corrado benigni

Lettera a Corrado. Per “Tempo riflesso”, di C. Benigni

 

Corrado Benigni, Tempo riflesso, Interlinea, 2018 – € 12

Carissimo Corrado,

vedo un tuo maggiore abbandono (parola bellissima, e difficile) in questo nuovo libro. Un abbandono, dico, che in primis mostri te a a te stesso, e di riflesso a chi legge.
Ecco, tempo riflesso. Mi convince, mi piace questa traccia di ambiguità nel titolo, intorno al riflettere. Corre in tutta l’opera. Dunque, abbiamo a che fare con un tempo specchiato e pensato, un tempo che sei tu stesso (o io, o un altro, un singolo, un individuo) e di cui – mi sembra – occorre farsi filtro. Questo vuoi dirci. È un tempo, questo che viviamo (e poi tu alludi certamente al Tempo, in generale) del quale vuoi dare indizio. Sì, direi che in questo libro metti alla prova essenzialmente l’indizio, detto con un voluto gioco di parole.
Come lo fai? Come lo fornisci l’indizio? Presentando il piccolo, il piccolissimo anche, riflesso nel grande (o viceversa, non cambia). Così che tutto possa vivere nel più vasto possibile. Lo fai sentire mediante la costante “esaltazione” dell’infinitesimo nell’infinito. È una grande aspirazione questa, del vedere e del sentire. E perché no, io credo, del pensare.
Dicevo, l’abbandono. Ma appunto, oltre al pensiero (che ti è proprio), è un abbandono il tuo al sentimento. Perlomeno parzialmente. Colpiscono in questo senso le dediche, in particolare Solstizio, dedicata a Chiara; colpisce il riferimento a tuo padre, così toccante in Superfici e così significativo in Pixel; colpisce per intero una poesia come Vita mia, non mia, dove non a caso sono i bambini (i piccoli) a sorprenderti perché sanno offrire indizi di verità.
Ma vado per ordine dentro le tre sezioni.
In Pietre vive sono tanto presenti la pietra, la corteccia e le radici quanto lo sono gli interrogativi. Il che non è nuovo in te, ma qui mi pare si fletta in nuove formulazioni, nello spirito diverso, direi più aperto, del libro, come ho avuto modo di sottolineare prima. Per propria natura direi, più aperto rispetto a Tribunale della mente, eppure con esso in continuità, di pronuncia, di voce. Quattro endecasillabi rapiscono il fuoco dell’attenzione, per la loro bellezza: «Ma la strada è una lingua che ci vede»; «istanti nell’enigma dello spazio»; «alla legge non scritta del ritorno»; «Il movimento fisso delle stelle». Dobbiamo imparare, è vero, «il linguaggio delle pietre, / non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui». O imparare la resistenza muta degli alberi.
Dobbiamo imparare a imparare, mi vien da dire. Anche, anzi soprattutto, Dall’invisibile, o meglio: si tratta di quello che spesso non sappiamo più vedere, comprendere. Siano alberi, insetti, impronte, segni, rumori, tutto ciò che è minuscolo e apparentemente insignificante (e invece significa) indica una strada a noi «pellegrini della materia», noi stessi «verbi che si coniugano all’infinito», noi orbitanti nel tutto orbitante (“orbita” è tra le parole-chiave del libro). Si sente netta una vocazione alta e antica tra le prose di questa seconda sezione: la poesia come domanda, come appello. Prose di invidiabile misura, compatte, “precise”, per quanto possa essere questo un termine valido (e lo è, chissà, io penso di sì) in poesia. Indizi su indizi, ed esperienze, che nutrono la scrittura: avverto come i viaggi a Gerusalemme e in Islanda siano stati per te importantissimi.
Sono dunque indizi di/per una verità, per giungere alla prova (cioè all’evidenza) di ciò che siamo. Non manca certo, in questo divenire, il “gioco” delle Apparenze (ancora, giustamente, una parola che dà luogo ad ambiguità. Apparire: svelamento; apparire: falsificazione). Il saluto di Benjamin all’inizio della terza e ultima sezione è illuminante. Di nuovo, qui nella figura dell’osservatore, c’è «il bisogno di cercare il luogo invisibile». Eccoci così subito proiettati verso un primo titolo che già tutto contiene: Immagini di immagini. Meccanismo affascinante, e a pensarci anche terribile. La strada maestra è quella della fotografia, una strada tracciatasi con forza nella tua esperienza. Il suo insegnamento porta a evidenziare, con percepibile stupore, il piccolo nel grande, come nella prima sezione: «C’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba».
Tempo rappreso quindi, «il tempo ci riflette come uno specchio concavo»; tempo che ci chiede la parola, che pretende da noi l’indicazione di un nome (indizio e indicazione); che ci vuole, vuole noi in quanto noi stessi nome. Siamo qui, in vita, col nostro segreto, fissi nel corpo e fissati in una fotografia. Istanti universali ed enormi, mentre tutto il visibile e l’invisibile (tra realtà e rappresentazione, tra aldiquà e aldilà, tra l’uno e il doppio) passa per i dettagli. Fai necessariamente il nome degli artisti, li indichi: anche questa è una forma di abbandono, una dichiarazione.
E chiudi con un interrogativo accanto alla parola “destino”. Ribadisco: c’è una vocazione alta e antica in te, domandare alla poesia che sia la verità a rispondere. È un luminoso destino quello che ti fa compagnia, e corre nel libro.

