colette

Quattro passi #4 – Amore

AMORE

Pietro Annigoni

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’amore”. Buona lettura.

 

Gli occhi più scuri che avesse mai visto, in un bagno di luce. Riccioli nero carbone che sfuggivano a due lunghe trecce. Pelle estiva, il colore della sabbia accarezzata dalla marea. Magra nel grembiule verde e blu della Holy Angels. Mentre l’occhio destro piangeva, il sinistro esultava. Le labbra si schiusero in silenzio. Voleva dire: «Ti conosco», ma la cosa non trovava conferma nella sua vita passata, così si limitò a fissarla, infiammato e non sorpreso.
Lei sorrise e disse: «Io sposerò un dentista».
Aveva un accento che non avrebbe mai perso. Consonanti addolcite, una «r» appena appena liquida, la tendenza ad avvolgere le parole non con le labbra ma già nella gola. Il suo contributo alla lingua inglese era musica allo stato puro.
«Io non sono un dentista» disse lui, imporporandosi fino alle orecchie.
Materia sorrise, e guardò i tasti del piano sparsi ai suoi piedi.
Aveva quasi tredici anni.
Se avesse picchiato sul mi bemolle, probabilmente le cose avrebbero preso un altro verso, ma aveva picchiato sul do diesis, e nessuno dei due aveva motivo di presagire sventure.

(Ann-Marie MacDonald, Chiedi perdono, Adelphi 2002, traduzione di Giovanna Granato, I ed. or. 1996)

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AA.VV. Père – Lachaise: Racconti dalle tombe di Parigi

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“Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni.[…] Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne.”

(Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte http://www.giovanniraboni.it)

 

Pensavo
polvere, non cenere; non
arso, pensavo, né centrifugato;
polvere: e diventarlo
a poco a poco, a poco a poco sperdere
il duro delle ossa. E che la terra
non fosse poca né tanta,
né pesante né lieve a cancellare
lo scempio della fossa.
E che la terra fosse consacrata…
E che la terra fosse consacrata
e condivisa, lotto
numerato e introvabile
d’uno dei fiochi immensi cimiteri
che da nord, da nord-ovest
assediano Milano, che ci salvano,
barricate di croci,
d’angeli mutilati, dall’orrore
di marcire in privato, in un giardino.

(Giovanni Raboni)
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