoscenza. Una successione di coppie di versi in ciascuna delle tre “stanze” rivela la specialissima cura del componimento, ne mostra la grammatica, lo spartito come si diceva: due splendidi endecasillabi, uno a maiore e il successivo a minore, dattilico, nella prima terzina; un settenario seguito da un novenario, entrambi significativamente sdruccioli nella seconda; e i due novenari che preparano il meraviglioso enjambement finale, imperativo e forte.
Questo è il canto. E al suo cantore va la nostra, profonda, gratitudine. (Cristiano Poletti)

Il lampadario di cristallo che proietta
ombre tentacolari sul soffitto
sopra l’arena dei letti affiancati…

in questa camera va in scena
incubo dopo incubo
la nostra lotta interminabile

come l’angelo di Giacobbe
hai le braccia ancora forti
con le vene azzurre in rilievo
e mi afferri i polsi, mi implori
di non cedere.

 

Lettera a Corrado. Per “Tempo riflesso”, di C. Benigni

 

Corrado Benigni, Tempo riflesso, Interlinea, 2018 – € 12

Carissimo Corrado,

vedo un tuo maggiore abbandono (parola bellissima, e difficile) in questo nuovo libro. Un abbandono, dico, che in primis mostri te a a te stesso, e di riflesso a chi legge.
Ecco, tempo riflesso. Mi convince, mi piace questa traccia di ambiguità nel titolo, intorno al riflettere. Corre in tutta l’opera. Dunque, abbiamo a che fare con un tempo specchiato e pensato, un tempo che sei tu stesso (o io, o un altro, un singolo, un individuo) e di cui – mi sembra – occorre farsi filtro. Questo vuoi dirci. È un tempo, questo che viviamo (e poi tu alludi certamente al Tempo, in generale) del quale vuoi dare indizio. Sì, direi che in questo libro metti alla prova essenzialmente l’indizio, detto con un voluto gioco di parole.
Come lo fai? Come lo fornisci l’indizio? Presentando il piccolo, il piccolissimo anche, riflesso nel grande (o viceversa, non cambia). Così che tutto possa vivere nel più vasto possibile. Lo fai sentire mediante la costante “esaltazione” dell’infinitesimo nell’infinito. È una grande aspirazione questa, del vedere e del sentire. E perché no, io credo, del pensare.
Dicevo, l’abbandono. Ma appunto, oltre al pensiero (che ti è proprio), è un abbandono il tuo al sentimento. Perlomeno parzialmente. Colpiscono in questo senso le dediche, in particolare Solstizio, dedicata a Chiara; colpisce il riferimento a tuo padre, così toccante in Superfici e così significativo in Pixel; colpisce per intero una poesia come Vita mia, non mia, dove non a caso sono i bambini (i piccoli) a sorprenderti perché sanno offrire indizi di verità.
Ma vado per ordine dentro le tre sezioni.
