Coriandoli a Natale

Coriandoli a Natale #14: Sara Nissoli, Nelle foto non si invecchia, da Mentre volavo via

Sara Nissoli, Mentre volavo via, Bookabook 2017, 10 euro, e-book 7,99 euro

Mi sono innamorato di Luisa tre anni fa, in agosto.
Ho visto la sua foto su un giornale locale. È un giornale cattolico, esce una volta alla settimana. Io lo leggo sempre al bar, il venerdì mattina, dopo il turno di notte. Quando esco dalla ditta, passo dall’edicola, chiedo Noi Cattolici, perché si chiama così, entro al bar, ordino due cappuccini, un cornetto e un decaf­feinato e mi metto a leggere. Lo leggo tutto e finché non ho finito rimango lì. In seconda pagina ci sono gli orari delle messe di tutte le parrocchie del paese. Sant’Eustachio, domenica ore undici e trenta, rimane da sempre la più vantaggiosa. Poi mi piacciono le pa­gine sportive, quelle verso la fine, prima dei necrologi. L’atletica Estrada, la Visconti calcio, le foto dei pulci­ni che si accalcano in area. Qualche volta riconosco i figli di un amico, gli telefono per avvertirlo, non mi ri­sponde mai. Forse perché chiamo presto, appena esco dal lavoro, quando ho bisogno di sentire una voce, una qualsiasi, perché amo Luisa da tre anni e quattro mesi, ma sono da solo.
Il sabato è vacanza. Non metto mai straordinari, li lascio fare ai neri che sono arrivati. Sono arrivati tutti i neri e io sono bianco, ma non semplicemente bianco, ho il colore di uno che vede la luce al massi­mo tre ore al giorno. Faccio la notte da quindici anni, esco all’ora di pranzo solo dopo la messa della dome­nica, e la luce che prendo ogni giorno dalle quattro del pomeriggio, ora che è quasi inverno, è debole e mi immalinconisce. (altro…)

Coriandoli a Natale #13: Tomas Bassini, estratti da Quando eravamo portieri di notte

volume edito nel 2017

Me la prendo comoda, per quanto possibile. Cerco di rintracciare ogni prova tangibile che testimoni quello che c’è stato fra me e Lei. Sono diventato quello che si potrebbe chiamare un “topo da biblioteca”, mi sono messo a studiare come non ho mai studiato in vita mia: con diligenza, con regolarità, pure con una certa pignoleria da primo della classe. Voglio recuperare ogni materiale disponibile, dagli scontrini dei negozi dove siamo stati ai conti dei ristoranti, dai biglietti del cinema alle lettere d’amore; voglio avere tutto sopra al tavolo senza saltare i capitoli e senza dare per scontato anche il più limitato particolare, voglio fare il bravo studente, per una volta, e non puntare solamente sulla faccia tosta. Me la prendo comoda nel senso che ci metto tanto; è da non credere quanto materiale probatorio si possa accumulare in soli tre anni di relazione, quanto ne venga fuori anche all’ultimo momento quando si pensava il lavoro oramai finito. Ecco appena rintracciato, in questo preciso istante (ore 5.18) un documento scritto di mio pugno di cui mi ero completamente dimenticato: (altro…)

Coriandoli a Natale #12: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #2

4.

