Cosma Siani

Ivan Crico, Seràie

Ivan Crico, Seraìe

La raccolta vincitrice del Premio Ischitella-Pietro Giannone 2018 è Seràie di Ivan Crico. Come componente della giuria, sono felice di riportare qui di seguito la nota dell’editore, Vincenzo Luciani, che contiene anche le motivazioni della giuria, la nota dell’autore, e una scelta di poesie dalla raccolta, pubblicata dalle Edizioni Cofine. Alcune di esse sono state tradotte anche in altre lingue e le traduzioni sono state presentate in occasione delle serate dedicate all’edizione 2018 del premio, il 1° settembre a Foce Varano e il 2 settembre a Ischitella sul Gargano. (Anna Maria Curci)

Nota dell’editore

Siamo lieti di pubblicare la raccolta inedita vincitrice della XV edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2018. Ivan Crico è risultato il vincitore di questa edizione, confermatasi su livelli di eccellenza, con la silloge Seràie nel sermo rusticus arcaico-veneto “bisiàc” del territorio di Monfalcone (GO).
Seconda classificata Patrizia Sardisco di Monreale (PA) con la raccolta in dialetto siciliano “ferri vruricati” (arnesi sepolti).
Terzo Giacomo Vit di Cordovado (PN) con la raccolta di poesie in friulano A tàchin a trimà li’ as (Cominciano a tremare le api).
La scelta dei vincitori è stata operata dalla Giuria dopo una selezione delle raccolte poetiche di dodici finalisti, di cui facevano parte, oltre ai tre vincitori, i poeti: Germana Borgini (dialetto romagnolo), Antonio Bux (dialetto di Foggia), Rino Cavasino (dialetto siciliano di Trapani), Alessandro Guasoni (dialetto genovese), Michele Lalla (dialetto abruzzese), Gianni Martinetti (dialetto di Cavallirio, NO), Lilia Slomp Ferrari (dialetto di Trento), Paolo Steffan (dialetto alto-trevigiano di Sinistra Piave), Pietro Stragapede (dialetto di Ruvo di Puglia, BA).
Nella motivazione della Giuria sull’opera vincitrice del Premio si legge: “I sorprendenti, convincenti ed esatti testi di Ivan Crico attingono alla cronaca, a storie lette sul web.Il risultato è l’incontro tra fatti accaduti, storie, drammatiche, reali e la resa in strutture poetiche fluide e assertive, evocative e di ampio spettro (linguistico, storico, antropologico). Ne deriva una Spoon River della contemporaneità, priva di ogni vizio retorico, di ogni indugio enfatico. L’incontro tra il “sermo rusticus arcaico-veneto” della zona di Monfalcone e le storie pescate con le reti, seràie appunto, di un occhio attento, reso acuto dalla volontà di dare voce a chi non ne ha, non ne ha mai avuta o non ne ha più, e reso pietoso da quella stessa tenace volontà, è riuscito. Crico tratta con grande maestria una materia incandescente piegando agevolmente il suo dialetto antico al racconto di drammi contemporanei, per dare voce alle vittime, esserne voce. La raccolta risulta di rara efficacia, compatta, dura nella materia, lieve nella lingua e umanissima. Seràie arriva dopo molti anni di silenzio editoriale: Crico si conferma poeta di talento, dalla sensibilità speciale, intima e sociale, di grande memoria degli uomini, di evidente pietas rerum”.
Rivolgiamo un non formale ringraziamento al Comune di Ischitella che con tenacia ha sostenuto un Premio divenuto sempre più punto di riferimento per i poeti delle altre lingue d’Italia.

Nota dell’Autore

Le “seràie” sono delle lunghe reti, disposte a semicerchio vicino alla riva, utilizzate dai nostri pescatori bisiachi del monfalconese per un tipo di pesca settoriale, molto nota in loco, detta “La Trata”.
Da anni, nel mare sconfinato del web, vado anch’io a mio modo a pescare, isolandole dal resto, tutte le notizie che riguardano storie di persone che in modi diametralmente diversi – con motivazioni dal punto di vista morale anche opposte – hanno scelto di sacrificare la propria vita per amore dei figli, dei propri concittadini, di chi con esse condivide la pena di diritti negati o un credo, per salvare una specie animale o una foresta. Questo anche per cercare di sottrarle ad una rapida sparizione sotto stratificazioni di materiali di ogni genere, complice un linguaggio, quasi sempre, non memorabile. Si parla qui soltanto di persone che sono realmente esistite e di fatti realmente accaduti(tutti facilmente rintracciabili in rete), spesso impiegando in forma poetica – con una tecnica simile a quella del “collage”, ma sempre finemente filtrate dalla mia sensibilità – le loro stesse parole o quelle di chi le ha conosciute o studiate.

Làsaro

Covért de sangue e pòlvar
ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse
de la bonbardada sepultura
de Alèpo. Ancòi

che la pàissa la par senpre
più luntana, ancòi che in don
’n’antro putel al à menà cun sì
la morte de là del cunfìn.

L’ora del giòldar ta l’ora più suturna
la se muda, ’ntant che l’ sigo de le sirene
de le anbulanse l’inpina al vènt.

Lazzaro – Coperto di sangue e polvere / ma vivo, lazzaro bambino che esci / dal sepolcro bombardato di aleppo. // ora che la tregua appare sempre / più lontana, ora che in dono / un altro bambino ha portato / la morte al di là del confine. // l’ora della gioia nell’ora / più buia si trasforma, mentre / il suono delle sirene / delle autoambulanze riempie l’aria.

