claudio morandini

Claudio Morandini, Le pietre

Claudio Morandini, Le pietre, Exòrma 2017, € 14,50

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Così come si muovono le pietre in questo romanzo, prima di nascosto, di soppiatto, di notte, di rimbalzo, di sponda, dall’acqua alla terra, dalla montagna a una stanza, allo stesso modo si muovono le parole di Claudio Morandini, si muovono piano. Sono prima pulviscolo, poi granello, poi sassolino, poi sasso, poi pietra, poi pietre, poi valanga, e dopo tornano indietro fino al pulviscolo, fino alla carezza. C’è poi dell’altro, c’è un particolare modo di raccontare, che è tipico delle persone che vengono dai luoghi in cui Morandini è cresciuto e quindi dalla montagna, ma che ricorda anche la maniera di ripetere una storia di chi vive vicino ai fiumi o nelle campagne. È la maniera di raccontare di chi vive (di chi sa vivere) nel luogo isolato, dirsi una storia, portarla avanti negli anni, nei bar, davanti ai bicchieri di vino o di grappa; farla montare di parola in parola, mischiarla di anno in anno tra realtà e finzione, e così una cosa accaduta si trasforma in leggenda, una leggenda assume contorni e dettagli reali, se ne ciba, dove sta la verità lo stabiliscono le generazioni. Un ragazzo ascolta, uno vive, comincia il racconto, la vita continua; il sasso, molti anni dopo, all’osteria mentre fuori nevica, diventa valanga nei ricordi dei vecchi. Questo è il modo di Morandini, poi c’è quello che scrive.

Si capiva che per Agnese la scuola era tutto, e si sarebbe ammazzata pur di non andare in pensione. Invece il marito, Ettore, professore di scuola media, alla pensione aveva preso gusto, restava alla finestra a guardar passare i paesani, li salutava, scambiava con loro qualche parola, ma si capiva che non avrebbe mai voluto essere davvero come i nostri vecchi, sudare nei campi sotto il sole a picco, correre con i cani dietro alle bestie, aiutarle a partorire, ammazzarle, macellarle, fare i fieni, spalare il letame. Lui salutava con la mano o con il mento, appoggiato con la pancia al davanzale del soggiorno, ed era finita lì.

 

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Rovigoracconta la nuova poesia femminile italiana nell’edizione 2017

Nell’ambito del festival Rovigoracconta 2017, che vedrà moltissimi scrittori, musicisti, saggisti in una quattro giorni di eventi gratuiti da giovedì 4 a domenica 7 maggio a Rovigo (tutto il programma dettagliato si trova qui e un breve riepilogo in coda a questo post) a presentare e raccontare – appunto – il loro lavoro, saranno cinque le voci poetiche ospiti: Francesca Genti, Silvia Salvagnini, Alessandra Racca, Manuela Dago e Francesca Gironi. La loro partecipazione mette al centro di uno tra gli eventi-festival più attesi della primavera, creato dallo scrittore Mattia Signorini con la curatela di Sara Bacchiega, alcuni appuntamenti che intrecciano poesia ‘performativa’, musica, canzone e sperimentazione visiva (e non solo) in un nuovo e inedito percorso tutto da scoprire, atto a trasportare lo spettatore ‘dentro’ il linguaggio della poesia contemporanea più sperimentale scritta dalle donne in Italia oggi. Con Rovigoracconta la nuova poesia femminile italiana, progetto pensato e voluto in esclusiva per il festival, le cinque poete ospiti dichiarano quello che è il loro personale tracciato poetico sino a qui e d’ora in avanti, fatto di forti tratti comuni, soprattutto per ciò che riguarda la volontà profonda negli intenti di ciascuna e la pluridisciplinarietà. Lo fanno esponendosi anche con un ‘manifesto‘ scritto a dieci mani, un ‘coro di voci’ sonanti che rivela una responsabilità linguistica fuori da scuole e movimenti precostituiti ma anche da rigide etichette: quella che potrebbe dirsi una rinnovata attenzione al presente poetico e all’umano non lirici, laddove il ‘fare’ della parola è anche il fare con il corpo che performa, un corpo-parola in movimento in momenti diversi eppure affini: nei reading, in concerto, in piazza; dentro una casetta di cioccolato e sopra un palco; tra strumenti musicali e altri. Il pubblico scoprirà così direzioni differenti di cui è fatta la ‘poesia contemporanea live’ scritta da autrici, vera novità per una manifestazione di forte richiamo nazionale che festeggia, nel 2017, quattro compleanni con un titolo immaginifico: Cerca la meraviglia. Buon ascolto!

