Clelia Pierangela Pieri

Reloaded – riproposte natalizie #5 – ALTRI DOVE E RITAGLI # 4 – AYSEL

Come è già avvenuto la scorsa estate facciamo una piccola pausa natalizia rispetto alla programmazione ordinaria, sfruttando i giorni che vanno dal 24/12 al 06/01 per riproporre articoli che ci sono particolarmente piaciuti o che, secondo noi, meritano un secondo giro d’attenzione. Buone feste e buona lettura, la programmazione ordinaria ricomincerà il 7 gennaio 2015. (la redazione)

spine

La delusione, l’insoddisfazione e la tristezza, questa mattina la fanno da padrone dentro e fuori Clementina. Potremmo definirla fantasma.
Fantasma vitale.
Si muove velocemente: capelli riavviati a casaccio, niente trucco, piega amara alle labbra.
Finito il suo lavoro, si prepara per uscire lasciando il resto da completare a chi ha più ore da fare.
Come sempre passa dall’entrata principale, dove solitamente incontra Aysel, una signora sulla cinquantina di nazionalità turca; lei che, nel corso delle ultime settimane, era riuscita con perseveranza e nonostante il suo tedesco incerto, a dirle di sé in brevi spezzoni mattutini inseriti tra i saluti di rito.
Le aveva raccontato dei suoi cinque figli rimarcando quel numero con il palmo della mano aperta e affannandosi, contando dito per dito, a precisarle con orgoglio di come già tre di loro stessero lavorando: uno in banca, pollice, uno in una grande catena di negozi, indice, e l’altro, dito medio, alla Ford.

(altro…)

I migliori letti nel 2013

parigi 2010 - foto gm

Quella che segue non è una classifica, è soltanto la scelta di alcuni dei redattori che, fra critica e sentimento, hanno indicato nella maniera più sintetica possibile i 5 libri dai quali sono stati conquistati nel 2013. Quella che segue conterrà libri letti nel 2013 ma non necessariamente usciti nell’anno solare. Di alcuni di questi abbiamo parlato sul blog, di altri lo faremo. Quella che segue è una non – classifica molto varia, che non tiene conto delle vendite ma di un po’ di bellezza. Tutto questo per augurarvi Buon anno e per ringraziarvi di averci letto. Vi aspettiamo tutti i giorni anche nel 2014 (gm)

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Andrea Accardi

Odissea, Omero (Rizzoli,2010): Già ai tempi di Omero, il dubbio era sempre quello: metto radici, o aspetto ancora un poco?
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Sulla poesia moderna, di Guido Mazzoni (Il Mulino, 2005): a partire da quando, e perché, la poesia è diventata come la concepiamo oggi, privatissima e narcisistica, pur rimanendo universale?
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Strane coppie, di Stefano Brugnolo (Il Mulino, 2013): buffi, strampalati, comici, a volte inquietanti, questi personaggi speculari fra loro rispecchiano anche la frantumazione di un soggetto che si pensava unitario.
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Cose di cosa nostra, di Giovanni Falcone (Rizzoli, 1991): la struttura e l’etica interna dell’organizzazione mafiosa, e le sue radici comuni a tutti i siciliani (e italiani). Oggi pare scontato, ieri no.
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La chiave dell’incanto, di Alfonso Lentini (Pungitopo, 1997): la strana storia di Filippo Bentivegna, giudicato clinicamente folle ma non pericoloso, che nella solitudine di un feudo vicino a Sciacca scolpì per anni centinaia di teste nella roccia.
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Giovanna Amato 

1) Giuseppe Genna, L’ANNO LUCE (Il Saggiatore, 2007) – un libro dove i brani hanno forma, talmente affiorante da poterli toccare.

2) Adam Zagajevski, DALLA VITA DEGLI OGGETTI (Adelphi, 2012) – per l’incapacità fosse pure di accendermi una sigaretta tra un componimento e l’altro.

3) Anna Maria Ortese, MISTERO DOLOROSO (Adelphi, 2010) – scoperto solo adesso (era, sicuramente, l’adesso giusto).

4) Salvatore Satta, IL GIORNO DEL GIUDIZIO (Adelphi, 1990) – perché «forse la vera e la sola storia è il giorno del giudizio, che non per nulla si chiama universale».

5) Elsa Morante, LA SERATA A COLONO (Einaudi, 2013) – e qui non c’è nulla da aggiungere.

