Concerti

Mitsuko Uchida, quasi una recensione

 

Chi ha letto i miei romanzi sa del particolare legame che ho con Mitsuko Uchida, pianista giapponese naturalizzata europea tra le più grandi interpreti di Mozart, Schubert e Schönberg. E così chi mi frequenta, dal momento che spesso casa mia risuona, specie quando scrivo, dei suoi cd, che sono su una mensola in rigorosa posizione di facile acchiappo in caso di terremoto o inondazione. Chi mi conosce sa viepiù che se l’unica data utile a vederla dal vivo era a Perugia, a patto di ripartire il giorno successivo alle cinque del mattino per essere fresca e pimpante a scuola, avrei riempito il mio zainetto e sarei corsa da lei.
Perché Mitsuko Uchida è una preziosa forma di grazia. Il programma perugino prevedeva Schubert ma io la conosco e la amo con Mozart, di cui lei dice: è la tua mente che devi allenare, non le tue stupide dita. Un adesivo rimosso con cura dal cd del concerto K488 riporta un rigo del Boston Globe su di lei, che traduco liberamente: qualsiasi codice sblocchi i misteri di Mozart, Mitsuko Uchida sembra portarlo nel suo DNA. E Mitsuko Uchida, in Mozart che amo e suppongo in altri di cui non ho sufficiente conoscenza affettiva, ha la mia fiducia: quel tendine luminoso e immaginario che dalla mente passa alla punta delle mani in lei è acceso. (altro…)

Intervista a Francesco Di Bella

Calvanese e Dibella foto di Mauro Coruzzolo

Calvanese e Di Bella
foto di Mauro Coruzzolo

Raffaele Calvanese intervista Francesco Di Bella

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Vi capita mai di entrare in un negozio per comprare una cosa e poi uscire con un acquisto  completamente diverso tra le mani?  A me capita molto spesso, ed è un po’ quello che mi è successo dopo aver passato qualche ora a parlare con Francesco Di BellaFofò, alias Alfonso Bruno, vero e proprio alter ego di Francesco, la loro collaborazione risale a prima di Ballads e continua ancora adesso anche con il primo disco solista di Di Bella.  Capita così che anche se il motivo dell’incontro era presentare il nuovo album Nuova Gianturco si finisca a parlare di Angelo Mai, e di tutta la gente che da lì si è fatta un nome nella musica italiana e non solo. Capita di ritrovarsi a parlare di libri e cyberpostpunk, di Carver e di Social Network. Succede di ritirare fuori Metaversus, e di uscire da quella chiacchierata con qualcosa di diverso da quello che si credeva di andare a prendersi, ma che a conti fatti è molto più prezioso ed interessante. Il primo album di inediti di Francesco dopo Ballads, è un concept album, una sorta di Antologia di Spoon River della periferia industriale napoletana.

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RC: C’è quel famoso passaggio del libro di Cesare Pavere La luna e i falò che dice «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese  vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». La tua Gianturco mi ricorda quel paese di cui parla Cesare Pavese. Ecco perché anche il titolo Nuova Gianturco, un luogo che è un ritorno alle origini.

FDB: La nuova Gianturco di cui parlo è un augurio di rinascita di quel quartiere, anche se io non vengo da lì, è grazie a Gianturco che ho mosso i primi passi nella musica, tramite il centro sociale Officina 99, dove ho incontrato tante persone e visto quanta energia c’era in quello scambio di esperienze. Tanto è vero che ancora oggi raccogliamo i frutti, musicalmente e non solo, di quegli anni, ecco perché auspico una “Nuova Gianturco”. 

RC: In Aziz tratti il tema dei migranti, insieme a Luca dei 99 Posse. Un autore napoletano  in un suo libro sull’accoglienza a Napoli, Terzo Settore in Fondo, la racconta come una città che nonostante i mille problemi strutturali, la cronica mancanza di fondi e le tante persone che credono di aiutare ma sono soltanto “accoglienti di facciata” riesce ad essere una città ancora umana sotto questo punto di vista. Che ne pensi? Come è nata la collaborazione con O’ Zulù?

FDB: Ignazio Silone, nel suo libro Fontanamara, dice che i poveri, i pezzenti, riescono a parlare lo stesso linguaggio, fatto di cose semplici ed essenziali. Probabilmente è per questo che a Napoli l’accoglienza è un gesto più naturale che altrove. Inoltre la storia della città porta con sé un’esperienza da sempre abituata alla promiscuità. La collaborazione con Luca è l’ennesimo richiamo alla Gianturco dei centri sociali e mi è anche piaciuto il doppio volto che siamo riusciti a dare alla canzone, fatto di morbidezza e durezza con le nostre due parti. 