Alessandra Trevisan

Il programma poetico

Venerdì 5 Maggio 2017, ore 18.00-21.00
Sabato 6 maggio 2017, ore 11.00-13.00 e ore 15.00-18.30
Domenica 7 maggio, ore 11.00-13.00
Piazzetta Annonaria, Rovigo
LA CASETTA DI CIOCCOLATO
Performance per uno spettatore
con FRANCESCA GENTI e SILVIA SALVAGNINI

Che tu sia un adulto o un bambino entra nella casetta di cioccolato e mettiti comodo in questo piccolo mondo creato apposta per te. Non sarai tu a scegliere una poesia, ma sarà la poesia a scegliere te. Ti arriverà leggera, sussurrata, e poi si trasformerà in cioccolato che ti verrà regalato e ti indicherà la strada per cercare la meraviglia.

Con questo incontro inizia un viaggio nella nuova poesia femminile italiana di letture, performance e meraviglie che continuerà per tutto il festival nell’Area Poesia in piazza Annonaria. Un vero e proprio manifesto. Un progetto inedito di Rovigoracconta. 

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Venerdì 5 Maggio 2017, ore 21.30, Piazzetta Annonaria
CONSIGLI DI VOLO ROCK
Reading-concerto con ALESSANDRA RACCA

Ci sono ali, barattoli, chitarre, dadi giganti, voli e molto rock ‘n’roll. Poesie che hanno la forza di un’esortazione e sono agili come canzoni. Un invito a liberarsi dei troppi pesi che ci mettiamo addosso e a poggiarci sopra l’essenziale.

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Sabato 6 Maggio 2017, ore 18.30, Piazzetta Annonaria
LE POESIE NON STANNO DA NESSUNA PARTE
Performance con MANUELA DAGO

Manuela Dago prende le sue poesie e le fa a pezzettini: i testi vengono decomposti, smembrati, le parole ritagliate. E finiscono letteralmente dentro a dei vasi di vetro da cui nasceranno nuove poesie assemblate in presa diretta. Le poesie non stanno da nessuna parte, o forse sono da sempre dentro di noi, e aspettano solo di uscire e andare in giro per il mondo.

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Sabato 6 Maggio 2017, ore 21.00, Piazzetta Annonaria
LE PAROLE CAMBIANO IL PAESAGGIO
Performance di e con SILVIA SALVAGNINI
e con ALESSANDRA TREVISAN, Marco Maschietto ai visuals
la musica di NICOLÒ DE GIOSA e le scenografie di CRUNCHLAB

Una performance-concerto per musica, voce e leggerissime sfere bianche. Le parole generano un nuovo paesaggio, la realtà frantumata e ridisegnata si perde in un live che suggerisce nuove costellazioni e potenzialità immaginifiche dello spaesamento. Le poesie di Silvia Salvagnini diventano canzoni, si sdoppiano e si moltiplicano in altre lingue e si trasformano in proiezioni che arrivano fino al cielo.

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Domenica 7 Maggio 2017, ore 18.30, Piazzetta Annonaria
ABBATTERE I COSTI
Performance con FRANCESCA GIRONI e la musica di LUCA LOSACCO. Prima data in Veneto

Performance poetica a base di corpo, testo, megafono, hula hoop e polaroid, caldamente consigliata per chi soffre di mal d’amore e capitalismo. Francesca Gironi scrive poesie dedicate all’Enel e all’amministratore di condominio. Confonde la polizza dell’assicurazione con un’invocazione, trasforma gli annunci di Trenitalia in un discorso amoroso. La danza crea ulteriore ambiguità, espande e distorce il senso del testo. I gesti provengono dai segnali subacquei, dalle istruzioni degli assistenti di volo, dalla lingua dei segni e da quella dei gesti. Perché le poesie si dicono con tutto il corpo.

La nuova poesia femminile italiana è un progetto inedito di © Rovigoracconta. Salvo dove indicato, ciascun evento ha una durata di 30 minuti. Questi eventi sono realizzati in collaborazione con © Baratti & Milano

Il programma del festival, con oltre 100 ospiti, vedrà salire sul palco NICCOLÒ FABI, STEFANO BARTEZZAGHI, DIMARTINO & FABRIZIO CAMMARATA, GIULIO CASALE & NORMAN, MASSIMO ZAMBONI, LIDIA RAVERA, VALERIA PARRELLA, CLAUDIO MORANDINI, CARMEN PELLEGRINO, MASSIMILIANO SANTAROSSA e moltissimi altri autori. 

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/325526497850231/

“Le pietre” di Claudio Morandini

Oggi esce per Exorma il nuovo romanzo di Claudio Morandini, Le pietre.