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Anna Maria Curci

Patrizia Rinaldi, Blanca, e/o 2013 – Tra Napoli e Pozzuoli, nobiltà stracciata e miseria abietta o inetta, conversazioni troncate e soliloqui contrapposti, farina e polvere, acque torbide e fuoco spartiacque, sono le voci in varietà orchestrata di registri e timbri, che non scansano lo sgradevole eppure conoscono il sublime, a mettere in luce, per contrasto, la percezione sensoriale preclusa a colei che sa trovare, per istinto educato nell’esperienza dolorosa, inizio, percorso e fine dei sentieri della vicenda: Blanca.

Fabio Stassi, L’ultimo ballo di Charlot, Sellerio 2012 – L’appuntamento immancabile, nella notte di Natale, con la severa signora che viene a riscuotere il conto, il valzer annuale sull’orlo del vuoto, si trasformano in occasione di allestimenti bizzarri e irresistibili, rievocazioni veritiere e visionarie insieme, tendone e pista di circo, strada cittadina e vagabondaggio fuori mano, bottega dell’antiquario e laboratorio dell’impagliatore, incontri insperati e rivelatori, fiaschi e trionfi, capitomboli in scena e caparbie prese di posizione davanti e dietro la macchina da presa: in tutti è lui, Charlie Chaplin, guitto, monello, senza casa e senza terra, a farsi regista di una epopea sui generis del cinema, nella quale gli oggetti, poveri accessori di scena o misteriosi deus ex machina, hanno vita, storia e dignità.

Antonio Scavone, Segmenti & Controfigure, Smasher 2012– Il ritmo che la prosa di Antonio Scavone sa imprimere al “torpore placido” nelle sue manifestazioni a strati e sfumature diversi scaturisce dalla capacità di dare un significato nuovo al termine “realismo”: squallore, stanchezza, deriva, declino non strizzano l’occhio al pulp e rifuggono il compiacimento mimetico, ma sono occhio aperto e orecchio teso a cogliere le mutazioni più impercettibili e, di qui, a costruire sulla pagina scritta una vera e propria comédie humaine, tanto credibile nel cogliere l’insieme e nel curare il dettaglio, quanto sorprendente per acume pensoso.

Sibylle Lewitscharoff, Blumenberg, Del Vecchio, 2013 – Il piglio sicuro di chi si destreggia da tempo e da tempo ha imparato a far da guida lungo le montagne dei testi menzionati esplicitamente o stesi come un tappeto dalla trama non immediatamente decifrabile, per gli itinerari musicali più strampalati dalla classica a Patti Smith, per paesaggi esotici e febbrili set cinematografici, prende le mosse, di notte, dallo studio del filosofo Blumenberg e attraversa, con «onnicomprensiva cura» noncurante di schemi spiccioli e paurosa osservanza di schemi e generi, paesaggi e personaggi, illuminati, anche per contrasto e distanza, dal manifestarsi silenzioso e imponente del leone.

Marcello Simonetta Noga Arikha, Il fratello ribelle di Napoleone, Bompiani 2011 – Splendori e miserie della famiglia Bonaparte e di una fetta cospicua della storia europea attraverso la vita, i discorsi, gli atti di ribellione al celebre fratello, pagati cari, e la lungimiranza di Lucien, del quale Napoleone soleva dire: «di tutti i miei fratelli, lui era il più dotato, e quello che mi ha ferito di più». Il rigore della ricostruzione storica si affianca alla tensione drammatica, come nei mirabili volumi di Stefan Zweig.

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Luciano Mazziotta

1) Mario Benedetti, Tersa morte, Mondadori 2013.
“E piange la parola che riesce a dire” e “Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole” sono i versi più rappresentativi di questo libro che da una parte fa i conti con l’impossibilità di dire, dall’altra con la crisi ontologica.

2) Marco Giovenale, Delvaux, Oedipus 2013.
Silloge di confine, come figura di confine è il nome del pittore surrealista che dà il titolo alla raccolta, segna il percorso di uscita dal modernismo nell’opera di Marco Giovenale.

3) Andrea Inglese, Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato, Italic Pequod 2013.
Costituito da poesie e prose, prosegue la poetica che Inglese ha iniziato con Commiato da Andromeda. I versi si fanno imprevedibili così come imprevedibili sono gli esiti di un dialogo con un ente, la Reinserzione culturale del disoccupato, della cui esistenza si dubita continuamente.

4) Andrea Raos, Lettere nere, Effige 2013.
Anche in questo caso ci si trova dinnanzi ad un prosimetro. La dialettica prosa-poesia però non rappresenta più la dicotomia chiusura-apertura, ma è come se il libro cercasse di attraversare tutte le esperienze del secolo passato: dal sonetto di matrice zanzottiana, ai versi liberi di stampo mesiano, alle prose allucinate e deliranti, tematicamente e sintatticamente.

