Claudio Damiani

Valerio Grutt, “Dammi tue notizie e un bacio a tutti”. Nota di Claudio Damiani

Valerio Grutt è un guerriero a servizio del bene che combatte non contro un impero, ma per affrontare le sue paure, e capire che la morte è parte naturale della vita. E la poesia è la sua spada laser (sì proprio come quella dei cavalieri Jedi del film Guerre stellari).
Ci vuole “un cuore aperto” ci dice nella poesia posta in limine al libro, un cuore che possa accogliere tutto, anche la morte. Anzi la morte per prima. E la morte infatti arriva subito, e lo scaraventa per terra. Non è la sua, ma quella di sua madre.
Madre e figlio combattono insieme, abbracciati, entrano insieme nella grotta del dolore, come gli opliti greci con le braccia incatenate. Comincia una lunga battaglia, fatta di alti e bassi, che prende tutta la prima sezione, dal titolo significativo Dove non arriva la scienza. La scienza è la Tecnica con la t maiuscola, quella che ha sostituito ogni potere e ogni dio, ma non ha sostituito la morte, checché ne dicano futurologi e futuristi. La morte bisogna ancora affrontarla a mani nude, e a cuore aperto, singolarmente, uno per uno, in singolar tenzone, ci dice Valerio. Ancora dobbiamo essere uomini, e invocare le forze, anzi la Forza (sì, sempre Guerre stellari), sentirla e credere in lei, e usarla soprattutto.
Ed ecco che la battaglia infuria, non c’è più giorno né notte. Vivere è entrare in questa mischia furibonda. L’illusione di scansarla, i miraggi e le promesse della Tecnica, si sfaldano come giganti d’argilla, evaporano come fantasmi. Valerio e i due fratelli sono i soldati, la truppa, la madre è il capitano (non ha una maschera antigas, ma una mascherina di ossigeno). Si assaporano i momenti di tregua, ci si fa forza a vicenda. Ecco la forza esiste, esiste perché viene sentita, ci scopre e ci abita, ci possiede. La invochiamo e entriamo in contatto con lei. (altro…)

Festival ‘verso libero’ a Fondi (LT) il 30 settembre e 1 ottobre 2017

Il fuoco accende la IV edizione del Festival poetico ‘verso Libero’

La rassegna che si terrà a Fondi il 30 settembre e 1 ottobre 2017. Uno sguardo sull’opera di de Libero e sulla poesia tra musica, teatro e arte

Saper vedere, mettere a fuoco. Una città è stata messa a ferr’e fuoco. A fuoco una vittima, la parola, la vita. Brucia qualche cosa dentro. Arde la brace delle nostre azioni, la passione accende i nostri passi. La metafora del fuoco è onnipresente nell’opera di Libero de Libero «e di cenere odora / la stanza chiusa del cuore». La fiamma della poesia è sempre accesa nell’opera che resiste al tempo. Esistere è non smettere di divampare.

Per il 4°anno consecutivo l’associazione “Libero de Libero” organizza a Fondi (LT), “Ciociaria di mare”, terra natìa del poeta e intellettuale Libero de Libero, figura di spicco della Roma del secolo scorso. Il 30 settembre e 1° ottobre prossimi si terrà la quarta edizione del Festival poetico “verso Libero” che unisce in un’unica rassegna poesia, performing art, pittura, musica, cinema e teatro per ricordare la vita e l’opera deliberiane. L’invito-slogan è: “metti a fuoco la parola“. Parteciperanno alcuni poeti italiani contemporanei tra cui Claudio Damiani, Davide Rondoni, Antonella Anedda, Rodolfo Di Biasio e Nicola Bultrini. Si metterà in scena un’opera del poeta Lino Angiuli, “Via Crucis terraterra”, Premio “Solstizio” alla Carriera 2016 che quest’anno passerà il “testimone” a Lucio Zinna, poeta siciliano. Significativo lo spazio dedicato al romanzo “Amore e morte” di Libero de Libero, che, come avrai letto già da quel mio pezzo e dall’estratto, indaga le ragioni di un delitto passionale del 1907, quando un giovane diede fuoco alla capanna della sua “amata”.
Programma completo cliccando a questo link 

 

Una foto dalle precedenti edizioni

 

Claudio Damiani – Cinque inediti e una nota di lettura

Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso (1883)

Arnold Böcklin, Ulisse e Calipso (1883).