Claudio Morandini, Le pietre, Roma, Exorma editore, pp. 192, € 14,50

Noi le pietre ce le troviamo dappertutto, negli orti, nei prati, dentro alle scarpe, anche in casa. Abbiamo smesso di chiederci da dove vengono perché non c’è nessun mistero, basta uscire o affacciarsi alla finestra per capire che siamo circondati dalle pietre, vengono su come fungaie, il fiume, o torrente, le porta a valle dalle pietraie sotto le montagne, e lassù continuano a generarsi dal perenne sbriciolarsi delle rocce di queste Alpi da quattro soldi che si disfano appena le tocchi, si aprono come mele, se le guardi storto quelle pisciano sabbia.
Lo hanno confermato anche i geologi che sui nostri problemi si sono laureati e hanno costruito intere carriere: questa è montagna debole, anche se all’apparenza imponente, dentro queste rocce tutte scaglie si nasconde una tremenda fragilità, che ogni anno abbassa le cime e sposta i rilievi e nel giro di un milioncino di anni appiattirà tutto, ed è già tanto se rimarrà qualche collina sabbiosa. Sono stati loro a usare da subito paroloni che poi ci sono diventati familiari: parlavano di rocce sedimentarie, di rocce de⁠tritiche o clastiche, di puddinghe, di arenarie, e arricciavano il naso e scuotevano la testa. Cioè, fosse stato per loro si sarebbero divertiti un mondo a trovarsi in una zona così particolare: ma pensavano a noi, alla fatica e ai pericoli di chi vive tra Testagno e Sostigno e si sente sbriciolare la roccia sotto i piedi a ogni starnuto, per così dire.
Erano parole che colpivano noi ragazzi, al punto che le adottammo nel nostro particolare vocabolario di insulti: –⁠ ⁠Sei proprio un clastico! – ci dicevamo, oppure: – Figlio di una puddinga, faccia da conglomerato! – Sentivamo che indicavano qualcosa di sgradito e preoccupante, e alle nostre orecchie suonavano offensive, brucianti.
A proposito, guai a sbagliare le parole, con gli scienziati! Se noi, preoccupati per quello che sarebbe accaduto con il caldo, parlavamo di nevai che si sciolgono, li vedevi sobbalzare come se avessimo bestemmiato.
– La neve non si scioglie, si fonde! – dicevano. – È un passare dallo stato solido allo stato liquido.
– Ma noialtri ci siamo sempre espressi così…
– Sbagliando!
– Va bene – dicevamo.
– Ripetete con me: la neve si fonde.
– La neve si fonde.
– Scusi, e il ghiaccio? – chiedeva uno di noi con la manina alzata.
– Si fonde anche il ghiaccio, naturalmente. Dunque, che cosa volevate sapere?
– Dunque, che succederà a tutte quelle pietre lassù quando la neve si scioglierà?
– Si fonderà! – urlavano loro.
– Orca madosca, si fonderà! – urlavamo anche noi.
Tentammo di usare propriamente quei termini, tra noi, per farci l’abitudine, ma ci sentivamo strani, ci sembrava di parlare in falsetto. E smettemmo quasi subito. Con loro, con gli scienziati, non parlammo più di quel tipo di argomenti, per evitare il problema.