5) Giacomo Trinci, Inter nos, Aragno 2013.
Inter nos è, seguendo la traduzione letteraria, qualcosa rappresentabile come un monologo interiore, o comunque come qualcosa detto tra sé e sé. Inter nos è l’impossibilità di nominare la realtà se non attraverso il balbettio e il farfugliare di un soggetto posto ai margini della storia.

Fabio Michieli

1) Alessandro Brusa, La raccolta del sale (Perrone, 2013)
«Ho tramutato i miei passi in orme di gigante…»

2) Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Un filo d’acqua per dissetarsi. Lettere 1949-1969 (Archinto, 2013)
«Non sono contento della pubblicazione, senza consultarmi prima, dei quattro poeti insieme. Uno in mia compagnia, Quasimodo, non ce lo voglio più assolutamente.» (Giuseppe Ungaretti a Vittorio Sereni, 15 maggio 1969)

3) Annalisa Cima, Le occasioni del “Diario postumo”. Tredici anni di amicizia con Eugenio Montale  (Edizioni Ares, 2012)
Se postumi si nasce, la Cima si pasce.

4) Goliarda Sapienza, Ancestrale (La Vita Felice, 2013)
«Una pena murata nel tuo petto…»

5) Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013)
«di netto / non ci si trasforma in lucciola…»

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Gianni Montieri

George Saunders – Dieci Dicembre (Minimum fax, 2013) Sto leggendo questi racconti per la terza volta: ho saltato fermate della metropolitana, ho preso appunti,  ho letto la profondità dietro la leggerezza, la meraviglia in mezzo al dolore.

Sibylle Lewitscharoff – Blumenberg (Del Vecchio, 2013) Si può partire da un uomo esistito realmente e immaginargli un’altra storia intorno, far sedere un leone in salotto, raccontare un suicidio come se fosse una poesia, sorridere, a volte,  mentre intorno è tutto grave.

Nicola Pugliese – Malacqua (Tulliopironti editore, 2013) Perché a Napoli non può piovere soltanto, perché il vuoto su cui la città si regge a volte tiene per magia; come la magia di un libro che era sparito e che è ritornato.

Luigi Bernardi – Crepe (Il Maestrale, 2013) In una città che cambia architettura, che cerca il futuro, le crepe che si aprono nelle pareti delle case battono lo stesso tempo di quelle che si aprono nelle vite delle persone, un romanzo come sempre dovrebbe essere, troppo ignorato.

Ivano Ferrari – La morte moglie (Einaudi,2013) La poesia come rappresentazione di un dolore intimo e privato e di un devastante dolore animale: dal piccolo spazio di un macello, di un letto, diventa scenario di un dolore universale, con versi indimenticabili.

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Iacopo Ninni

Georges Perec: Quale motorino con il manubrio cromato giù in fondo al cortile?: E/O edizioni – 2004
Godere del gioco della lingua.
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Giovanni Giudici. Omaggio a Praga: All’insegna del pesce d’oro – 1968

la “traduzione” di una città.
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Danilo Kis: l’enciclopedia dei morti: Adelphi 1998

La sfida di una letteratura che diventa narrazione della
particolarità e unicità di ciascuno; la morte allora, non può che
essere declinata al plurale.
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Paolo Zanotti: I Bambini Bonsai: Ponte alle Grazie 2010

Giocare col tempo è arte dei bambini; agli adulti non resta che
stare a guardare.
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Walter Benjamin: Immagini di città: Einaudi 1971
 Il destino narrativo delle città nasce negli occhi di chi le abita.
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Clelia Pierangeli Pieri

José Saramago, TUTTI I NOMI – Feltrinelli, 2010
Non è facile esistere, non lo è stato mai.
La storia ce ne parla, i misteri risolti e quelli irrisolti ce lo confermano.
Esistenza, tanto scontata quanto dimenticata.
Tutti dovrebbero poter contare sul proprio signor José.

Ingeborg Bachmann, TRE SENTIERI PER IL LAGO – Adelphi, 1996
Fare i conti con la propria terra con la rinnovata sensazione che sia solo l’altrui luogo.
Elisabeth distante, preda dell’amore rinnovato e della nostalgia
Lei, irremovibile e statuaria, d’amore intrisa.

Thomas Bernhard, A COLPI D’ASCIA – Adelphi, 1990
Ecco dove e come, almeno una volta, avrei voluto partecipare alla vita dei non viventi.
Siamo circondati.

