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Cristiano De Majo – Guarigione

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Cristiano De Majo – Guarigione – Ponte alle grazie, 2014 – € 16,00 – ebook 8,99

 

Niente di meglio di un libro per comprendere noi stessi. Niente di meglio di una buona lettura per sentirsi, almeno per qualche ora (se non qualche giorno), guariti. Devo a Guarigione, e quindi a Cristiano De Majo, un aiuto alla riflessione su questi anni, su come li abbiamo vissuti, su come  e perché noi quarantenni, o giù di lì, ci assomigliamo tutti, in parecchie cose. Se questo è un romanzo, è, per l’Italia, un diverso tipo di romanzo, qualcosa che ricorda Carrère, nell’idea, nell’impostazione della storia, ma non nello stile, De Majo ne ha uno suo, perfettamente riconoscibile. Un tipo di scrittura che pare venire da lunghi ragionamenti, da parole che non fanno fatica a uscire, ma ne fanno a riuscire. C’è molto impegno affinché diventino quella giusta. Allora, Guarigione, parola dopo parola, diventa la storia giusta. Empatica ma mai stucchevole, commovente senza retorica. Una storia capace di toccare nel profondo dell’animo, come fanno certe poesie, poche, pochissime poesie.

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David Means: Il punto

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David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

 

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto (titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono.
Gli americani sanno scrivere i racconti meglio di tutti, questa è la mia opinione. David Means è, forse, il più bravo, tra i viventi, se la gioca con George Saunders, quest’ultimo riesce a emozionarmi di più ma solo Means mi fa piangere con quelle lacrime che non vorrebbero uscire. Saunders mi fa anche ridere (come David Foster Wallace), Means mi mette accanto la pietà (come Carver). Tutti e quattro mi commuovono, perdutamente.

Un uomo senza alcun progetto che ce la metteva tutta – in quel particolare momento – per dare l’impressione di sapere, almeno fino a un certo punto, dove voleva andare rispetto al proprio punto d’origine.

C’è un punto comune nei tredici racconti qui pubblicati. Il punto in cui le cose cambiano, o in cui il protagonista pensa che possano cambiare, o quello in cui sono cambiate ed è troppo tardi o, forse, troppo presto. A volte è il tentativo di giustificarsi o assolversi, altre è il bisogno di qualcosa che somiglia a una carezza (come una fetta di torta lasciata su una finestra). Non è il destino e non sono le azioni, ma qualcosa di intangibile che è meno di un pensiero, di un istante, di un punto. Una rivelazione.
Qualcosa è già accaduto prima che la storia cominci (come in Carver). Non è necessario sapere di cosa si tratti, Means lascia che il lettore abbia l’intuizione di un evento, di un passato, di un gesto che abbia condotto i personaggi al tempo della prima frase. Non ci sono le grandi città (un’altra caratteristica comune con Carver, soprattutto, ma anche con Saunders), eccetto l’idea della metropoli fuori dal condominio nel quale si svolge il primo racconto I colpi: un uomo è barricato nel suo appartamento, ossessionato dai colpi che chi vive al piano superiore – intenzionalmente, a suo avviso – batte continuamente ed è contemporaneamente preda dei ricordi, della nostalgia di una moglie amata; vibrano dentro i colpi di un matrimonio fallito. Il resto delle storie sono l’altra America: il Nebraska, l’Ohio, l’Oklahoma. L’irrinunciabile Tulsa. E poi i ponti sotto i quali dormire e dove sedersi intorno al fuoco a raccontare storie di abbandoni, di fame, di alcolismo e di coltelli. E ancora: rapine, morte, padri e figli, e paure.
Il racconto nel racconto. Spesso mentre si sviluppa la storia principale al lettore ne viene esposta anche un’altra, che è quella che il protagonista non dice agli altri ma rimugina dentro di sé. Non dire diventa un’altra maniera di scamparla. Means pare dirci che uomini che hanno perso tutto riescono a tenersi ancora qualcosa da parte, un ricordo da preservare o la dignità.  Allora non tutto è perduto.

Forse è semplicemente utile ricordare a se stessi che esistono ancora misteri occulti a portata di mano.