E questo canto, amore mio, di cicale
sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,
cielo azzurro e poche nuvole, piccole,
odore forte di rosmarino e ginestre
e questo canto pazzo che non si ferma
nell’aria bianca bruciata
e noi, io e te, sotto questi pini
alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,
tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate
e perle tra i capelli,
là sulla collina il nostro capanno di legno
e giù lo scoglio dove passo tutte le notti
a piangere guardando il mare.

*

Noi siamo i kamikaze, i viventi,
dalla nascita ci schiantiamo ogni giorno
sulle navi nemiche.
Ci droghiamo per non pensare troppo,
di profumi ungiamo i capelli
e fiori colorati, balliamo e cantiamo
a squarciagola, di fanciulle meravigliose
dalla vita breve ci innamoriamo
anche loro kamikaze,
nel loro nome la nostra vita immoliamo
(come loro, nel nome nostro, immolano la loro).
Ma a volte ci ritroviamo in solitudine
e riflettiamo sulla nostra vita monca,
guardiamo gli animali che sembrano non avere
coscienza della morte e li invidiamo,
e non vorremmo più tornare a ungerci i capelli,
non vorremmo più tornare a ballare e a cantare,
vorremmo prendere le nostre donne e fuggire
in un vascello incantato sull’ampio mare,
toccare isole meravigliose dai nomi mai sentiti,
assaporare frutti esotici, pescare pesci prelibati,
cullarci a lungo su amache all’ombra di palmizi
mentre il sole al tramonto infuoca mare e cielo
e venire uccisi in pochi minuti dagli indigeni.

***

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C’è sempre stata l’aria con me
e la luce del mattino, sempre l’aria e la luce
camminavano per mano, e con loro il tempo
misterioso, loro fratello invisibile
che sbucava da un angolo e dava la mano anche lui
e camminavamo tutti e quattro insieme.
La strada curvava con delle sue curve dolci
che decideva lei, non dava la mano a nessuno
ma accoglieva i nostri piedi,
la strada che era già fatta e si faceva insieme a noi
e aveva parti dove noi non camminavamo,
la strada silenziosa, che non parlava
ma era contenta anche lei
nel segreto del suo cuore.

*

Mentre l’aria era nuova e il sole era nuovo
e gli alberi erano giovani
la strada invece era già stata fatta
e già era andata e già era venuta
e anche la terra su cui era stata fatta la strada
era piatta e era stata fatta prima
e anche il monte era cresciuto da poco
che si sfocava nella lontananza
e l’odore dell’aria e il fresco del respiro
erano nuovi, venuti col mattino
e con la luce
mentre la strada era stata la notte
sola, non vista, sulla terra piatta
e c’era qualcosa che vibrava nell’aria
in sospensione, invisibile forse
e che passava tra un invisibile e l’altro
veniva avanti e poi rimaneva dietro
con l’avanzare dei passi.

*

Quel tempo lì, scaturiva da un orifizio
(io lo chiamo così, ma in realtà erano infiniti
gli orifizi, e invisibili)
come scaturisce ogni tempo
e anche questo tempo, quello di questi istanti,
scaturisce nello stesso modo
e è lo stesso tempo,
poi si spandeva come un liquido sulla terra piatta
mentre nello stesso istante altro ancora scaturiva
e io avevo dietro
quello che un istante prima era avanti.
Eppure era bello sedersi a un lato
e fare finta di niente di tutto questo movimento,
immaginare tutto immobile, e accanto
come qualcuno che riposava accanto a me
e io potevo far finta che non ci fosse,
che io potessi muovermi, e lui stesse fermo,
e io potessi finalmente riposare,
o anche dormire, e lei fosse una donna
con una grande gonna, e stesse ferma sui campi,
bella nel tramonto con il sole basso
e rosso, bella nella notte
e nella mattina luminosa, bianca.

