Corrado Alvaro

proSabato: Luigi Pirandello, Il pipistrello

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Il pipistrello

Tutto bene. La commedia, niente di nuovo, che potesse irritare o frastornare gli spettatori. E congegnata con bell’industria d’effetti. Un gran prelato tra i personaggi, una rossa Eminenza che ospita in casa una cognata vedova e povera, di cui in gioventù, prima d’avviarsi per la carriera ecclesiastica, era stato innamorato. Una figliuola della vedova, già in età da marito, che Sua Eminenza vorrebbe sposare a un giovine suo protetto, cresciutogli in casa fin da bambino, apparentemente figlio di un suo vecchio segretario, ma in realtà… – insomma, via, un certo antico trascorso di gioventù, che non si potrebbe ora rimproverare a un gran prelato con quella crudezza che necessariamente deriverebbe dalla brevità d’un riassunto, quando poi è per così dire il fulcro di tutto il second’atto, in una scena di grandissimo effetto con la cognata, al bujo, o meglio, al chiaro di luna che inonda la veranda, poiché Sua Eminenza, prima di cominciar la confessione, ordina al suo fidato servitore Giuseppe: «Giuseppe, smorzate i lumi». Tutto bene, tutto bene, insomma. Gli attori, tutti a posto; e innamorati a uno a uno della loro parte. Anche la piccola Gàstina, sì. Contentissima, contentissima della parte della nipote orfana e povera, che naturalmente non vuol saperne di sposare quel protetto di Sua Eminenza, e fa certe scene di fiera ribellione, che alla piccola Gàstina piacevano tanto, perché se ne riprometteva un subisso d’applausi.
Per farla breve, più contento di così nell’aspettazione ansiosa d’un ottimo successo per la sua nuova commedia l’amico Faustino Perres non poteva essere alla vigilia della rappresentazione.
Ma c’era un pipistrello.
Un maledetto pipistrello, che ogni sera, in quella stagione di prosa alla nostra Arena Nazionale, o entrava dalle aperture del tetto a padiglione, o si destava a una cert’ora dal nido che doveva aver fatto lassù, tra le imbracature di ferro, le cavicchie e le chiavarde, e si metteva a svolazzar come impazzito non già per l’enorme vaso dell’Arena sulla testa degli spettatori, poiché durante la rappresentazione i lumi nella sala erano spenti, ma là, dove la luce della ribalta, delle bilance e delle quinte, le luci della scena, lo attiravano: sul palcoscenico, proprio in faccia agli attori.
La piccola Gàstina ne aveva un pazzo terrore. Era stata tre volte per svenire, le sere precedenti, nel vederselo ogni volta passar rasente al volto, sui capelli, davanti agli occhi, e l’ultima volta – Dio che ribrezzo! – fin quasi a sfiorarle la bocca con quel volo di membrana vischiosa che stride. Non s’era messa a gridare per miracolo. La tensione dei nervi per costringersi a star lì ferma a rappresentare la sua parte mentre irresistibilmente le veniva di seguir con gli occhi, spaventata, lo svolazzio di quella bestia schifosa, per guardarsene, o, non potendone più, di scappar via dal palcoscenico per andare a chiudersi nel suo camerino, la esasperava fino a farle dichiarare ch’ella ormai, con quel pipistrello lì, se non si trovava il rimedio d’impedirgli che venisse a svolazzar sul palcoscenico durante la rappresentazione, non era più sicura di sé, di quel che avrebbe fatto una di quelle sere.
Si ebbe la prova che il pipistrello non entrava da fuori, ma aveva proprio eletto domicilio nelle travature del tetto dell’Arena, dal fatto che, la sera precedente la prima rappresentazione della commedia nuova di Faustino Perres, tutte le aperture del tetto furono tenute chiuse, e all’ora solita si vide il pipistrello lanciarsi come tutte le altre sere sul palcoscenico col suo disperato svolazzio. Allora Faustino Perres, atterrito per le sorti della sua nuova commedia, pregò, scongiurò l’impresario e il capocomico di far salire sul tetto due, tre, quattro operai, magari a sue spese, per scovare il nido e dar la caccia a quella insolentissima bestia; ma si sentì dare del matto. Segnatamente il capocomico montò su tutte le furie a una simile proposta, perché era stufo, ecco, stufo stufo stufo di quella ridicola paura della signorina Gàstina per i suoi magnifici capelli.
– I capelli?
– Sicuro! sicuro! i capelli! Non ha ancora capito? Le hanno dato a intendere che, se per caso le sbatte in capo, il pipistrello ha nelle ali non so che viscosità, per cui non è più possibile distrigarlo dai capelli, se non a patto di tagliarli. Ha capito? Non teme per altro! Invece d’interessarsi alla sua parte, d’immedesimarsi nel personaggio, almeno fino al punto di non pensare a simili sciocchezze!
Sciocchezze, i capelli d’una donna? i magnifici capelli della piccola Gàstina? Il terrore di Faustino Perres alla sfuriata del capocomico si centuplicò. Oh Dio! oh Dio! se veramente la piccola Gàstina temeva per questo, la sua commedia era perduta!
Per far dispetto al capocomico, prima che cominciasse la prova generale, la piccola Gàstina, col gomito appoggiato sul ginocchio d’una gamba accavalciata sull’altra e il pugno sotto il mento, seriamente domandò a Faustino Perres, se la battuta di Sua Eminenza al secondo atto: – «Giuseppe, smorzate i lumi» – non poteva essere ripetuta, all’occorrenza, qualche altra volta durante la rappresentazione, visto e considerato che non c’è altro mezzo per fare andar via un pipistrello, che entri di sera in una stanza, che spegnere il lume.
Faustino Perres si sentì gelare. (altro…)