Thomas Bernhard, ANTICHI MAESTRI – Adelphi, 1995
La Sala Bordone, quella panca, mi hanno trattenuta mentalmente e a lungo.
Ogni tanto occorre chiedersi quante e quali insidie si possano nascondere dietro e intorno all’arte, alla dichiarata perfezione.
Reger non ama, eppure tiene per mano senza cedere. Finalmente le certezze vacillano.

Jean-Louis Fournier, DOVE ANDIAMO PAPÀ – Rizzoli, 2009
Come la primavera sul dolore anche nell’inverno
Come il sorriso, obbligatorio, rugoso e malguadagnato, sulla consapevolezza.

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Davide Zizza

Sono inciampato in After dark di Haruki Murakami (romanzo, ed. Einaudi – 2008 ) perché in una notte tutto può accadere.

Sono inciampato nelle Poesie di Fëdor Ivanovič Tjutčev (poesia, ed. Adelphi – 2011) perché bellezza e tensione evocativa si fondono in una dimensione onirica e metafisica.

Sono inciampato in Discesa nell’Ade e resurreazione di Elémire Zolla (saggio, ed. Adelphi – 2002) perché ha definito l’essere umano nella sua unità storico-culturale in un rapporto dialettico con il mondo e con sé stesso.

Sono inciampato in Caduto fuori dal tempo di David Grossman (prosa/poesia, ed. Mondadori – 2012) perché è una scrittura corale dove tutte le voci si riuniscono in una, quella del dolore, una voce che chiama nel deserto del tempo per trovare, anche laddove non c’è, una speranza.

Sono inciampato in Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf (saggio, ed. Vita e Pensiero – 2012)  perché la lettura rappresenta il vero momento evolutivo e creativo dell’uomo verso la civiltà.

 

Paolo Aldrovandi – Poesie S-consigliate

foto pabloNon c’è scampo tra i suoi versi: masticano gli atteggiamenti, inghiottiscono amarezze eppure sanno dire dell’amore nudo senza parere. Nessuna dichiarazione o affermazione. L’indecisione batte sul pensiero che si fa umile nelle domande, nelle pause. Nessuna risposta, eppure l’eco dell’assente ristagna in lettura e rimbalza facendosi nuova esperienza, nuova chiarezza e infine coscienza di un vivere perlopiù finto che ci accomuna.
Forse, non si dovrebbe leggere Paolo Aldrovandi, pena l’intima condivisione e quella punta di amarezza che pure non dovrebbe mancare mai a nessuno per mantenere limpido lo sguardo.

Clelia Pierangela Pieri

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Certe città

Risale dal fondo del tuo barile
la voglia di farcela ubriaca.
E lo sai che c’è ?
Spinge forte ed è sorda
lo fa più di tutto il resto
come l’osceno dei tuoi occhi
che è attimo perduto
che si presenta a chi è intorno
a questi anni sporcati dal fango
mettendo parole sulla tua faccia
e maleodoranti pacche sulle spalle.
Tutto finisce tutto ricomincia
con la pelle nuova conciata a modo
del tuo nemico costante
rimasto volutamente indietro
per spazzolarti le spalle
cortesemente bugiardo
e tu lo senti, lo vedi, lo tocchi
hai già digerito le sue menzogne
come film rivisti o vecchi lavori
perciò sbronzo o cosa
parti e pianta chiodi se serve
anche bucando le pareti del barile
che sai non si offenderà,
di buchi ne hai già visti tanti.

.

*

Exploit per una lettera

Parte prima

Niente si confonde con il tuo sapore
ogni cosa è decisa e preme forte,
che mi sembra di soffocare nel sacchetto,
e m’immagino viola, nel Cuki doppio strato
depositato in cella con le speranze
restituito al forno quando servo alla fame
di chi ha la forza di starmi accanto
e di cucinare ciò che io sono
nei miei giorni, ogni giorno.
.

Parte seconda

Il tempo di fumare l’ultima e vado,
mi metto dove posso vedere
se la tua verità coincide con me
e se tutto quel sapere fatto di vita,
prende per il culo l’intuito che esce.

Magari il rifiuto fosse una parte dell’anima,
una di quelle che salta fuori
come un esplosione di colori,
sì, come quella dei cartoons che conosci bene
dove una nuvola nera ti sporca solamente
senza ammazzarti per davvero
che così, ti puoi rimettere in gioco.

Ma questo morde in diverso modo,
già sento la finzione sparire dal video,
che il mio film pare preludio di un poi
e chiude ogni porta gettandone la chiave,
fermando i mostri del risentimento in prima fila,

presenze eterne di guardiani inutili.
.