In Pietre vive sono tanto presenti la pietra, la corteccia e le radici quanto lo sono gli interrogativi. Il che non è nuovo in te, ma qui mi pare si fletta in nuove formulazioni, nello spirito diverso, direi più aperto, del libro, come ho avuto modo di sottolineare prima. Per propria natura direi, più aperto rispetto a Tribunale della mente, eppure con esso in continuità, di pronuncia, di voce. Quattro endecasillabi rapiscono il fuoco dell’attenzione, per la loro bellezza: «Ma la strada è una lingua che ci vede»; «istanti nell’enigma dello spazio»; «alla legge non scritta del ritorno»; «Il movimento fisso delle stelle». Dobbiamo imparare, è vero, «il linguaggio delle pietre, / non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui». O imparare la resistenza muta degli alberi.
Dobbiamo imparare a imparare, mi vien da dire. Anche, anzi soprattutto, Dall’invisibile, o meglio: si tratta di quello che spesso non sappiamo più vedere, comprendere. Siano alberi, insetti, impronte, segni, rumori, tutto ciò che è minuscolo e apparentemente insignificante (e invece significa) indica una strada a noi «pellegrini della materia», noi stessi «verbi che si coniugano all’infinito», noi orbitanti nel tutto orbitante (“orbita” è tra le parole-chiave del libro). Si sente netta una vocazione alta e antica tra le prose di questa seconda sezione: la poesia come domanda, come appello. Prose di invidiabile misura, compatte, “precise”, per quanto possa essere questo un termine valido (e lo è, chissà, io penso di sì) in poesia. Indizi su indizi, ed esperienze, che nutrono la scrittura: avverto come i viaggi a Gerusalemme e in Islanda siano stati per te importantissimi.
Sono dunque indizi di/per una verità, per giungere alla prova (cioè all’evidenza) di ciò che siamo. Non manca certo, in questo divenire, il “gioco” delle Apparenze (ancora, giustamente, una parola che dà luogo ad ambiguità. Apparire: svelamento; apparire: falsificazione). Il saluto di Benjamin all’inizio della terza e ultima sezione è illuminante. Di nuovo, qui nella figura dell’osservatore, c’è «il bisogno di cercare il luogo invisibile». Eccoci così subito proiettati verso un primo titolo che già tutto contiene: Immagini di immagini. Meccanismo affascinante, e a pensarci anche terribile. La strada maestra è quella della fotografia, una strada tracciatasi con forza nella tua esperienza. Il suo insegnamento porta a evidenziare, con percepibile stupore, il piccolo nel grande, come nella prima sezione: «C’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba».
Tempo rappreso quindi, «il tempo ci riflette come uno specchio concavo»; tempo che ci chiede la parola, che pretende da noi l’indicazione di un nome (indizio e indicazione); che ci vuole, vuole noi in quanto noi stessi nome. Siamo qui, in vita, col nostro segreto, fissi nel corpo e fissati in una fotografia. Istanti universali ed enormi, mentre tutto il visibile e l’invisibile (tra realtà e rappresentazione, tra aldiquà e aldilà, tra l’uno e il doppio) passa per i dettagli. Fai necessariamente il nome degli artisti, li indichi: anche questa è una forma di abbandono, una dichiarazione.
E chiudi con un interrogativo accanto alla parola “destino”. Ribadisco: c’è una vocazione alta e antica in te, domandare alla poesia che sia la verità a rispondere. È un luminoso destino quello che ti fa compagnia, e corre nel libro.

