Ciò che disse il legno

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #18

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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maggiore-briggs

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[Episodio Diciassette – Disputa tra fratelli]
Complications set in – yes, complications. How many times have we heard “it’s simple”? Nothing is simple. We live in a world where nothing is simple. Each day, just when we think we have a handle on things, suddenly some new element is introduced and everything is complicated once again. What is the secret? What is the secret to simplicity, to the pure and simple life? Are our appetites, our desires undermining us? Is the cart in front of the horse?”

Complicazioni prendono piede – sì, complicazioni. Quante volte abbiamo sentito “è semplice”? Niente è semplice. Viviamo in un mondo dove niente è semplice. Ogni giorno, proprio quando pensiamo di aver capito come stanno le cose, improvvisamente qualche nuovo elemento si aggiunge e tutto si complica un’altra volta ancora. Qual è il segreto? Qual è il segreto per la semplicità, per una pura e semplice vita? Sono i nostri appetiti, i nostri desideri che ci danneggiano? è il carro davanti ai buoi? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Il mistero della morte di Laura è stato svelato, sembrerebbe ammettere una spiegazione razionale, potrebbero esserci insomma tutti gli elementi per chiudere qui la storia. Ma… complications, che nell’economia del racconto significa nuovi ostacoli, nuovi personaggi, e soprattutto un improvviso allargamento di prospettiva su ciò che finora è avvenuto. E così l’agente Cooper, che si apprestava a lasciare la città, viene invece trattenuto per avere superato la frontiera senza permesso durante le indagini al One Eyed Jack. Anche noi che credevamo di avere ormai a handle on things, ecco che ci ritroviamo nella confusione, nuovamente sballottati, trattenuti a sorpresa. Non si tratta però del caos che aveva prevalso fino a questo momento, e che accentrandosi tutto intorno all’indagine in qualche modo si ordinava e regolava. Il racconto adesso si sfaccetta e si moltiplica in tante sottotrame irrelate, arbitrarie, talvolta stucchevoli, come se la follia di Twin Peaks per un po’ si immergesse nella frivolezza e nella gratuità. Lo stesso titolo fa riferimento a un episodio marginale che coinvolge due personaggi secondari, cioè l’anziano sindaco e il fratello. Il pubblico ha da sempre ritenuto la serie spezzata in due, prima e dopo la scoperta dell’assassino, con netta preferenza per il prima (ometto qui i retroscena di produzione che potrebbero aver spinto Lynch a rivelare così presto il segreto). E però nella quotidianità balorda e stralunata dentro cui la storia pare addormentarsi, cresce di nascosto un altro mistero, ancora più grande del primo, e che di quotidiano non ha nulla. Il Maggiore Briggs, in visita di notte nel bosco con Cooper, scompare. Presenze incomprensibili sembrano abitare i boschi intorno al paese. La stessa morte di Laura è forse collegata a quell’oltre ancora indefinibile. Sia nel frivolo che nello spaventoso, il linguaggio lynchano persiste nel continuo rovesciamento delle abitudini, della logica, di ogni visione rassicurante del mondo. Continua insomma, ed è lì la sua forza, a mettere il carro in front of the horse.
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@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #17

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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cooper

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[Episodio Sedici – Legge arbitraria]
So now the sadness comes. The revelation. There is a depression after an answer is given. It was almost fun not knowing. Yes, now we know. At least we know what we sought in the beginning. But there is still the question, why? And this question will go on and on until the final answer comes. Then the knowing is so full there is no room for questions.

Così adesso arriva la tristezza. La rivelazione. C’è un crollo dopo che si riceve una risposta. Era quasi meglio non sapere. Sì, ora sappiamo. Almeno sappiamo quello che cercavamo all’inizio. Ma resta la domanda, perché? E questa domanda continuerà fino alla risposta finale. Allora la conoscenza sarà così piena da non lasciare spazio alle domande. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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A quest’altezza della storia, i protagonisti scoprono la verità sull’omicidio di Laura. Agli spettatori è già nota da un paio di puntate, e questo ha prodotto anche momenti di ironia tragica, che non è altro che il contrasto tra un punto di vista assoluto (il nostro) e uno parziale (quello dei personaggi). La scoperta sarà straziante e investirà drammaticamente tutti, compreso naturalmente l’agente Cooper. Dopo la risposta there is a depression, che non è però soltanto il crollo emotivo successivo alla rivelazione (a qualunque rivelazione, sembra dire Margaret), ma anche un crollo narrativo, l’improvviso allentarsi della tensione che si riprenderà solo dopo molte puntate. L’obiettivo che muoveva le azioni dei personaggi e teneva allacciate le diverse sottotrame è venuto meno, e subentrerà uno strano caos. Sopra quel caos resta sospesa a question, che non trova risposta nel guazzabuglio delle cose umane. Bisognerà attendere the final answer, che riempirà tutto lo spazio disponibile, colmando in anticipo ogni possibile domanda. Il ceppo, insomma, sta guardando al di là della fiamma.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #16