Passò un giorno, ne passò un altro. Ogni tanto, per periodi sempre più lunghi, la stanza chiusa a chiave riprendeva a fermentare e a produrre rimbombi sinistri e scariche di tonfi.
Ma non solo le pietre nel soggiorno turbavano le ore che i poveri Saponara trascorrevano a casa. Cominciarono i compaesani più in confidenza a bussare per piccole cose, un po’ di zucchero, il dono di un sacchetto di cicorie di prato, due chiacchiere; ma in realtà per soddisfare le proprie curiosità, e ficcare il naso in quella che era diventata “la villa degli spiriti”, “l’antro delle anime dannate”, e sentirne i clamori, i lamenti magari, e vederli addirittura questi spiriti, chi lo sa, con un po’ di fortuna… E si piazzavano in cucina, a conversare del più e del meno, pronti a zittirsi a ogni minimo rumore dal soggiorno, avidi di quello che Fornacchio definirebbe “lo strano”. Sedevano in bilico sulla sedia, con l’orecchio teso e il capo inclinato, pronti a scattare in piedi, percorsi da brividi di inquietudine.
I Saponara, che da un pezzo avevano rinunciato alle lezioni private del pomeriggio, accoglievano i sostignesi perfino con sollievo, contenti di non essere più soli, loro e le pietre, e cercavano, per lo meno i primi tempi, di intrattenerli con ogni onore, tra caffè, gianduiotti, biscottini, amari, e chiacchiere che non furono mai così distratte e oziose sul tempo e sull’estate che si avvicinava, o chissà su cos’altro, mentre di là, prigioniere e ribelli, le pietre cozzavano, sprigionando spruzzi di scintille.
All’inizio, i visitatori, imbarazzati e timorosi, non osavano affrontare l’argomento. Ma un po’ alla volta, con il passare dei pomeriggi, qualcuno prese a farsi insistente, e a sfiorare la vera questione: e il mondo è ben strano, e non tutto, nel corso della vita di un essere umano, può essere spiegato “con la sola ragione”, e quanti misteri circondano “noi poveri mortali”, pensate alle apparizioni della Madonna o dei Santi, che capitano sempre a pastorelli o ragazzini, chi sa come mai, oppure oppure pensate a… ai fantasmi ecco appunto i fantasmi a proposito… ma che cos’è questo rumore? Avete degli operai in casa?
– No – rispondeva allora docile la maestra Agnese, che prima o poi doveva anche lei confidarsi con qualcuno, – sono le pietre.
– Le pietre? – chiedevano allora, fingendo ignoranza, gli ospiti.
– Abbiamo delle pietre in soggiorno. Vengono giù dal soffitto. Svolazzano per aria come foglie, prima di posarsi. E poi, giunte a terra, strisciano e si infilano dappertutto – aggiungeva Ettore, studiando le parole e il tono.
– Pensa te – facevano i più, ricoprendosi di altri brividi irresistibili. – Ma allora quella di don Danilo non era una parabola!
Seguiva un lungo silenzio. E finivano per sentirle davvero, le pietre, di là, trascinarsi, soffregarsi le une con le altre, appiccicarsi alle pareti e salire fin sul soffitto, e da lì cadere le une sulle altre, abitare le carcasse sfiancate dei mobili, e magari rosicchiarsi a vicenda, o ingropparsi, chissà, e dopo deporre migliaia di sassolini molli…
– Ma non c’è pericolo che escano di lì? – chiedeva sottovoce l’ospite, che già immaginava di vedersene passare una sui piedi.
– E non capita mai che queste pietre piovano anche in altre stanze? Qui in cucina, per esempio? – aggiungeva un altro visitatore, sollevando lo sguardo per verificare se gli pendeva sul capo qualche minaccia.
– No, no, solo in soggiorno – dicevano in coro i Saponara, con l’espressione straziante di chi ha un morto in casa, – e di là non escono.
– Sicuri?
– Non vogliono uscire.
– Non vogliono?
– Eh, se volessero…

17 days… so let the rain come down

1958-2106 (by Fabio Michieli)

U’ve been gone 17 days
17 long nights

DIALOGO TRA INIZIATI?
Fabio Michieli & Claudio Morandini

 

F: «All good things, they say, never last»… Dimmi, è proprio così? Le cose belle non passano mai? No, perché io ho l’impressione di essere uno di quegli stupidi che ammirano una macchina sfrecciare. E dire che io di quella macchina, una Thunderbird, credo, o una piccola rossa Corvette, ho osservato ogni cosa, ascoltato ogni roboante accelerata. Insomma, non credo di essere uno di quegli stupidi.

C: A me quella macchina a volte sembrava una Jaguar (ricordi la canzone scritta per Mavis Staples?). Ci siamo rimasti secchi in molti, credo, alla notizia della morte di Prince, e ora assistiamo al moltiplicarsi di notizie infondate, iperboliche (migliaia, anzi diecimila, anzi ventimila inediti chiusi in cassaforte!). Era un artista iperattivo, generoso, strabordante anche quando stava zitto e rintanato nel suo castello di Chanhassen. L’elaborazione del lutto sarà lunga, ma forse la riservatezza estrema con cui Prince si è tenuto lontano dal mondo aiuterà a – come dire – storicizzare la sua presenza nel mondo della musica. E l’abbondanza di inediti (non saranno ventimila, ma tanti sì, come sappiamo bene noialtri cacciatori di outtakes da tempi non sospetti) e registrazioni dal vivo consentirà di tornare sul suo metodo compositivo, a cui spesso la forma-canzone stava stretta, o almeno di sentirsi meno soli. Quella macchina continuerà a sfrecciarci davanti agli occhi ancora per un pezzo, non credi?

timeF: Già… Jaguar… inizialmente pensata per Sheena Easton e poi data a Mavis per quel gran bel disco, incompreso secondo me: Time Waits For No One! Quanti brani composti e registrati tra il 1985 e il 1987: tra Parade e Sign ’O The Times! Quanti album finiti e scartati!! Dream Factory, Camille, Crystal Ball per nominarne tre. E poi The Black Album, ossia The Funk Bible come Prince canta in Le Grind. La via dell’indipendenza artistica in Prince correva lungo la sperimentazione continua, come un novello Little Richard; capisco perciò chi a un certo punto, dopo il clamore di Purple Rain, si è fermato: Prince pretendeva dai suoi ammiratori (odiava la parola fan) la costanza. Pretendeva pure la capacità di accostarsi ai suoi maestri. È grazie a Prince se io iniziai ad ascoltare Stevie Wonder, che per me adolescente era quello dell’imbarazzante I just called to say I love you. No! Prince mi fece capire che c’era stato altro e molto prima. Prince mi fece capire che il funky portava la firma di George Clinton; mi fece comprendere la differenza tra un falsetto fastidioso come quello dei Bee Gees e il suo. E poi James Brown, o il soul della vecchia scuola! Sì! Prince era un mentore, non solo per i molti musicisti che sono entrati in contatto con lui: lo era anche per il suo pubblico.