Questa è la traduzione in tedesco di Làsaro:

Lazarus

Mit Blut und Staub bedeckt
aber lebendig, Lazarus, du Kind,
das aus dem zerbombten Grab
in Aleppo herauskommst. Jetzt,

da der Waffenstillstand immer weiter
entfernt scheint, jetzt, da ein anderes Kind
als Geschenk den Tod
über die Grenze gebracht hat.

Die Stunde der Freude wird zur dunkelsten
Stunde, während der Martinshorn
der Krankenwagen die Luft erfüllt.

(traduzione di Anna Maria Curci)

(altro…)

L’infinito, Leopardi e le versioni poetiche di Tusiani e Rilke

Il panorama visto dal colle dell’Infinito

 

A 220 anni dalla nascita di Giacomo Leopardi, proponiamo il testo originale del XII dei suoi Canti, L’infinito, e due versioni, rispettivamente in inglese e in tedesco, nate dalla penna di due poeti, Joseph Tusiani e Rainer Maria Rilke, che alla loro traduzione donano note molto originali.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

 

Infinity

Fond I was ever of this lonely hill,
And of this edge, that from my view conceals
The farthest limit of the firmament.
But, sitting here and gazing, I can feign,
Far and beyond it, still unbounded space,
And an unearthly silence, and the deepest
Quietude where my very heart is nearly
Frightened. And as this moment I perceive
The wind around me rustling through these trees,
To that unending silence soon I liken
The passing of its voice: eternity
I so recall, and all the seasons dead,
And with this lively stir the present one.
Founders in such immensity my mind,
And drowning in this sea is sweet to me.

versione poetica di Joseph Tusiani
(edizione di riferimento: Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi. A cura di Cosma Siani, Edizioni Cofine, Roma 2014, p. 89)

 

L’infinito von Leopardi
Übertragen von Rainer Maria Rilke

Immer lieb war mir diese einsame
Hügel und das Gehölz, das fast ringsum
Ausschließt vom fernen Aufruhn der Himmel
Den Blick. Sitzend und schauend bild ich unendliche
Räume jenseits mir ein und mehr als
Menschliches Schweigen und Ruhe vom Grunde der Ruh.
Und über ein Kleines geht mein Herz ganz ohne
Furcht damit um. Und wenn in dem Buschwerk
Aufrauscht der Wind, so überkommt es mich, daß ich
Dieses Lautsein vergleiche mit jener endlosen Stillheit.
Und mir fällt das Ewige ein
Und daneben die alten Jahreszeiten und diese
Daseiende Zeit, die lebendige, tönende. Also
Sinkt der Gedanke mir weg ins Übermaß. Unter-
Gehen in diesem Meer ist inniger Schiffbruch.

versione poetica di Rainer Maria Rilke
(edizione di riferimento: Gabriella Rovagnati, “L’infinito e gli infiniti. Alcune versioni tedesche del XII canto di Leopardi fra il tardo Ottocento e il primo Novecento”, in M. Ponzi (a cura di), Spazi di transizione, Mimesis, Milano 2008, p. 243)

Giuseppe Gioachino Belli: da Roma all’Europa

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Oggi, nel 150° anniversario della morte di Giuseppe Gioachino Belli, ripubblichiamo qui, con i ringraziamenti a Cosma Siani e a Vincenzo Luciani, l’articolo di Cosma Siani* sulle traduzioni in inglese dei sonetti di Belli, apparso sul sito “I poeti del parco” e nella rivista “Periferie”.