Le madri e le nonne del quartiere di Loreto si lamentano spesso e volentieri: “Va bene tutto”, dicono quando ogni tanto una troupe televisiva o un blogger, con l’aria avventurosa di reporter in territorio di guerra, vanno a interpellarle, “ormai va bene tutto, ma i travestiti di via Padova sono i peggio”. Come un mondo sotterraneo che ogni tanto affiori in quello diurno, con brevi interferenze e rapidi balenii, i travestiti di via Padova capita spesso di vederli anche di giorno, in quello che a Milano può chiamarsi giorno, grigio e sporco in un perenne tardo pomeriggio, al Parco Trotter o al Pinetti o anche ai giardini di piazza Gobetti, Durante, Aspromonte, fino a Cimiano: si prostituiscono tra i cespugli o su una panchina, con una coperta sulle gambe, non lontano dai bambini che giocano. A differenza dei colleghi che lavorano nei bordelli e nelle case del centro, questi non hanno abbastanza soldi per essere belli: le mani adunche, la pelle malrasata, le tette malfatte e abnormi come protesi tumescenti, gli occhi stanchi cupi di cipria emergono da volti sgrossati e incattiviti. Ma ora, nel punto più basso della notte, qui, nel buio degli scantinati dove vivono e lavorano, dove Samir e gli altri sono scesi forse troppo rapidamente e rumorosamente, spaventandoli e scatenando il panico, sono solo ombre gibbose, mostri o vampiri pieni di furore, parrucche scalmanate, un coro di proteste. E un odore, un odore insopportabile di merda, di piscio, di muffa, di sperma. Questi tuguri dove non c’è neanche il cesso li affittano a quattrocento euro al mese e dentro ci campano e ci lavorano, pisciano e cagano dentro i portaombrelli di plastica, per poi svuotarli la mattina nei giardini. (altro…)

Coriandoli a Natale #11: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #1

1.

Bisogna che io parli di Samir. Non perché mi piaccia farlo – piuttosto perché è necessario per capire. Questo è il suo ventunesimo viaggio: sulla tratta Taranto-Milano è ormai un habitué il cui curriculum conta otto fermi, due arresti, quattro notti in galera e un pestaggio serio. Il viaggio, anche questo, è stato la solita traversata che non finisce mai. Sono partiti da Taranto alle sei di mattina, quand’era ancora buio, il treno polveroso e semideserto come piace a lui, i soliti, lui Farid e Ahmed, hanno spanato subito i sedili tolto le scarpe si sono buttati a dormire, ma coi trolley agganciati al gomito casomai qualcuno al volo non si sa mai; tutto tranquillo per un po’, a Barletta è iniziata a salire un po’ di gente, ma quando si affacciano nello scompartimento subito richiudono la porta e rimangono nel corridoio a sbuffare e brontolare ancora intontiti nel mezzo sonno, solo che poi però a Foggia guarda caso è salita la polizia per un controllo, loro sono scattati via subito ma poco da fare, Ahmed l’hanno preso e gli hanno tolto il trolley, e allora ad Ahmed gli è venuta una crisi di quelle brutte, s’è messo a lottare coi due agenti per non farsi portare via il trolley, ha paura di Tonio Corvetto, Samir l’ha capito, come dargli torto, poi Ahmed è un fratello e la sua paura di Corvetto del tutto comprensibile ma tanto ormai è andata così, che combatti a fare, tanto il trolley non te lo lasceranno mai tenere, non ha senso opporre resistenza, tanto vale evitare di farsi pestare; invece Ahmed l’hanno addirittura dovuto ammanettare e ancora lui si rotolava per terra e si divincolava come un pazzo o una bestia, con la maglia strappata e il busto magro tenuto a fatica dai poliziotti e urlava a squarciagola: “Avvocatoooooooo! Avvocatoooooooo! Voglio mio avvocatoooooooo!”, giacché nei film che vedeva aveva capito che quando gli sbirri ti mettono le mani addosso bisogna dire così, e tutti gli spettatori affacciati sui finestrini e la banchina a godersi la scena, ché mica succede tutti i giorni di vedere un corriere negro che viene arrestato con un trolley pieno di roba e gli prende un attacco di panico di quelli brutti, violenti, Ahmed continuava a divincolarsi e a strillare, se prima forse no adesso è proprio sicuro che lo portano in centrale a Foggia e lo pestano di brutto, è stato stupido da parte sua. Dai finestrini di un altro scompartimento Samir e Farid l’hanno guardato anche loro come tutti trascinato via per i gomiti lungo la banchina della stazione, hanno fatto finta di non conoscerlo, Samir è un po’ intristito ma come dice Farid – è colpa sua, se non si faceva prendere dal panico gli toglievano il trolley ma non l’arrestavano, si è fatto prendere dal panico, non dovrebbe succedere ma succede, che vuoi farci – Ahmed è fatto così, non è colpa di nessuno, forse abbiamo fatto male a svaccarci a quel modo sui sedili, forse è stato qualcuno dei pendolari a dirlo al controllore e quello ha chiamato la polfer, ma è andata così ormai e proseguiamo. Da lì in poi, pure con la macerazione e il caldo e la noia e l’ansia e il rap messo su da Farid tutto è andato nel modo più tranquillo fino a Milano. Ed è qui, a questo punto, nel crepuscolo di un caldissimo, crudele pomeriggio autunnale, appena sceso da un intercity gremito, quando lascia il trolley a Farid e gli dà appuntamento un’ora dopo al Tobbler perché ora “ho da fare una cosa” – sotto i faraonici capannoni della Centrale e poi nella piazza prospiciente lunare e livida nella luce troppo bianca dove già è iniziato, a brevi scatti nervosi, lo spaccio d’eroina – che decidiamo su di lui lo sguardo. (altro…)