Cristiano Poletti

Trevigliopoesia, sabato 3 dicembre: Antonio Riccardi legge “Il profitto domestico”

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Torna Trevigliopoesia, il 3 dicembre, con un appuntamento prezioso, l’incontro con Antonio Riccardi, poeta, scrittore, critico letterario e già direttore letterario di Mondadori.
Alle ore 18.00 presso la Sala Lodi della Biblioteca di Treviglio (Bg), in dialogo con Corrado Benigni e Stefano Pini, Riccardi leggerà dal suo “Il profitto domestico”, edito da Mondadori nel 1996 e ripubblicato da IlSaggiatore nel 2016.

Ecco tre poesie tratte dal libro:

In questo mattino d’aria
qui dove l’orlo è l’erba
felice, m’impronta
il salario di una colpa.
Ho così poco, papà
in pena l’offerta e il carico
che vedi. La mia stagione
è il corpo intero del fogliame
lo scrupolo della terra
cominciata al nuovo dal fondo.

Questa veglia interna è una moneta.
Scaviamo il merito dalle cose
per averne statuto e tranquillità.

Eppure alcuni chiedono conto ancora
di negligenze e profitto
e ancora come si deve ho fiducia
nella loro disciplina di amici.

Eppure la nostra morte ci trapassa
portando ragione e abbandono
in valore.
Questa veglia interna è la moneta.

Fissato un quartiere d’inverno
a pochi gradi dal polo
nei giorni della mietitura
abbiamo disposto le nostre cose
sotto la tenda come
in un’altra casa
venendo la natura e le cose
in altra natura.
Viveri, monete, armi di sambuco…
sulle radici del ciliegio
abbiamo costruito una casa
per gioco e per vita nuova.

 

Il viaggio di Ghirri

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Il cantautore che Luigi Ghirri ha amato di più è Bob Dylan, al quale spesso si è riferito, per una straordinaria coincidenza di pensiero e di visione. La musica per la fotografia di Ghirri è stata un ambito di ricerca vissuto con intelligenza emotiva precisissima, dalla quale sono discese altrettanto precise scelte operative, sia nelle immagini sia negli scritti.
A raccontarci di questo amore è stato Lucio Dalla: «Ah… se l’anima avesse gli occhi!…  – si diceva ridendo con Luigi, quando ascoltavamo musica sul vinile o a un concerto… – fino  a un: Anche se muoio adesso sono felice, al concerto di Bob Dylan a Napoli».
Ghirri, quando nacque nel ‘43 (lo stesso anno del cantautore bolognese), nasceva con la musica fin nelle ossa. Anche solo un campanello o il latrare di un cane nella notte – così continua il racconto di Dalla – e già gli scattava l’idea di una foto.
Visione, pensiero, anima: siamo nel territorio della mente. La “mente-atlante” di Ghirri è quella tipica di un grande viaggiatore senza viaggio. Viaggio in Italia, libro del 1984 che lo lega al nome di Gianni Celati,[1] è un titolo-chiave in questo senso, con una splendida copertina che esalta appunto la dignità dei non-viaggiatori, grandi scrutatori (paradossalmente) di mappe, cartine, atlanti.
Uomo della pianura, della vastità, Ghirri infatti non sembra tanto viaggiare quanto essenzialmente desiderare: desidera lo spazio, l’ampiezza, e più che altro accarezza soltanto l’idea della fuga. E mentre l’accarezza si ferma, contempla, mette in carica la visione.
Dicevamo del suo grande amore, Dylan. Ecco un testo che approfondisce quanto vado dicendo:

Non è ancora buio[2]

Cadono le ombre e sono stato qui tutto il giorno.
Troppo caldo per dormire mentre il tempo corre.
Sento la mia anima diventare acciaio.
Ho ancora le cicatrici che il sole non ha rimarginato
e non c’è un posto per essere in un posto qualunque.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Il mio senso di umanità ormai è scorso via, nella fogna.
Dietro ogni lato della bellezza c’è stato qualche tipo di dolore.
Lei mi scrisse una lettera così gentile…
nelle parole aveva calcato tutto quanto la sua anima poteva ospitare
ma non vedo la ragione per cui mi dovrebbe interessare.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono stato a Londra, e nel divertimento di Parigi.
Ho seguito il fiume e ho trovato il mare.
Sono stato sul fondo di un mondo pieno di bugie
e non cerco più niente negli occhi degli altri
perché a volte il peso mi sembra insopportabile.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Sono nato qui e qui morirò, contro la mia volontà.
Mi sembra di correre, ma sono sempre stato fermo.
Assente ogni nervo del mio corpo, evanescente.
Non riesco a ricordare da cosa fuggivo quando sono caduto qui
dove neppure il mormorio di una preghiera sento.
Non è ancora buio, ma presto lo sarà.

