Con fatica dire fame

Giovanni Turra: Con fatica dire fame (recensione di Franca Mancinelli)

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Giovanni Turra, Con fatica dire fame. Poesie 1998-2013, La vita felice, Milano 2014, pp. 85, € 13,00

Il titolo del secondo libro di poesia di Giovanni Turra, Con fatica dire fame, conduce a una pronuncia lenta, a una cadenza franta: come tornati a un tratto infanti o strappati a un’afasia. Sillaba dopo sillaba le parole giungono alle labbra, quasi dovessimo riappropriarci di una lingua che ha perso il suo più proprio e pieno senso; una lingua che non è più in grado di congiungerci a noi stessi, a ciò che muove e regge il nostro corpo: i nostri istinti, la nostra parte animale. Per questo, quella che denuncia, è una fame antica, con la quale ogni autore italiano ha dovuto, anche ignorandola, fare i conti. Turra la vive pienamente, sentendo tutto il peso di questa mancanza che preme sulla lingua interrogandola sulla sua effettiva possibilità di raggiungere le cose, di condurci agli altri. Questo libro è attraversato dalla disperazione, subito trattenuta dall’ironia, di chi crede così fortemente nella poesia da calarsi corpo a corpo nel fare poetico, fino a immedesimarsi in uno stremato animale da soma. Scritto in quindici anni quasi contro se stesso, con la sorda pazienza di un artigiano che non chiede ragione del suo lavoro perché è in quel suo stesso fare, in quella sua immersione e dedizione alla materia la sola ragione, testimonia un’etica della scrittura come opus e costruzione di sé condotta fino al suo estremo limite. L’accanito sfibrante lavoro sulla lingua sfocia infatti in una discesa nell’inorganico, in ascolto di quella «voce che parla senza voce / e ci ammonisce docilmente», in una nostalgia per il silenzio come appartenenza all’indistinto della natura con cui si conclude il libro.

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