Coriandoli a Natale #10: Niccolò Ammaniti, da L’ultimo Capodanno

Cristiano Carucci aveva in testa tre possibilità per sfangare quella maledettissima notte.
Uno.
Andare con gli altri della comitiva al centro sociale Argonauta. In programma quella sera c’era la megaspinellata di capodanno e il concerto degli Animal Death. Ma quel gruppo gli stava profondamente sulle palle. Dei fottuti integralisti vegetariani. Il loro gioco preferito era tirare braciole crude e bistecche grondanti sangue sulla platea. L’ultima volta che era andato a un loro concerto era tornato a casa tutto inzaccherato di sangue. E poi facevano uno schifo di rock anconetano…
Due.
Chiamare Ossadipesce, prendere la 126 e andare a vedere che si diceva in centro. Casomai imbucarsi a una festa. Sicuramente a mezzanotte si sarebbero fermati da qualche parte, nel panico del traffico, ubriachi lessi e avrebbero brindato all’anno nuovo in mezzo a un mare di stronzi sovreccitati che suonavano i clacson.
Oddio che tristezza!
Si rigirò nel letto. Prese dal comodino il pacchetto di Diana blu e se ne accese una.
Non sarebbe stato male se ci fossero state Esmeralda e Paola. Ma quelle due se ne erano andate a Terracina. Senza dire niente. Roba di uomini sicuramente. Avrebbe potuto fare un po’ di sesso se ci fossero state.
Quando Paola si prendeva una delle sue famose pezze alcoliche finiva per dargliela.
Scopi a capodanno scopi tutto l’anno.
Tre.
Fottersene. Fottersene di tutto. Di qualsiasi cosa. Tranquillo. Un Budda. Rimanersene chiuso in camera. Barricato nel bunker. Piazzare su un disco e fare come se quella non fosse una notte speciale ma una qualsiasi di un giorno qualsiasi.
Non male, si disse.
Unico problema.
Sua madre stava in cucina dalle cinque di mattina a preparare il fottuto cenone di San Silvestro.
Ma chi glielo fa fare? si domandò senza trovare risposta.
Aveva organizzato un cenone esagerato per Mario Cinque, il portiere della palazzina Ponza, e la sua famiglia (tre bambini+moglie logorroica+suocera parkisoniana), per Giovanni Trecase, il giardiniere del comprensorio, la moglie e Pasquale Cerquetti, il guardiano, e sua sorella Mariarosaria di ventiquattro anni (grandissimo cesso!). Mancava solo Stefano Riccardi che quella sera era di turno in guardiola. Aveva invitato tutti quelli che lavoravano nel comprensorio.
No, non lo aveva detto a Salvatore Truffarelli, quello che faceva la manutenzione della piscina condominiale. Ci aveva litigato.
È incredibile mia madre!… Se li ciuccia tutti anche a capodanno.
La signora Carucci era la portiera della palazzina Capri.
Tutti insieme appassionatamente, stipati in quello scantinato in cui vivevano come sorci. A sfondarsi di cibo. A spaccarsi il fegato di fritto.
Si alzò dal letto stiracchiandosi. Sbadigliò. Si guardò allo specchio.
Aveva una faccia veramente di schifo. Gli occhi rossi, la forfora, la barba non fatta da due giorni. Tirò fuori la lingua. Sembrava un calzino da tennis. Pensò a tutto quello che avrebbe dovuto fare per tirarsi fuori da lì.
Lavarsi, radersi, vestirsi e soprattutto passare per la cucina e salutare tutti.
Impresa titanica.