G. G. Belli in versione inglese, o del tradurre il dialetto

Le traduzioni in inglese nell’esame di Cosma Siani

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Del Belli in traduzione inglese, francese, tedesca, russa e spagnola si sono occupati due volumi, uno fresco di stampa e uno antico, ambedue promossi dal “Centro Studi G.G. Belli” di Roma. Il primo, Belli da Roma all’Europa. I sonetti romaneschi nelle traduzioni del terzo millennio, a cura di Franco Onorati, intr. Antonio Prete (Roma, Aracne, 2010) estende la preziosa ricerca avviata anni fa con Belli oltre frontiera. La fortuna di G.G. Belli nei saggi e nelle versioni di autori stranieri (Roma, Bonacci, 1983).
Il settore più prolifico di traduzioni e trattazioni del poeta romano è quello anglosassone. Ed è sorprendente che qui l’interesse per la poesia del Belli si manifesti prestissimo. Appena quattro anni dopo l’edizione dei Duecento sonetti dialettali curata da Luigi Morandi (1870), infatti, già si parla di questa primissima raccolta del poeta romano sulla Fortnightly Review di Londra per mano di Hans Sotheby. Ed è l’inizio di un interesse non più sopito ma in crescita, soprattutto nel corso del secondo Novecento.
Ma le traduzioni del Belli ci mettono di fronte alla questione del come rendere la poesia dialettale in un’altra lingua. Fra i non pochi traduttori inglesi, c’è chi ritiene che si debba adottare una colorazione, un registro, o addirittura un dialetto particolare per restituire il divario esistente nell’originale fra la lingua del testo e la lingua standard.
Nella prefazione a The Roman Sonnets of Giuseppe Gioachino Belli, quarantasei sonetti tradotti da Harold Norse e pubblicati nel 1960, William Carlos Williams paragona l’americano dalle forti inflessioni colloquiali del traduttore allo “schietto romanesco” (e naturalmente gli va lasciata la responsabilità di questa sua asserzione). Anthony Burgess, che tradusse settantadue sonetti belliani inserendoli nel suo romanzo ABBA ABBA (1977), disse di aver usato un «English with a Manchester accent.»
Un traduttore fra i maggiori, Robert Garioch, usò non l’inglese ma lo scozzese delle Lowlands – lo Scots o lallans – basandosi sulla sua parlata di Edimburgo. Ed è tale il prestigio della sua opera in area britannica che il traduttore belliano più recente, Mike Stocks (Sonnets, Translated by Mike Stocks, London, Oneworld Classics, 2007), in appendice alle proprie traduzioni inserisce una scelta di dodici sonetti nella versione di Garioch. Dice inoltre che l’aver usato lo Scots per Garioch è un vantaggio; e lo dice perché è convinto che «rispetto all’italiano e all’inglese standard, il romanesco e lo scozzese rispettivamente hanno lo stesso sapore vernacolare e lo stesso tono esuberante», cioè crede che la distanza (o vicinanza) che il parlante italiano d’oggi avverte fra la propria lingua media e il romanesco del Belli sia la stessa avvertita dal parlante britannico rispetto allo Scots. E anche qui gli va lasciata la responsabilità delle proprie affermazioni, perché se il parlante italiano d’oggi, qualunque ne sia la zona d’origine, può in qualche modo affrontare la lettura dei sonetti belliani, il lettore britannico attuale (non diciamo l’anglofono di altre parti del mondo) troverà probabilmente molto più ostico accedere alla grafia e al lessico dello scozzese.
Un altro traduttore inglese recente, ma non ancora edito in volume, l’inglese Michael Sullivan – ha al suo attivo la versione di trecento sonetti e più, di cui solo qualche decina pubblicati – dice, esprimendosi nel suo fluente italiano facilitato da numerosi soggiorni in Italia e a Roma: «Le versioni sono intese per essere recitate in “a diffuse urban vernacular”, volendo dire che, mentre la maggior parte richiedono “cockney”, i sonetti più violenti, per esempio, risentono dell’accento di Glasgow o Belfast, e quelli per i quali il cattolicesimo è imprescindibile, quello di Dublino.» Ma ciò è anche al servizio del suo modo di “naturalizzare” i sonetti travasando nella loro cornice contenuti dell’Inghilterra d’oggi: «…una carrozza può diventare una macchina, un papa ignorante di archeologia può diventare il principe Carlo, un bullo romano un duro di Glasgow, una puttana credente una dublinese.» In tal modo, dice ancora, il registro linguistico è dettato «dal contenuto del sonetto stesso e non dalla falsa equivalenza romanesco = cockney.»
Allo stesso tempo c’è stato fra i traduttori chi ha escluso il ricorso a un registro dialettale o fortemente locale, e fra questi non solo i traduttori in corrente prosa (dal primo conosciuto, appunto l’inglese Hans Sotheby, che pubblicò le sue traduzioni nel 1870 all’interno di un articolo sulla poesia del Belli, all’americana Eleanor Clark, 1881, all’australiano Desmond O’Grady, 1977-78, e a Hermann W. Haller, 1984), per i quali sembrerebbe più naturale usare una lingua standard. Ma anche quelli che hanno usato la metrica (l’inglese Frances Eleanor Trollope, 1881, Joseph Tusiani, 1974, Allen Andrews, che pubblicò le sue versioni a Roma nel 1984, e il giornalista Ronald Strom, le cui traduzioni uscirono pure in Italia nel 1994).
E c’è chi ha dichiaratamente rifiutato l’uso dialettale: l’americano Miller Williams, 1981, e un recente traduttore, Charles Martin, che ha pubblicando dei suoi specimen di traduzione belliana sul Journal of Italian Translation (New York, Brooklyn College, autunno 2006), fa professione di poetica in modo polemico rispetto a chi lo ha preceduto: «Mi rifiuto di sentirmi in colpa se non parlo, diciamo, il lallans o lo scozzese, nei quali qualcuno ritiene Belli possa essere meglio tradotto che in inglese. Ho cercato di rendere i sonetti del Belli nella varietà di inglese dialettale che io parlo, e in quelle sottovarietà dialettali che mi suonano in qualche modo familiari.»
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Cosma Siani
29 ottobre 2010
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*Molto recentemente Cosma Siani è tornato a parlare delle traduzioni in inglese dei sonetti di Belli, in occasione della serata (8 dicembre 2013) “A spasso per Roma con Giuseppe Gioachino Belli”, organizzata dall’Associazione Culturale Villaggio Cultura – Pentatonic con il coordinamento e il sostanzioso contributo scientifico di Claudio Costa (Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli, comitato di redazione della rivista “Il 996”), insieme al commento per immagini del gruppo fotografico “Pentaprism”, coordinato da Spartaco Coletta.
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Grazie al progetto Manuzio e Liberliber, si può leggere qui, in formato pdf e e-pub,  l’edizione completa, curata da Marcello Teodonio,  dei 2279 Sonetti di G.G. Belli.
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Qui è possibile consultare l’indice e alcune pagine del volume Belli da Roma all’Europa.
Qui un sonetto di Belli nell’originale (recitato da Maurizio Mosetti) e nella traduzione tedesca di Paul Heyse (recitata da A.M. Curci)

In Apulien, 9 – Joseph Tusiani

In Apulien, 9 – Joseph Tusiani

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La nona tappa si snoda tra “due mondi e quattro lingue” (C. Siani), i due mondi e le quattro lingue di Joseph Tusiani.