Parte terza

E con l’ansia di mescolarmi al suo sapore,
attraverso da sponda a sponda, rimandando i motivi,
come l’acqua scorro in mezzo
mi nutro della corrente, accetto i mulinelli e nuoto,
che vado a toccare la mia riva sinistra
e senza vincerne le sane paure,
camuffate da abili sentinelle nude,
minaccio splendide ossessioni
e anagrammi di parole irrisolte
sul tuo corpo lanciato con orgoglio
sparato dritto verso pensieri segreti
che sa alzare la posta in gioco
a questo tavolo mai imbandito e nero
dove la scommessa siede silente
e ci guarda, le pupille drogate
e la vita
che aspetta di sbancarci.

.

*

Paolo Aldrovandi è nato a Mantova nell’agosto del 1974. Il suo lavoro lo porta spesso a viaggiare in solitudine dandogli l’opportunità, ma soprattutto la curiosità analitica, di guardarsi intorno confrontandosi con realtà sconosciute e persone che quasi certamente non avrà più modo d’incontrare e proprio per questo attraggono il suo sguardo. La sua scrittura è cruda e reale, per meglio dire: quotidiana. Il nove novembre di quest’anno riceve il Secondo Premio al concorso Ambiart indetto dalla città di Milano, in qualità di concorso internazionale artistico letterario. Il testo vincitore è: Exploit 4.2 a ricordo di Jack Kerouac. Lo scrittore e poeta statunitense di origini franco-canadesi, è stato l’autore che ha influenzato parte della poetica di Paolo Aldrovandi, il quale ha condotto nel corso di parecchi anni uno studio accurato, non solamente sul metodo, ma anche sulla filosofia di Jack Kerouac uomo e libero pensatore.

Ecco alcune delle riviste sulle quali è possibile leggerlo.

http://www.lestroverso.it http://samgharivista.com http://versanteripido.wordpress.com http://www.verbumlandianews.com http://www.ass-cult-irumoridellanima.com http://caponnetto-poesiaperta.blogspot.it http://wordsocialforum.com http://www.collettivoidra.com http://controcomunebuonsenso.blogspot.it https://poetarumsilva.com/ http://www.lestroverso.it http://losguardonline.altervista.org http://issuu.com/pasticherivista

Gianluca Corbellini – Poesie

by Egor Ptakh

La sua poesia rimbalza tra la disillusione e una pressante forza vitale, l’osservazione e la repentina fuga dallo sguardo stesso che già è altrove.
Ho conosciuto in Gianluca persona gentile e attenta. Regala pochi sorrisi, poche parole e poco di sé.
Accoglie la solitudine e in quella si attarda per ampliare le sensazioni che poi lo porteranno a scriverne.
Un percorso poetico assai impervio, il suo, che non si ferma alla composizione in quanto trattamento estetico del dire e sentire, ma buca, verso a verso, l’oscurità e denuncia l’amarezza di ciò che solitamente preferisce di tacere.
Strada facendo spoglierà l’ombra a scoprire la luce indubbia che già conosce e sa fare ben leggere nella sua poetica.
Buona lettura.

clelia pierangela pieri




Il ponte a chiang mai


Siamo stati nidi e foglie
appesi al cambio delle stagioni
a dondolare le venature
come su quel ponte a chiang mai
dove le gambe si sfioravano
in bilico sulle corde.

Di me ricorda i silenzi assorti
nei sottoscala degli androni
dove gli amori si toccavano nel buio
tra le sottane delle vecchie stronze
e le ringhiere che tremavano.

Di me ricorda le risposte mute
riparate in fretta a coprire i lutti
nei freddi letti di parole
che poi sanguinano per sempre
e ti ci devi abituare.




Ogivali


Come angoli di volte a crociera
che si riflettono nelle cattedrali
dove le distanze
si cullano nelle incensiere
e le vie delle colonne
incontrano i rimpianti.

E poi le ellissi dei compendi
mi saldano i fondi delle caviglie
che non riesco a scuotere
sciogliendo la certezza di un’impronta
cauterizzata nella carne.

A volte non basta ferire le lapidi
inciderle
con stanchi avverbi di tempo
che spezzano le dita
dove il freddo non può arrivare
e le gambe si piegano
nelle piume nere
dell’ultimo Origami bruciato.




Pensieri di plastica


Mi penso spesso la notte
perché non amo i sudari di pile
che poi si bagnano
come le puttane metropolitane
matrioske svuotate
amanti di boschi avviliti
presi a calci in culo dalle ruspe.

Non ho mai amato le carezze dei proiettili
dove i vetri si piegano
perché premeditate
come i ferri di Tienanmen
che fagocitarono sorrisi liberi.