da © Niccolò Ammaniti, L’ultimo Capodanno, Mondadori, 1998

Coriandoli a Natale #7: Grazia Deledda, Comincia a nevicare

Comincia a nevicare

«Siamo tutti in casa?» – domandò mio padre, rientrando una sera sul tardi, tutto intabarrato e col suo fazzoletto di seta nera al collo. E dopo un rapido sguardo intorno si volse a chiudere la porta col paletto e con la stanga, quasi fuori s’avanzasse una torma di ladri o di lupi. Noi bambine gli si saltò intorno curiose e spaurite.
«Che c’è, che c’è?»
«C’è che comincia a nevicare e ne avremo per tutta la notte e parecchi giorni ancora: il cielo sembra il petto di un colombo.»
«Bene – disse la piccola nonna soddisfatta. – Così crederete a quello che raccontavo poco fa.»
Poco fa la piccola nonna, che per la sua statura e il suo viso roseo rassomigliava a noi bambine, ed era più innocente e buona di noi, raccontava per la millesima volta che un anno, quando anche lei era davvero bambina (nel mille, diceva il fratellino studente, già scettico e poco rispettoso della santa vecchiaia), una lunga nevicata aveva sepolto e quasi distrutto il paese.
«Quattordici giorni e quattordici notti nevicò di continuo, senza un attimo d’interruzione. Nei primi giorni i giovani e anche le donne più audaci uscivano di casa a cavallo e calpestavano la neve nelle strade; e i servi praticavano qualche viottolo in mezzo a quelle montagne bianche ch’erano diventati gli orti ed i prati. Ma poi ci si rinchiuse tutti in casa, più che per la neve, per l’impressione che si trattasse di un avvenimento misterioso; un castigo divino. Si cominciò a credere che la nevicata durasse in eterno, e ci seppellisse tutti, entro le nostre case delle quali da un momento all’altro si aspettava il crollo. Peccati da scontare ne avevamo tutti, anche i bambini che non rispettavano i vecchi (questa è per te, signorino studente); e tutti si aveva anche paura di morire di fame.»
«Potevate mangiare i teneri bambini, come nel mille» – insiste lo studentello sfacciato.
«Va via, ti compatisco perché sei nell’età ingrata, – dice il babbo, che trova sempre una scusa per perdonare, – ma con queste cose qui non si scherza. Vedrai che fior di nevicata avremo adesso. Eppoi senti senti…»
D’improvviso saliva dalla valle un muggito di vento che riempiva l’aria di terrore: e noi bambine ci raccogliemmo intorno al babbo come per nasconderci sotto le ali del suo tabarro.
«Ho dimenticato una cosa: bisogna che vada fuori un momento» – egli dice frugandosi in tasca.
«Vado io, babbo» – grida imperterrito il ragazzo; ma la mamma, bianca in viso, ferma tutti con un gesto.
«No, no, per carità, adesso!»