Il mio primo incontro con la poesia di Joseph Tusiani risale alla fine del secolo scorso. Stavo progettando un corso di formazione in servizio sulla competenza plurilingue e mi imbattei inevitabilmente in questo poeta straordinario. Una mattina, all’alba, Rai3 mandò in onda un servizio su un convegno di entusiasti e robusti sostenitori del latino lingua viva. Uno dei partecipanti più vivaci fu intervistato: era Joseph Tusiani. Cominciai le ricerche e venni a scoprire che uno dei più grandi studiosi di questo poeta plurilingue era un mio tanto riservato quanto stimato collega a scuola, Cosma Siani. Fu a lui che chiesi di intervenire nel corso di formazione, per raccontare la poesia plurilingue di Tusiani. Cosma mi riferì che Joseph Tusiani, alquanto incuriosito dall’iniziativa, gli aveva rivolto un bel po’ di domande sull’insegnante romana di origine meridionale e con una zia di San Marco in Lamis (suo paese natale), che lo aveva scelto come modello esemplare per poter presentare la poesia plurilingue a insegnanti di italiano, lingue classiche e lingue moderne. Qualche anno dopo, a Roma, ebbi finalmente la gioia di conoscerlo, in Campidoglio, in occasione della presentazione del bel volume di Cosma Siani su di lui. Si trattava de Le lingue dell’altrove. Storia testi e bibliografia di Joseph Tusiani  (Edizioni Cofine, Roma 2004). La voce pacata e profonda, il suo italiano dai toni classici, il sorriso aperto e attento, con qualche lampo sornione: ho cari tutti questi dettagli, che rivedo idealmente nel documentario di Sabina Digregorio Finding Joseph Tusiani: The Poet of Two Lands (2011).

In Vite parallele in un nodo di continuità, prefazione al prezioso volumetto di Cosma Siani Manhattan Log. Geografia e storia di Joseph Tusiani, Furio Colombo scrive:

«Ci sono due percorsi per rendere omaggio a Tusiani, per dirgli gratitudine da italiani (tanto più da italiani che hanno vissuto all’estero) e da lettori che conoscono, in tutte le versioni, il suo lavoro.

Il primo è considerare lo straordinario sovrapporsi, altrettanto intenso e creativo, delle lingue diverse. Il secondo è biografico, personale, storia di uno straordinario emigrante. Lo dice lui stesso. Tusiani non è la stessa persona, la stessa voce, quando scrive in latino, quando scrive in italiano, quando scrive in inglese, quando scrive in dialetto. Non è solo il suo dominio della lingua scritta e parlata a dargli il dono di trovare e cambiare, con precisione assoluta, il registro delle diverse concertazioni.

Il fatto è che si tratta di storie diverse, al modo in cui un grande attore diventa di volta in volta un altro nelle diverse interpretazioni e può farlo non a causa della sua natura di camaleonte – che è gioco di superficie e di imitazione – ma cercando in profondità le ragioni di cambiare voce». (Manhattan Log, supplemento al n. 23/2000 di “Protagonisti”, 3-4)

Il percorso proposto qui prende dunque spunto dal suggerimento di Furio Colombo è dà voce alle quattro lingue della poesia di Joseph Tusiani.

In vehiculo subviario

Omni die, omni mense,
Statione Fordhamense,
Cum per nubes sicut rima
Lux insinuatur prima,
Sine pace, sine pausa,
Laborandi semper causa,
Mihi mobile est cubiculum
Subviarium vehiculum.
Tamquam miserae sardinae
Stant personae matutinae
Semper notae sed ignotae,
Mixtae maestae mutae motae,
Oscitantes ter et quater
Mater, filius, filia, pater
Atque avunculus et frater.

                                                       Unda profunda profunda profunda
                                                      Unda profunda profunda profunda.

Alter dormit, alter legit,
Alter nudum pectus tegit,
Oculosque alter fricat
Quamquam nihil nemo dicat.

                                                      Unda profunda profunda profunda
                                                     Unda profunda profunda profunda.

Vultus omnes ego rogito
In silentio et excogito:
«Quis ex istis hic non erit
Cras viator? Quidque gerit
Ista nova dies genti?
Nos lacessunt vitae venti.»

                                                    Unda profunda profunda
                                                    Unda profunda profunda.

Si vis vivere et esse
Laborare nunc necesse.
Laborare laborare:
Quare quare quare quare?
Quid est ista vita brevis
Volans sicut umbra levis?
Quid est dolor, quid est amor,
Quid diurnus iste clamor?
Quid sum ego, quid sunt isti
Viatores?  Mente tristi
Ego vehor, vehor ego,
Ac necessitatem nego
Usque ad mortem laborandi.
Sed hi strepitus nefandi
Cessant: strident omnes portae.
Pellens, agens et irrumpens,
Paene vixdum et procumbens,
Multitudinem non piam
Linquo et exeo in viam.
Ibi labor, vitae cursus,
tenet me et tenet rursus.