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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norma

[Episodio Quindici – Guida con ragazza morta]
Food is interesting. For instance, why do we need to eat? Why are we never satisfied with just the right amount of food to maintain good health and proper energy? We always seem to want more and more. When eating too much, the proper balance is disturbed and ill health follows. Of course, eating too little food throws the balance off in the opposite direction and there is the ill health coming at us again. Balance is the key. Balance is the key to many things. Do we understand balance? The word balance has seven letters. Seven is difficult to balance, but not impossible if we are able to divide. There are, of course, the pros and cons of division.

Il cibo è interessante. Per esempio, perché abbiamo bisogno di mangiare? Perché non siamo mai soddisfatti con l’esatta quantità di cibo necessaria a mantenere buona salute e corretta energia? Sembriamo sempre volere di più e di più. Quando mangiamo troppo, il corretto equilibrio è turbato e la malattia sopraggiunge. Certo, mangiare troppo poco cibo sposta l’ago della bilancia nella direzione opposta e c’è la malattia che nuovamente ci colpisce. L’equilibrio è la chiave. L’equilibrio è la chiave per molte cose. Capiamo l’equilibrio? La parola “balance” ha sette lettere. Sette è difficile da bilanciare, ma non impossibile se siamo in grado di dividere. Ci sono, certo, i pro e i contro della divisione. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Perché la Signora Ceppo ci parla di cibo? Un aggancio con l’episodio potrebbe essere la visita imminente e in incognito di un critico culinario, la cui attesa inquieta Norma, proprietaria dell’RR Diner. Ma in Twin Peaks il quotidiano assume sempre proporzioni vertiginose, si carica di altri significati insondabili e oscuri, e anche in questo caso un monologo sulle abitudini alimentari e sul corretto equilibrio tra quantità e salute pare alludere ad altro. L’equilibrio non dipende soltanto dal cibo, ci sono altre inclinazioni che possono arrivare a turbarlo. Queste inclinazioni squilibrate si chiamano anche vizi? Quelli fondamentali sono davvero i vizi capitali, sette come le lettere che compongono la parola balance? In questa storia molti vizi sono in gioco, scatenati, portati alla dismisura. La capacità di bilanciarsi tra i vizi senza sprofondare in nessuno di loro è l’unica innocenza che possiamo raggiungere? Non è impossibile, if we are able to divide, ma dividere cosa? Colui che divise il cibo nella cena più famosa di ogni tempo finì male (the pros and cons della divisione e dell’innocenza). Ci sono davvero degli innocenti tra i personaggi? Senz’altro ci sono vittime, ma basta diventare vittime per essere innocenti? Basta avere delle colpe per essere colpevoli? In fondo si tratta comunque di uno squilibrio momentaneo.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #15

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

fussli

[Episodio quattordici – Anime solitarie]
A poem as lovely as a tree:

As the night wind blows, the boughs move to and fro
The rustling, the magic rustling that brings on the dark dream
The dream of suffering and pain
Pain for the victim, pain for the inflicter of pain
A circle of pain, a circle of suffering
Woe to the ones who behold the pale horse

Una poesia adorabile come un albero:

Mentre il vento delle notti soffia, i rami sbattono avanti e indietro
lo stormire, il magico stormire che genera il sogno oscuro
il sogno di sofferenza e pena
pena per la vittima, pena per il boia
un circolo di pena, un circolo di sofferenza
dolore per quelli che vedono il cavallo pallido

(trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

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Per la prima volta la Signora Ceppo si esprime in versi as lovely as a tree (e per Margaret  il legno è residuo dell’amore, e quindi la sua stessa poesia non potrà che parlare d’amore, ma in modo altrettanto residuale, raccontando cosa lo ha distrutto e portandone in salvo una reliquia). Twin Peaks è una città tra le foreste, circondata dal magic rustling degli alberi, una magia oscura che genera sofferenza e dolore per tutti, anche per chi quel dolore lo ha provocato fin dall’inizio. Sarà proprio così, la storia procede sempre più rapida verso la straziante soluzione del mistero. L’agente Cooper va alla Roadhouse in compagnia della Signora Ceppo, e lì avviene una seconda apparizione del Gigante, che gli annuncia che it’s happening again. Nell’apparizione precedente lo stesso Gigante aveva parlato molto più per enigmi, tra le altre cose di un hungry horse dove il violento Leo sarebbe stato chiuso in passato. Siamo ancora in una fase della storia nella quale il surreale della mente e il soprannaturale si confondono, ma anche quando quest’ultimo prevarrà esplicitamente la sensazione sarà sempre quella di una rappresentazione iperbolica della nostra interiorità misteriosa, abissale, spaventosa. Lo stesso pale horse della poesia sembra evocare l’inquietante cavallo di Füssli, che spia il sonno inquieto simile a una morte scomposta di una ragazza su cui poggia un piccolo mostro grottesco. Perfino le tende presenti nel quadro sembrano tornare in Twin Peaks, nell’episodio del nano ballerino. Quella tela si chiama proprio The Nightmare, un’opera straordinaria, adorabile come un albero.

@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #14

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

bob

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[Episodio Tredici – Demoni]
Sometimes we want to hide from ourselves – we do not want to be us – it is too difficult to be us. It is at these times that we turn to drugs or alcohol or behavior to help us forget that we are ourselves. This of course is only a temporary solution to a problem which is going to keep returning, and sometimes these temporary solutions are worse for us than the original problem. Yes, it is a dilemma. Is there an answer? Of course there is; as a wise person said with a smile: “The answer is within the question.”

Qualche volta ci vogliamo nascondere da noi stessi – non vogliamo essere noi – è troppo difficile essere noi. Sono i momenti in cui ricorriamo a droghe o alcol o comportamenti che ci aiutino a dimenticare che siamo noi stessi. Questa è certo soltanto una soluzione temporanea a un problema che tornerà a presentarsi, e a volte queste soluzioni temporanee sono peggiori per noi del problema originale. Sì, è un dilemma. C’è una risposta? Certo che c’è: come una persona saggia ha detto con un sorriso: “La risposta è dentro la domanda.” (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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La cosa più difficile è accettare quello che siamo? Forse sì, se è vero che di continuo proviamo a essere altri, con espedienti di ogni tipo, a volte solo recitando. Queste forme nuove che assumiamo possono confonderci ancora più del male di partenza, perché aggiungono un disagio che non è nemmeno il nostro, un dolore freddo e inabitabile, irriconoscibile. Ma provare a essere altri presuppone che si sappia cosa si è davvero, ed è quello the original problem, il vero dilemma: l’illusione di essere ourselves, e invece non essere mai esattamente, mai soltanto noi stessi. Nell’episodio in cui si comincia a parlare di demoni malvagi, dello spaventoso e repellente Bob che disturba fin dall’inizio sogni e visioni dei protagonisti, Margaret sembra dire: il demone è nell’uomo come la risposta nella domanda. Le nostre domande sono già indirizzate dalla risposta, i nostri errori dal guaio che arriverà; i nostri demoni dagli angeli che siamo e non volevamo essere.
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@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #13

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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harold smith

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[Episodio dodici – La maledizione dell’orchidea]
Sometimes nature plays tricks on us and we imagine we are something other than what we truly are. Is this a key to life in general? Or the case of the two-headed schizophrenic? Both heads thought the other was following itself. Finally, when one head wasn’t looking, the other shot the other right between the eyes, and, of course, killed himself.