Ghirri avrebbe amato molto questa canzone, Not Dark Yet, tratta dall’album che Dylan pubblicò nel 1997, Time Out of Mind. Avrebbe amato il buio, la notte, la parola “anima” e la parola “preghiera” dipinte dal maestro di Duluth. Di questa canzone avrebbe senz’altro assaporato ogni secondo e ne avrebbe restituito il respiro in immagini. Perché questo notturno assomiglia molto ai suoi, sono della stessa essenza, feriti e allo stesso tempo guidati da punti-luce, o meglio da appoggi di luce. (altro…)

Milo De Angelis, un incontro

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[Si riportano qui le parole di introduzione all’incontro con Milo De Angelis per la lettura di Incontri e agguati (Mondadori, 2015). Treviglio, 12 dicembre 2015, a cura di Cristiano Poletti, Corrado Benigni e Stefano Pini, per Trevigliopoesia]

… vorrei parlarti, mio unico amico, parlare solo a te
che sei entrato nel tremendo e hai camminato
sul filo delle grondaie, nella torsione muscolare
delle cento notti insonni, e ti sei salvato
per un niente… e io adesso ti rifiuto
e ti amo, come si ama un seme fecondo e disperato.

Questi di Incontri e agguati sono i versi finali di pag. 43.
Li ho scelti perché sono bellissimi e per dire che la poesia di De Angelis viene a cercarci, davvero viene a cercarci, da sempre, e oggi ancora. Ci chiama in causa, colpisce, scuote, ci fa amare.

All’inizio di questo libro, alla morte viene dato un nome: la morte è un’officina, in cui il poeta ha lavorato e lavora, e che lo ha lavorato, lungo la via, la vita. Esistenza, fatta di niente, certo, di insonnia, ma da cui viene il “frutto”– e questo lo si può ascoltare in tutto il libro: ci sono “frutti”, “frutteti”, c’è, come abbiamo sentito, il “seme”.

Dunque la morte è un luogo di lavoro, un’officina, ed è un terreno lavorato, che dà frutti, ma è anche una persona, una figura che prende corpo. Il poeta dialoga con lei e ostinatamente, insistentemente con lei cerca un patto, ma “astuta e discontinua” – così la definisce – lo lascia (ci lascia) alla solitudine, consegna alla fissità, a un muro.

Poi in questa via ci sono gli incontri, come questo di pag. 43.
C’è tutto un coraggio, il coraggio e il tentativo dell’amicizia, nell’incontro. E c’è un sapere, figlio del sentire: sapere che nell’incontro può nascondersi il pericolo dell’agguato.

Sentire: sentenza. Alla radice di ogni sentenza c’è un sentire.

Sono quindi apparizioni e sparizioni che vibrano fra queste pagine, che legano e distanziano; brevi, fugaci abbracci che corrono via in una poesia che mai è scorrere, discorrere, ma si fissa invece nel chiodo appunto di una sentenza, nell’infinito della fine, del giudizio, dell’essere giudicati.

Ma torniamo ancora a pag. 43. Quel “niente” per cui ti sei salvato e quel “…ti rifiuto / e ti amo…” detto poi a se stesso, a un sé precedente, riportano alla mente (almeno, la mia: provo questo azzardo) il “nulla” di Zanzotto in questi versi che chiudono Così siamo, una poesia del 1962:


E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più mi avvicini.

Questo avvicinarsi e allontanarsi persiste, lo vediamo bene, è presente sempre, è morte inchiodata alla vita ed è chiodo della poesia.
Lo sentiamo anche in questi altri versi, sempre conclusivi, di pag. 31:

                                                            … ma non posso
fare altro che una fuga partigiana da questo cerchio
e guardare il buio che ti oscilla tre le tempie e ti castiga,
figlio mio.

© Cristiano Poletti

Cristiano Poletti, tre poesie inedite (con una nota di Gianni Montieri)


PS.cop.l.15

.

Suggestione e immagine

…forse perché moltiplica
e il giorno copia e nomina, così
nel fuoco di un’origine la notte
apre, riapre
l’ora di un sogno e nell’ora una via,
una secondaria, esistita mai
e sempre, senza nome, di Padova.

Vedi come scende nel giorno, scende
su un infilarsi di statue e persone
il secondario tutto, della vita.

Con me diversi altri confondono
parole e versi, spingono
impressioni dentro o dopo i ricordi,
se ne vanno dalla stazione al cuore
della città, nei suoi mattoni tanto
che più di Padova Mantova sembra.

