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Per sempre: un documentario ed una scelta

Nel 2005 Alina Marazzi realizza un documentario dal titolo Per sempre, che parla della vita di clausura: cinquanta minuti sull’esperienza odierna di alcune monache di più conventi visitati, “esplorati”, e su una “scelta definitiva”, indagata con occhio estremamente curioso, che poi è il motore vero – e sincero – che conduce il racconto. Passando per il monastero della Carmelitane Scalze di Legnano al Priorato di Contra a Camaldoli nel Casentino, quello che la regista milanese fa in questo suo secondo documentario degli anni Duemila (ed è bene ricordarlo, per la particolarità del tema) è proprio il tenere alto lo sguardo d’insieme e raccogliere impressioni, testimonianze, storie, che s’intrecciano in una trama ampia, che lascia spazio sia alla ripresa di immagini di tutti i giorni sia a scorci di riflessione dell’autrice, sia a momenti di parola delle stesse ‘protagoniste’. Marazzi ha un suo linguaggio cinematografico solitamente ‘misto’, fatto di tanti tasselli che s’incontrano (e c’incontrano) a formare un puzzle coerente; qui si serve meno del collage narrativo già sperimentato in Un’ora sola ti vorrei (di cui parlo qui), eppure l’autrice fa un buonissimo uso della voce fuori campo – la sua, ma non solo – e della musica, entrambe significanti. Il suo tocco d’insieme è lieve ed elegante: è una questione di stile che lei possiede; “Facilment”, si direbbe mutuando un termine caro a Cristina Campo.

L’intento di questo lavoro resta quello di porre davanti allo spettatore la storia di una decisione, come Marazzi spiega in un’intervista di qualche anno fa:

Al centro ci sono sempre dei personaggi femminili che non riescono ad aderire a dei modelli, sia che siano modelli che vengono dall’esterno, che so, dalla famiglia, dalla società, dalle convenzioni, come nel caso di Un’ora sola ti vorrei, sia che se li scelgano loro stesse come le monache di clausura in Per sempre. Anche lì, infatti, c’è un personaggio come quello di Valeria che, nonostante abbia scelto la clausura, poi non riesce a starci dentro. Il documentario nasce come un’indagine sulla scelta definitiva, una scelta che a noi appare assoluta; per chi non la conosce, una scelta difficile da mantenere; quindi la curiosità era un po’ quella: cercare di avvicinarsi a qualche cosa di apparentemente molto lontano, molto diverso, per capire invece che cosa a livello più esistenziale può essere compreso di questo tipo di scelta, di fedeltà. Il mio era un approccio di tipo esistenziale, filosofico sulla scelta definitiva.

È normale che, prima la formazione di una monaca, era tutta incentrata sulla capacità, sullo sforzo, di mortificare il proprio corpo, comunque la propria parte emotiva, affettiva e fisica, perché così veniva meglio la lode a Dio, insomma non ho capito ancora il motivo…

Questa seconda citazione proviene dalla testimonianza di Valeria, diventata suora giovane a soli 27 anni; è una figura centrale di questo racconto perché si apre a Marazzi. Valeria è in grado di mettere in relazione il proprio modo di affrontare la fede e la visione del corpo con quello di alcune suore più anziane, e di constatarlo diverso eppure in grado di condividere la dimensione della carità, irrinunciabile. La terminologia è, tuttavia, cruciale come lo è la scelta delle parole che Marazzi a sua volta monta (d’altronde ogni opera è frutto d’una selezione!): qui è tutto insieme, l’anima e il corpo; non vi è dualismo. Valeria è stata una suora missionaria, che riconosce la diversità della sua età e del suo vivere la femminilità; a tratti pare un po’ mistica, sicuramente svincolata da una certa tradizione di austerità (che è anche forma mentis). Valeria infatti si dedica alla vocazione molto convinta di ciò che va a fare, per poi abbandonare definitivamente il proprio percorso. È il punto di riferimento perfetto per i dubbi di Alina, perché problematizza, sempre.

Si sa che la letteratura ci porta, nei secoli, a raccogliere moltissime vicende narrate attorno a questo tema della monacazione e che l’han visto come cardine di storie umane dolorose, che restituiscono sempre la temperatura del pensiero del tempo in cui son state scritte. Marazzi, in una scena del film, inquadra i testi capisaldi di un certo approccio al tema: le Elegie duinesi di Rilke, una tesi di laurea sull'”Attesa e il Tempo in Simone Weil”, Lo specchio delle anime semplici di Margherita Porete.
Marazzi ha in mano una lente d’ingrandimento discreta (appunto direi ‘lieve’), per guardare meglio le cose e porle sotto una luce anti-retorica; in questo documentario non v’è retorica, solo partecipazione, un tentativo di comprensione. Ci sono tante domande. Marazzi si pone come cuscinetto tra le parole ‘normalità’ e ‘quotidianità’ e ‘dovere’, e raccoglie un proprio personale ‘catalogo del respiro’. E questa è la sua forza, quella di riuscire a mettere insieme la delicatezza e la radicalità, quella di far vedere “un altro modo di stare al mondo” come dice Valeria verso la fine, ed è ciò che desta interesse in noi come pubblico.

*Per sempre, Mir Cinematrografica, Italia|Svizzera, 2005.

© Alessandra Trevisan