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NOTA DI LETTURA

È difficile, per chi abbia una volta conosciuto la poesia di Claudio Damiani – nel suo timbro gentile, nel suo ritmo piano e naturale – non riconoscerne l’impronta all’ascolto successivo; e questo perché a riproporsi è quell’apparente semplicità di cui il lettore può godere come di un canto preesistente. Damiani non scruta e non esplora, ma guarda e interroga; le sue parole non si fanno mai mirino, ma richieste di colloquio. E i suoi costrutti appartengono a una lingua nostra e primordiale, intima, cullante, da dominare (e da ascoltare) con lentezza. Damiani tiene saldo il filo perché appaia lento, lo sfila e lo ripiega con pazienza perché in nessun punto si creino grovigli o cappi, e sceglie questo ritmo e questa misura per chiamare a voce i suoi temi cari: la presenza nel tempo, l’intreccio con il tutto che compone l’universo, il singolo elemento naturale come compagno di un cammino.
Ma come la limpidezza è ottenuta a patto di maestria, così la pace è, a tratti, inquieta. Batte un tempo greco, in una delle poesie proposte; sintagmi che non lasciano alcun dubbio sull’atmosfera che desiderano creare: due creature, due amanti, sotto i pini, stordite dagli odori, e attorno a loro un «canto folle» che qui si vuole di cicale, fino alla chiusa amara, inaspettata, più brusca di quanto sarà con la poesia qui successiva.
Negli ultimi tre componimenti torna il paesaggio, tema caro a Damiani, che qui è quello della sua infanzia, il villaggio minerario di San Giovanni Rotondo ai piedi del Gargano; torna lo sguardo, che attraversa tutta l’opera del poeta, su una materia vivida e pensante che è quella della natura, sulla distesa che custodisce lo spazio quanto il tempo. E torna il tema della strada: e ancora la strada, che sia più o meno battuta, è qualcosa che affiora; in qualsiasi punto la si calpesti, la strada è più che percorso, è ospite da sempre e per sempre del tempo minimo di chi vi cammina e del tempo più vasto di ogni possibile camminatore. Fino all’ultima delle poesie proposte, dove le orme lasciate sono in qualche modo più pesanti, la luminosità è vicina a diventare abbaglio, e si spera quieto un movimento che è, come per la poesia, di spazio e tempo assieme. Si sterza, ma senza ripiegare: una particella minima ed ecco valicato il filo che separa la pienezza da una forma delicata di nostalgia, il cammino della specie dalla malinconia di chi si ritrova a «piangere guardando il mare», e sperare di venire ucciso «in pochi minuti dagli indigeni».

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Foto di Dino Ignani

Foto di Dino Ignani

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo e si è trasferito, durante l’infanzia, a Roma. Qui è stato tra i fondatori, nel 1980, della rivista letteraria Braci. Ha pubblicato le raccolte Fraturno (Abete, 1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio Unione Scrittori, finalista Premio Viareggio), Sognando Li Po (Marietti, 2008, Premio Lerici Pea, Premio Volterra Ultima Frontiera, Premio Borgo di Alberona, Premio Alpi Apuane), Il Fico sulla fortezza (Fazi, 2012, Premio Arenzano, Premio Camaiore, Premio Brancati, finalista vincitore Premio Dessì). È del 2010 l’antologia, a cura di Marco Lodoli, Poesie (Fazi, Premio Prata La Poesia in Italia, Premio Laurentum). Ha inoltre curato i volumi Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L’Attico Editore, 1992), Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995) e Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000).
Il suo sito web è http://www.claudiodamiani.it.

(Ri)Leggere Beppe Salvia: L’improvviso editto (1980)

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Beppe Salvia

L’improvviso editto

1

A un tempo son certo adesso e della
inutile mia prova e della sua bellezza
goffa austera;
.             ridetemi appresso continuerò a mentire;
mai seppi scrivere e nessun metro
grammatico voglio che mi s’accosti,

per quanto tetro e inetto è come il tuono
il mio suono, forza della natura.

 

2

Me ne vado vagando e v’assicuro
son duro a sentire ogni loquela
sorda di costoro i potenti;
non valgo nulla e nulla pagherò
di mio all’Eterno;

di più, m’accorgo d’impetrare
un dolore nuovo a Natura Novella
all’Universo tutto, quello
di dirmi infine nuda marviglia
anch’io del creato come la dura
pietra come lo scoglio inerte;

per questo traverserò, e traverso.