Si avvicinano intanto
come da un bar lontano musiche
e con queste pare
inizi il finale
che sia di anno o stagione, forse un male
che entra nei suoi vestiti, amara carne,
in ogni sua versione. Lasciarsi,
si è qui per quello, ognuno in sé
stanco, dentro una musica.

E voi invece non siete
stanche, suggestione e immagine,
immagine che corre
ricorre, e mai che smetta l’illusione
di chiederci se mai
il sognare nel tempo servì,
.                                         e noi.

.

.

Pochi amici

.                                                                              a Corrado

Cosa s’intende con mancato, inutile.

Tentammo negli inverni:
strappare dalla nebbia, con la mente
prima che con le mani (ancor più inutile),
qualcosa, forse tutto di noi. Fosse
nostro o meno e a un punto chiaro il destino
stava la nebbia in pianura, restava.
Finì così un periodo. Noi tentammo.

Poi sole, grattacieli dei nostri anni.
Nei giorni, i pochi carichi di vento, col vento
profezie e fumi, muri.
Era così, luminosa o no Bergamo.
Chi ha lavorato stanco, per avere
tutta la colpa chiusa dentro il cuore
(ora tanto difficile da aprire),
chi senza avviso per non ritornare
ha deciso di andare
nel cuore aperto al nero, ed è per sempre.

O vicini o distanti,
il disimpegno è comunque servito.
Dentro il nostro occidente
ciò che è nato è smarrito, tornate,
caviamo alla nebbia secoli, e secoli,
portateci nell’alba.

.

.

Semplice

Tu sarai all’ombra di un suicidio
e io forse avrò amato, alla fine.

Terra, sventura.
Spiraglio.

Risaliremo il destino
tra la tomba degli angeli
e quella degli uomini.

Sono uguali inchiostri i nostri
debiti d’amore.

*

© Cristiano Poletti

*

“…forse perché moltiplica” Scelgo il primo verso di questi tre inediti di Cristiano Poletti perché mi incuriosisce la parola moltiplica. Poletti moltiplica l’io, in questi tre testi, tre volte in maniera diversa, si pensa, si cerca, si trova, si ricorda un noi. Una chiave di scrittura (ma poi di lettura) molto importante. Poletti ha bisogno di un confronto, diversi altri e diversi luoghi sono detti nel primo testo, le suggestioni nascono da osservazioni lucidissime, registrate ma guardate da dietro una lente che sa sfumare, se occorre. E occorre, sempre. Il confronto diventa conforto, o la sua ricerca, come nella seconda poesia, dedicata all’amico Corrado. Il conforto c’è e, ed è qui lo straniamento, è trovato anche e soprattutto in una certa condivisa malinconia. È una dedica riservata così come dovrebbero essere il ricordo e l’affetto, che va verso la chiusa con due versi bellissimi che racchiudono un mondo, che è anche il nostro: “Dentro il nostro occidente / ciò che è nato è smarrito”. La terza poesia è più intima e dolorosa, ma ancora una volta il poeta non è solo, non lo è mai perché non vuole esserlo. Mi pare che questi inediti di Cristiano Poletti, che ho scelto di pubblicare a casa nostra, promettano molto bene, la capacità di osservare le cose è aumentata, come è aumentata la maturità, dove non si può col cuore si deve tentare con l’apertura dello sguardo.

© Gianni Montieri

Nota a Tribunale della mente di Corrado Benigni (Federica Giordano)

 Benigni, Tribunale 180

“Ogni scomparsa lascia

la traccia di un risveglio

 

Un luogo in cui la coscienza si guarda dall’alto, un luogo dal quale si vedono le azioni con chiarezza, con le proporzioni della verità. Un luogo dove il mondo appare in tutta la sua complicazione, rifuggendo le leggi dell’immanenza e quelle dell’uomo. Questo è il libro di Corrado Benigni. Emerge in questi versi una ferita profonda tra Giustizia e Diritto, una differenza scomoda in quanto facile è il rischio che si finisca per trattare queste due parole come sinonimi. Corrado per inclinazione d’animo e per la sua professione di avvocato, ci pone innanzi a domande che scandagliano la realtà, mettendo in dubbio le stesse regole della convivenza umana:

ogni giorno è un giorno del giudizio/mentre invisibile e universale una mano/ci porta a processo, chiamati a comparire/avanti il tribunale della parola