Cristiano Poletti

Credere. Dopo la filosofia del XX secolo – Dario Antiseri

Dario Antiseri, Credere, Armando Editore, € 15,00

Si pone alla nostra attenzione, in questa nuova edizione 2017, un importante libro di Dario Antiseri, uscito sempre per Armando Editore la prima volta sullo scadere del secolo scorso.
Pensare entro i limiti a noi posti dalla nostra stessa debolezza, dalla nostra contingenza, dall’inquietudine che incarniamo, è il cuore di quest’opera. Antiseri ci porta a considerare questi limiti come un’unica, grande, direi anche “gioiosa”, possibilità. Più che “dopo” la filosofia, come recita il sottotitolo, le pagine di Credere invitano ad andare “oltre” il pensiero, a sperare “oltre” la filosofia. L’autore si rivolge essenzialmente alla nostra coscienza. Alla filosofia, alla ragione, chiede “soltanto” e con forza, di tener viva e aperta la Domanda metafisica fondamentale: perché l’essere e non il nulla? Nasce da qui tutto un groviglio di domande: perché il mondo anziché il non-mondo? Perché il non-senso quando siamo inevitabilmente protesi a cercare il Senso Assoluto? Il mondo e la vita, dunque, che senso hanno?
Quanto più siamo disposti a riconoscere l’alto grado di presunzione che la ragione ha esibito nel forgiare quelli che il filosofo definisce gli “assoluti terrestri” (positivismo, idealismo, marxismo, in primis; ma non solo), tanto più ci troviamo a recuperare l’inestinguibilità di quella Domanda, esaltata nell’irriducibile desiderio d’infinito che avvertiamo, nella perennità dell’assenza di una risposta, con la potenza dell’angoscia che soffia sui nostri giorni.
La scienza affronta il “tutto-della-realtà”, si spinge più in là possibile nel dirci come è il mondo. Spiega la realtà empirica, certo, eppure «ciò su cui la scienza tace è quanto più conta per noi», conclude Antiseri. Nemmeno la filosofia, veramente, spiega. Tantomeno salva. La Domanda, allora, e tutto il groviglio di domande che da essa discende, è appunto inestinguibile, inestricabile, e s’impunta sempre lì, “semplicemente” sul chiedersi perché è il mondo.
I confini del “visibile” sono gli stessi confini dell’esistente. Quindi giudico per quello che vedo, ma proprio lì è il mio limite. E oltre il visibile? Posso escludere l’esistenza di altro, fuori da ciò che vedo? O ancora: parlo, vivo nel limite del dicibile, del pronunciabile. Ma ecco, ciò che sfugge è l’ineffabile. E qui dobbiamo giustamente tacere, proprio perché nell’ineffabile e nell’invisibile si apre lo spazio della fede.
C’è la realtà da spiegare, visibile e invisibile, e c’è il dolore.
Tra Otto e Novecento abbiamo conosciuto addirittura la rivolta contro Dio, fino a negarlo. Pagine memorabili che sono in Dostoevskij, in Camus, o nella testimonianza di Elie Wiesel: quanto si è offerto ai suoi occhi ad Auschwitz non è cancellabile dalla memoria. Per questo, di fronte a una sofferenza indicibile, al tremendo, Wiesel è arrivato a cancellare Dio dalla propria anima.
Il dolore e il Senso abitano dunque l’ineffabile. È un nodo eminentemente poetico.
Particolarmente illuminante, in questo senso, è un passaggio di Luigi Pareyson che Antiseri riporta: «per il Dio dell’esperienza religiosa assai più che i concetti specificamente filosofici appaiono adeguati e significativi i simboli della poesia e le figure antropomorfiche del mito».
Allora serve davvero guardare “dopo la filosofia del XX secolo”, cioè indietro, a Kierkegaard e soprattutto a Pascal (ai quali vorrei permettermi di aggiungere Spinoza). La fede è una scelta umana e insieme un dono divino; il cristianesimo è una verità sofferente. A noi, misteriosamente, serve. Per comprendere, abbracciare, un disegno.
Proprio un poeta grandissimo, Mario Luzi, nel saggio intitolato L’inferno e il limbo, scriveva: «L’uomo (…) desidera una salvezza fondata sulla qualità del proprio dolore. Tale speranza è l’unica munita d’una forza capace di vincere la disperazione e nello stesso tempo non tradirla: solo essa poteva avere una dignità agli occhi di Pascal o a quelli di Leopardi».

Cristiano Poletti

Mario Benedetti, Tutte le poesie

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Mario Benedetti, Tutte le poesie, Garzanti, € 16,00