 

3

Potete sentirmi adesso?
Non schiudete occhi pavidi
davanti l’orror mio
e che vi manifesto; è l’orrore di tutti.

Potete nicchiare adesso! v’ho detto
v’ho gridato il mio caso, come
tutti sono, centro dell’universo.

 

4

Non mi nascondo più. Non
lecco lo ferite mie. Non voglio perdonarmi
d’accordo, ma nemmeno ossequio
voi; io poso, son gradasso, urta
il mio modo d’accordo, ma il vostro
vetro non vale il diamante che ho trovato;

fu un caso è vero, non ho da vantarmene,
e d’altronde duole assai questo peso,
misero me essere il vostro metro,
.                                      comunque.

 

5

Arricchisco in questa indigenza!

 

6

Alcuno s’ammalò rima d’ogni alba, sempre

del male che acceca ed impedisce
cennare l’intesa o declinar l’invito.

 

7

Perché credete ch’io faccia
il paio, con malagrazia e avvedutamente
e felice di questo, col morto
tocco di quest’ora maligna?

Perché credete ch’io accordi
il mio canto all’inutile sirena
dello stagno inerte?

È solo perché l’unisono bifido
di questi versi possa chiamare
l’ultimo suono alla mia
ammalata nostalgia, al male
che mi fa veder tutta perduta
quest’infinita meraviglia
che già mi creò, me come tutto.

 

8

Non sopporto più che mi si taccia,
e lo grido, lo griderò
in eterno;

o già l’ascoltate da sempre,
nevvero? questo rombo pedante come l’orifiamma fredda
sulla chiostra di guglie
del castello d’un pazzo.

 

9

Non vi chiedo l’ascolto
non v’ho prestato molto
del mio

troppa miseria mi dimenticò
.                            ogni riguardo.

.


Beppe_Salvia_BBeppe Salvia nacque a Potenza il 10 ottobre 1954. Animo irrequieto ma poliedrico come pochi, Salvia esordì in poesia nella seconda metà degli anni Settanta, destando l’interesse di Elio Pagliarani e Dario Bellezza, e vedendosi pubblicate le prime poesie in varie riviste, tra le quali «Lettera» e «Nuovi Argomenti», nonché con la silloge autoprodotta Il coro (1977). Ma è a partire dalla prima metà degli anni Ottanta che Salvia pubblica i suoi testi più importanti e soprattutto lascia un segno “eterno” nel clima di rinnovamento della poesia che percorre l’Italia, riverberando dalle zone più periferiche (si pensi alle esperienze romagnole o marchigiane degli stessi anni, solo per citare due esempi tra i più noti): appartengono a questo periodo, che corrisponde anche all’ultimo della sua vita, le collaborazioni con Gabriella Sica e la rivista «Prato pagano», e l’importante esperienza di «Braci», rivista fondata dallo stesso Salvia insieme ad Arnaldo Colasanti, Claudio Damiani e Marco Lodoli (per citare alcuni dei collaboratori alla rivista).
Se si eccettuano le poesie e altri testi consegnati alle riviste, l’opera di Beppe Salvia è da considerarsi tutta postuma, come pure la sua ‘fortuna’. Morto suicida a Roma il 6 aprile 1985, la sua prima raccolta, Estate uscirà per l’appunto postuma nei «Quaderni di Prato Pagano», con l’eteronimo femminile Elisa Sansovino. Seguiranno negli anni altre pubblicazioni in grado di alimentare un mito sotterraneo della poesia italiana contemporanea, poco frequentato e nominato dai più, ma ben presente e radicato in chi è venuto a contatto con questa voce limpida (magari attraverso la lettura di Claudio Damiani, spesso raffrontata all’esperienza di Beppe Salvia). Le più recenti pubblicazioni risalgono rispettivamente al 2004 e 2006: I begli occhi del ladro, a cura di Pasquale Di Palmo (Il Ponte di Sale, Rovigo; su quest’edizione si veda quanto scritto non molti anni fa da Gabriella Sica), e il bel libro – facilmente reperibile – Un solitario amore, a cura di Flavia Giacomozzi e Emanuele Trevi (Fandango, Roma).
Si attende ancora un’edizione che raccolga tutta la produzione in versi apparsa sia in rivista vivo l’autore, sia postuma, edizione più volte auspicata. [f.m.]