 
Qualche volta la natura ci gioca brutti scherzi e noi immaginiamo di essere qualcos’altro rispetto a quello che siamo veramente. Questa è una chiave per la vita in generale? O il caso dello schizofrenico a due teste? Ogni testa pensava che l’altra la stesse seguendo. Alla fine, mentre una testa non guardava, l’altra colpì l’altra proprio in mezzo agli occhi, e ovviamente uccise se stessa. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Si ritorna al tema dell’ambiguità, della doppiezza, ma stavolta ricorrendo addirittura all’etichetta clinica della schizofrenia (peraltro usata in modo impreciso, qui come nel senso comune). Viviamo come se fossimo two-headed, ma sono due parti della mente in conflitto tra loro, si guardano con sospetto e possono arrivare a sfidarsi. Naturalmente lo scontro avrà soltanto perdenti, nel collasso le due parti si ritrovano riunite. Cosa c’entra questo con Harold Smith? Il ragazzo agorafobico e coltivatore di orchidee, mite all’apparenza, è in realtà carico di un’aggressività pronta a esplodere se tradito. Era solo il confidente o anche l’amante di Laura? E si sta innamorando di Donna? L’orchidea ha una bellezza inquietante, sessualizzata fin dal nome, ma per amare davvero bisogna uscire dalla serra: una testa di Harold guarda fuori, l’altra non perde di vista i fiori. In questo episodio altri personaggi affrontano le conseguenze del conflitto tra le loro due teste, e finiranno presto per colpirsi da soli quando meno se lo aspettano. Pur nel nostro equilibrio che prevalentemente funziona, anche noi siamo seguiti da una parte che spia l’altra, e talvolta la parte che spiava prende il comando e l’altra le va dietro astiosa. Quest’alternanza è a key to life in general? Forse, ma una testa nasconde la chiave, l’altra sa dov’è la porta.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #12

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio undici – Il diario segreto di Laura]
Miscommunication sometimes leads to arguments and arguments sometimes lead to fights. Anger is usually present in arguments and fights. Anger is an emotion, usually classified as a negative emotion. Negative emotions can cause severe problems in our environment and to the health of our body. Happiness, usually classified as a positive emotion, can bring good health to our body and spread positive vibrations into our environment. Sometimes when we are ill we are not on our best behavior. By ill, I mean any of the following: physically ill, emotionally ill, mentally ill, and/or spiritually ill.

Le incomprensioni a volte portano a discussioni e le discussioni a volte portano a scontri. La rabbia è solitamente presente nelle discussioni e negli scontri. La rabbia è un’emozione, solitamente classificata come emozione negativa. Le emozioni negative possono causare gravi problemi nel nostro ambiente e alla salute del nostro corpo. La felicità, solitamente classificata come emozione positiva, può portare buona salute al nostro corpo e diffondere vibrazioni positive nel nostro ambiente. A volte quando siamo malati non ci comportiamo al meglio. Per malattia intendo ognuna delle seguenti: malattia fisica, malattia emotiva, malattia mentale, e/o spirituale. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

Il tono clinico e professionale del monologo serve a esprimere l’ovvio: la rabbia è a negative emotion, la felicità a positive emotion. Le emozioni negative fanno male alla salute, le emozioni positive diffondono positive vibrations nel nostro corpo e tutto intorno. Il diario di Laura Palmer, custodito da Harold Smith, è una riserva dolorosa di emozioni negative. Ma quando la maggioranza di noi prova a raccontarsi non privilegia forse i disagi piccoli e grandi alle gioie? Sì, anche se le nostre vite per lo più scorrono placidamente. Lo facciamo per autoterapia? Perché il male è più potente da raccontare? Di fatto anche la casistica finale che Margaret ci fornisce – physically ill, emotionally ill, mentally ill, and/or spiritually ill – sembra significare che una parte del nostro essere sarà sempre sofferente, o che forse il bene assoluto sarebbe comunque inenarrabile, e per questo in qualche modo ci spaventa e subito si guasta. L’ovvietà esibita serve a provocare, ci spinge a cercare nel rovescio di quello che si dice: questo strano monologo asettico, in apparenza rassicurante nella sua ottusa precisione, ci parla invece di quell’infezione permanente che è la vita. Ci dice che per andare avanti abbiamo sempre bisogno di un qualche bastone per camminare, di un ceppo ad accompagnare.

@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #11

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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Harold

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[Episodio dieci – L’uomo dietro al vetro]

Letters are symbols. They are building blocks of words which form our languages. Languages help us communicate. Even with complicated languages used by intelligent people, misunderstanding is a common occurrence. We write things down sometimes – letters, words – hoping they will serve us and those with whom we wish to communicate. Letters and words, calling out for understanding.