Nell’introduzione di Dal Bianco, intitolata L’idiota che ci rappresenta, troviamo due punti essenziali per capire la poesia di Mario Benedetti: il primo è il cielo, parola per la quale si tenta una via etimologica particolare, che l’associa al celato, al nascosto, a ciò che resta sempre da mostrare. L’altro punto è la lingua, quella specialissima grammatica raggiunta dal poeta sgrammaticandosi, vorrei dire, forzando cioè e rompendo ogni presunta regola.
C’è tutta un’aria che attraversa questa grande poesia, cielo, aria, vento, soprattutto in Umana gloria (2004). È qualcosa di sorprendente e fortissimo, nel leggerlo, nel rileggerlo.
Tanto che Benedetti sembra addirittura uscire dalla poesia attraverso la poesia. Tocca e ci fa toccare l’emozione delle piccole cose, così sempre pronte a parlarci, le dipinge, dipinge l’aria “in fondo al tempo” (è il titolo di una sezione). Un uomo è un mondo. Benedetti è un mondo di poche parole e di fortissimo sguardo, un mondo visivo, pieno di materia da dipingere. Rappresenta una «terra rimasta in aria, interi campi». Il guardare è, deve avvenire, “da lontano” (altro titolo di un’altra sezione), e dovrebbe avvenire dentro il pensare che si guarda. Rivedendoci da distante, e pensando questo rivederci, «eravamo solo (…) con il vento aria». Ed ecco che il vedere e l’aria si richiamano, negandosi: «Siamo scappati dagli occhi, il vento nella testa», scrive; e ancora: «il vento negli occhi chiusi per pensarlo»; le «povere cose messe nell’aria prima di dormire». Oppure ancora, ad esempio, questo meraviglioso passaggio: «E nell’aria rimasta da sola la tua figura era il giro del vento». O questo verso: «tra gli occhi e non vedere più».
Mi fermo.
Dicevo: la lingua, il linguaggio. Dal Bianco scrive, giustamente: «E restano, fino alla fine, le meravigliose incongruenze della lingua di Mario, le sue metonimie spiazzanti, la temerarietà delle sue tautologie. Resta (…) certo lessico terra terra, quasi bambino (…) È l’apoteosi dell’impaccio linguistico, è un disarmo unilaterale, è un fare appello alla tenerezza di fronte alla precarietà umana». Viene in mente Ermanno Krumm, che ricordava «quel puer antichissimo senza il quale non c’è poesia». Eccolo, Benedetti, sempre a chiedersi: dove sono, e non so cosa dire, o come dirlo, come spiegarmi.
A questo proposito, riporto parte di una poesia, eccezionale nella lingua e splendida, per tutto quanto detto:

Luna, corridoio bianco, come ho corso!,
e nel vento sono ancora che mi porti, braccio, ramo
nel buio che si muove.
Come corro, come ride l’acqua
e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?
Corro nell’acqua increspata, cosa c’è
in questa musica visi, fisarmoniche e il volere andare,
e dopo il pianto grande la voce così bella
sai, dice, vieni, sono tutta nel sogno e tu?
Io, le mie scarpe le risa le travi dove?
sono qui i morti? sono qui?

Villalta nel suo, di saggio introduttivo, dal titolo Una ferita coralità perduta, insiste sul territorio, quello di Nimis, in provincia di Udine, e su una geografia percorsa da Benedetti, da Nimis a Padova (dove si laurea con Ramat) e poi a Milano. Nel film-intervista L’abécédaire (1988-89), il filosofo Gilles Deleuze affermava: «Costituire un territorio è per me quasi la nascita dell’arte».
Anche qui, il poeta entra ed esce dalla geografia, dal suo territorio. Rappresenta i luoghi, ma soprattutto li vive mentalmente. Penso in particolare all’amata Bretagna, dove va a collocare la sua mente, il suo spirito. O penso alla rastremazione linguistica purissima che compie in Pitture nere su carta (2008) e che lo porta nel reliquiario del mondo, in lacrime, figure, colori, smalti, sfarzi, stelle. E c’è una poesia, quella conclusiva, magica e meravigliosa:

Erano le fiabe, l’esterno.
Bisbigli, fasce, dissolvenze.

L’esterno dell’esterno
qualcosa ascolta.

Qui.
Oh.

«Alla fine, mi domando, come poter dire: alla fine», scrive Benedetti. È la tersità della morte, siamo noi e il corpo deposto, corpo umano e corpo delle parole. Fino a scrivere: «Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole»; quelle parole che sono «nelle storie che mi hai fatto vedere» (in Tersa morte, 2013).
Sempre Deleuze, nell’abécédaire, diceva: «Lo scrittore scrive per dei lettori, ma cosa vuol dire “per”, vuol dire “in favore di” (…) Ma bisogna dire anche che uno scrittore scrive per dei non lettori, cioè non “in favore di” ma “al posto di”. (…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo. (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.