1974 (Da Carmina latina)

*

Nella metropolitana

Ogni giorno, ogni mese,
nella stazione Fordhamese,
quando si insinua la prima luce
fra le nuvole squarciate,
senza pace, senza pausa,
– il lavoro ne è la causa –
per me è una mobile casetta
il metrò che giù mi aspetta.
Come misere sardine
stan persone mattutine,
sempre note e sconosciute,
miste, meste, mosse, mute,
sbadiglianti molte volte,
madre, figlio, figlia, padre,
e lo zio ed il fratello.

                  È onda profonda profonda profonda
                 E onda profonda profonda profonda.

Uno dorme, l’altro legge,
l’altro il nudo petto protegge,
uno si stropiccia gli occhi
ma nessuno dice niente.

                       È onda profonda profonda profonda
                       E onda profonda profonda profonda.

Ogni volto io interrogo
in silenzio e intanto penso:
«Chi doman non ci sarà?
e che cosa porterà
il dì nuovo a queste genti?
Della vita ci chiamano i venti».

                                 È onda profonda profonda
                                 E onda profonda profonda.

Se vuoi vivere ed esistere,
su, lavora, non desistere,
lavorare tocca a te,
ma perché, perché, perché?
Cos’è questa vita breve
Che va via come ombra lieve?
Cos’è il dolore? e l’amore?
e il clamore di ogni giorno?
che son io? cosa son questi
viaggiatori? Tristemente
son portato, trasportato:
la necessità io nego
di faticar fino alla morte.
Ma lo strepito assai forte
cessa: stridono le porte.
Tra spintoni e urti uscendo,
e per più quasi cadendo,
la moltitudine non pia
lascio ed esco sulla via.
Qui il lavoro quotidiano
mi prende la mano.

(Trad. E. Bandiera)

*

Aubade in Gray

Gray was the color of all timelessness
when timelessness and color were all one.
There was no fire yet, there was no sun,
there was God dreaming of a light called man.
And then time trembled out of timelessness,
victory rising from no battle won.
There was no music yet, no crying done,
there was God dreaming of a voice called man.
Now look and listen. In this timelessness
the first birds twitter, the first shadows run,
heaven and earth and dusk and dawn are one,
and I am dreaming of a God called man.

1965 (Da Gente Mia and Other Poems)

*

Canto dell’alba in grigio

Era il colore grigio senza tempo,
e senza-tempo e grigio eran tutt’uno.
Non c’era fuoco già, né sole alcuno,
c’era Dio sognante lume d’uomo.
E il tempo nell’eterno scosse un fremito,
vittoria senz’alcuna guerra vinta.
Non c’era musica ancora, né gemito,
c’era Dio sognante voce d’uomo.
E guarda e ascolta: in questa eternità
fischiano i primi uccelli e scorron l’ombre,
cielo è terra, alba è sera in unità,
ed io sogno un dio detto uomo.

(Trad. C. Siani)

Questa poesia, così come le due che seguono,  è apparsa anche nel volume In 4 lingue. Antologia di Joseph Tusiani, a cura di Cosma Siani, Cofine editore, Roma 2001. I riferimenti sono rispettivamente alle pagine 15, 32 e 22-23

Quistu vine iè trascente

Quistu vine iè trascente
ma ne tegne ‘nu bucchere:
se llu veve, che piacere!
se llu forne, che delore!
E cuscì te guarde e spije,
terra bella, terra mia,
culla seta inte lu core.
Te vulesse veve tutta
sine all’ùtema stezzodda,
ma te tegne perlebbata
pè quedd’ora desperata
quanne, sule inte la fodda,
i’ ha vulé ‘nu ‘mmucche duce
p’affruntà l’amara luce.

1978 (Da Tìreca tàreca)

Questo vino è abbocchevole

Questo vino è abbocchevole
ma ne ho un solo bicchiere:
se lo bevo, che piacere!
se lo finisco, che dolore!
E così ti guardo e osservo,
terra bella, terra mia,
con la sete dentro il cuore.
Ti vorrei bere tutta
fino all’ultima goccia,
ma ti conservo prelibata
per quell’ora disperata
quando, solo tra la folla,
desidererò un sorso dolce
per affrontare l’amara luce.

(Trad. A. Motta, T. Nardella, C. Siani)

Lettera a don Fernando Pessoa

alle rime non bado: è raro scorgere

alberi uguali, l’uno accanto all’altro

Col dovuto rispetto, Don Fernando,
in questo solitario andirivieni
che ha nome vita, m ’agghiaccia il pensiero
di restar solo, orridamente solo
in mezzo a creature sole, alberi soli,
in una solitudine stellare
su questa terra, stella umana e sola.
Diventa gioco anche la solitudine,
dal nascere al morire, dalla prima
ombra che, nulla in sé, s’insinua sola
sopra ogni cosa e si fa poi valere
con il nome ed il monito di notte.
Io cerco compagnia per sopravvivere
o almeno per durare fino al giorno
a me assegnato da Qualcuno ignoto
di cui avverto a volte la presenza
in me, proprio per questo mio bisogno
di sentire, a me intorno, un suono eguale
alla mia voce ed, al di là del mio
silenzio estremo, un simile tacere
d’astri e natura in vincolo fraterno.
È opulenza di musica e luce
che da recessi di radici e linfe,
con pretesto di rima, mi costringe
a ricercare rivoli ed accordi
onde allietarmi pareti senz’eco

e senza volto che mi rassomigli. […]

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Joseph Tusiani, nato a San Marco in Lamis, nel Gargano, nel 1924, ed emigrato negli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra, ha svolto carriera universitaria a New York come docente di letteratura italiana. È autore di un’opera multiforme che abbraccia un vasto corpus di traduzioni poetiche italo-inglesi (tra gli altri: Dante, Petrarca, Boccaccio, Pulci, Tasso, Leopardi, Manzoni, Pascoli), numerose raccolte di poesia creativa, un’autobiografia in tre volumi e svariati interventi saggistici e critici. Un grande archivio in rete è costituito dal Centro Studi Tusiani.