La prosa di David Means è bellissima, spesso si torna sulla frase (o pagina) appena letta solo per riassaporare il piacere di sentirne il suono. Il sogno americano, se c’è stato, è definitivamente infranto. I personaggi di Means con quel sogno non ci hanno mai avuto a che fare, oppure l’hanno dimenticato. Eppure l’America è proprio quella che ci viene mostrata. Il sogno promesso esiste (o è esistito) anche perché non si realizza. David Means scrive delle cicatrici lasciate dalle promesse non mantenute. Lo fa meravigliosamente.

© Gianni Montieri

 

Nota: Per chi volesse saperne di più su David Means consiglio anche la lettura di un articolo di Cristiano de Majo su Rivista Studio e, naturalmente, di leggere Il Punto e tutti gli altri libri di David Means.

 

Interviste credibili # 9 – Cristiano De Majo

Ciao Cristiano partiamo con tre domande di servizio: siamo più o meno coetanei ed entrambi siamo napoletani (anche se io della provincia); tu vivi ancora a Napoli, mi racconti com’è (se lo è) cambiata secondo te?

Secondo me non è cambiata affatto. Io ci sono tornato da quattro o cinque anni dopo una lunga esperienza romana. Napoli è la solita città bella e stramorta, che attende sempre un salvatore che la liberi da qualcosa, ma purtroppo nessun sindaco potrebbe realisticamente presentarsi con il programma di liberarla da se stessa. Banalmente senza una economia normale, una economia che vada oltre la micidiale triade avvocati, impiegati pubblici e criminali, non c’è alcuna speranza.

David Foster Wallace è il più bravo degli ultimi trent’anni?

Non il più, ma uno dei più. Ho scritto di recente un pezzo su Rivista Studio in cui ragionavo proprio sulla mia incapacità di scegliere tra lui ed Ellis. Oltre a questi due, tra gli autori degli ultimi trent’anni ci metterei anche Sebald e Vollmann, e Houellebecq con la scrematura di un paio di libri. Uh, aspetta, c’è anche Bolaño. E pure DeLillo a voler essere oggettivi.

Quanto ti danno fastidio i luoghi comuni sul Sud?

Più che altro mi danno fastidio la maggior parte delle rappresentazioni cinematografiche e letterarie del Sud, l’epica meridionalista la trovo furba e deteriore, ma è un discorso che m’interessa sempre meno. Il discorso intorno al Sud e a Napoli, discorso a cui non mi sono sottratto, non mi appassiona più. Vivo a Napoli con un senso di estraneità totale. Potrei essere ovunque. Non leggo libri di scrittori napoletani, non guardo il tg regionale, cerco il più possibile di astenermi dal frequentare le aree ventrali. Lo so, c’è qualcosa che non va, credo si renda necessario un mio nuovo allontanamento.

Cosa rende, secondo te, la scrittura nordamericana diversa dalla nostra? Ovvero, hai la sensazione che la narrativa italiana non riesca a muoversi alla stessa velocità di questo tempo?

Ma è un fatto logico, legato soprattutto alla dimensione storica. Ogni impero, in quanto epicentro della storia, produce le rappresentazioni più convincenti di una determinata epoca. Gli imperi economici sono anche imperi culturali. Si aggiunga a questo la professionalizzazione della scrittura, i grant, le borse di studio, i corsi all’università… Detto questo, c’è anche da dire che negli ultimi si avverte una specie di esaurimento, sempre meno libri importanti o innovativi in giro. Più che movimenti generazionali e geografici, mi sembra che in questo momento stiano spiccando delle individualità.

C’è un personaggio di un romanzo che avresti voluto essere anche se solo per dieci minuti?

Beh sì, molti. Clay di Meno di zero, Humbert Humbert di Lolita, Jim Hawkins dell’Isola del tesoro tra gli altri.

La sfogliatella: riccia o frolla?

Forse riccia, ma meglio una brioche se restiamo in tema colazione. I francesi mi hanno dato motivi per riflettere. Preferisco il camembert alla mozzarella.