«Eppure è necessario – insiste il babbo preoccupato. – Ho dimenticato di comprare il tabacco.»
Allora la mamma si rischiara in viso e va a cercare qualche cosa nell’armadio.
«Domani è Sant’Antonio; è la tua festa, ed io avevo pensato di regalarti…»
Gli presenta una borsa piena di tabacco, ed egli s’inchina, ringrazia, dice che la gradisce come se fosse piena d’oro; intanto si lascia togliere dalle spalle il tabarro e siede a tavola per cenare.
La cena non è come al solito, movimentata e turbata da incidenti quasi sempre provocati dall’irrequietudine dei commensali più piccoli; tutti si sta fermi, quieti, intenti alle voci di fuori.
«Ma quando c’è questo gran vento, – dice la nonna – la nevicata non può essere lunga. Quella volta…»
Ed ecco che ricomincia a raccontare; ed i particolari terribili di quella volta aumentano la nostra ansia, che in fondo però ha qualche cosa di piacevole. Pare di ascoltare una fiaba che da un momento all’altro può mutarsi in realtà.
Quello che soprattutto ci preoccupa è di sapere se abbiamo abbastanza per vivere, nei giorni di clausura che si preparano.
«Il peggio è per il latte: con questo tempo non è facile averlo.»
Ma la mamma dice che ha una grossa scatola di cacao: e la notizia fa sghignazzare di gioia il ragazzo, che odia il latte. Gli altri bambini non osano imitarlo; ma non si afferma che la notizia sia sgradita. Anche perché si sa che oltre il cacao esiste una misteriosa riserva di cioccolata e, in caso di estrema necessità, c’è anche un vaso di miele.
Delle altre cose necessarie alla vita non c’è da preoccuparsi. Di olio e vino, formaggio e farina, salumi e patate, e altre provviste, la cantina e la dispensa sono rigurgitanti. E carbone e legna non mancano. Eravamo ricchi, allora, e non lo sapevamo.
«E adesso – dice nostro padre, alzandosi da tavola per prendere il suo posto accanto al fuoco – vi voglio raccontare la storia di Giaffà.»
Allora vi fu una vera battaglia per accaparrarsi il posto più vicino a lui: e persino la voce del vento si tacque, per lasciarci ascoltare meglio. Ma la nonnina, allarmata dal silenzio di fuori, andò a guardare dalla finestra di cucina, e disse con inquietudine e piacere:
«Questa volta mi pare che sia proprio come quell’altra.»
Tutta la notte nevicò, e il mondo, come una grande nave che fa acqua, parve sommergersi piano piano in questo mare bianco. A noi pareva di essere entro la grande nave: si andava giù, nei brutti sogni, sepolti a poco a poco, pieni di paura ma pure cullati dalla speranza in Dio.
E la mattina dopo, il buon Dio fece splendere un meraviglioso sole d’inverno sulla terra candida, ove i fusti dei pioppi parevano davvero gli alberi di una nave pavesata di bianco.