In Apulien, 7 – Jim Longhi

Jimmy Longhi, Cisco Houston e Woody Guthrie in Sicilia (settembre 1943)

In Apulien, 7 – Jim Longhi

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La settima tappa si svolge tra Carpino e New York, dove Vincent Jim Longhi nacque  nel 1916 da genitori pugliesi della provincia di Foggia – il padre di Lucera e la madre di Carpino. Questo anno 2012 ha visto l’uscita di un volume curato da Mariantonietta Di Sabato e Cosma Siani (che ho avuto la fortuna di avere come collega per diversi anni): Jim Longhi. Un italoamericano tra Woody Guthrie e Arthur Miller (Lampyris, Castelluccio dei Sauri, 2012).

Scrive Cosma Siani: «L’amicizia con Miller, durata tutta la vita, è un motivo di forte interesse verso questo autore italo-americano. Fu Longhi a narrargli la storia di un suo cliente, che divenne base della tragedia milleriana Uno sguardo dal ponte (dove il narratore Alfieri pare adombri lo stesso Longhi); e fu lui a ispirare il soggetto di un film sui portuali, in base al quale Miller e Kazan scrissero una sceneggiatura, The Hook, rifiutata da Hollywood, ma in seguito ripresa dai soli Kazan e Schulberg, e divenuta il famoso Fronte del porto. […]. L’altro motivo forte di interesse è il legame profondo e duraturo che Longhi strinse con il cantante folk Woody Guthrie. Alla morte di Longhi, la figlia Nora pubblicò sul sito del padre (www.woodyguthrie.org ) un necrologio in cui lo definiva “uno degli amici più intimi di mio padre”. Con lui e con Cisco Houston, anch’egli cantante folk, Longhi si imbarcò volontario nella marina mercantile americana durante il secondo conflitto mondiale. Anni più tardi, descrisse questa esperienza nell’unico suo libro finora pubblicato, Woody, Cisco & Me. Seamen Three in The Merchant Marine (University of Illinois Press, Urbana & Chicago, 1997). Il volume è una memoria autobiografica […]. Longhi ha tempra di vero storyteller, di affabulatore senza favola ma tutto dettagli concreti, abile nel delineare sequenze di azioni». (Cosma Siani, Longhi tra Miller e Guthrie, nel capitolo Gli autori pugliesi all’estero del volume Letteratura del Novecento in Puglia, a cura di Ettore Catalano, Progedit 2009, 478-479).

Proprio da Woody, Cisco & Me è tratto il brano che segue, nella traduzione di Mariantonietta Di Sabato e di Cosma Siani, che ringrazio per aver messo a disposizione il testo:

Jim Longhi – A cena da mamma

(Da Woody, Cisco & Me, Cap. 4)

Il tragitto in metropolitana per raggiungere il Bronx fu più lungo del solito. Suonai il campanello prima di salire, per far sapere a mamma che eravamo arrivati, e velocemente salimmo le cinque rampe di scale. Ci accolse alla porta nella più principesca delle maniere, sfoggiando il suo sorriso più smielato.

“Ma’, scusaci il ritardo!”

“Signore”, – mi ignorò, rivolgendosi a Cisco. – “Ho sentito parlare tanto di lei. Lei è il buon amico che si prenderà cura del mio Enzo! Possa Dio conservarvi in buona salute fino a cent’anni!”

“Sono onorato di conoscerla”. Cisco si inchinò quasi.

“Hai dimenticato i pasticcini?” Volse il sorriso smielato verso di me.

“Dannazione! Mi dispiace, Ma’ ”.

“Con tutto questo cibo magnifico, a chi servono i dolci?” Cisco annusò l’aria.

“A te servono! Volevo festeggiare l’amico del mio caro figlio! Venite!” Ci fece strada, oltrepassandomi, verso il salotto, dove papà, Gabrielle e mio fratello Fred ci stavano aspettando.

“Cosa ha borbottato?” bisbigliò Cisco.

“Niente. Mi ha solo dato del cretino e mi ha augurato un attacchetto di colera”.

“Con quel sorriso angelico?”

“È una massa di contraddizioni, ti dico”.

“Messa?” Mamma si rivolse a Cisco speranzosa. “Tu vai a messa?”

Cisco esitò.

“Messa un cazzo!” Papà diede a Cisco una pesante pacca sulla spalla. “Un giovanotto forte, bello, intelligente, che diavolo se ne fa della messa? Qua la mano, caro Cisco!” E gli slogò quasi la spalla con una poderosa scrollata.

Mamma borbottò qualcosa e sparì nella cucina fumante di vapori.

“Tua madre è arrabbiata?” chiese Cisco.