Di questo testo mi ha molto colpito il richiamo teoretico che la parola esercita sulle nostre vite. Notevole che sia “una mano” a portarci davanti al tribunale, seppur invisibile e universale. Per rappresentare il peso morale delle parole, l’autore ha usato una forma antropomorfa, quasi una coscienza che fa da tramite tra “aldiqua” e “aldilà” che non nomina, e che non è la morte. Il Giorno del Giudizio in questi versi perde il suo connotato biblico per diventare una vicissitudine quotidiana che si perpetua. Come se si venisse trascinati tutti i giorni davanti al tribunale che è dentro di noi, davanti al quale per vigliaccheria o paura chiudiamo gli occhi. Ed è proprio quell’altrove di cui nello stesso testo ci parla, quello in cui ci rifugiamo. La parola “alibi” significa proprio “altrove”. La radice dell’innocenza, sotto la cui ombra cerchiamo di proteggerci, ma come dice Corrado,“nessuno è incolpevole”. Questo riferimento continuo alla giustizia, alla colpa e alla legge si traduce in una lingua volutamente scarna e semplice, fatta di parole granitiche che racchiudono in modo pieno tutte le sfaccettature etimologiche. Anche i versi sono brevi, ben strutturati tra loro, sebbene connotati da una forza metafisica che li rende perfettamente autosufficienti. Il colore è proprio quello degli aforismi, senza però che il moralismo li soffochi nel  loro fascino. A volte il verso viene abbandonato, a favore di una prosa morigerata. C’è grande umanità nei versi di Corrado, una “pietas” ben disposta verso la comprensione e il perdono. Mi sembra possibile un accostamento tra Corrado Benigni e Stefano Rodotà. Questi, nel suo saggio “Elogio del moralismo”, riprende questo termine e lo rivaluta, portando la coscienza davanti al giudizio pubblico, porta tutto fuori usando il disinfettante della luce del sole. Corrado sembra più fiducioso rispetto al compito del tribunale della mente, ormai fallito secondo il più anziano Rodotà.

Da quanto detto sino ad ora, si potrebbe credere che le poesie della raccolta costituiscano quasi il corpus di un saggio più che una raccolta poetica. Al contrario, Corrado non manca di senso estetico, esperto conoscitore di fotografia e abituato a mescolare linguaggi espressivi nelle interviste ai fotografi che cura per la rivista Nuovi Argomenti. Anche in questo contesto, riconosco l’uomo Corrado che ha uno sguardo ampio, abbraccia l’esistenza senza esserne necessariamente invischiato. L’autore tuttavia ha un grande rispetto per l’esperienza. Si può percepire durante la lettura di tutto il libro, il suo personale dramma di avvocato che tutti i giorni fa i conti con uno scarto che ha attraversato tutti i secoli, quello tra la realtà e la volontà dell’uomo di comprenderla a fondo e di giudicarla, di distinguere quello che è corretto da quello che è giusto. Ma, diversamente da Josef K. nella parabola kafkiana, Corrado non rinuncia ad entrare nella Legge, diffidando di tutti i suoi guardiani, lui stesso compreso.

 © Federica Giordano

 

 

Corrado Benigni – Tribunale della mente di Gianni Montieri

 

Nota su una poesia di Corrado Benigni

di Vladimir D’Amora

Tribunale

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Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.


(da Corrado Benigni, Tribunale della mente, Interlinea 2013, p. 7.)