Le lettere sono simboli. Sono mattoni di parole che formano i nostri linguaggi. I linguaggi ci aiutano a comunicare. Perfino con linguaggi complicati usati da persone intelligenti, il malinteso è una consuetudine frequente. Noi annotiamo talvolta cose – lettere, parole – sperando che serviranno a noi e a quelli con cui speriamo di comunicare. Lettere e parole, appelli per capirsi. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

Con tutti gli sforzi che facciamo per essere chiari, il misunderstanding è sempre dietro l’angolo, e pure sentiamo la necessità e il dovere di farci capire e di capire gli altri. Per parlare di noi e del mondo abbiamo però a disposizione soltanto le parole, che rimandano ad altro, come symbols: il linguaggio non esprime se stesso, è lì per riempire la voragine che si spalanca tra noi e il mondo, cercando di colpire e illuminare gli oggetti opachi della nostra esperienza. Tutto questo si collega ad Harold Smith, l’uomo dietro al vetro, un giovane che soffre di agorafobia e non esce mai di casa, e che era diventato amico intimo di Laura e custode del suo diario. Donna cerca dunque di entrare a sua volta in confidenza con lui, ma quando lo spinge a uscire, per spronarlo e per gioco, sottovalutando il suo disagio, Harold quasi sviene appena uscito in giardino. Si sente al sicuro solo tra le pareti di casa, e tra i vetri della serra interna, dove si dedica ai suoi fiori. La sua fragilità ci impressiona, ma Harold Smith somiglia in qualche modo a tutti noi: ognuno di noi vive infatti barricato, senza saperlo; ognuno vive dietro un vetro, anche se può uscire liberamente in giardino. La gabbia che ci imprigiona ha una sua invalicabile trasparenza, fa tutt’uno con la nostra umanità. Questa barriera invisibile che sembra proteggerci e renderci forti, ma in realtà ci separa dalla vita, sono proprio le parole.

@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #10

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

.Pierre

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[Episodio nove – Coma]
As above, so below. The human being finds himself, or herself, in the middle. There is as much space outside the human, proportionately, as inside. Stars, moons and planets remind us of protons, neutrons and electrons. Is there a bigger being walking with all the stars within? Does our thinking affect what goes on outside us and what goes on inside us? I think it does. Where does creamed corn figure into the workings of the universe? What really is creamed corn? Is it a symbol for something else?

Come sopra, così sotto. L’essere umano trova se stesso, o se stessa, nel mezzo. C’è in proporzione tanto spazio fuori dell’umano quanto dentro. Le stelle, le lune e i pianeti ci ricordano protoni, neutroni ed elettroni. C’è un essere più grande che cammina con tutte le stelle dentro? Il nostro pensiero influenza quello che succede fuori di noi e dentro di noi? Io penso di sì. Dove figura la crema di mais nei disegni dell’universo? Cos’è realmente la crema di mais? È un simbolo per qualcos’altro? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

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Ronette Pulasky, testimone dell’ultima notte di Laura Palmer, esce dal coma e riconosce da un ritratto il misterioso uomo sognato da Cooper e dalla madre di Laura. Mentre la storia continua a girare la vite della paura, la Signora Ceppo sembra provare a distrarci, verso l’infinitamente grande di starsmoons planets, e verso l’infinitamente piccolo di protonsneutrons ed electrons. Fa un grande miscuglio, teologico (“a bigger being“) e scientifico, tutto per dire che ogni cosa è collegata, che il basso e l’alto si rispondono, che perfino il nostro pensiero può agire sull’esterno. È un’idea magica, ma sappiamo già che lo stesso Cooper la condivide. Come sempre avviene in Lynch, l’immagine altisonante è però subito rovesciata, accostata al dettaglio incongruente che la mette apparentemente in crisi. Creamed corn, quale posto occupa la crema di mais nei meccanismi dell’universo? La crema di mais rimanda simbolicamente al di fuori di sé? In realtà l’allusione è diretta all’episodio, Donna ha sostituito la sua amica Laura nelle consegne di pasti a domicilio, per indagare senza destare sospetti, e fa la conoscenza dell’anziana signora Tremond e del suo inquietante nipotino Pierre. La signora Tremond si lamenta proprio del fatto che nel suo vassoio ci sia della crema di mais che lei non ha mai ordinato, e Pierre la fa scomparire (“my grandson is studying magic!“): ecco la magia, fosse pure un trucco da prestigiatore, portato però fuori da ogni contesto di intrattenimento e perciò divenuto sinistro. E allora il presentimento che cresce è che non esista più pace domestica, che perfino una crema di mais, per giunta non richiesta, riassuma un destino che la oltrepassa, che i disegni dell’universo possano entrare nelle nostre stanze e sconvolgerle. Stars, moons planets ci spiano dall’alto, nemmeno chiudendo le finestre si può mangiare in pace una crema di mais, per quanto non richiesta.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #9