Come sai ho amato molto il tuo romanzo “Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico”, in particolare ne  ho apprezzato l’originalità e la statura dei due protagonisti,  così diversi e complementari, l’uno dipendente dall’altro, per volontà o circostanze. Come ti è venuta l’idea di questa storia?

All’inizio ero interessato soprattutto alla parte documentale, cioè a mettere in piedi un catalogo di scritti ritrovati. Poi la cosa mi è cresciuta in mano. E mi fa quasi paura pensare al modo in cui scrivendo i personaggi si costruiscano, si ingigantiscano, si complichino. Alla fine il nucleo del libro è diventata la voce narrante, la sua ambiguità, che non è di sicuro lo spunto da cui ero partito.

Ti piace il cinema? (se sì) Qual è il tuo film, quello indimenticabile?

Come si fa a dirne uno? Senza pensarci, ti direi banalmente Mullholland Drive. Pensandoci un altro po’ L’inquilino del terzo piano, La conversazione, Blade runner, Il cacciatore, The Blues Brothers.

Riesci a trovare una spiegazione ai Neomelodici?

Quando penso ai neomelodici, mi viene da pensare al rap. Quanto sia emblematico che i ghetti americani (ancora America, sì) abbiano prodotto una musica con un valore estetico che ha rivoluzionato la contemporaneità, mentre i nostri ghetti quella merda. E non giurerei sul fatto che Scampia sia più degradata di un project di Brooklyn. La cosa più deprimente sono gli intellettuali che hanno cercato di sdoganarli. Fofi con Nino D’Angelo ci è pure riuscito. E adesso ogni tanto ci tocca pure sentirlo parlare di cultura.

Quanto è difficile per un giovane scrittore muoversi nella giungla editoriale?

Ti stai riferendo a me come giovane scrittore oppure stai parlando di un ipotetico giovane scrittore? Nel primo caso non ti rispondo visto che giovane non sono più e quindi la domanda dovrebbe essere riformulata (quanto è difficile per un uomo fatto e finito campare di scrittura in Italia?). Nel secondo, il consiglio che darei è cercare uno scrittore già pubblicato che si apprezza a cui far leggere le proprie cose. Le relazioni di stima e di curiosità intellettuale sono fondamentali in questo lavoro. Per quanto mi riguarda, il fatto di avere una agente mi solleva dall’obbligo di certi movimenti, cosa per me ottima visto che sono piuttosto statico.

Qual è  il libro che ti ha fatto esclamare: “Cazzo, che meraviglia!”

Questa è come la domanda sui film. No, peggio. Sono tanti. Ti dico uno degli ultimi, per la novità che rappresenta, Importanti oggetti personali e memorabilia dalla collezione di Lenore Doolan e Harold Morris compresi libri, abiti e gioielli di Leanne Shapton.

Dimmi – per favore – che tifi Napoli

Te l’ho detto che preferisco il camembert! Tifo Inter dai tempi di Rumenigge. Hai presente i neri che si sbiancano la pelle?

Un e-book ci seppellirà o ci salverà?

Proprio ieri ho comprato un Kindle! Ma più che altro per leggere in inglese le cose non ancora tradotte. Faccio soprattutto il giornalista in questa fase della vita.

 

Mi dici in breve a cosa stai lavorando in questo periodo?

Molto in breve, a un libro di non fiction. M’interessa la forma del memoir;  del resto anche il romanzo era un lavoro di finzione sul tema biografia/autobiografia. Ma ci sto lavorando quasi solo col pensiero al momento. Per me la cosa giusta, se fosse fattibile, sarebbe pensare a un libro per tre o quattro anni prima di iniziare a scriverlo.

Che musica ascolti?

Avendo due figli di 16 mesi, sto ripercorrendo di nuovo la storia del rock. Loro amano molto The Dark side of the moon, nonostante gli abbia detto che i Pink Floyd per me sono sopravvalutati. Ho ascoltato di tutto, rock, pop, elettronica, rap, ho avuto le mie fasi, ma da un paio d’anni non seguo molto le nuove uscite. Mi pare che il disco più recente che ho comprato sia High Violet dei National o forse quello di Sufjan Stevens.

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