IL VERSO DEL GIUSTO

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Corrado Benigni è poeta di una specie assai insolita, poeta di rara trascendentalità. Uno di quei poeti che quasi pongono condizioni, e senza trascendenza. Comunque, i suoi sono versi atopici, dove l’interstizialità non è soltanto intravista vagheggiata, ma proprio tenuta come tale, coniugata allo stremo, compiutamente declinata. Questa poesia, epperò, non può etichettarsi come meramente presa tra opposti, coppie dicotomiche quali, in primis, laicità e misticismo, disincanto e visionarietà. Perché, allora, accanto alla tensione dicotomica (ma, forse, dovrebbe dirsi antinomica: perché l’antinomia è di dicotomia risvolto meno secondo ipseità, che medesimezza), convivrebbe il tenace radicale, se non inverificabile quanto condivisibile, convincimento circa la crisi nichilistica, sul nichilismo come alcunché di congiunturale (e recente?). La poesia di Benigni sarebbe così segnata dall’irresolutezza: la pessimistica rilevazione, di sé tristemente paga, insieme preludio, ormai indifferibile, ad una indelibabile speranza. Se è arduo a contestarsi, questo poetare per sì fatta anti-nomicità, pure la critica troppo cursoriamente si è soffermata sulla capacità, da parte di Benigni, di abitarle come tali, le soglie. Mentre assunzione di nichilismo, sua lucida spietata condivisione, è prima di tutto stazionarvi allibiti, anche meravigliati (non solo storditi), dei non che imperversano, impiantati. Non solo, quindi, svuotamento di certa realtà che fondi tensioni monche, cieche visioni. Piuttosto appaiamento di un’insistenza negativa e di una possibilità che, se incompiuta, si rapprende (non: rapprenda) tale e quale, inescusabile, irriducibile. E la soglia, in cui ci si blocca a come tastarli sinceramente i fronti, non è de-lusa dimensione, ancora obbiettivabile, ma patria scomoda e, da sempre a sempre, ospitale: in-salvata.Se i versi di Benigni possono, con certa correttezza, affacciarsi alle loro costellazioni di pensiero, e rubricarsi accanto al risaputo d’una storia che pur deve ridursi a cronaca, il punto meglio sta nel medio della parola ch’è qui poetica – dopo averla anche, semmai, salutata come inizio di una versificazione né elegiaca né innica, e neppure di consimile compromesso. Tra il deserto e le voci aderentivi, o lamentose, insorge ancora una vocazione, e né solo ateleologica né solo infondata… Bensì sono domande gravi, sonanti sentite chiamate, inviti inaggirabili – come è, appunto, nella caduta di questo inedito. Due domande, tre, esordiali, e cioè quattro versi – e, già qui, è chiara l’adesione di Benigni al proprium poetico, o meglio, della dettatura: per quanto serie semiotica e serie semantica, anche senso e suono, convivono in, per uno scarto – eppure senza enjambement. Ed è proprio questo, il segreto cui apre questa poesia giusta, del giusto, ossia la coappartenenza arcaica, pure disposta (solo) a ripercuotersi interrogativamente, di dìke e aidòs – non solo: giustizia e vergogna… L’alternativa, tra primo e secondo verso, è solo posta, si tratta di una dialetticità bloccata, dove il primo corno parrebbe rimettersi, adeguarsi all’altro, invaderlo quasi, se non fosse che questo è risucchiato intero dal senso, disgiuntivamente limitato. I primi due versi, due domande che si risolvono in un’unica diretta, fanno chiasmo, così corrispondendosi secondo logica: secondo una logica, un raccogliersi trasparente di un’ingiunzione esplicita, universale, onniabbracciante: sicura per quanto principiando incontenibile, anche infida come sibilando, s’afferma in una chiusura graduata in un’allitterazione tosta, e indisposta al residuo. Il gioco interno al polo verbale del chiasmo, gioco ascensivo (dalla premessa chiara e disponibile: Siamo, alla conclusione inaggirabile e dosata: ci contiene), è il gioco della storicità come in-dividua, bi-unitariamente esaustiva, e che tiene-insieme (appunto: contiene) la sostanza nominale, o meglio, data la staticità ossimoricamente negata, certa nominale soggettività: l’umana potenza, meglio, possibilità di misurare, di memorare. Ed è possibilità, ossia potenza-di-non di qua d’ogni attualità reale, perché colpa e silenzio sono gli oggetti generati (…di colpa, …di silenzio: patenti genitivi solo oggettivi), adeguati all’umano che (si) sappia – che (si) provi.Tale disporsi del termine alla sua intima tensione, la forza che trascenda gl’irrinunciabili argini suoi – questa intima crisi ch’è il segreto che antecede pur pro-dotto, è trascendentale condizione della cineticità storica, lo scorrere ad includere l’altro: un altro solamente, tuttavia, intravisto per quanto ciò, di cui appunto si fa domanda, è dell’identità la capacità di potersi differente, non esclusiva. Ecco, così, ch’è proprio l’intima crisi del soggetto, ancora per due versi interrogata: sciolta però da una certezza, in cui pure riposa – l’ineludibilità, l’accertabilità di una presenza segnata inaggirabilmente, marcata dalle gutturali allitterate che tengono in uno un’evidenza d’antitesi: non più colpa, ma crimine, colpa misurata, riconosciuta, eppure inconsegnata, solo interrogativamente attribuibile, sempre in-certa. Domanda non più differibile, sebbene vana, che dura precede, come realtà, la possibilità di un futuro prima anteriore, e cioè tosto come morsa, quindi semplicemente liberato alla sua ulteriorità: sciolto nella fluidità liquida e sibilante (assoluzione). Ebbene, sarebbe metafisica imbarazzata soltanto, questa, se non fosse sigillata a sua volta da quanto l’interrogazione (esordiale, diretta, insistita) si lasciava larvale, accennato come in tentazione, e cioè l’enjambement cui compete lo scarto, la distensione trattenuta, prospezione solo tentata. Come sarebbe un umano raggirato, quello incaricato di un compito solo all’impossibile declinato nel fallimento. E invece l’apertura è al senso (il semantico), chiuso il semiotico, la forma destinata alla sua fine, dettata come versura esige. In vero non altro che un’esigenza, per la consegna di una reale espropriazione, d’una inappropriabilità, è il compito dell’umano: lo sguardo che vola nella (non: alla) lingua contenta di sua pochezza: di un risultato che sì solo storicamente si rapprenda, ma quasi integrale, e come nelle sue figure trascorrente, consumazione. L’umano che abita la sua reale dimora di parola inceneritasi – l’umano, il soggetto rimesso ad una realtà nominabile non per altro, che per sigilli di simbolo. E quindi tessere raccolte da, anzi, in una lingua senza riscatto minore, dove e quando la forma è il teatro, esso solo immobile sebbene traghettato lungo ogni binario di divenire: in cui l’altro, l’evento ch’è tale perché di ciascuno, è semplicemente posto. E quanto eventicamente è posizione di raccolta, comunione nella differenza inaggirabile, la forma se lo tiene eventuale: la forma ch’è lingua, parole di una visione azzardata, in tornante, che gioca alla verità dell’apparenza. Per Hegel giovane, gli scritti di teologia, il perdono porta ‘na risultanza non dimentica, come amore che appiani, ma non superi, le cicatrici, la segnatura del negativo. Ma questo è un Hegel postumo, ravvivabile solo ermeneuticamente, e cioè entro una lettura che renda compartecipi enciclopedicità e sistematizzazione. Perché dove, quando compimento c’è, ad essersi prodotto è un inizio carico, ossia fragile, di un’inizialità finalmente accaduta, flagrante. E’ elementarità, semplice destinazione del comune (la voce) alla sua fine debole, come un rapprendersi. La cui posizione non può che essere parentetica, segnalandosi a lato. Tanto evidente, e gnomica da ricapitolare in una sommarietà che deve preludere – al compimento. Sempre la giustizia, è questa la sphraghìs da Benigni apposta, voca a una presenza tanto circostanziata, ininassumibile, da sfondare questi suoi limiti storicamente articolati, riconoscibili. La performatività imperativa (Guarda…, Giudica…), che Benigni da manuale coniuga prima come teoria, sguardo a, o meglio, in uno stato che a sua volta si declina dai verba alle res, deve chiudersi nel concorso di shifters: (tu), ora, chi, ineludibili, per nulla pretestuosi, anche disturbanti. E disturbato, anzitutto, risulta il tu (più che) interlocutorio, il meta-soggetto coinvolto, risucchiato e, insieme, assegnato al compito più terminale, altrimenti iniziale, più ek-statico – il giudizio. Se giustizia, prima ancora che processo e pena, è una specie (forse la fondativa) dell’uso, ossia ciò di cui si può far mostra (dìke < dèiknymi), allora essa è tenuta proprio da quanto l’assicura nella sua possibilità: dal sentire, il contegno non che si assume, ma che ciascuno prende su di sé ed esercita al contempo rispetto all’altro e a sé. Coappartenenza, non meno che combinarsi, di rispetto (aidòs) e di uso (dìke), che comporta per il giudizio una sorta di segnatura elementarmente politica – una politica non dante occasione ad alcun soggetto moralmente autonomo, ma piuttosto concrescente in una gestualità mediata dall’altro, dallo sguardo dell’altro. Il giudizio, operazione giuridica politicamente segnata, sembra quindi, per Benigni, l’estrema performance di un’umanità (non più, qui, dell’umano), che si consegni, proprio in virtù della sua dote consistente in un essere come storica tensorialità, al suo compito logologico: ad una parola che produca ed esibisca non altro, che la sua istanza – finalmente.