“Ma no”. Fred tirò fuori da una confezione un po’ di ovatta. “Ha solo chiesto al Padreterno di sbudellare la pancia atea di mio padre”. Porse a Cisco due fiocchi d’ovatta. “Mettiteli nelle orecchie se vuoi sopravvivere a questo pranzo”.

“Stronzo!” Papà strappò l’ovatta delle mani di Fred fingendosi arrabbiato. “Perché mi devi sempre prendere in giro?”

Fred era alto quanto Cisco; ci tirò a sé e tutti e tre formammo un cerchio intorno a papà, che era alto solo un metro e settantacinque. Fred diede un bacio in cima alla testa pelata di papà. “Papà, se oggi non ti comporti bene, noi tre ti prendiamo e ti mettiamo a sedere lassù, sull’armadio”. Fred aveva già bevuto un paio di bicchieri di vino, ma questo non gli aveva né appannato il luccichio degli occhi né offuscato lo sguardo intelligente del suo viso aperto e cordiale.

Nonostante le tensioni teologiche, a pranzo tutto andò a gonfie vele. “Come sono contenta che sei venuto a trovarmi, Cisco”. Mamma gli versò un’altra tazzina di caffé. “Pregherò Dio che deve proteggere te e il mio ragazzo. Tu credi in Dio, no?”

Papà venne di nuovo in soccorso di Cisco. “Niente discussioni religiose in questa casa!” Sbatté una bottiglia di vino sul tavolo. “Mangiate! Bevete! Siate felici!”

“Mussolini!” Mamma puntò rabbiosa il dito verso papà. “È proprio un Mussolini!”

“Ehi, aspetta un po’ ”. Papà si strofinò la testa pelata. “Mussolini è pelato, basso e brutto. Io sono pelato, alto e bello!”

“È lo stesso – chi è dittatore è dittatore! Cisco, pensi che è bello? Tu e mio figlio andate a combattere i dittatori, e noi abbiamo il dittatore in casa?” Cisco farfugliò; stava saggiando cosa vuol dire essere intrappolato nel fuoco incrociato d’una guerra di religione.

“Cisco, non starla a sentire!” Papà sparò la sua scarica d’un fiato. “In questa casa c’è democrazia! La legge è uguale per tutti: non si fanno discussioni religiose!”

“Hitler”. Mamma puntò il dito verso papà. “È proprio un Hitler! Non posso tenere figure di Gesù in casa mia, non posso far battezzare i miei bambini…”

“Non ricordarmi quel giorno d’infamia!”, gridò papà. “Traditrici! Quinta colonna! Gesuite!” Cisco fissava mio padre.

“Non impressionarti”. Tranquillamente Fred gli versò dell’anisetta nel caffé. “Fa così ogni volta che si ricorda del nostro battesimo”.

“Doppiogiochista!”, urlò papà a mia madre.

“Dittatore!”, gli strillò lei.

“Mia cugina Louise”, spiegai velocemente a Cisco, “rapì Fred e me quando io avevo dodici anni e ci fece battezzare”.

“Questa donna!”, papà puntò un dito accusatore verso mia madre e poi lo agitò davanti agli occhi di Cisco. “Questa donna è stata la traditrice!”

“È uno sporco dittatore!” Adesso era lei che puntava il dito accusatore verso mio padre e poi lo agitava davanti agli occhi di Cisco.

Cisco prese le dita contrapposte: “Beh, Signora Longhi, alla fin fine i suoi figli sono stati battezzati”.

“Ma troppo tardi!” Ritirò il dito. “Alcune iniezioni fanno effetto solo a qualcuno. Il battesimo funziona per il mio Freddie. Lui è un buon cattolico, ma…” e puntò il dito verso di me, “per questo figlio di puttana non funziona!”

Dal ridere, Gabrielle quasi cadde dalla sedia.

“E tu che ridi, ebrea?” Mamma cercava di trattenere le sue stesse risate.

“Basta!” Papà si alzò. “Tutti in terrazza! Dai, Cisco, suona la chitarra! Su fratelli…” cominciò a cantare l’inno socialista italiano mentre faceva strada. Mamma, a contrasto, cantava una litania in latino mentre lo seguiva lungo le scale.

“Cosa sta salmodiando?”, mi chiese Cisco mentre ci univamo alla processione.

“Sta dicendo nel suo latino ‘A tutti i suoi fottuti antenati – i morti e gli stramorti’ ”.

Ci sedemmo sulla terrazza a parlare, cantare e pian piano riprenderci dal pantagruelico pranzo di mamma. Papà e mamma raccontarono fatti dell’Italia. Cisco ci raccontò della California e di sua madre e sua sorella. […] Parlammo di tutto tranne che della guerra, finché venne l’ora di andare.

Papà disse, “Restate finché sorge la luna”.

Restammo, ma cambiò lo stato d’animo. Cisco cantò delle canzoni malinconiche come un mesto trovatore d’altri tempi, e mamma cantò delle antiche ninnananne.

Fred mi tirò da parte. “Devi stare attento – d’accordo?” Aveva gli occhi lucidi.