L’improvviso editto venne pubblicato nel n. 1 della rivista «Braci» (novembre 1980). I testi e le poesie che Beppe Salvia ha consegnato alla rivista sono ora disponibili in rete nel sito a lui dedicato e curato da Mauro Biuzzi: www.beppesalvia.it. Da questo sito ho tratto sia il testo della poesia sia l’immagine di copertina del primo numero di «Braci».

Claudio Damiani – La comunità (poemetto inedito)

biennale architettura 2010 - foto gm

LA COMUNITÀ
di Claudio Damiani

Vedi, amore mio, tutti gli uomini sono vissuti
e hanno avuto un loro tempo
e tutti gli animali e tutte le cose
perché anche le cose hanno una loro vita
e nelle altre galassie dell’universo
una quantità impressionante di uomini
e di animali e di cose sono vissuti,
hanno avuto il loro tempo,
e anche noi adesso abbiamo il nostro tempo, io e te,
e lo lasceremo, il nostro tempo,
e, detta così, la cosa potrebbe mettere ansia
perché, ecco: «è il nostro turno
dobbiamo essere bravi, è il nostro momento,
ora o mai più, ci dobbiamo giocare tutto
in questo istante!» ebbene allora tientelo
il nostro tempo! dico io, non me ne frega niente
e ne possiamo anche fare un bel falò
del nostro tempo. Ma non è così, amore mio
perché dopo di noi ci saranno altri uomini
altri animali e cose
e ci sarà qualcosa di noi anche in loro
come qualcosa di noi era stata
in tutti quelli che sono vissuti
prima di noi. Allora, se è così,
il nostro tempo è più tranquillo
perché abbiamo ricevuto dei semi
e ne mettiamo altri, insomma non siamo soli,
questo ti voglio dire, non siamo soli io e te,
ma a una comunità molto grande apparteniamo, il cui numero
mette un po’ paura, ma non dobbiamo avere paura,
dobbiamo imparare a convivere
con i numeri molto grandi
e con grandezze molto piccole
che necessitano di numeri molto grandi, anche loro.
Perché questo è il nostro stato:
siamo un numero molto grande
che può far paura, nel nostro numero è Dio
in qualche modo, e un valore molto piccolo
è ciò che è nostro e solo nostro di individui,
il valore individuale potremmo dire
che, in quanto piccolo, è però un valore
che nullifica ogni nichilismo,
che dà a te, amore mio, e a me
un’unicità che ci fa divini
e te che tante cose hai che sono appartenute
a donne del passato, e del futuro,
pure hai qualche cosa che non ha avuto nessuna
e mai nessuna avrà per tutto il corso del tempo
e quel qualcosa mi sta davanti ora
e quasi mi brucia la sua luce,
ma anche le cose che sono appartenute
alle altre donne, a altri animali e a altre cose
che sono state e saranno
anche quelle le bacio, anche quelle mi sono care
e sono davanti a me ora, come un giardino,
un paradiso di tutte le bellezze
io le vedo tutte, una per una, e una per una le bacio.
«Ma, amore mio – mi dici tu – che vuoi dire
quando dici: “Il nostro numero fa paura”
e quando dici poi che ha a che fare con Dio?»
«Ti rispondo subito, per quel che posso: fa paura
perché è un numero molto grande
ma per quanto grande non possiamo dire infinito,
un numero molto preciso, a noi ignoto, ma preciso
che contiene tutto il tempo e tutto lo spazio
per questo ha a che fare con Dio
e incute paura perché se da soli siamo ben poco
tutti insieme mettiamo invece terrore.»
«E che intendevi quando dicevi che ognuno di noi
è divino?» «Anche questa è una domanda difficile
che mi fai, e cercherò di rispondere per quanto mi è possibile:
ognuno di noi porta qualche cosa
anche solo una goccia d’acqua nel mare della vita,
questo qualcosa è solo dell’individuo,
e è ciò che di per stesso fa avanzare il tempo,
essendo il tempo solo e non altro che evolvere
verso una fine essendo partiti da un inizio.
Se poi alla fine ci sarà un nuovo inizio
non me lo domandare perché questo non lo so.»
«Che vuoi dire quando dici che quel qualcosa