Grazia Deledda, Novelle, Vol. 5, Ilisso, 1996

Coriandoli a Natale #5: Andrea Vitali, Il rumore del Natale

da Il rumore del Natale

Quando mio figlio Domenico mi chiese a bruciapelo che rumore avesse il Natale, per prima cosa, prima ancora di articolare una qualunque risposta, per quanto evasiva, lo guardai e gli feci un cenno con la mano come a volergli chiedere, a mia volta, cosa diavolo gli fosse saltato in mente. Natale poteva avere suoni e colori, profumi, suggestioni. Ma che facesse, o avesse, un rumore particolare che lo caratterizzasse mi suonava assolutamente nuovo: di più, estraneo.
All’epoca di questo fatto aveva cinque anni e spesso se ne tornava a casa dall’asilo sottoponendo a sua madre e a me improbabili questioni, frutto delle infinite, surreali discussioni che solo i bambini riescono a impostare tra di loro quando non hanno adulti tra i piedi: troncandole poi con decisione quando vedono uno della nostra razza all’orizzonte.
Glissai, tentai un cambio di argomento, la buttai sul banale dicendo che era sera, io ero stanco e lui doveva andare a lavare i dentini per poi infilarsi sotto le coperte e sognare Babbo Natale e tutti i bei regali che gli avrebbe portato.
Mi illusi di essermela cavata. Niente da fare, invece. La domanda si ripropose quasi subito e con una vernice inconsapevolmente ricattatoria: lui andava a lavare i dentini e a sognare Babbo Natale solo dopo una mia risposta che, implicitamente, doveva essere esaustiva.
Quindi, che non tentassi di sfuggire aggrappandomi a equilibrismi verbali.
Che rumore aveva il Natale?
[…]
Quella domanda l’aveva fatta anche alla madre, appena uscito dall’asilo. Ma, furba, se l’era cavata dichiarando pianamente che non lo sapeva. Il papà invece, che menava vanto di fare lo scrittore, avrebbe saputo rispondergli con sicurezza.
[…]
Decisi lì per lì che, se l’erede voleva una risposta, l’avrebbe avuta. Dopodiché i dentini, i sogni dei regali e buonanotte! In fin dei conti bisognava dare a quella domanda una risposta di sostanza, dire una cosa, qualunque fosse, dare all’infante una soddisfazione, una certezza. Quindi, convinto della bontà del mio agire, risposi con grande sicurezza.
«Rumore di pesce!» Il ciccetto sembrò convinto. Forse sembrò così a me, volendomi illudere di aver assolto un alto compito. Perlomeno gli avevo dato la risposta. Non tenevo in conto, in quel momento critico, che un figlio si fa in due, con una moglie, una compagna, una donna insomma che poi diventa mamma. E che ha pari diritto di parola. Per cui, sentendo la risposta e valendosi di quel diritto testé citato, mia moglie se ne uscì a dire: «Rumore di pesce?».
Immediatamente mio figlio si accodò a sua madre buttando lì un perché? che per un tempo abbastanza lungo sembrò sfarfallare nel silenzio del salotto di casa.
«Adesso sì che ti voglio», chiosò mia moglie ritirandosi in cucina.
«Perché il Natale ha rumore di pesce?» ribadì mio figlio non riuscendo contemporaneamente a reprimere un mezzo sbadiglio.
Perché, perché… «Perché…» attaccai a spiegare, mentre mia moglie, cercando di non farsi vedere, orecchiava, «…perché i lavarelli, che sono pesci di lago, vanno in frega a dicembre: cioè, dalle profondità sconosciute del lago, si mettono in gruppo e facendosi compagnia vengono a riva a deporre le uova. Di conseguenza quello è il momento giusto per prenderne alcuni considerando che, insieme con gli agoni e i persici, sono i pesci più pregiati, dalla carne più saporita.»
[…]
A quel punto del racconto notai che a mio figlio cominciavano a cascare, e pesantemente, le palpebre: compito primo, irrinunciabile di un narratore, è quello di tener desta l’attenzione del lettore o di chi ti ascolta. In quel caso specifico, però, mi bastava aver annoiato a tal punto il ciccetto da avergli provocato una invincibile botta di sonno.
[…]

© Andrea Vitali, Il rumore del Natale, Garzanti, 2011

Coriandoli a Natale #13: Giovanna Marmo, Canzone di Natale

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Canzone di natale

Anche se la mia bocca
è piena di cemento
da tanto tempo,

anche se il mio sangue
è ingoiato
dal buco del bidet,

io ricordo
e odio

 

da © Giovanna Marmo, Occhio da cui tutto ride, No Reply, 2009

Coriandoli a Natale #9: Margaret Avison, Equilibrando

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Equilibrando

Egli ha odore di – che cosa?
Come di fuliggine bagnata.
Arrivò molto tardi:
capelli arruffati, segnato, e
stanco, il volto;
senza guanti, ma (Buon
Natale) proveniente da una missione, doppia
benedizione – un bel cappotto caldo
che poteva andare – ed era andato – ovunque!
ora spiegazzato, ammaccato, l’orlo sdrucito dalle
notti passate fuori, e strappato intorno
alla toppa di pelle sul gomito,
e abbottonato storto. Non c’erano altri bottoni
ora. Dormiva lì nella
sua panca in chiesa.

Chi donò questo mantello guardò
lugubre, la desolazione della sua vedova chiaramente
inconsolabile ora
(un acuto dolore – simile a gioia!),
per vedere cosa lei avesse visto
in un bell’uomo, ben saldo
ora ridotto a quest’individuo completamente in rovina.
Tuttavia, lui aveva il suo cappotto,
e lei, gli anni echeggianti.