Riconosco la mia razza
perché ha un pedigree scaduto
come il latte
nelle ginocchia dei turisti
che sembrano ciechi
alle oscurità delle chiese.




Ti cerco


Succede che a volte provo a chiamarti
per dare un senso al peso delle assenze
che mi trascino dietro.
Perché il libro che ora sfoglio non ha titolo
una non storia che vive di Nemesi e cordogli.

-Lo sai che non riesco più a trovarti-

Ti cerco tra i rivoli di una lapide bagnata
dimora per germogli di mancanze
affogate dentro lacrime cadenti
come cascate umiliate dalle piogge.

Ti cerco tra le tinte sbiadite di una vecchia foto
assaporando quel che rimane della vita
una maleducata lama
che recide senza chiedere il permesso.

Ti cerco tra le incertezze di questi versi
come le fronde dei Salici piangenti
offrono riparo da una luce armata
che fende quel poco d’anima che resta.

Perché vedi non è il buio che spaventa
ma è la mancanza di calore
è quel rimanere sospesi tra le linee
mascherati da fantasmi erranti
entità che si rincorrono fra le pieghe dei ricordi.


Breve presentazione dell’autore:


Sono nato a Roma, nel ’73, in un quartiere “difficile” dove luce e oscurità si fondono e confondono facilmente ancora oggi. Appassionato lettore fin dall’infanzia, ho compreso quanto i libri siano la migliore chiave per aprire la mente e uno stimolo continuo a pormi domande.
Ho cominciato a scrivere relativamente tardi, per lenire un’irrequietezza che mi segue da sempre, sviscerando tutto quello che non riesco a esternare. I primi versi sono stati per lo più dei pensieri affidati alle pagine segrete di un quaderno, in seguito ho frequentato dei siti di scrittura, dove mi sono in qualche modo confrontato e, soprattutto, abituato all’esposizione dei miei versi in pubblico.
Al momento pubblico solo ed esclusivamente sul mio blog:

http://gianlucacorbellini.wordpress.com


Roberta D’Aquino – Poesie

Vladimir Pliskin

Roberta D’Aquino è una giovane poetessa che sa già volare alto.
La sua poesia non si limita al sentimento, piuttosto è tesa a scardinare il vuoto in agguato e a rompere quel silenzio dal quale non vuole lasciarsi vincere.
Riesce molto bene nel suo intento, salvaguardando con versi determinati la sua fame e urgenza di comprensione esistenziale. Buona lettura.

clelia pierangela pieri




Dopo le nubi sopra il Golgota


Ho bisogno, vedi, di parlare
per non lasciare al caso certe coniugazioni
i verbi delle azioni, le congiunzioni
e perdere definitivamente il senso
piccolo e profondo, nel pozzo
nell’acquitrino in cui siedo
sola e in cui scavo con i piedi

Sono la ricerca, l’incudine, il piccone
e il secchio. Sono l’acqua e mi riverso
bevendomi di viscere. Sono
il cercatore

ho bisogno di sentire la tua voce
di specchiarmi nei tuoi vetri fin giù
dove il silenzio non è più brusio
di scuro naufragare, dove l’abbraccio
delle parole si tende come una catena e cigola
intorno alla carrucola delle risalite

e tu sei
dopo le nubi sopra il Golgota, la pietra rotolata
dal sepolcro, il sudario vuoto, la testimonianza
nel modo di dirmi che sono
anche io
dono e sacrificio
come tutti a questo mondo, in un universo interstellare
frattale, duplicato originale di infinito. Ripetizione
senza limite di tempo e forma

Siamo raggiunti nell’unico punto
che nessuno vede.




Pacifiche invasioni di pece


Come a dire che ti avrei guardato
anche senza occhi, qualora non ne avessi avuti
con la fissità di chi arriva fino in fondo solo
incurvando i palmi per raccogliere un ricordo

dovevo portarti lontano, ovunque fosse
e difendere la chiusura delle fibbie, i due lembi
incatenati. soffermarmi senza tempo, come chiodo
a riempire vuoti di silenzio. cercavo

un’invasione di pace, espandendo la mia pece
in tutto quell’azzurro. e non era petrolio
che sporcava l’acqua, ma solo la notte
che scava il vero dove la luce lo nasconde