aroundC: Hai ragione. Anch’io sono andato a ritroso grazie a Prince, ho scoperto le sue radici (Sly and The Family Stone, i Parliament e soprattutto i Funkadelic di George Clinton, lo Stevie Wonder dei bellissimi album dei primi anni settanta, Jimi Hendrix, certo, gli artisti della Stax, il jazz elettrico e contaminato della cerchia attorno a Miles Davis; ma senti anche quanto british pop alla Beatles e quanto Bob Dylan risuonano in un album inclassificabile come Around the World in a Day, o quanto Zappa ammicca da Lovesexy). Prince sembrava riassumere e armonizzare in una sintesi splendida, sontuosa, divertente e elegante, l’eredità della musica (mica solo black): e nel farlo ricercava un nuovo stile, non rimaneva fermo all’eclettismo, non si limitava al crossover purchessia, alla somma di questo e di quello giusto per. Il suo rapporto con il passato era vera Musicology; allo stesso tempo era ricerca d’avanguardia. Per capirlo davvero bisogna non accontentarsi degli album ufficiali, ma andare a scoprire gli inediti scartati, le canzoni incompiute, le diverse versioni dello stesso brano, oppure le versioni lunghe realizzate per i maxi singoli, o le canzoni nascoste nei lati B. Si entra allora in un altro mondo, più aperto, più libero, più coraggioso e anche più inquietante. Le versioni lunghe di Let’s Go Crazy, di Raspberry Beret, soprattutto di Mountains, di Anotherloverholenyohead e di I Wish U Heaven andavano ben al di là dell’occasione danzereccia per la quale i maxi singoli si erano diffusi negli anni settanta, diventavano jam session, reinvenzioni, esplorazioni di nuovi territori, spesso andando per così dire contro il brano originale, forzandone la natura, cavandone un lato funk profondo e inaspettato. Erano, allo stesso tempo, un modo per ricreare l’atmosfera della creazione in studio, per dare un’idea delle lunghe sedute da cui nascevano le canzoni nella loro veste strumentale. (altro…)

“Neve, cane, piede” di Claudio Morandini. Recensione

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Claudio Morandini, Neve, cane, piede, Roma, ExOrma edizioni, 2015, € 13.00

Non ci può essere dubbio sull’ambientazione del nuovo romanzo di Claudio Morandini uscito a fine 2015 per i tipi di ExOrma: Neve, cane, piede mette infatti davanti al lettore, sin dalla copertina e dal titolo soprattutto, un luogo, un protagonista − uno dei due − e una misura. La scelta di tre sostantivi è − infatti− determinante nella narrazione: circoscrive da subito tre elementi cruciali della storia, sapientemente collocati in questa lista-titolo che ‘parla’; si può infatti e ci si deve arrovellare su queste tre parole da due sillabe ciascuna, perché l’intera opera è costruita su ‘un passo’, su un ‘dosaggio’ molto attento della parola come unità di misura. La parola romanzesca, ma verrebbe da dire anche poetica, perché è la poesia come genere a richiedere di più a chi scrive e a chi legge, in termini di misura dello spazio e del tempo. Claudio Morandini lo sa, sa (ri)cercare la corretta e più consona dimensione in cui la parola possa raccontare, in cui il suo protagonista Adelmo Farandola possa muoversi con agilità; tra le montagne − dove la neve trova sede, trova casa − anche lui e il suo cane parlante seguono un ritmo, quello delle stagioni, dell’immobilità, di un isolamento che detta le forme del vivere. Lui, che porta un nome e cognome che, insieme, uniscono “nobiltà, protezione e danza”. Ma la primavera muta ogni situazione, e il ritrovamento di un “uomo morto” (ancora due sillabe per ciascuna parola) a seguito di una valanga, spariglia le carte; un particolare colpisce allora nella narrazione: “la gamba nuda”.

Giorno dopo giorno, anche la neve più ostinata si ritrae lurida, finisce in ruscelli nervosi che sprofondano a valle. Ora la gamba del morto è tutta scoperta fino all’inguine, e nuda e grigia oscilla all’aria. A metà coscia finalmente i intravedono lacerti di stoffa, brandelli di pantalone fradicio. La forza della valanga deve aver spogliato quella gamba, deve aver proiettato chissà dove la scarpa e il calzettone. La gamba contratta tentenna simile a un tronco di albero giovane. Le formiche la percorrono instancabili, per tutto il giorno.
− Fa pensare eh? − dice il cane, che fissa imbambolato quell’arto.
− A cosa?
− Alla vita, che ne so.
− Quella cosa non è viva.
− No, appunto, ma proprio per questo… No, va be’, lascia perdere  sbuffa il cane.