Corrado Benigni – Tribunale della mente

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Corrado Benigni – Tribunale della mente – Interlinea 2012

«Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale.» Corrado Benigni pone in esergo a una delle poesie di Tribunale della mente, (a pag. 61), questa citazione, tratta dal capolavoro di Salvatore Satta Il giorno del giudizio (Adelphi 1979 e successive edizioni); a questa aggiungiamo un’altra citazione tratta dallo stesso libro «aveva trovato nella legge quella certezza che gli sfuggiva nella vita, e si sentiva naturalmente portato a scambiare la vita con la legge.» e proviamo a fare un ragionamento. Questo libro bello e tenace è composto da quattro elementi fondativi: Cervello, cuore, giustizia e testimonianza, tenuti insieme da un filo che è il metro ovvero la metrica. Benigni è poeta e avvocato, in apparenza sono queste le peculiarità che assemblate hanno portato alla scrittura di questi testi, ma c’è qualcosa prima. Prima c’è un senso di giustizia altissimo, c’è la prudenza del ragionamento, c’è, con ogni probabilità, un cuore che accelera e che sa scuotersi. Vengono, poi, il poeta e l’avvocato, entrambi sanno stare un gradino sotto la sommarietà, entrambi conoscono la sottile linea, il varco stretto che separa una condanna da un’assoluzione, un innocente da un colpevole. Il passo corto tra la virtù e la colpa, che mutano a seconda dei periodi storici. Le quattro sezioni sono estremamente dense, i versi rappresentano la battaglia tra la sapienza antica del cuore e la sapienza altra, quella delle regole e delle norme che appartiene al cervello. Le poesie di Benigni sono belle e sostenute da un rigore metrico mai fine a se stesso, ma naturale, usato da chi ha appreso la lezione del Novecento senza averne timore, da chi guarda a un Fortini, a  un Giudici, con un rispetto dal quale non fuggire. Il poeta usa un linguaggio tecnico e ne fa poesia. È il nostro tempo che viene raccontato con la precisione del dire e l’accortezza del levare. Il non detto, il giudizio sospeso, sono alcune delle chiavi di lettura di questo percorso. Gli imputati, i colpevoli, gli innocenti, i condannati per sbaglio, gli scampati alla Legge, i giudici, i testimoni, le prove e la loro mancanza, stanno lì sul palcoscenico e il teatro è la vita stessa. La posta in gioco che Benigni stabilisce è quella dell’onestà e, un gradino più sopra, il premio della pietà, della carveriana compassione. Tribunale della mente è una passeggiata bellissima ma in salita, si procede lentamente, si fanno delle soste, si arriva in cima e come panorama troviamo una domanda: Qual è il reato?

