Città

proSabato: Marguerite Duras, ‘Tra tutte le città’

proSabato: Marguerite Duras, Tra tutte le città

Tra tutte le città amo proprio quelle, quelle che assomigliano a Sarzana, a Marina di Carrara, a Aden e a certe città della Corsica, Bonifacio, Pontevecchio, Tolone anche, città senza alberi (anche Firenze, la cosa più sorprendente è che a Firenze non c’è un albero), città dalle piazze assolate, e che, da mezzogiorno alle tre, si svuotano, chiudono tutto, sono completamente morte. In genere queste città sono sporche, puzzano di cipolla, di sterco di cavallo, e dato che sono sul mare, di pesce. Le case sono vecchie, mal costruite, povere, piene di gente, negli ingressi e nei corridoi c’è odor di muffa, non ci sono giardini, sulla piazza c’è una fontana dalla quale esce un esile filo d’acqua. Rare le vetrine, che s’incastrano tra le finestre, e mettono in mostra pantofole, caramelle, cartoline, camici da lavoro. Tutto crolla in queste città, il fondo stradale è dissestato, lo spazzino dorme da l’una alle tre, e ce n’è uno solo perché il comune è povero, e nei canaletti di scolo galleggiano i rifiuti. Queste città sono spazzate dal vento di mare che si alza intorno alle tre di pomeriggio e allora sulle piazze deserte si levano nuvole di polvere, e la polvere di queste città è fine, salata, sa di urina, c n’è dappertutto, le siepi di bosso del giardino del parroco (le uniche piante della città) ne sono coperte, e i bambini ne hanno i piedi incipriati.
…..Quando a fine agosto piove, queste città profumano come nessun’altra, la polvere di cinque mesi d’estate, di marciumi di ogni sorta, si gonfia e emana i suoi sentori di carni bagnate. Non sono fatte per piacere, queste città, sono mercati dove vengono ad approvvigionarsi le campagne circostanti. Nei loro dintorni gironzolano venditori ambulanti, cinema itineranti. Queste città sono per me le più erotiche del mondo. Città d’ombra, di sole. Contrasto d’ombra. L’ombra è erotica.

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© Marguerite Duras, in Quaderni di guerra e altri testi, trad. it. di Laura Frausin Guarino, Milano, Feltrinelli, 2008 [Cahiers de la guerre et autres textes, P.O.L. éditeur/Imec éditeur, 2006]

Il testo proposto viene dalla sezione Ricordi d’Italia del Quaderno beige. Tutti i quaderni del volume sono stati redatti dal 1943 al 1949.

Simone Pieranni, Genova Macaia

Simone Pieranni, Genova Macaia, Laterza, 2017; € 14,00, ebook € 9,99

 

Genova per noi che (non) siamo nati a Genova. Genova per chi c’è vissuto, per chi no, per chi c’è stato di passaggio e per chi ne è scappato. Genova Macaia, come quello stato d’animo che prende le mosse dal vento di scirocco per diventare metafora di una condizione dell’essere e del sentire, melanconia, mancanza.

Il secondo libro di Simone Pieranni è un viaggio, anzi più viaggi tutti insieme anche se in direzioni e luoghi diversi, ma con un solo punto cardinale: Genova. Pagina dopo pagina si cerca inutilmente una risposta alla domanda se i luoghi formino le persone o se siano le persone con le loro storie a dar forma e sostanza a certi luoghi. Genova è così, almeno in queste pagine, un continuo riaffiorare di storie e ricordi, non tutti positivi: come il male alle ossa, un male simile alla storia, vicende terminate da secoli che continuano a fare capolino, sotto forma di dolore. Genova è così, ed assomiglia alla città che ognuno di noi si porta dentro, quella dove si è nati o dove si è vissuti, ognuno ha la sua Genova.

Il libro è l’occasione per ritornare sui passi di una famiglia, quella dell’autore, e delle persone che le sono ruotate attorno nel corso degli anni. È un racconto ibrido che mescola storia ufficiale a storie private, descrizioni ai ricordi, impressioni a eventi storici. Ogni riga è una pennellata alle mura ora del centro ora della periferia di Genova, un continuo girare per le strade e per i vicoli solo per poter ritornare in certe stanze e in certi vicoli del proprio vissuto, del proprio animo, della propria storia.

Lontano anni luce da Genova una volta chiesi ad un musicista siciliano, nato e cresciuto vicino al mare, perché avesse scritto un disco così triste venendo lui da un luogo così solare e ameno. Dalla sua risposta capii che proprio chi nasce vicino al mare è più esposto a quello stato d’animo che a Genova chiamano macaia. È stato un modo di capire questo libro prima ancora di leggerlo, perché anche per chi come me non è mai stato a Zena un libro del genere è importante, è come uno specchio. Non importa, credo, o almeno fondamentale conoscere Via Tolemaide o Piazza de Ferrari per immedesimarsi a pieno in queste pagine perché ognuno ha la sua sopraelevata o la sua Nervi.

