Classici

Variazioni bianche #6: bianco

All’inizio si dà retta alla vulgata e si pensa che il colore più angosciante sia il nero.
Poi qualcosa fa vacillare la certezza. La morte dietro la maschera è rossa. Il re, con il suo libro che uccide alla prima lettura, è giallo. La nube liberata dal ghiaccio antartico che uccide la razza umana al suo passaggio è purpurea. Il colore che viene dallo spazio ha dal tremendo suo di essere tuttora sconosciuto.
Poi si smette di avere dubbi. Si smette più o meno a livello di Gordon Pym, al suo arrivo nell’incredibile bianco mozzafiato.
Moby Dick è bianco, come il lutto orientale. Alla sua bianchezza è dedicato un intero capitolo. Chiarisce come il panico possa arrivare da un eccesso di grazia. Il tocco angelico come frizione insopportabile, la purezza come motivo di paura.
Sono bianchi i denti, uniche ossa scoperte del nostro corpo. Bianchi i tasti del pianoforte, e la sindrome della pagina eponima, che non ho mai vissuto per la determinazione a sedermi al computer non un attimo prima che quello che ho da scrivere mi esca dalle mani. Sono bianchi, troppo, i muri del mio bilocale, dipinti con le mie mani poco prima di trasferirmi in una tre giorni di intossicazione da allegria, e non c’è fotografia o quadretto che riesca a distrarne il lucore, che traspare da ogni singola striscia con una sfrontatezza ospedaliera.
Mia sorella ha sempre voluto un gatto bianco, perché la mettesse in soggezione, diceva. È bello avere qualcosa per cui provare ossequio. Per assoluto caso è arrivato Artù, fortunello di due settimane abbandonato dalla madre, tutto preso a starnutire e ad aderire al nostro collo con tutto il corpo. Finché era piccolo una sua zia romana lo chiamava “la palletta”; ora è oblungo come una faina. Artù chiacchiera e risponde al suo nome con variegati cinguettii. Artù è un ossesso, e dimostra un incontenibile affetto, correndo ad accogliere alla porta o mordicchiando le mani con un accenno di scodinzolio canino. Eppure ci sono dei momenti in cui Artù è poco lontano, acciambellato sulla sedia sotto il riverbero del televisore, la faccia premuta nelle zampe come se pensasse a qualcosa, e in quei momenti Artù è altro, Artù è altrove, e questo avviene sicuramente perché è bianco.
Non dormo bene, d’estate. Qualcosa del chiasso notturno e della stanza torrida mi tiene sveglia, avviluppata nell’ansia. Un attimo prima sono tutta presa a sentirmi il cuore nel cuscino, un attimo dopo mi ritrovo a metà della notte, improvvisamente sveglia dopo un sonno da stanchezza, chiedendomi quando mi sono addormentata. Mi piace alzarmi, allora. Andare a prendere un bicchiere d’acqua o uscire in balcone. Mi piace perché non ho più ansia, e sono padrona del tempo e dello spazio.
Artù mi aspetta sempre dietro una porta. Tende un agguato alle mie caviglie, saltando su due zampe, e quasi mi fa caracollare. Se fossi ancora spaventata sarebbe un problema; invece mi fa grande tenerezza. Agguanta le caviglie poi scorre via, prendendo l’infilata del corridoio.
Come Moby Dick, posto che lui si prenda la briga di fare agguati anziché limitarsi a scrollarseli di dosso quando li riceve. Quello stesso modo di essere per noi il più dilatato punto sulla retta, mentre non siamo per lui che il breve segmento della sua corsa pazza.

© Giovanna Amato

Charlotte Brontë, Jane Eyre (Le Grandi Scrittrici; Neri Pozza)

Jane Eyre

Debutta oggi la nuova collana di Neri Pozza “Le Grandi Scrittrici” a cura di Monica Pareschi (che ringrazio per questa anteprima). Il primo romanzo è l’indimenticabile Jane Eyre, in questa nuova edizione, introdotto da Tracy Chevalier e tradotto da Monica Pareschi, presentiamo qui alcune pagine dal primo capitolo. (gianni montieri)

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“Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”, scriveva Calvino. Siamo partiti da qui per inaugurare una nuova collana dedicata ai capolavori della letteratura femminile, senza limiti di spazio e di tempo, con l’intento di creare, appunto, le condizioni ideali per le lettrici e i lettori di oggi: un’operazione editoriale che rende accostabili e godibili alcuni dei libri più amati di sempre, con nuove traduzioni che ne sottolineano tutta l’attualità, per chi si accinge a rileggerli ma anche per chi vi si accosta per la prima volta.” (Monica Pareschi)

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Charlotte Brontë, Jane Eyre, Neri Pozza (€ 12,90)

