Creatura breve

“Creatura breve” di Gabriele Galloni. Nota di Mary Barbara Tolusso

Creatura breve di Gabriele Galloni, classe 1995, presente nella terna dei finalisti del Premio Maconi sezione Giovane, si avvale di un montaggio accurato. Emerge una precisa sensibilità linguistica, capace di coniugare a una dimensione classica una più minimalista, a tratti provocatoria, che è anche il tratto più peculiare del poeta. C’è, in Creatura breve, l’alternarsi di quadri contrastanti: tra concretezza e visionarietà, profondità e leggerezza, descrizione e intuizione sensibile e sensoriale – sonorità, tatto, voyeurismo – che di volta in volta suggeriscono un dettaglio di osservazione. Galloni nei suoi versi applica un’intersezione, un innesto tra il grande movimento della morte e la piccola porzione di vita che procede anche per sospensioni e mancanze. I morti, in fondo, come insegna Giovanni Giudici, divengono un pretesto per parlare dei vivi e del mondo che si fa cosa sensibile. Una scrittura che ha anche la capacità di raffreddarsi procedendo per sottrazioni e spiazzamenti rivelando un senso dell’esistere, quasi sempre in difetto, ma proprio dall’assenza, dalla privazione a cui l’esistenza sarà soggetta, Galloni riesce a evocare quella realtà pregressa che ci indicava la fine già nell’inizio: l’acqua per esempio, secolarmente simbolo di vita, diviene anche “la cosa che ti anticipa e ti chiude”. Versi misurati e in equilibrio. In questo modo l’autore elabora una trama collettiva di vivi e di morti che si sovrappongono, rispettivamente mai esauriti nel loro stato, così i morti continuano a vivere quanto i vivi non lo sono mai del tutto. Una poesia che fa della decostruzione – talvolta non senza una sobria ironia – la sua forza, cogliendo i punti di crisi, il disagio e i cedimenti di senso dell’esistenza.

© Mary Barbara Tolusso

 

Gabriele Galloni, Creatura breve, Edizioni Ensemble 2018

E un altro corpo dice: “Creatura breve” di Gabriele Galloni

 

Creatura breve (Edizioni Ensemble 2018) è il terzo libro di Gabriele Galloni, dopo Slittamenti (Augh edizioni 2017) e In che luce cadranno (RPlibri 2018), una trilogia unitaria che trova qui il suo momentaneo esaurimento. Il merito di Galloni è innanzitutto quello di avere avuto un’intuizione stilistica, e cioè la scelta di adottare il discorso sui morti come strategia retorica, come il punto di vista di qualcuno che contempla freddamente, con precisione autoptica, la realtà distesa sul tavolo. Esperienza scarnificata, ridotta alla cartilagine e all’osso: scrittura scarnificata, con accento emotivo spostato su qualcosa che non viene detto (un esperimento simile, altrettanto riuscito, è stato quello di Carmen Gallo, con i suoi appartamenti o stanze frequentati da figure intraviste, diafane, spettrali, come in un teatro d’ombre cittadino, un incubo svuotato dalla paura). Nessuna rilettura a posteriori della vita alla Edgar Lee Masters, nessuna costruzione etica sul mondo. C’è in questi testi come una sensualità raggelata, un Sandro Penna lunare, perfino nei componimenti più apertamente erotici, che abbondavano in Slittamenti e ritornano in Creatura breve: dettagli scabrosi colti con voyeurismo indifferente, “dietro il portone socchiuso” (Creatura…, p. 38). Che il nuovo libro prosegua nel solco del precedente lo mostra il primo testo, un outtake che descrive per un nuovo segmento le peripezie silenziose dei morti. La folla unanime degli estinti è infatti la stessa che riempiva In che luce cadranno, i morti continuano a popolare “l’inquieta vastità della casa” (In che luce…, p. 35), attraversano i corridoi, sostano nel bagno, in cucina, e su di loro convergono perfino gli apparecchi (il frigorifero “aperto nell’Erebo” – Creatura, p. 17 – o “in dialogo amoroso con le stelle” – In che luce…, p. 13). Ma soprattutto è come se Galloni nel suo terzo libro riprendesse un’intuizione già proposta nell’altro, che ogni discorso sui morti non può che diventare simmetricamente un discorso sui vivi, su quanto di morto i vivi si portano addosso, “i lapsus, gli inciampi, l’indicibile/ della conversazione” (In che luce…, p. 9), i “gelati/ caduti di mano ai ragazzini” (In che luce…, p. 45), “l’insieme di tutti gli oggetti […] che dimentichiamo puntualmente/ lungo la strada” (Creatura…, p. 18), le cose “le tante perdute” (Creatura…, p. 19), e al limite “due chiamate perse” (Creatura…, p. 44). La nota di commento surreale e ironica che chiude la sezione Ritratti di comunità in sei giorni (“Qui finisce la galleria di ritratti per il poco tempo concesso all’Autore”, Creatura…, p. 31) può quindi essere anche considerata come una dichiarazione di poetica, laddove poesia è tutto ciò che il poco tempo – e la poca luce caduta- ci ha mostrato prima che andasse perduto.

@ Andrea Accardi

Outtake

I morti naufragano negli specchi.
Ma quanta ne raccolgono, di luna,
prima di visitarti come vecchi
amici. Luna a porgerti la scusa
del cielo. (altro…)