Cristiano Poletti

 

Crepapelle, di Paola Rondini

Crepapelle

Paola Rondini, Crepapelle, Intrecci Edizioni, 2017, € 14,00

Crepapelle, o, dividendo, «crepa-pelle»: la possibilità cioè, anzi la dimostrazione della possibilità, che vedere le cose diversamente (cose, persone, situazioni) è possibile. Sempre che, certamente – ed è il caso che avvenga, è giusto che accada, nella vita – il dubbio abbia la possibilità d’insinuarsi, di fare ingresso nelle nostre esistenze attraverso lo scherzo del caso.
Qui il caso è rappresentato da un semaforo, da un’attesa, un incrocio, e la metafora è subito pronta: l’incrocio è quello dei destini, il cambio di direzione è un cambio di sguardo, di prospettiva, cui sempre, improvvisamente, siamo soggetti.
Rondini, al suo quarto romanzo (dopo Miniature, I fiori di Hong Kong, Il salto della rana) è bravissima a fare entrare in scena i personaggi, in modo eloquente e raffinato. Siamo a Firenze, in un aprile luminoso. Edo, il professor Edoardo Valeri come più tardi nel libro si capirà, è un uomo di origine umbra, ormai anziano e carico di storia, che una volta al mese esce da Villa Clara, la casa di riposo dove dimora, e distribuisce agli automobilisti fermi al semaforo un foglio di carta, riportante un messaggio che possa colpirli, distogliendoli dalla ripetitività dell’ordinario. In una di queste occasioni ne consegna uno al dottor Giacomo Selvi, chirurgo plastico alla Clinica Casa Monteverde, che ha il «polso flessibile e determinato di uno scultore», tutto «tecnica, dedizione, aggiornamenti, e bellezza». Greta, cliente in attesa di essere operata al volto, è una cinquantenne che ha «deciso di farsi tagliare», una donna che, spesso in preda «a un’apnea perlustratrice» e svuotata dalle sue magre esperienze, ripone in un cambiamento fisico la possibilità di mutare interamente il corso della sua vita.
Solo apparentemente sono frutto di pazzia – così d’acchito pensa Selvi – le parole che quell’uomo ha voluto consegnargli. Ma così non è: “Due espressioni. Vedi l’occhio diverso?”. Il dubbio, il doppio, l’asimmetria del volto. Il bersaglio, l’ossessione di sempre di Selvi, è stato colto. «L’osservazione maniacale del volto umano l’aveva condotto alla certezza che la naturale, impercettibile, millimetrica diseguaglianza dei nostri due lati, fosse in realtà molto più complessa e interessante e sfociasse in una specie di sovrapposizione con punti di rottura e punti di incollamento».
Quel foglio ha una portata enorme. Basterà notare un minuscolo tatuaggio sul corpo della signora Greta Lensi, a far precipitare il dottor Selvi in un «grumo di nulla dolorante che si era impossessato del suo stomaco e del suo cervello». Uno sconvolgimento, del tutto imprevedibile, e forte al punto che Greta è costretta a non poter soddisfare il desiderio covato a lungo di riavvolgere l’età: l’operazione salta, e lei deve tornare a casa. Ha «la testa come un cielo nuvoloso», corre «incontro a un’onda di sconforto gorgogliante e densa: gli ultimi anni del matrimonio, suo figlio indipendente, il vuoto degli uomini che aveva incontrato, il vuoto». Il talento della scrittura, la brillantezza dello stile di Paola Rondini sono evidenti. Come nei corsivi, che punteggiano il racconto riportando la voce e il vissuto di Edo: «Quel luogo iniziò il suo movimento disallineando spazio e tempo in geometrie sentimentali, costruendosi in nuovi piani sopraelevati, nuove pareti di ignoto metallo, inedite profondissime gallerie, arditi scivolamenti lucidi. La porta era sempre aperta per chi avesse guardato meglio». Viene da quel mondo, Crepapelle, sgorga da quella terra immersa nel ricordo, in piena Seconda Guerra Mondiale: è il nome affibbiato al calzolaio del paese del vecchio Edo. Orlando, detto “Crepapelle”, morto sotto tortura per mano dei tedeschi.
La vicenda poi prosegue, mentre le parole scritte sul foglio da Edo continuano a risuonare nella mente: “Legati, permeati, attraversati. Due espressioni”. Tutto in effetti dipende da dove facciamo cadere l’accento, nella lettura.
Così l’intreccio si sviluppa seguendo il disegno esistenziale di ciascuno dei protagonisti, l’incrocio dei destini si fa sempre più affascinante, e solitario, una volta smosso dal turbine del caos. Pensieri e ripensamenti, un mescolarsi di vite, di solitudini appunto, di psicologie, di fughe e di tentativi di comprendere l’accaduto: uno sviluppo che è tutto da leggere. La traiettoria di ognuno di loro sembra inesorabilmente prendere la via della grotta evocata subito nel vissuto “antico” di Edo: «eravamo funamboli sopra una corda tenuta da chi era già stato lì e da chi sarebbe entrato dopo di noi, altri coraggiosi armati solo di visioni». La visione, dunque la gioia e il dolore che affidiamo al gioco delle sembianze. C’è grazia e profondità tra queste pagine, talento e stile. Pagine attraverso le quali sentire il mondo, pagine in cui immedesimarci.