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Capitolo 1

Impossibile fare una passeggiata quel giorno. In realtà, la mattina avevamo vagato per un’ora tra gli alberi spogli; ma a partire dall’ora di pranzo (la signora Reed, quando non c’erano ospiti, mangiava presto), il freddo vento invernale aveva portato con sé nuvole così fosche, e una pioggia così penetrante, che qualunque altra attività all’aria aperta era ormai fuori discussione.
Ne ero felice; non mi sono mai piaciute le lunghe passeggiate, soprattutto nei pomeriggi gelidi: era orribile tornare a casa nella luce cruda del crepuscolo, con le dita delle mani e dei piedi intirizzite e il cuore triste per i rimbrotti di Bessie, la bambinaia, umiliata dalla consapevolezza della mia inferiorità fisica rispetto a Eliza, John e Georgiana Reed.
I quali Eliza, John e Georgiana erano adesso raccolti intorno alla madre in salotto: lei era adagiata su un divano accanto al caminetto e, circondata dai suoi diletti (che per il momento non si accapigliavano né piangevano), sembrava perfettamente soddisfatta. Quanto a me, mi aveva dispensata dall’unirmi al gruppo, dicendo che «le dispiaceva di esser costretta a tenermi in disparte; ma finché non fosse stata informata da Bessie, e non avesse constatato di persona osservandomi che mi stavo sforzando sul serio di comportarmi come s’addice a una bambina, mostrandomi socievole, affabile, lieta – dovevo essere più vivace, più schietta, più spontanea insomma – le toccava proprio escludermi dai privilegi destinati solo ai bravi bambini che non fanno i capricci».
«Ma Bessie cosa dice che ho fatto?» domandai.
«Jane, non mi piacciono i curiosi o quelli che trovano da ridire su tutto; e poi c’è qualcosa di davvero sgradevole in un bambino che si permette di rimbeccare i grandi in questo modo. Vatti a sedere da qualche parte; e finché non avrai qualcosa di gradevole da dire, taci».
Accanto al salotto c’era una saletta per la colazione, e mi infilai lì. Nella stanza c’era una libreria e ben presto mi impadronii di un volume, dopo essermi assicurata che avesse tante figure. Mi arrampicai sul sedile nel vano della finestra e, sollevando anche i piedi, mi sedetti a gambe incrociate, come un turco; infine, dopo aver tirato quasi del tutto le pesanti tende rosse di tessuto marezzato, mi ritrovai doppiamente protetta, come una reliquia.
Lembi di stoffa scarlatta mi impedivano la vista a destra; a sinistra i tersi riquadri di vetro mi isolavano senza separarmi dalla cupa giornata novembrina. A intervalli, mentre giravo le pagine del libro, studiavo il pomeriggio invernale. In lontananza, nient’altro che un biancore vacuo di nebbia e nuvole; più vicino, uno scenario d’erba bagnata e cespugli flagellati dal vento, lunghe raffiche luttuose che spazzavano via con violenza la pioggia incessante.
Tornai al mio libro, la Storia degli uccelli inglesi di Bewick: del testo non mi importava granché, in generale, eppure c’erano alcune pagine introduttive che, pur essendo una bambina, non riuscii a saltare a piè pari fingendo che non esistessero. Erano quelle che trattavano dei luoghi abitati dagli uccelli marini; degli «scogli e promontori deserti» che essi soli popolano; della costa norvegese, costellata di isole dall’estremità meridionale, il Lindesnes – in inglese Naze – fino a Capo Nord,

Là dove l’oceano nordico, in vasti vortici,
Ribolle tra le nude, malinconiche isole
Dell’ultima Thule; e l’atlantico flutto
Si scaglia tra le Ebridi selvagge.

Né potevo ignorare la menzione delle rive desolate della Lapponia, della Siberia, delle Spitzbergen, della Novaja Zemlja, dell’Islanda, della Groenlandia, con «le sconfinate regioni artiche, e quelle lande dimenticate da Dio di spazio sempre uguale; quella riserva di gelo e neve, dove duri campi di ghiaccio, accumuli secolari di inverni cristallizzati uno strato sopra l’altro fino a raggiungere altezze alpine, circondano il Polo e concentrano, moltiplicandoli, i rigori del freddo estremo». Di questi regni bianchi come la morte mi ero fatta un’idea tutta mia: confusa, come ogni nozione compresa solo a metà che fluttua nel cervello infantile, ma stranamente potente. Le parole di quelle pagine introduttive si collegavano alle illustrazioni seguenti e davano un senso allo scoglio che si ergeva solitario in un mare gonfio e spumeggiante; al vascello spezzato e arenato su una costa desolata, alla luna fredda e spettrale che, attraverso una prigione di nuvole, occhieggiava un relitto sul punto di colare a picco.
Non so dire quale sentimento gravasse sul cimitero solitario con la sua lapide incisa; e il cancello, la coppia d’alberi, il basso orizzonte cinto da un muro diroccato, la falce di luna appena sorta a indicare l’ora serale.
Le due navi immobili su un mare torpido mi parvero fantasmi marini. Girai in fretta la pagina col demonio che sistemava il fagotto sulle spalle del ladro: l’immagine mi terrorizzava.
Come pure quella con la creatura nera e cornuta seduta su un masso in disparte, a guatare di lontano una folla radunata intorno a una forca.
Ogni figura raccontava una storia; spesso misteriosa per la mia mente acerba e la mia sensibilità infantile, e tuttavia profondamente interessante: interessante come le storie che Bessie narrava le sere d’inverno quando capitava che fosse di buon umore; e quando, dopo aver spostato il tavolo da stiro accanto al focolare nella stanza dei bambini, ci lasciava sedere intorno a lei e, mentre rassettava le gale e i pizzi della signora Reed e pieghettava i bordi della sua cuffia da notte, nutriva la nostra avida attenzione con brani romantici e avventurosi tratti da vecchie fiabe e antiche ballate; o (come scoprii in seguito) dalle pagine di Pamela e Henry, conte di Moreland.