Ed è così, con un rovesciamento di ruoli che amplifica la personificazione canina, che ci ritroviamo di fronte a una riflessione in cui “vita-viva” (ancora bisillabe) presentificano una condizione che è anche narrativa.
Adelmo Farandola − per ammissione di Claudio Morandini − vive in uno spazio simile a quello in cui si ambienta In solitaria, uno dei racconti di Questo Natale, rubrica che ha trovato spazio negli scorsi mesi su questo blog: l’ironia, la caricatura, il grottesco che troviamo in Neve, cane, piede sono anche quelli di Ippolito Paracchi e delle figure che lo circondano, della situazione in cui sono calati. Ma c’è di più: un tono vagamente surreale che caratterizza entrambe le vicende, come un sottile strato di pellicola ad avvolgere la dimensione della realtà; si tratta di uno strato che separa il reale da ciò che non lo è, la visione del mondo del lettore da quella di Farandola e del cane. E per vicinanza ‘semantica’ ma anche di senso in questo discorso critico, un’interposizione di questo genere può ricordare, per molti versi, La prima neve di Andrea Segre, in cui la parola “neve” è chiave, è significante. Ma soprattutto: è dentro quello strato, è ‘lì’ che accade la ‘levità’, altra cifra della ‘misura’ narrativa di Morandini, levità che appunto non è “leggerezza” ma “delicatezza e grazia”, un dono per chi sa raccontare.

© Alessandra Trevisan

Questo Natale #17: Claudio Morandini, In solitaria

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

In solitaria

Elles se multiplient, l’entourent, l’assiègent.
(Flaubert, “La tentation de Saint Antoine”)

La tipa dell’agenzia immobiliare non sa che dire, nemmeno riesce a guardarlo negli occhi.
«Lei vorrebbe…»
«Una stamberga in alta montagna, sì.»
«Come le ho detto, abbiamo diverse baite ristrutturate o da ristrutturare molto carine che…»
«Non carine. Nemmeno baite. E di sicuro non ristrutturate. Una stamberga mi basta. Non avete niente come una catapecchia isolata che d’inverno si copre di neve e non è raggiungibile fino a primavera inoltrata?»
«Catapecchia.»
«Sì, un postaccio che respinga, che faccia venir voglia di scappare, di girare al largo.»
«Postaccio. Ma se anche l’avessimo, mica gliela proporrei. Mi vergognerei, anzi!» tenta di ridere la tipa dell’agenzia, che non sa se essere piccata o sbigottita.
Ippolito Paracchi mica ride, però.
«Avanti, signorina, so che ha qualcosa per me» insiste. «Scommetto che in fondo al cassetto giace da anni una proposta di cui si vergogna pure, che non sa come piazzare, che non sa nemmeno come descrivere per quanto è brutta. Ecco, voglio quella.»
«Ma perché?» trema lei.
«E me lo chiede? Perché si avvicina il Natale!»
Ippolito Paracchi ha ragione a insistere: la tipa dell’agenzia – l’ultima di una lunga serie – trova nel faldone delle proposte improponibili i dati di una vecchia bicocca infilata su per il sedere del mondo dove nessuno si sognerebbe di mettere radici. Prima non se ne ricordava proprio. Con qualche titubanza mostra gli incartamenti, le mappe, alcune vecchie foto scolorite all’uomo che scalpita davanti a lei.
«Questa!» salta sulla sedia Ippolito Paracchi, e quasi si mette a battere le mani. «È proprio lei, che le dicevo? Guardi, guardi che orrenda. E me la voleva tenere nascosta? Allora, dove devo firmare?»
«Non vuole prima… che so, vederla? Contrattare? Sentire un geometra?»
«Ma siamo matti? Le feste sono così vicine, e se non riesco ad averla in tempo? Poche storie, me la dia.»