Bianco è il silenzio


Succede, se ci spostiamo un millimetro
appena dalla barriera del suono
di udirne il clamore
Bianco è il silenzio

e il colore vi è dentro tutto e unico
come l’ovale di un utero pieno

Sta ai vuoti incrinare le rughe al velo
così come allo scoglio

frangerci in schizzi di sale che al mare
non torna




Segni


Arriva come uno sfiorare di mare
i capelli, la salsedine risveglia richiami
il bucare la risacca per contare le volte
che la quiete s’infittisce
sul mio profilo

nel bisogno di trovarti amore, sono carne
cerco varchi in cui insinuare silenziosa
il calore dei ritorni
le vertigini
intrecciate come nidi

Quanto è semplice questo cadere sulle cose
il ripetersi sui tetti -ogni sera
sulle baie;
quanto è astruso il mio guardarlo
perforarti gli occhi, scardinare intonaci
tra me e l’orsa maggiore

Le poesie d’amore non le scrivo più
-tutte ancorate alle maniglie
futili incontinenti-
ma ho fili d’erba attorcigliati ai piedi
e le radici
arrivano allo stesso centro
le grafìe
si inabissano in portali aperti
dalle tasche



Napoli, classe 1982. Laureanda in ingegneria gestionale all’università Federico II, vivo spesso su livelli differenti da quello terrestre: o troppo più su delle nuvole, o troppo più giù del mare, silenziosamente alla ricerca di qualcosa che mi sembra aver perso, forse ancor prima di averla trovata.
Ho cominciato a scrivere per strappare all’oblio le parole che la voce non riusciva a pronunciare e infatti è sui libri che, insieme a formule e grafici stampati a inchiostro, si troveranno notazioni a matita di altra natura. Nessuna pubblicazione personale a stampa, ma un mucchio di versi liberi nella rete sotto vari pseudonimi, poesie presenti in diverse antologie. Da quasi un anno la mia casa è Versinvena, un forum di scrittura creativa che cura insieme ad una amica. Da pochissimo collaboro come redattrice con il sito collettivo de I giovin/astri di Kolibris (http://giovinastridikolibris.wordpress.com/)
Tracce consistenti di me in http://versinvena.freeforumzone.leonardo.it con lo pseudonimo maredinotte e in http://www.zima.scrivere.info




Massimo Botturi – Poesie

by F.Monteiro

Un poeta che scrive di strade percorse che ancora oggi non perde di vista, intento a cogliere nell’alito attuale un respiro passato e profondo. Una conferma d’amore ripetuto, la salvezza individuale che lui interpreta senza smarrirsi in orpelli inutili.
Nelle sue liriche il posto d’onore è riservato ai sentimenti, quelli di poche parole e mai sprecate, quelli taciuti il più delle volte ma afferrati e conservati come fiori o foglie custoditi tra le pagine di un libro per farsi ritrovare, intatti, con lo stesso stupore che sanno suscitare le poesie di Massimo Botturi.
Emozioni mai scordate, che lui disegna in versi armonici e di ottima fattura, oltre che idealmente odorosi, con tratti brevi e asciutti che non tendono al raggiungimento dell’immediatezza ma trattengono e pretendono attenzione per poi schiudersi a ripresentare mondi, momenti e profumi spesso da ognuno di noi conosciuti eppure, non si comprende come, dimenticati.
La sua tessitura poetica è aperta alla positività e raramente si attarda al dolore o all’autocommiserazione. Si concede, invece, accostamenti che porge in balzi temporali, scatti coraggiosi che difficilmente restano incompresi ma piuttosto arricchiscono il concetto espresso.
Termino, affermando che leggere i versi di Massimo Botturi commuove e risveglia echi di un vissuto che accomuna e si fa bene prezioso.





Fiore di vetro

Quella magrezza corse nei campi
io l’ho amata.
E la tenevo in pugno
le volte che partivi, foulard
per non sciuparti la santità
e le calze
anche d’estate, come di vetro fossi fatta.
Un vetro cristallino nel quale erano pioppi
e barche costruite coi fili
e la pazienza.

E te attraverso, nuda, vedevo i monti
e il lago
perché la donna è come una sporta di bellezza
di ori da calare alla mano buona
e storia.
Di quelle che non leggi nei libri
ma nel fuoco
in ciò che resta ai bordi di pentole annerite
sul fondo ben raschiato
della farina dura.



Fratello

Ci porta, il vento, serafiche imposture:
montagne così brevi di mano
che noialtri, ci sembra d’esser stati su un treno
nottetempo
dormiti come certi soldati senza odio
tra le città che cambia il dialetto
stesse madri
sull’uscio con le scagne di paglia.