© Gianni Montieri

***
Alcuni testi estratti dal libro

Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio che ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta  e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.

***

Non c’è parola al di sopra
di ogni sospetto, non c’è impronta,
prigionieri di una legalità senza respiro.
Accelerate i passi,
c’è un termine ultimo da tenere in vita
cui rimettere questo caso.
Tutto è persuasione o preludio,
ma quel che si vede è difficile
da provare.

***
LA DIFESA

Separa l’acqua dalla sabbia
distingui la colpa dal dolo,
non perdere di vista nulla
di queste parole irredente,
sussumi l’errore della verità.
Cosa spinge l’uomo al crimine?
Un desiderio di giustizia? Forse
c’è una difesa già scritta dentro un precedente,
come l’anello di un’unica catena
o la luce di ritorno delle stelle. Seguila,
da solo, nell’imminenza, fino all’ultima parola,
dove i fatti non hanno contorni esatti
e false piste disegnano la verità.
C’è una giustizia da tradurre
tra gli indizi e la ragione,
un destino non scritto.

***

Siamo comunque l’attesa di un giudizio
che torni a riscrivere tutto
con poche parole esatte.
Intanto qui madri hanno mani insanguinate
e i ragazzi affondano coltelli.
La pioggia non è più pioggia ma domanda e sete,
sentenze grondano grida e non ricuciono niente
del silenzio che scava
senza indulto questo tempo.

***

Trova tu la formula assolutoria
ma non ci sarà salvezza,
la giustizia non ha nome,
questo nome è la tua colpa.

***

La morte ci sorveglia
nel suo cerchio di misura e legge.
Quale mano dà l’ordine?
È giusta la voce che sentenzia il nulla?
Tutti stiamo tra il sangue e la parola.

***

Ognuno custodisce un male
sceglie un nome alle cose
e patteggia inconsapevole la sua pena,
perché
perché come una voce inquirente
la memoria ci insegue.

Trevigliopoesia 2013

treviglio

Trevigliopoesia 2013 è un villaggio globale

 

Dal 24 maggio al 2 giugno torna il festival di poesia e videopoesia della bassa bergamasca,

che punta a contagiare la città con parole, immagini e performance da mezzo mondo.

 

 

Si svolgerà dal 24 maggio al 2 giugno la settima edizione di Trevigliopoesia (www.trevigliopoesia.it), festival di poesia e videopoesia ideato dall’associazione culturale Nuvole in Viaggio e organizzato con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del comune di Treviglio (Bg). La manifestazione definisce quest’anno la sua matrice internazionale, dando ampio spazio a personaggi e videomaker di tutta Europa, mescolando come da tradizione parola poetica, immagini cinematografiche e performance.

Mai come nel 2013, Trevigliopoesia parla, immagina e contamina. Si aprirà venerdì 24 maggio al Chiostro della Biblioteca (ore 21.00), con un recital su Federico Garcia Lorca. Nel primo week-end del festival (25-26 maggio) si susseguiranno spettacoli e presentazioni di giovani autori, con la presenza esclusiva di Franco Buffoni, poeta e intellettuale che nella serata del 25 racconterà della sua incessante attività culturale dagli anni Settanta ad oggi. Martedì 28 e giovedì 30 maggio sarà protagonista l’immagine, con la proiezione serale dei documentari La vita, a volte, è sopportabile – Ritratto ironico di Wislawa Szymborska e Gegenlichter su Paul Celan: opere praticamente mai viste in Italia, che raccontano due dei poeti più importanti del Novecento. Il fine settimana del 1-2 giugno vedrà ancora protagonisti i performer e i giovani autori, che animeranno i bar e i cortili del centro. Alle 21.00 di domenica sarà Patrizia Cavalli a chiudere la settima edizione del festival, non prima però di aver premiato il vincitore de La parola immaginata. Il concorso di videopoesia, giunto alla sesta edizione (i corti finalisti sono visibili al sito http://www.videopoesia.org).

Trevigliopoesia 2013 proverà a trasformare per qualche giorno Treviglio nella capitale della poesia, linguaggio capace di reinterpretare la realtà rendendola più emozionante, viva, dolce. Un villaggio di provincia che diventa globale, al suono dei versi.

Tutti gli eventi sono a ingresso libero e gratuito.

348-5225367 – Stefano Pini (Ufficio stampa)

www.trevigliopoesia.it

associazionenuvole@yahoo.it