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Claudio Morandini: La musica dalle finestre. Inedito

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I primi di giugno di quest’anno, Guido Barbieri, voce storica di Radio Tre e Coordinatore artistico della Società Aquilana dei Concerti “B. Barattelli”, mi ha proposto di scrivere un testo per i “Cantieri dell’Immaginario”, la rassegna di eventi culturali nata per valorizzare il centro storico dell’Aquila, in via di ricostruzione ma ancora ferito dal terremoto del 2009, e insieme per restituire quella vivacità artistica e intellettuale che caratterizzava la città prima del sisma.
Sarei stato coinvolto in particolare in uno spettacolo, fissato per l’8 agosto e intitolato “L’orologio della città nuova”: un misto di letteratura-teatro, musica, danza e immagini attorno al tema del tempo, in cui ognuno degli autori coinvolti si sarebbe dedicato a un’ora, e in quell’ora avrebbe descritto la vita della città (dunque i segni del disastro, ancora visibili, imprescindibili, ma anche la determinazione a rinnovare il tessuto di relazioni danneggiato, il desiderio di tornare comunità coesa e solidale, l’impazienza di riprendere a godere della bellezza dopo aver tanto penato dietro all’emergenza).
Nella mente di Barbieri, il progetto, ambizioso, quasi visionario, prevedeva il coinvolgimento di tanti scrittori quante sono le ore del giorno; il numero dei partecipanti è stato poi ridotto drasticamente a tre (Francesco Niccolini, Maurizio Cerini e il sottoscritto), immagino per questioni di budget, ma non è escluso che in futuro l’idea originale venga ripresa.
Lo spettacolo itinerante, sotto la regia di Maria Cristina Giambruno, si è tenuto dapprima nei cortili di tre importanti palazzi storici di recente restaurati (Palazzo Cappa, Palazzo Cappa Camponeschi, Palazzo Paone: al mio testo credo sia toccato il secondo): un luogo per ognuna delle ore prescelte tra le ventiquattro del giorno. Barbara Esposito e Fabrizio Croci hanno letto i testi; la parte musicale, che non si limitava a un semplice accompagnamento delle parole, era affidata ai componenti dell’Ad Hoc Ensemble.
Alla fine della serata, i tre momenti sono stati ripresi all’Auditorium del Parco, in una sintesi spettacolare in cui alla musica e ai testi si sono uniti anche il racconto per immagini realizzato da Roberto Grillo e le coreografie curate da Alessandro Certini e Charlotte Zerbey.
Insomma, quello che segue è il mio contributo. Non nego di aver lavorato di fantasia, nel situare all’Aquila le mie pagine, dal momento che mi era impossibile raggiungere l’Abruzzo in tempi brevi da Aosta. Non nego nemmeno di aver curiosato nel materiale che il web mette a disposizione, soprattutto in mezzo a centinaia di fotografie, e di avere fatto tesoro dei consigli dell’amica Fabiana Piersanti, che all’Aquila lavora, oltre che dello stesso Guido Barbieri. Per trarmi d’impaccio, ho lasciato che un paio dei miei soliti personaggi un po’ sfuggenti un po’ petulanti percorresse quegli spazi al posto mio andando per così dire alla deriva – e mi sono concesso qualche sterzata verso il fantastico, che non guasta mai.
Pare che gli aquilani che hanno assistito allo spettacolo si siano ritrovati negli aspetti, nei dettagli, nei colori, nello spirito insomma del mio piccolo contributo. Qualcuno, mi si dice, si è pure commosso.

Claudio Morandini

(Le foto che corredano la presentazione sono di © Massimo Denaro)

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Claudio Morandini: “Dodici variazioni sul sangue”. Inediti

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Pubblichiamo oggi alcuni inediti di Claudio Morandini che concede al nostro litblog di ospitare parte di un progetto in cui si intersecano musica, teatro e multimedialità. Com’è già avvenuto per Gli oscillanti (pubblicata qui), la scelta dell’autore è caduta su una porzione dell’opera che risulta significativa a fini letterari pur non avendo noi a disposizione, come lettori, l’opera finale nella sua esecuzione ed interpretazione da parte dei musicisti. Il testo è anche la sola parte finita e completa di questo progetto ‘in fieri’.
Le “Dodici variazioni” diventeranno (probabilmente molto presto) un dvd, frutto di un lavoro attorno allo spettacolo nato dai testi, come si ricorda a piè pagina. La volontà di diffonderle qui, oggi, prosegue la proposta iniziata con il precedente post su Gli oscillanti: la necessità di ‘dare presenza’ alla ‘voce’ nella sua forma-seconda, ossia la ‘scrittura’, che è anche forma-prima nel caso si parli di ‘composizione’. In questo caso è proprio il testo ad aver prodotto l’interazione musicale (di cui non possiamo godere), e quindi riveste importanza capitale in termini formali e sostanziali assieme. La sfida di chi legge sarà dunque quella di entrare nel testo letterario e ricostruire la voce-seconda ma anche la musica che non possiamo sentire, in attesa (forse) di poterle ascoltare.

Alessandra Trevisan

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Da “Dodici variazioni sul sangue” (2012): tre assaggi

 

…alle volte si danno questi sangui che s’incontrano.