Certe nebbie
ormai ce le raccontano i padri
dì, fratello
te le ricordi quelle serate appiccicose?
Sembrava che le strade spugnassero i colori
e come barche a melma di prora
poi s’andava
a sparigliarsi giacca e gambali.
Siamo terra, ce lo ricorda il modo
con cui affrontiamo il passo
la meraviglia dentro negli occhi
a un campo arato,
il gusto di tenere dell’erba tra le mani.

Ma siamo tutta terra viaggiante
siamo mare
lo stomaco che prende difetto
siamo umore; due mani aperte a tutto che viene.
Sì, fratello
dovessimo affrontare una scena a muso duro
tu tireresti come quel vecchio
e io quel pesce;
il gioco della vita e la morte
una balera
un pianto o una giornata di scuola.
E poi, più niente.
Terrazze, forse, dove scaldarci ossa e pane
guardare le bagnanti tornare
e farci belli.



Danzica 1939

Fuori dai muri più alti del collegio
io e Yoric si giocava al rumore degli aerei,
duecento file d’angeli e trombe
e poi le voci
di quelli che scappavano
pigiati alle cantine.

Distesi tra le vigne
nel nostro letto d’erba
lontani un telescopio dal lucido dei vetri,
gli mostravamo il culo ridendo come scemi
due microbi alla lente del tempo
in acqua e sale.



Da così lontano

Qualcuno non l’ha detto
ma io conosco il mondo d’azzurro che verrà:
perché sarò una foglia d’acquatica ventura
e guarderò le cose da una panchina in cielo
e anche oltre
dove finisce il suo soffitto;
tra pezzi di lamiera vaganti
e rocce fredde.
E carte per tenere le stelle tutte in tasca
nel senso di sapere ogni attimo la luna
la posizione esatta del circolo vizioso
del luogo dove tutti gli dei si danno incontro
a far teorie su cosa significhi esser stato
venuto da un bell’utero elastico
mangiato
andato a letto presto
e qualche volta
amato.



Massimo Botturi è nato il 31 marzo 1960 in un piccolo comune della provincia milanese, dove tutt’ora risiede.
– La prima traccia della sua presenza nell’editoria si trova in un libretto edito da I miei colori editore, Pontassieve Firenze, “L’infinito di un verso” anno 2001, raccolta poetica di autori vari, con il contributo iniziale di Alda Merini.
– In seguito pubblica un racconto in prosa dal titolo “Emilia” vincitore, con altri diciannove racconti, dell’omonimo concorso, per Marsilio.
– Nel 2003 pubblica il suo primo libro: “Frutto Acerbo”, raccolta di poesie per la OTMA Edizioni di Milano.
– Per l’editore Liberodiscrivere collabora alla stesura dell’antologia poetica “Anatomia di un battito d’ali” pubblicandovi tre testi.
– Ha partecipato, sempre per l’editore Liberodiscrivere, con tre prose e una poesia, alla pubblicazione collettiva “Il volo dello Struffello” frutto di collaborazione intensa, e felicissima, con altri autori di Firenze, ma non solo.
– Ha concluso la sua collaborazione con Liberodiscrivere nel 2007, pubblicando un libro di poesie “Musicalia”.
– Per l’editore “Il filo” ha pubblicato una poesia in “Navigando nelle parole n. 14”
– Nel 2009 ha pubblicato, ritornando alla OTMA edizioni di Milano, “Scena madre”, raccolta poetica di circa duecento testi.


Clelia Pierangela Pieri – poesie scelte (post di natàlia castaldi)

Missiva

@ Kubicki

Il freddo qui stenta a farsi avanti,
saranno gli argini del mio sorriso
o i caustici dinieghi abbandonati.
Vorrei dirti che la vita zoppica
invece corre svelta e ostinata,
esalta il punto che ben intendo.

Non ridere se ballo d’improvviso
o quando in solitudine ipotizzo.
Quest’ora macina un risveglio
per noi che divaghiamo esangui
trascinando passi sghembi,
fintamente insolenti. Incompresi.

A volte stringo gli occhi. E’ deserto,
ne avverto l’incredibile frastuono.

*

Alibi

E’ l’immobilità geniale
che determina la scena,
un musicale brivido
in sincopato battito.
Lascia gli azzurri fumi della notte
deprezzata ormai d’assoluta leggerezza
lo sai
non è fuoco quel che scalda
ma solo un’invadente urgenza
d’evasivo dire e nascosto imbroglio.
Seguimi
è in discesa il mio sentiero
ma che non sia per te indecenza,
battezzalo incantesimo o magia
forgia l’alibi
nel tuo pauroso piombo
duttile
a poterlo rinnegare
sciogliere e ricreare.

Fallo, prima di dovere scivolare
in vorticoso amare.

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