La Grande Guerra: poesia in trincea

grande guerra fonte archivio 14-18.it

grande guerra fonte archivio 14-18.it

La Grande Guerra: poesia in trincea

21 giugno. Rocca di Monfalcone. La mattina con l’alba ci si leva indolenziti: forse ci pesa nelle vene l’inerzia del giorno prima. Il caffè, buono, mi rianima un poco. Andiamo agli avamposti, questa volta a destra della Rocca. La linea è fuori del bosco, sul ciglio, dietro un muricciolo a secco, rafforzato da sacchetti a terra; pochi metri avanti, sul pendìo, son gettati alla rinfusa dei cavalli di Frisia. In linea, seminati a distanza, non ci stanno che pochi granatieri di guardia, tutti gli altri sono di qua, sulla pendice boscosa, nei ricoveri, pronti ad accorrere. La nostra squadra è, col capitano, al centro. Secondo il turno, l’uno o l’altro di noi porta gli ordini ai vari plotoni o serve di collegamento. Gli austriaci battono le nostre posizioni, ma ormai ci siamo abituati. Mi addormento sotto il mio ricovero: tre grosse pietre ad angolo, tronchi di pino intrecciati, di sopra, e coperti da altri sassi più piccoli e da sacchetti a terra. Mi sveglia lo schianto pauroso d’una granata e faccio giusto a tempo a uscire, ché una lavina di sassi e di schegge s’abbatte sul mio ricovero e lo fa in parte crollare. Bisogna ricostruirlo al più presto. Carlo, uscito dal suo, vistomi illeso, m’aiuta. Andiamo poi a prendere delle altre pietre per rafforzarlo. Ma è umiliante aggirarsi intorno ai ricoveri, per cercar qualche cosa: da per tutto si pesta nella merda, che sprigiona un puzzo insopportabile. Non ci sono latrine, ognuno evacua all’aperto, quanto può più vicino al suo o al ricovero degli altri; la fretta, per la paura d’esser colpiti, elimina ogni altro riguardo. E così questa collina rivestita di teneri pini e profumata d’erbe e di resina, questa collina su cui si viene a morire, si spoglia a poco a poco e diventa un letamaio.
Nel pomeriggio gli austriaci ci lasciano in pace. Possiamo persino allontanarci dalle nostre tane. C’è da vedere, poco distante, un grosso proiettile inesploso, adagiato sulla china, sopra un cespuglio, come un enorme sigaro nero e lucido. Tutti, a uno a uno, andiamo ad ammirarlo. Fa ancora paura; pur verrebbe la voglia di passarci sopra, leggermente, una mano, ma non ci si arrischia: il più piccolo impulso datogli può farlo sdrucciolare e scoppiare. Il capitano lo farà circondare da filo spinato, perché nessuno lo tocchi. Sono puerili forse, ma istintive ed umane codeste precauzioni da parte di morituri. Quanti di noi torneranno?
Più che la visita alla granata inesplosa, m’ha fatto piacere la passeggiata al varco. Il capitano ritorna da un giro d’esplorazione; lo vedo fermarsi davanti al suo ricovero; ansima un poco, appoggiandosi con tutto il corpo grosso al suo bastone, mi chiama con un cenno della mano e mi dice che a duecento passi c’è un varco nella pineta, da cui si vede benissimo Trieste. Mi sento sussultare il cuore, e il desiderio è tanto grande che mi faccio coraggio: gli domando se mi permette di andarci. Me lo permette e m’indica bene la posizione. Caro Capitano! M’affretto, giro, ritorno sui miei passi, temo di non trovarla, ma improvvisamente s’apre ai miei occhi il golfo di Trieste. Duino, Miramare, Trieste. La città si confonde con l’azzurro delle colline, ma ne riconosco ogni segno; vorrei esserle ancora più vicino, solo un attimo, per distinguerne le case e le vie. Nel palpito dell’aria che le sta sopra, immagino il respiro di mia madre. Sento con un senso misterioso che non è la vista e non è il tatto, ma è un complesso dei due, la presenza della nostra casa che ci aspetta. Non mi sazierei mai di guardare. A destra, sotto di me, la pianura friulana violacea nella nebbia. Il mio orologio segna le quattro.