*

Balancing out

He smells of – what?
it’s like wet coal-dust.
He came very late:
tangled brown hair, his face
streaked, and bleary;
no gloves, but (Merry
Christmas) from a mission, twice
blest a good warm coat
that could go anywhere – and had!
now puckered, snagged, hem spread
from sleeping out, and ripped
around one leather elbow,
and buttoned crooked. There were no
other buttons now. He slept
there in his pew.

The giver of his topcoat eerily
watched, her widow’s desolation clearly
inconsolable now
(a pang – like joy!),
to see what she had seen
on a fine and steady man
made come full circle on this ruined fellow.
Still, he had his coat,
and she, the echoing years.

*

Margaret Avison, Equilibrando da Cemento e carota selvatica, a cura di Laura Ferri, Del Vecchio editore, 2008, € 13,00

Coriandoli a Natale #8: Valerio Magrelli, Natale, credo…

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Natale, credo, scada il bollino blu
del motorino, il canone URAR TV,
poi l’ IMU e in più il secondo
acconto IRPEF – o era INRI?
La password, il codice utente, PIN e PUK
sono le nostre dolcissime metastasi.
Ciò è bene, perché io amo i contributi,
l’anestesia, l’anagrafe telematica,
ma sento che qualcosa è andato perso
e insieme che il dolore mi è rimasto
mentre mi prende acuta nostalgia
per una forma di vita estinta: la mia.

 

da Valerio Magrelli, Il sangue amaro, Einaudi, 2014

Coriandoli a Natale #7: Giovanni Raboni, Mattina di Natale

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Mattina di Natale

 

Gli sguatteri del principe, amico dei miei amici,
escono di buonora nella piazza
già coperta di neve
battendo i denti per il freddo nei loro bianchi grembiali
e chiamano con grida e casseruole
gli sparuti passanti: un venditore
di castagne, un soldato, un suonatore
di cornamusa, due spazzacamini…
che s’infilino presto nell’umido portone
del palazzo e poi giù nelle cucine soffocanti – li aiutino a servire
nella piccola cappella indicibilmente profana
un’anatra arrosto sul pavimento.

*

Giovanni Raboni, Mattina di Natale, in Tutte le poesie, Einaudi, 2014

Coriandoli a Natale #6: Umberto Piersanti, Natale nella casa nuova

sassi

Natale nella casa nuova

 

con queste mani,
da sempre disabituate
alle faccende,
hai disposto il presepio
piccolo, ma non tanto,
sulla stretta, lunga
cassapanca,
tutto sassi ed erbe,
senza strade e mestieri,
senza gli stagni azzurri
sotto il vetro
o dimore lontane
con i lumi,
qui affondano i pastori
dentro il muschio
e stanno boscaioli
tra rocce e querce,
lente avanzano donne
con le brocche,
molto, molto più forte
rilucono le stelle
sopra i campi remoti
via dalle case

da sempre uomini e piante
e terre e cieli,
pastori coi canestri
e re coi doni,
questa capanna unisce
e rasserena,
dentro le nuove stanze
e i nuovi giorni
oggi sta il padre
insieme con la madre
e a te figlio così
grande e possente,
ma ai giorni della nascita
tornato, dentro
la tua vicenda
fatti eterni

ad altri, remoti
anni, questo muschio
lucente ci riporta,
all’età dei padri,
delle tenere madri
tra gli addobbi azzurri
delle feste,
ad uno ad uno caduti
lungo gli anni,
ora sono ombre
così spesse e vere,
figure dentro il sangue
che trasale

la terra attaccata
sotto il muschio
Jacopo la sbriciola
e dissolve,
nel ben verde apre
squarci e varchi,
ma tu coi sassi
riempi tutti i vuoti,
è più aspro il presepio
ma permane

e quelle rocce fitte
nella panca,
con le sue luci,
a sera,
il pino accende

Dicembre 2012

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© Umberto Piersanti, Nel folto dei sentieri, Marcos y Marcos, 2015