“E non dimenticare di guardare su e giù quando attraversi l’oceano”. Fred faceva una battuta di famiglia: quando eravamo bambini, mia madre mi raccomandava di guardare su e giù prima di attraversare la strada. Io eseguivo gli ordini di mia madre alla lettera. Non attraversavo se prima non avevo guardato su e giù: su al cielo e giù al marciapiedi. Fred mi mise in mano dieci dollari. “Tieni, per il tuo viaggio inaugurale. Volevo comprare una bottiglia di champagne da romperti in testa, ma ho pensato che avresti preferito i soldi”. Tentai di restituirglieli. “Prendili”, disse. “Noi riformati dell’esercito faremo fortuna con questa guerra”. Mi abbracciò forte, e io sentii la sua guancia umida sulla mia.

Papà mi salutò come un maresciallo che comanda l’esercitazione: “Forza e coraggio! Scrivi ogni settimana! Sii uomo!” Solo quando ci abbracciammo, la sua voce si incrinò. “Ricordati che ti vogliamo bene”.

L’addio di mia madre fu sorprendentemente freddo – le tre raffiche di dialetto napoletano che mi indirizzava sempre quando dovevo lasciare casa per più di un giorno. Erano come raffiche di mitragliatrice che mi trapassavano la schiena, e io facevo sempre la sceneggiata di incespicare come ferito a morte. Ma questa volta lo fece quando andai ad abbracciarla. Prima raffica: “Mit-tit-tu-ca-pott!” (Mettiti il cappotto!). Mi colpì alle viscere, e mi piegai in due. Seconda raffica: “Mas-ti-ca-bone!” (Mastica bene il cibo!). Incespicai verso di lei. Terza raffica: “Stat-ta-kort!” (Stai sempre attento). Le caddi in braccio. Nel baciarci mi fece scivolare in mano una medaglia. “Portala per me”, mi bisbigliò all’orecchio. “San Michele ti proteggerà”.

Gabrielle e io ci salutammo da soli fino a prima mattina, quando lei andò all’Empire State Building e io tornai all’arsenale galleggiante che mi aspettava a Red Hook.

(traduzione di Mariantonietta Di Sabato e Cosma Siani)

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«Vincent Jim Longhi nacque a New York nel 1916 da genitori pugliesi della provincia di Foggia – il padre di Lucera e la madre di Carpino – emigrati nove anni prima negli Stati Uniti, dove si conobbero e si sposarono. Jim si laureò in legge alla Columbia University, dopodiché ebbe un percorso di vita e di lavoro quanto mai imprevedibile, e perfino bizzarro: fu avvocato, sindacalista e politico, ma anche pugile, commerciante di calze da donna, soldato nella marina mercantile americana, cantante, e poi divenne anche scrittore e drammaturgo. Durante la seconda guerra mondiale si arruolò nella Marina Mercantile quasi costretto dai suoi amici Cisco Houston e Woody Guthrie, con i quali cantava e suonava la chitarra per intrattenere le truppe sulla nave a cui erano stati destinati. Longhi riporterà l’esperienza della guerra e dell’amicizia con i due cantanti folk molti anni dopo, nel 1997, nel suo unico romanzo, un’autobiografia intitolata Woody, Cisco & Me. Seamen Three in The Merchant Marine. È un racconto di coraggio e stenti, di sacrifici e di noia, di vita e di morte, in cui Longhi rivive, alternando ricordi allegri e infelici, il periodo passato in mare durante la guerra. Secondo la rivista americana “Publisher’s Weekly” il vero significato di questo romanzo di memorie sta nel fervente patriottismo della seconda guerra mondiale. Sia come sia, quest’opera valse a Longhi, nel 1998, il premio “The Independent Publisher Award” come miglior autobiografia. Finita la guerra Longhi riprese la sua attività di avvocato e divenne portavoce dei portuali di Brooklyn che, come lui stesso mi ha detto nel corso di una delle nostre conversazioni telefoniche, “erano trattati come bestie e la mafia controllava tutto”. […] Dopo molti tentativi falliti di una organizzazione sindacale dei portuali, nel 1946 Longhi si candidò al Congresso, mancando l’elezione per poche migliaia di voti. Nel 1948 ci riprovò, ma, come racconta Miller nella sua autobiografia, la sua eloquenza non sarebbe bastata per scalzare il suo avversario Rooney; era necessario “qualcosa di tanto grandioso da essere irrefutabile”. Longhi ebbe un’idea: si sarebbe recato in Sicilia e in Calabria a visitare le famiglie dei portuali di Brooklyn portando di persona i loro saluti in America, così da poter ottenere in cambio il voto, Miller lo accompagnò». (da: Mariantonietta Di Sabato, Un autore italoamericano: Jim Longhi, in “Frontiere”, Anno VI, numero 13, giugno 2006, pp. 4-9; il brano riportato è alle pagine 6-7).  Jim Longhi è morto a New York il 23 novembre 2006.

Nella canzone Seamen Three, Woody Guthrie racconta l’esperienza narrata da Jim Longhi nella sua opera:

Seamen Three
Words and Music by Woody Guthrie

Copertina de libro “Woody, Cisco & Me”

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Shipped out to beat the fascists
Across the land and sea.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We outsung all o’ you Nazis
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We talked up for the NMU
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Outsung all o’ you finks and ginks
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Worked to haul that TNT
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
If you ever saw one you’d see all three
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Torpedoed twice and robbed with dice
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Not many pretty lasses did we miss
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Ocean’s still a-ringin’ with songs we sung
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We fight and sing for the Willy McGhees
Across our lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Keep a-fightin’ and a-singin’ till the world gets free
Across my lands and seas.

We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Gonna keep workin’ and a-fightin’ for peace
Across my lands and seas.