(Carlo Goldoni, “La Locandiera”)

 

1 – Pulsazioni (a una voce)

 

Quando sono solo mi siedo in un angolo, prendo un lungo respiro, e mi tocco il collo. Sento il
sangue pulsare ai due lati della gola. Basta premere leggermente, con il pollice e l’indice. Il
sangue passa pulsando. Se si sta attenti, ora rallenta, ora accelera. Pulsa anche se stringo più
forte. Non riesco a fermarlo. Pulsa, pulsa, ostinato, e sembra prendersi gioco di me. Pulsa,
pulsa. È parte di me, ma si comporta come se non lo fosse. Pulsa, pulsa, pulsa.
Se sono solo, davvero solo in casa, comincio a borbottare un canto su quel pulsare. Lo invento
lì per lì, su quel ritmo di marcia lenta. Immagino eserciti schierati che marciano al ritmo della
mia musica. Se voglio un ritmo più incalzante, interrompo l’auscultazione e salto, salto a piè
pari, finché non mi gira la testa e lo stomaco non mi si scompiglia: ora sì che dal cuore
impazzito scorre sangue in piena. Oppure trotto, galoppo per casa, come un animaletto in
gabbia. Oppure mi abbasso e faccio flessioni sulle braccia finché non sento gli occhi fuori dalle
orbite. Ora sì che il ritmo è veloce, frenetico. Irregolare, d’accordo, ma veloce. Stringo la gola,
ansimante, e canto a mezza voce, canto e respiro, respiro e canto. Il mio esercito ora corre,
armi in mano. Corre verso il nemico schierato. Corre e canta. Prima o poi rallenterà, ma ora
corre, corre e pulsa.

 

***

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Due arie da “Gli oscillanti” di Claudio Morandini

Oggi su Poetarum Silva ospitiamo due arie dal libretto teatrale di Gli oscillanti di Claudio Morandini. I testi − particolari e insoliti anche come genere, per il nostro blog − non sono mai stati pubblicati altrove, pertanto ringrazio molto l’autore per questa concessione.

Alessandra Trevisan

"Gli oscillanti" in scena a Ravenna

“Gli oscillanti” in scena a Ravenna

Gli oscillanti

Prèmiere dell’opera a Cesena. Seduti: Marta Raviglia e Claudio Morandini

“Gli oscillanti” – appunti su un libretto d’opera

Potremmo definire Gli oscillanti un’opera jazz, basata non su una vera e propria trama, ma su temi, o motivi, come l’equilibrio, il dondolio, la vertigine, il precipitare, eccetera. Per essa ho scritto il libretto, dopo avere accolto le indicazioni di Marta Raviglia, che con Manuel Attanasio si è occupata della parte musicale (composizione, direzione, esecuzione). Marta ha inoltre coordinato il gruppo di allievi del workshop Voce che danza, corpo che canta in vista della prima rappresentazione dell’opera presso il Conservatorio Maderna di Cesena, il 22 giugno 2014. Insieme hanno lavorato sui movimenti, sull’interazione dei corpi, sulle voci, sull’improvvisazione controllata, sul collettivo e sul singolare. L’esperienza, felice, è stata riproposta il 23 luglio a Ravenna, presso l’ex-Chiesa Santa Maria delle Croci, con lo stesso organico a cui si sono aggiunti altri musicisti, e sarà ripresa anche altrove, fino a sfociare, in autunno, nella registrazione in studio per un CD.
Il termine “libretto”, che risale a una tradizione illustre, per quanto talvolta ritenuta minore, nel nostro caso è da intendersi con qualche virgolettatura. Quello di Gli oscillanti, flessibile e adattabile in ossequio allo spirito sperimentale del progetto, alterna arie solistiche e pezzi d’assieme (in prosa, però, quasi mai in versi), canto e recitativi, ed è giocato sulla contrapposizione tra una LEI e un LUI che non sono personaggi fissi, e nemmeno sono caratterizzati come femminile e maschile, ma si presentano piuttosto come gruppi che si alternano dinamicamente nello spazio e nel tempo. Ho cercato, nello scrivere il testo (in particolare le due “Arie”, di LUI e di LEI, che ho il piacere di presentare qui), di trovare un tono, un ritmo, un cursus che si prestassero al recitar cantando jazzistico distribuito tra i diversi interpreti.
In linea con la tradizione del libretto d’opera, ho voluto che le parole si ponessero con umiltà al servizio della musica: adattabili, forse meno cariche di senso, ma, spero, più dotate di musicalità, ritmicamente e coloristicamente disponibili, più che semanticamente solide – molto leggere, poco ingombranti, in nome di un’idea di sviluppo di natura più musicale che letteraria. Così, senza mai sentirmi sminuito, anzi con grande divertimento e senso di libertà, ho lavorato a Gli oscillanti, che non è il primo progetto di questo genere a cui mi sono dedicato, ma è il primo a concretizzarsi così rapidamente in una serie di spettacoli.

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