Cristiano Poletti

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

XIII Quaderno di poesia contemporanea: un corridoio d’acqua

CopertinaQuaderno

Tredicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2017, € 25,00

Ho scelto l’acqua per attraversare il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea.
L’acqua è un elemento che compare in quasi tutte le poesie di Agostino Cornali (1983); una presenza costante, persistente. Il campionario è vastissimo: si tratti di rogge, fossati, pozzanghere, sorgenti, marcite, vasche, ghiacci, torrenti, laghi, fiumi, mari, proprio attraverso l’acqua sembra dettarsi, prima di sciogliersi nel nulla, la sua (sua e potenzialmente di ognuno) “geografia dell’io”. Dirò meglio: Cornali prova a pescarsi in una toponomastica che gli serve da puntellamento esistenziale e immaginativo, e l’acqua è un contorno fondamentale. Siamo in presenza di una ricerca e di una fantasia dell’io. I luoghi e le situazioni di Camera dei confini sono dunque punti, nomi che diventano tracce di epifania, perché del suo io avvenga l’annullamento. Cornali è autore anche di prosa, ama l’invenzione e lo scavo di Mari, ama l’asciuttezza e l’essenzialità di McCarthy. Così tutto è un confine nella sua poesia, che si muove tra storia, leggenda (come quella del Lago Gerundo col Drago) e la quotidianità di tutti. Cosa resta, alla fine? Una grandezza, una vastità sognante, potremmo dire, tra antichità e futuro dell’io, in una poesia che ci fa toccare magnificamente solitudine e abbandono.

                                           Chieve

È il respiro del drago Tarantasio
che fa tremare le persiane
nelle notti di febbraio

e sulle barche che solcano il lago
i nostri antenati longobardi
si alzano in piedi, tremanti sulle prue,
le spade e gli scramasax in mano

guardano la testa crestata del mostro
che emerge lentamente dalle acque,
i suoi occhi accesi nella nebbia
le fauci spalancate

e allora divampa
il fuoco sulle torri
dei castelli di pianura
e il pianto dei bambini risuona sulle coste
da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

Di quel lago maledetto
che dà il nome alla tua via
è rimasta una piccola pozza
che non riesce ad asciugare
in un campo di frumento.

Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

 

Il nome di Franca Mancinelli (1981) è un nome già affermato, saldo nel panorama della poesia contemporanea. Tasche finte, dopo i libri Mala kruna e Pasta madre, è il contributo di novità che si offre in questo Quaderno. Ha ragione Antonella Anedda, introducendo l’opera, nell’evidenziare quanto il gerundio sia venuto in soccorso in queste ultime prose poetiche (o possiamo forse dire: “false” poesie). Interessa notare il procedimento creativo di Mancinelli, come le immagini cioè diventino incisioni, e come il gerundio, in effetti, consenta in modo efficace e affascinante un rallentamento nel farsi di queste immagini: raffinate immagini  che pian piano si disegnano, entrano in un disegno filmico, entrano nella nostra mente, depositarie di una delicatezza (ma non disgiunta dalla forza) che le distingue e le esalta. Scelgo ancora l’acqua, come dicevo, per poterci inoltrare nella sua poesia. Fin qui, dove l’approdo è appena oltre il silenzio:

Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Iniziano a crescere radici, sottili come capelli. I tuoi, sul pavimento, nella polvere. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili. La casa di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta come in un gioco di dimensioni perfette. Ne restava una sola alla fine, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente, il canale. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Aprendo una sillaba all’infinito fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata dove potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

(altro…)

Trevigliopoesia, presentazione del XIII Quaderno di poesia contemporanea

TRP 2016 - Cartolina Quaderni

 

Dopo dieci anni di attività, Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia, chiude i battenti. Almeno per il momento. Un’esperienza a suo modo difficilmente ripetibile. Tantissimi gli incontri con protagonisti della scena poetica nazionale e internazionale che nel tempo si sono sono succeduti.
A dire il vero, non chiude del tutto. Attualmente è in fase finale di realizzazione un documentario su Fabio Pusterla, firmato da Francesco Ferri, un film nato e coprodotto da Trevigliopoesia.
Ma intanto l’ultimo degli incontri previsti vedrà Cristiano Poletti e proprio Fabio Pusterla presentare il XIII Quaderno di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Saranno presenti quattro dei sette autori inclusi in questo Quaderno: Cornali, Mancinelli, Pini, Ramonda, per una lettura a più voci. Mai prima d’ora era stato presentato a Treviglio uno dei Quaderni curati fin dal 1991 da Franco Buffoni. Sarà dunque questa l’occasione, insieme ai saluti finali, per una riflessione comune sulla vitalità della poesia italiana contemporanea.

Francesco Ottonello, inediti

C’è un elevato tasso ironico nella poesia di Francesco Ottonello, un’ironia profonda, unitamente a un grado alto e doloroso di percettività, e a una per nulla celata oralità, altrettanto profonda e direi costitutiva del suo verso.
In particolare nelle prime due poesie qui presentate. La prima reca un titolo strano e difficile, soprattutto giocoso: Le domandi più facile. Uno direbbe che l’autore si è sbagliato, che intendeva forse scrivere: “le domande più facili”. Invece no, è un effetto volutamente “distraente”. Poi, nella medesima direzione, si noti l’assenza o quasi di punteggiatura: nella prima poesia solo quattro punti interrogativi, corrispondenti a quattro domande-cardine del testo, mentre nella seconda, intitolata Servizio di pulizia, vediamo comparire soltanto il punto in chiusura di stanza, per ciascuna delle tre stanze.
È un voler lasciar fare al respiro, essenzialmente. La lettura del testo avviene infatti seguendo il respiro non privo di affanno con cui l’autore l’ha costruito. Ed è singolare che anche in questo secondo testo Ottonello giochi con le parole, che sappia legare così bene il vorticare confuso della sua “poesia-movimento”, così la definirei, a un’idea di poesia come gioco.
Ad esempio, il termine “rivertente” è un neologismo (seppure anche qui sembra si tratti di un errore di scrittura): il prefisso “ri” iterativo si unisce al significato etimologico del latino “vertere”, cioè “volgere”, e quindi “rivoluzionario”. Di qui, entrando inoltre in collisione linguistica con formulazioni di carattere commerciale, nella mente dell’autore si produce l’idea di una pulizia universale, tanto desiderata quanto necessaria, che possa e debba riguardare l’esistenza tutta, che possa togliere di mezzo l’agonia e la noia.
La terza poesia, invece, è un’estrapolazione da un quadro poematico, più ampio, di cui qui si dà solamente un brano, strappato appunto da un testo più lungo e complesso. Siamo su un treno diretto a Poznań, dove «…il cielo / come me non ha memoria del nome», e ognuno  di fronte a sé ha il compito di sempre: la costruzione di una propria grammatica (Cristiano Poletti)

