Clery Celeste

Riletti per voi #19: Clery Celeste, La traccia delle vene (Nota di Luca Cenacchi)

Clery Celeste, La traccia delle vene, LietoColle

 

La struttura del libro è piuttosto semplice, come del resto diretto è lo stile di Celeste: una progressione di episodi senza una struttura narrativa, organizzati per micro-temi. Questo libro non è tuttavia piano. Ciò è in parte dovuto al suo statuto di opera prima, la quale, in molti casi, tende a saldare fra sé momenti cronologici molto distanti; non è piano perché la Celeste compie un gioco di sguardi che parte dall’interno, dall’esperienza personale, dunque, per andare progressivamente all’esterno come se oscillasse, innestando gradualmente nella compagine linguistica tecnicismi che culminano nelle poesie dedicate alla natura, che viene declinata nelle sue varie forme.
Seppur molti abbiano messo l’enfasi sull’esperienza dell’ospedale, io credo che quello che in realtà unisce più saldamente i vari momenti di La traccia delle vene sia la sofferenza del soggetto, dell’autrice, che si misura con la contingenza della natura: è questo il reale canovaccio che lega e significa l’ampio spettro preso in esame dalla stessa, mettendo in scena il teatro dell’esistenza sua (amore e affetti), d’altri (l’ospedale e pazienti), e infine d’altro (la natura); e i due estremi di questo spettro sono rappresentati dalle poesia: «il mio è il panico della chiusura», che apre la raccolta, e «sono legata dal batterio che mi abita».
Qualche anima coraggiosa potrebbe dire di vedere l’ombra di certi grandi degli anni ’60 (penserà alla generazione di Sereni), filtrata magari dall’esperienza di Simoncelli e della generazione anni ’70. Ma ciò che rimane di questi più che marcatori d’identità sono i moduli tecnici utilizzati, senza che possano definire una “parentela”; come ad esempio può essere l’autobiografismo, con la centralità del soggetto e della esperienza personale, e la compagine linguistica, in certi casi appianata, che ne deriva, prescindendo così in modo sostanziale da quella che era l’anima della cultura di quegli autori e che successivamente è stata tale anche per quanti hanno voluto ereditarla (Sissa, Bertoni, Dàvoli, solo per citarne alcuni nostrani). (altro…)

Antonio Lillo, Rivelazione (rec. di Clery Celeste)

Antonio Lillo, Rivelazione
(illustrato da Raffaele Fiorella)
Pietre Vive Editore

 

Rivelazione di Antonio Lillo (Pietre Vive editore, 2014), di cui è appena uscita una seconda edizione ampliata, è un libro che si scopre pagina per pagina, si rivela con pazienza nel suo susseguirsi di prose poetiche e poesie versificate. Un libro che richiama all’ascolto, come è la stessa delicata copertina del libro a suggerirci: un uomo di profilo con un enorme orecchio-cranio. Perché l’ascolto è una questione di pazienza e di costanza. Il tema centrale del libro è la malattia e la morte del nonno, contornata però da testi che analizzano anche il tessuto sociale, di una crisi che si accenna ma che è sempre costante, non solo a livello economico – lavorativo ma dell’esistenza propria, di una netta separazione tra un passato rurale faticoso ma certo come quello del nonno e una quotidianità fatta di sogni messi in scatole. Esemplari sono questi versi «Poi ha trovato il coraggio di prendere i suoi sogni e chiuderli in una valigia, li ha issati sulle altre scatole nel ripostiglio e si è trovato un lavoro» che parlano della scelta del fratello di andare via a lavorare e lasciar perdere il canto lirico, ed ecco il confronto con un passato duro ma certo come la terra «L’orgoglio di mio nonno/ è il suo lavoro la sua giovinezza/ selvatica nei campi./ Noi non eravamo mai stanchi/ mi ripete noi: lui/ e la sua generazione di braccianti.»
Lillo ha la capacità di affrontare qualsiasi tema, anche i più scomodi come la crisi o il sesso o il deterioramento quotidiano del corpo e della mente di un malato, ha la rara qualità di utilizzare l’ironia senza eccedere nel grottesco, di affrontare la vita con disillusione ma mai disincanto, con la possibilità di lasciarsi stupire sempre. Dice semplicemente le cose come stanno, non le abbellisce inutilmente, la verità prima di tutto. Ma questo non rende i testi meno delicati, anzi, è proprio quel suo sguardo diretto che nei testi si esprime con delicatezza e rispetto, per chi sta osservando.
I testi di Rivelazione sono dunque popolati di persone, dalla famiglia, la madre, il nonno, il fratello ai personaggi caratteristici del suo paese. È una poesia che guarda fuori, che osserva per poi tornare dentro. Ci si sente partecipi ma senza invasione dell’altro, quella cosa meravigliosa che si chiama empatia, dove guardando l’altro ci riconosciamo. La vera Rivelazione quindi è scoprirci in una dimensione tanto ferina quanto umana, nei piccoli gesti e in una poesia che appartiene al quotidiano, fatta di versi e prose poetiche che ci parlano con confidenza, con un linguaggio preciso ma comprensibile. E qual è la rivelazione del libro ce lo dice lui stesso con i versi della prosa che dà il titolo: «Ma non c’era niente da immortalare, nessuna rivelazione. Una creatura del buio, piccola e sporca ma senza difese, stava lì e fissava dall’alto tutti quei nemici che digrignavano i denti e provavano a ammazzarla, per il solo fatto d’essersi mostrata.»
La poesia quindi nasce dove gli altri non vedono niente, appunto nessuna epifania, mentre il poeta ci vede qualcosa, che sta lì e osserva tutti e dal buio si mostra.

© Clery Celeste