crepuscolarismo

All’altare della femminilità; un tributo a ‘Gli affanni, gli agi e la speranza’ di Bàrberi Squarotti (di L. Cenacchi)

2009-14-bàrberi-squarotti-gli-affanni

Gli affanni, gli agi e la speranza, edito dall’Arcolaio nel 2008, è un libro particolarmente interessante, che ho avuto modo di godere a fondo nell’ultimo periodo.
Alcuni hanno detto che è l’ultima favilla di un modo di scrivere, di vivere e di sentire morto, per quanto splendido aggiungerei; altri, come il prefatore, asseriscono che di retorico in realtà c’è poco e molto di genuino, riferendosi a un’evidente inclinazione crepuscolare, «di modesta quotidianità».
Pur pensando che ci sia forte presenza della topica, la quale non può che essere uno dei punti di forza del libro, non mi sento di negare nessuna delle due visioni. Il mio unico obbiettivo sarà quello di sutura­re queste due prospettive lungo l’arco di questo articolo, al fine di dimostrare come quest’ultimo, in realtà, si occupi di documentare, in squisiti quadretti, il crepuscolo di una certa femminilità, cui si lega­vano alcuni immaginari ricorrenti. Il libro che esploreremo gioca le sue maggiori influenze in un territorio in bilico tra d’Annunzio e un’ironia modernista adottando qualche eco stilistica e qualche immagine topica del neoclassicismo e del Foscolo, sempre passata al vaglio dei tempi.
Tipicamente classica infatti, dal punto di vista stilistico, è l’uso ricorrente del polisindeto il quale ha la principale funzione, assieme alle prolessi e le inarcature, di prolungare il respiro sintattico della frase, dando vita a un periodare ipoparatattico, che talvolta può occupare anche una decina di versi.
Se l’intonazione dell’endecasillabo è dunque molto alta, alte rimangono anche altre soluzioni aggettivali che lo avvicinano più a d’Annunzio, seppur, va detto, il contesto e i personaggi spesso siano indubbia­mente crepuscolari.
Così in Via Susa, alla posta la donna lentamente subisce una trasfigurazione già im­plicita nell’aggettivazione iniziale (vaga, dubbiosa) per poi culminare nel passaggio che chiude la lirica e che svelano abitudini sintattiche[1] adeguate alla compagine fin’ora individuata:

[…] infine restò sconfortata
nella sua nudità, ormai non altro
che un affresco o che una fotografia
artificiale immagini, le copie
delle innumerevoli altre copie
lei che sperava invece d’esser l’unica
di carne ancora e d’anima, e risplendere
nell’infinita luce del mattino,
a somiglianza esatta della prima
bellezza di Dio, pura e impudica.

Se questo passaggio, tuttavia, non rappresenta adeguatamente il saluto malinconico ed elegante, che Squarotti fa a certa femminilità, dovendo trasfigurare il materiale umano trovato, caricandolo costante­mente di letteratura. In un’altra poesia, Davanti a Prunetto e al castello, questo contrasto non si fa solo evi­dente, quasi programmatico, ma ambisce a diventare mito, inscenando un sacrificio dai tratti dionisiaci di tre dee alla mensa dei bruti. (altro…)

Ancestrale di Goliarda Sapienza. Appunti di lettura, con una nota impropriamente filologica

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani.[1]

Goliarda SapienzaScrivere di Goliarda Sapienza poeta è avventuroso quanto scrivere di lei narratrice: è a tal punto una figura eternamente nuova nel panorama letterario italiano, che spiazza ogni volta la si affronti.
Certo, per l’autrice di L’arte della gioia di pagine importanti sulla produzione in prosa ne sono state scritte negli ultimi anni; ma è per le poesie raccolte in Ancestrale che si naviga praticamente a vista, assistiti soltanto dai contributi critici di Anna Toscano.[2]
Di Ancestrale si sa che è un libro compiuto (ma fino a che punto?) e non una raccolta di poesie ri­trovate: così come lo possiamo fi­nalmente leggere fu probabilmente pensato e organizzato da Goliarda a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento. Si sa pure che, messa la parola ‘fine’ ad Ancestrale, poche altre poesie furono composte, e che in vista di un’eventuale pubblicazione Go­liarda avrebbe comunque voluto rivedere la rac­colta, forse, ipotizzo, per ridurre ridondanze e ripeti­zioni tematiche. Inoltre, da quanto è noto di una lettera di Cesare Garboli a Goliarda, mi è possibile immaginare la fisionomia di quella che potrei definire l’Ur-Ancestrale: una raccolta che presumi­bilmente si apriva con A mia madre e si chiudeva con “È compiuto. È concluso. È terminato”, e all’interno conosceva poesie poi espunte, come una che inizi(av)a “Non so come ma andando” che sarebbe piaciuta in modo particolare a Niccolò Gallo.[3]
Fatto sta che a un certo punto su Ancestrale fu Goliarda Sapienza stessa a far discendere il silenzio; forse per una forma di pudore, tipico di chi è consapevole di non avere ascolto in una ‘società lette­raria’ che at­tende altro dalla poesia; forse per stanchezza mista a orgoglio.
A raccontarci ora alcuni retroscena della raccolta è Angelo Pellegrino; nella prefazione,[4] Pellegrino ricorda il passaggio di mani di queste poesie: dal già ricordato Cesare Garboli a Niccolò Gallo, da Anna Banti a Roberto Longhi (che pure apprezzò i versi). Insomma tutti nomi che sul finire degli anni Cin­quanta avevano il potere di dare il placet alla raccolta. Eppure, anche se Ancestrale incon­trò il gra­dimento (vocabolo intriso di ipocrita pudore) della Banti e di Garboli (in questo caso, si è visto, un gradimento limitato a pochi testi), insieme a quello molto più importante, a ben vedere, di Attilio Bertolucci, non otten­ne quella spinta necessaria per uscire dalle mura private, anzi dalla cas­sapanca nella quale venne riposto. È innegabile comunque che agì più di tutto la netta stroncatura di Mario Alicata (cieco tra i ciechi?).[5]
(altro…)