Giani Stuparich, da: La guerra del ‘15

grande guerra fonte archivio 14-18.it

grande guerra fonte archivio 14-18.it

*

 

Piero Jahier
Canto di marcia

Prima giornata di primavera. Giornata impegnativa.
Ora la stagione non potrà più tornare indietro.
È nato sole pulito e sano stamani.
E cresce sicuro, e s’infoca e vendicare la lunga angoscia invernale.
In questo suo giorno, quanta neve à colato! Solo più chiazze e lastroni che suonan vuoto al passo: già incavernati e minati.
E accanto all’ultimo bianco, i cittini alla ricerca del primo verde per insalata;
che lo dimenticano per il primo fiore;
fiore che dimenticheranno per tutti i fiori, che son tutti nuovi, che son tanti e tanti; che fan correre da uno all’altro colore;
che non c’entrano più nelle manine;
fiori tanti strappati con ansia; che però una lucertola sola basterà a far dimenticare;
finché sgusciano via piano piano − tutta la manciata − e diventan per terra le strisce di Puettino!
Onnipotente sole come fai dimenticare!
I morti son tutti sepolti.
E ha vinto l’anno chi ha vinto l’invernata.
Le case son tutte abbandonate.
Inutile casa di rifugio,
come sei triste e fumicata!
Ma noi sgomberiamo nel sole che ci rassicura;

Uscite! − perché le frane son tutte colate
.                è finita la vita scura…

Tutto ubbidisce il potente sole felice.
I bucati arretrati che infestonan di bianco la collina.
I rami capovolti che squillano sulle siepi.
Fin l’aeroplano nemico, che non potrà farci male; ch’è una vespina gialla incantata lassù nel bagliore.
E le donne che lavoravano arcigne, a lume di luna, per guadagnare: che son questi visi accoglienti, che son queste mani immerse nel fosso con soddisfazione, che son queste voci chiare a salutare.
Ciascuno trova una sua famiglia, in questa umanità rasserenata che ci viene a incontrare.
.                  Alla testa della colonna
anch’io vado incontro alle donne, che sono di tutti, siccome noi soldati non abbiamo nessuno, e saluto: Sani, femmene: o il magnifico saluto!

Nondimeno, siam passati attraverso la gioia con un pensiero riposto, noi alpini soldati.
Primavera; stagione di offensiva.
È venuta. Non potrà più tornare indietro.
Salutavamo tutto per l’ultima volta.
E mi è nato il «Canto di marcia» mentre salutavamo.

L’angelo verderame che benedice la vallata
e nella nebbia ha tanto aspettato
è lui che stamani ha suonato adunata
è lui che ha annunziato:

Uscite! perché la terra è riferma e sicura
traspare cielo alle crune dei campanili
e le montagne livide accendon rosa di benedizione

Uscite! perché le frane son tutte colate
è finita la vita scura
e sulla panna di neve si posa il lampo arancione

Ingommino le gemme,
rosseggino i broccoletti dell’uva
e tutti gli occhiolini dei fiori
riscoppino dal seccume

Si schiuda il bozzolo nero alla trave
e la farfalla tenera galleggi ancora sul fiato.

Scotete nel vento il lenzolo malato
e risperate guarigione
scarcerate la bestia e l’aratro
e riprendete affezione.

Uscite! perché la terra nera fuma tranquilla e sicura
ribrilla l’erba novellina
e sulla panna lontana riposa il lampo arancione.

Allora siamo usciti anche noi alpini soldati
la triste fila nera che serra con rassegnazione
ma quando il sole ci ha toccati
una voce ha alzato canzone :

chi ha chiesto alla rama di fiorire
e la zolla perché ha sgelato?
la cornacchia può restare o partire
e il cucú nessuno sa se ha cantato:

la terra alla femmina, la patria al soldato
questa è l’ultima marcia e andiamo a morire.

Ma perché siamo soli, perché partiamo
uscitel  tutte le creature
ma perché siamo tristi, perché abbandoniamo
salutateci pure.

 Siate la nostra donna, siate i nostri figlioli
scesi per incontrare
siate la nostra terra, siate i nostri lavori:
uscite perché  vi vogliamo amare.