F.O. 4.4.2017


Le domandi più facile

Le risposte più difficili sottostanno
«chi sei» «che hai» quante volte
ho dovuto tacere quante volte spremere
senza imbrogliare mai questo groviglio
nel cranio e nulla nulla ma «come stai»
«che fai» «forse che – dai – a cosa stai
pensando» ora? Non so pensare…
non posso cedere a non pensare
e in tutto ciò i secondi sbiancano
e esangue si fa anche il nome
e il cuore «è rosso» è fornace
di primo sangue intravisto?

Le finestre – aperte chiuse – a cosa serviranno?
Eppure mi han detto «non si parla degli assenti»
e avrei dovuto ascoltare dare «risposte» «non
attendere» ma ormai è tardi a dir cos’era…
«ancora-presto-ancora-presto» riverbera?

:

Servizio di pulizia

Volevo essere pulito garantito
quindi ho comprato uno “sgrassatore
universale” al limone verde
due volte concentrato mi sono
sulla testa ma ho inciampato sulla pianta
del piede prima del risciacquo
e ho sbattuto la testa
che era secca e il mio unico piatto
che volevo estinguere mangiando.

Così è passata l’agonia – perché
ho dimenticato… poi è tornata… noia
scontata “formula originale”.

Non sapevo più dove comprare
qualsivoglia prodotto rivertente
e così tra le mani resta solo un pc.

:

Riconoscenze

Il treno per Poznań,[1]  e non ha senso
parlare, non ha senso guardare
sangue di giovane polak[2] riempire,
far rosse le guance. Il vagone è fermo,
o si muove . C’è un uomo che guarda
o finge un film, separato in uno schermo,
donne senza aggettivo che rubano il ciuccio
a bimbi senza lamento e il cielo
come me non ha memoria del nome.

Ma l’offerta del 25% scadeva domani!
«Prenota prima che finisca»; «è partita
l’offerta» e quando nevica la vita
o piove e ci vendono gli ombrelli
all’angolo alcuni africani e la luce perde
amore e tu non vedi «scrivi» non puoi più
comprendere le offerte e le persone
non sai se le persone ci sono, sono
o solo tu grato d’essere
o no… le offerte… così
cedono, scadono, le offerte cadono,
ma tak tak[3] un biondo ragazzino
dice  – a me? mi riconosce? – e alla vita
strappa forse un sorriso, se è un sorriso,
il mio, e s’io sorrido il suo
e la città.

:

[1] Poznań: “città conosciuta” o “città riconosciuta”, dal verbo polacco poznać, significante “conoscere” o “riconoscere”.
[2] Polak: “del campo”, connesso con lo slavo pole (“campo”, “pianura”). Termine in lingua polacca per indicare “polacco” come persona (nominativo singolare maschile).
[3]Tak tak”: “sì sì”, in lingua polacca.

:

Francesco Ottonello (Cagliari, 1993) è laureato in Lettere classiche con lode all’Università di Cagliari. Ha studiato recitazione presso la Scuola d’Arte Drammatica di Cagliari. Sue poesie sono state pubblicate nelle antologie di poesia curate da Elio Pecora Viaggi di Versi, Poeti Contemporanei (93), Frammenti. Vive, studia e lavora a Milano.