che è in me e è solo me, solo mio,
tu lo vedi e la sua luce ti brucia?»
«Dico così ma in realtà non lo vedo,
solo so che c’è, lo penso
e anche solo il pensiero m’acceca.»
«E quando dici: “possiamo stare tranquilli”,
che cosa intendi, che possiamo fare quello che ci pare?»
«Meno che mai, dobbiamo essere sempre buoni
questa è la prima cosa, ma anche questo, senza ansia,
sapendo che siamo in buone mani, e che la grande comunità
ci vuole bene e noi vogliamo bene a lei.»
«E i cattivi, come facciamo coi cattivi?»
«I cattivi ci saranno sempre, ma noi dobbiamo fare
come prima cosa di non essere noi cattivi,
di combattere il male, e di seguire il bene,
questa è la prima cosa per chiunque
voglia sapere.» «E cosa intendi quando dici
che abbiamo ricevuto dei semi?
Intendi la procreazione, per la qual cosa chi non procrea
non spinge il tempo, e dunque non è individuo?»
«No bella mia, sbagli se pensi così
e so che non lo pensi, ma lo dici solo per farmi parlare.
La generazione non c’entra un bel niente.
Noi riceviamo dei semi ma poi
creiamo un semino nuovo, quello siamo noi
è il nostro essere, il nostro esistere, se vuoi,
che spinge il tempo, che lo crea anche, si può dire.
Ma adesso tesoro, che ho risposto alle tue domande
e che sembra tutto chiaro, adesso devo confessarti
che si apre come una grande macchia di nero
nel mio pensiero, perché, sì, possiamo stare più tranquilli
perché siamo legati alla comunità, non siamo soli,
ma anche la comunità muore quando giunge al fine,
o potremmo pensare che giunta al fine dell’evoluzione
dal big bang fino alla materia e alla vita
sempre più cosciente e sapiente, tutto l’insieme rivive
in un solo corpo senza più tempo e spazio
e quello che noi eravamo stati, rotelle
di un ingranaggio di una grande macchina
quello per sempre siamo, tutte rotelle connesse
che girano insieme in un’eterna danza.»
«Ciò che mi mancherà – dici tu –
sono proprio le mancanze di questa nostra vita,
le attese e le speranze, le cadute e i riavvii,
mi mancherà questa casa, mi mancherà questa terra
e tutto quello che non so e che non ho visto,
mi mancherà la paura, questo terrore di spegnermi
come una candela giunta all’esaurimento,
mi mancherà la prigione della vita, e il non sapere il giorno
dell’esecuzione, mi mancherà il nostro stato di umili,
abbandonati al volere di Dio. Sai che mi mancherà, amore mio?
mi mancherà questo potere, nel terrore della morte,
scacciare via il pensiero come si scaccia una mosca.»
…………………………………………………[«Amore mio, hai ragione
sento anch’io questo, lasciare il mondo è terribile
e un’angoscia adesso mi prende, nera,
lasciare quello che stavamo facendo, interromperlo,
e tutto di noi svenduto all’asta, disperso,
se solo ciò che rimane di noi è quella cosa così piccola
che ha spinto il tempo, quella goccia nel mare.
Ci mancherà questo poter dire: “la morte verrà
ma non ci pensare ora, pensa a altro”
come bambini che pensano: “ci penseranno i nostri genitori”,
questo nostro metterci nelle mani di Dio,
consegnarci a Lui, è questo che ci mancherà?
Ma adesso ascolta, prendiamo una pausa, può darsi
che domani, a mente riposata, capiremo meglio qualcosa
e saremo meno tristi, meno oppressi,
guarda le nuvole tinte di rosa per il tramonto
e il cielo farsi quasi violetto, più acceso
e bruno insieme, e noi qui su questa terrazza seduti
mano nella mano, beviamo questo vino che brilla nei bicchieri.
Non sembra che tutto si ricomponga
in un’unità meravigliosa
come abbiamo pensato?
Che niente muoia, ora che viene la notte
e tutto si accende di una luce eterna?»

***********************

(c) Claudio Damiani

 

Nota: Il poemetto è uscito anche sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti per info Qui

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