Vengano le spose: lavía, lasciate il pratino
L’erba seccherà sola, ma noni ripasserà l alpino.

Splenda la falce pronta al fieno novo
e l’ultima nostra lepre sgroppi ancora dal covo.

Vengano tutti i bambini: solo per vederli sgranare

nel viso tanto sudicio i vetri degli occhietti fini
solo per potergli rispondere quando chiamano: pare!

Risuoni il zufolo fresco di selcio mondato
e la vena d’argento risbocchi dal nevato.

Vengano i nonni stracchi, ma: no stè a passar ani,
vecio, fin quando no semo tornadi.
E  vú. mare — Scusé e sani —

Poi, quando saremo passati, non vi allontanate:
fateci un ricordo immenso, alzate le mani,
richiamateci con un gran grido
perché siete voi che non potete vestire.

Allora — questa è l’ultima marcia —
ma non importa se andiamo a morire.

Quota 1016, Aprile.

(da: Piero Jahier, Con me e con gli alpini. Primo quaderno, «La Voce», 1920, pp. 101-108)

*

Luciano Folgore
Sveglia Sentinella

Sentinella notturna
lassù
taciturna
sopra la roccia scabra.
Vent’anni,
viso bianco,
occhi di fanciullo febbrile,
e la mano che stringe
il fucile;
e il pensiero che si perde
nell’immensità della notte.
Stanchezza di piombo
per tutte le membra
dopo un giorno di lotte.
Il sonno è d’intorno
morbidamente muto
come un tentatore velluto
che accarezza le palpebre.
Passano lembi di visione
dinanzi alle pupille
pesanti,
figure oscillanti,
profili sonnolenti,
tormenti di visi
che non si definiscono
mai.
Ecco i velari del sogno!
Troppo dolce dormire
anche su letti di pietra!
Gambe che s’abbandonano
sotto fardelli di torpore…
ma uno stormire d’abeti,
ma un fresco di vento
che palpita fra due’
capelli biondi,
snebbia un istante
la pesantezza accasciante
e un brivido di volontà
ridà
la rigidità
alla sagoma snella
di questa sentinella
della Patria.
Il nemico è là dietro.
Bisogna guardare,
bisogna ascoltare,
lucidamente.
Ma ancora il fumo del sonno
che monta.
Stelle filanti nei cieli,
veli di verde lontano,
pensieri e frammenti:
sua madre che veglia…
il pozzo
un singhiozzo…
quel compagno caduto…
con una palla in fronte…
due bimbi in un cortile
del paese…
un vaso di maggiorana…
e lei… lontana…
vestita di bianco…
fresca come una fontana…
Oh, finalmente!
Scalpiccii
rotolii di sassi
parole sconnesse;
bisbigli:
un altro prende il tuo posto
e tu che discendi a dormire
con un saluto all’Italia
laggiù.

*

Corrado Alvaro
A un compagno

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

Non dire alla povera mamma
che io sia morto solo.
Dille che il suo figliolo
più grande, è morto con tanta
carne cristiana intorno.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
non vorranno sapere
se sono morto da forte.
Vorranno sapere se la morte
sia scesa improvvisamente.

Dì loro che la mia fronte
è stata bruciata là dove
mi baciavano, e che fu lieve
il colpo, che mi parve fosse
il bacio di tutte le sere.

Dì loro che avevo goduto
tanto prima di partire,
che non c’era segreto sconosciuto
che mi restasse a scoprire;
che avevo bevuto, bevuto
tanta acqua limpida, tanta,
e che avevo mangiato con letizia,
che andavo incontro al mio fato
quasi a cogliere una primizia
per addolcire il palato.

Dì loro che c’era gran sole
pel campo, e tanto grano
che mi pareva il mio piano;
che c’era tante cicale
che cantavano; e a mezzo giorno
pareva che noi stessimo a falciare,
con gioia, gli uomini intorno.

Dì loro che dopo la morte
è passato un gran carro
tutto quanto per me;
che un uomo, alzando il mio forte
petto, avea detto: Non c’è
uomo più bello preso dalla morte.

Che mi seppellirono con tanta
tanta carne di madri in compagnia
sotto un bosco d’ulivi
che non intristiscono mai;
che c’è vicina una via
ove passano i vivi
cantando con allegria.

Se dovrai scrivere alla mia casa,
Dio salvi mia madre e mio padre,
la tua lettera sarà creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la festeggerà.

*

Giuseppe Ungaretti
da Il Porto Sepolto

.

Fase d’Oriente
Versa il 27 aprile 1916

.
Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa

.

.

In dormiveglia
Valloncello di Cima Quattro il 6 agosto 1916

.
Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
dalle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

.

.

da La Guerre

.                                    Militaires

.     nous sommes tels qu’en automne sur l’arbre la
feuille