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Poesie tratte da “Città biografiche” – Luciano Mazziotta

 

 

 

 

Pensa se fosse così la città

  

Pensa se fosse così la città,
se ci fossero le auto ferme
ai semafori, e se allo stop
bloccassero i cerchi in lega
e facessero un cenno con
gli abbaglianti. Se gli abitanti
abitassero, se sui muri ci
fossero luci e pubblicità;
se ci fossero spazi pubblici,
e se li battessero prostitute
clandestine, nere, tailandesi;
se nascessero ristoranti cinesi
come funghi, e se i funghi
ce li mangiassimo, in qualche luogo
ci innamorassimo e parlassimo
almeno una volta al giorno.
Se fosse un punto di ritorno,
se non si aggirassero né angeli
né dei, se ci si buttasse dai ponti,
se si morisse costantemente;
se si nascesse in ospedale:
se ci si sentisse bene,
se ci si sentisse male.

Pensa se ci fossero chiese,
e case popolari, e quartieri;
se ci fossero regolarmente
differenze di classe, e un asse
che la dividesse in due,
e un altro che la dividesse in quattro;
se ci fosse più di un matto,
e se si svolgessero giornate
alla memoria, alla gloria,
in morte di, in vita di;
se passassimo i venerdì
ad ubriacarci, non controllarci,
e ci sedessimo sulle rovine,
sulle vetrine; se sulle cartoline
ci fosse scritto: “Saluti da,
Sarebbe questa una comune
Città? Saremmo noi comuni?
Se la città fosse com’è,
sarebbe “essere”, uno o tre?
Se tutto fosse così com’è,
sarebbe per gli altri o di per sé?
Se possedesse ciò che è,
                        la città,
potrebbe fare a meno di te?

Medio in oriente

 

*

Le mura, molli, di casa si reggono
in piedi da sole; puoi chiudere invano la porta,
eppure la televisione del coinquilino
continua a filtrarle, e si sente
quello che dice e che fa; trasporta
le sue liti e la serenità postuma
nella stanza adiacente; le mura di casa
cuscino e piscina, in cui tuffarsi vestiti,
si lasciano sfiorare dalla testa e dal pugno
per dire “Silenzio”, e quando lo hai detto,
sai che nessuno ti ascolta: ascolta
lo sparo delle vecchie mura di casa
la cui minaccia imminente è la porta.

Come sono umane le mura di casa…le mura
Che lasci e ricordi tra sfida e paura.

*

I muri amanti di muraglie
Si ergono tra soldati e mitraglie:
non crollano, non crollano mai,
si spostano, semidei, lontani da noi
(severi, austeri, monasteri di eremiti)
da Berlino a Beirut a Shangai-
i muri non crollano, non crollano mai.
Sono stati cinesi, sono stati tedeschi;
hanno complottato con le nazioni;
così palesi figli di servizi segreti
cercano le nozze attraverso il divorzio.

I muri, semidei si muovono e delimitano
La storia, producono periodizzazioni,
si improvvisano trincee: troppo maschi
e troppo forti vecchi reazionari
si sconvolgono per le alterità,
veline militari approdano a Gaza.
I muri soluzioni di bellicosi
Mortificano la terra madre
Col loro seme infertile
E solo gli aerei collegano
Gerusalemme a Gerusalemme.

Il muro da un lato Palestinese,
dall’altro lato è Israeliano
come due vicini che si guardano coi cannocchiali
ad innescare liti condominiali.
La schiena, la schiena sfregiata
È l’unica parete da riverniciare
Coi cerotti, per l’emorragia fendente,
scissione immanente, medio
                                                          in oriente.
Non singhiozzare, non singhiozzare
Come me dal telefono di una cabina:
piangi reagendo, donna mia, Palestina.

Orma

  

Essenza di assenza percorre i finestrini:
sei il lato passeggeri, la cintura stretta
sul sedile. Attraversiamo il letto del fiume
che ha raccolto colpi di sonno e di frusta,
incurante dei ponti che lo incrociano.
Chi era da lasciare è stato già lasciato,
– beh grazie del passaggio; poi dividiamo!
– Non preoccuparti – non voglio compartire
la mia visione, già divisa tra ciò che è
e ciò che appare qui, la sua forma di estraneo
divisore e dividendo; la sua bocca che confonde,
beata orma sul vapore antico dei finestrini.

Com’era strano pensarsi ancora vicini!