RC: Il primo singolo dell’album, per certi versi mi ha ricordato una canzone di Brunori Sas, Il giovane Mario, in cui si parla di una persona che tramite la ricerca di una vincita vuole svoltare la sua vita con una scorciatoia. Che tipo di messaggio volevi rivolgere con questo brano?

FDB: A differenza della canzone di Brunori io voglio dire che la sorte gioca una buona parte ma non fondamentale nella vita di una persona che vuole svoltare. Il lavoro, anche se sempre più svuotato del suo significato, resta ancora una parte importante da non mettere in secondo piano nella vita. 

RCNa bella vita è una storia di droga. Stavolta vista da una prospettiva diversa, c’è l’idea di poter perdere una vita “normale”, io ci vedo un cambio di visione che probabilmente deriva anche da una persona diversa che si trova a scrivere dei testi. Magari dieci anni fa non avresti scritto una canzone del genere o sbaglio? Quanto ha influito la tua crescita personale in questo modo diverso di scrittura?

FDB: Con gli anni ho sempre cercato di scrivere qualcosa che si smarcasse dal solito binario storia d’amore semplice o di temi già usati. Certamente crescendo e vivendo anche esperienze familiari la prospettiva cambia, mi è piaciuto anche creare un contrasto tra l’amarezza della storia e l’arrangiamento che appare tutt’altro che triste. 

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Primo Marzo o Lucio Dalla (di R. Calvanese)

banana

Ogni primo marzo, da qualche anno a questa parte, torno a casa e metto sul piatto Banana Republic. Lo ascolto tutto, senza parlare, pensando allo sguardo di mio padre che racconta di quel concerto “con il mitico Lucio Dalla” e con Francesco De Gregori.

 

La fiera del disco è uno di quei mille mercatini sparsi in questo paese dove puoi comprare un sacco di dischi, nuovi ed usati. La fanno a Napoli, un paio di volte all’anno, ed ogni volta è come se fosse la prima per me. I dischi non li compravo da un po’, mi ero perso dietro al formato digitale e forse avevo perso anche un po’ della magia di avere un disco tra le mani. I vinili mi hanno restituito quell’emozione, il brivido e l’attesa, la gelosia per un oggetto, per un feticcio. Ogni volta che posso prendo un po’ di soldi e vado a caccia di musica, specialmente di quei dischi usati che compri a pochi spiccioli. Nessuno ci pensa mai ma quello è l’unico modo di far rivivere la musica. Album con tanti anni sulle loro spalle, dimenticati e coperti da successi e star recenti. I mercatini sono la loro ribalta ed io mi ci immergo come in un enorme Juke-Box in cui ogni volta che sfreghi una copertina è come se potessi sentire una canzone e dare spazio a dei ricordi. Banana Republic l’ho comprato proprio lì, alla fiera del disco. Mi erano rimasti soltanto dieci euro e non avrei potuto spenderli meglio.
Un disco poi ha di bello che non è soltanto la somma ed il contenitore delle canzoni che vi sono incise. Un disco è un biglietto d’entrata in una dimensione altra, quella dell’immaginario che siamo capaci di legare ad esso.

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Solo 1500 n.25 : Sold out

Solo 1500 n. 25 – Sold out

I Big della musica internazionale tornano in Italia, l’estate prossima, per dei tour che si annunciano trionfali. Due nomi su tutti: I Radiohead e Bruce Springsteen. Quattro date per i primi e tre per il Boss. Roba da leccarsi i baffi. Naturalmente, a un data ora di un fatidico giorno è scattata la vendita dei biglietti on-line. Prezzi, come da copione, abbastanza alti, Biglietti esauriti in poche ore. Sia il Boss che i Radiohead rientrano tra le mie passioni musicali. I Radiohead, addirittura, credo sia la band che ascolto più spesso. I loro concerti sono memorabili. Ancora ricordo uno Springsteen a San Siro sotto il diluvio: una delle volte in cui mi sono divertito di più in vita mia. Nonostante ciò che ho appena scritto, non mi sono mosso. Non ho nemmeno provato a comprare i biglietti. I motivi credo di conoscerli, dovuti alla mia pigrizia mentale storica aggiunta al mio non-tempismo sudista che  mi impedisce di pensare di comprare qualcosa per un evento che si presenterà tra nove mesi. Ma questa pigrizia l’ho superata tante volte, per tanti concerti. Arriviamo alla motivazione vera, forse un po’ triste. Magari stare in uno stadio o spazio simile a (non) ascoltare musica non fa più per me. L’artista che diventa un puntino, ingrandito solo da un maxischermo, questi che saltano e ti urlano di fianco. La musica che non ti arriva, salvo quando la riascolterai su youtube. Tutto questo per dire che sono molto preoccupato, forse sto diventando, irreversibilmente, uno da piccoli spazi. Più da club che da teatro. Sto invecchiando o soltanto migliorando.

Gianni Montieri