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

cameriere

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[Episodio otto – Che il gigante sia con te]
Hello again. Can you see through a wall? Can you see through human skin? X-rays see through solid, or so-called solid objects. There are things in life that exist, and yet our eyes cannot see them. Have you ever seen something startling that others cannot see? Why are some things kept from our vision? Is life a puzzle? I am filled with questions. Sometimes my questions are answered. In my heart, I can tell if the answer is correct. I am my own judge. In a dream, are all the characters really you? Different aspects of you? Do answers come in dreams? One more thing: I grew up in the woods. I understand many things because of the woods. Trees standing together, growing alongside one another, providing so much. I chew pitch gum. On the outside, let’s say of the ponderosa pine, sometimes pitch oozes out. Runny pitch is no good to chew. Hard, brittle pitch is no good. But in between there exists a firm, slightly crusted pitch with such a flavor. This is the pitch I chew.

Ciao, nuovamente. Puoi vedere attraverso un muro? Puoi vedere attraverso la pelle umana? I raggi X vedono attraverso il solido, o i cosiddetti oggetti solidi. Ci sono cose nella vita che esistono e che tuttavia i nostri occhi non possono vedere. Sei mai stato sorpreso da qualcosa che gli altri non possono vedere? Perché ci sono cose nascoste alla nostra vista? La vita è un rompicapo? Sono piena di domande. Qualche volta le mie domande ottengono risposta. Nel mio cuore, so dire se la risposta è corretta. Sono il giudice di me stessa. In un sogno tutti i personaggi riconducono davvero a te? A diversi aspetti della tua personalità? Le risposte arrivano coi sogni? Un’altra cosa: io sono cresciuta nella foresta. Capisco molte cose grazie alla foresta. Gli alberi stanno insieme, crescono l’uno accanto all’altro, hanno tanto da offrire. Mastico gomma di resina. Sulla corteccia, diciamo del pino giallo, qualche volta la resina cola fuori. La resina che gocciola non è buona da masticare. La resina dura e croccante non è buona. Ma in mezzo esiste una resina soda, che forma una leggera crosta e ha una fragranza speciale. Questa è la resina che mastico. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Ricomincia Twin Peaks, e la Signora Ceppo, cordiale, ci saluta un’altra volta. Un istante dopo torna però a parlare oscuramente e con strani bagliori. Ci sono molte cose che non possiamo vedere, kept from our vision. I bagliori che cerchiamo non devono illuminare la sola materia, ma il nostro modo di trovarci in mezzo, di inserirci nel puzzleNei sogni c’è forse un’anticipazione di quelle risposte, ma nascosta, confusa, sottratta alla vista. La foresta di incongruenze che attraversano i personaggi ricorda quella dei sogni, è una foresta di allucinazioni e di apparenti assurdità. In questo episodio appare un gigante, e prima ancora un vecchio stordito. Forse lo stordimento del vecchio, il suo non capire l’evidente richiesta di aiuto dell’agente Cooper mostra meglio di qualunque altra scena quanto si è soli dentro un sogno. Ma qui si parla anche di foreste vere, di alberi che crescono insieme e producono tra le altre cose la resina che Margaret mastica (una Signora Ceppo che mastica resina d’albero). Ce ne sono di tre tipi: quella che cola dalla corteccia; un’altra dura e croccante, che si spezza; per le sue gomme serve quella di mezzo, lievemente incrostata. Questa è l’unica vita che possiamo permetterci, tra la durezza fragile del solido e la fluidità sfuggente del sogno, with such a flavor, in tanta fragranza di esserci e masticare.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #8

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio sette – L’ultima sera]
A drunken man walks in a way that is quite impossible for a sober man to imitate, and vice versa. An evil man has a way, no matter how clever to the trained eye, his way will show itself. Am I being too secretive? No. One can never answer questions at the wrong moment. Life, like music, has a rhythm. This particular song will end with three sharp notes, like deathly drumbeats.

Un uomo ubriaco cammina in un modo quasi impossibile da imitare per uno sobrio, e viceversa. Un uomo cattivo, per quanto intelligente anche di fronte a un occhio esperto, ha un atteggiamento che lo tradirà. Sono troppo elusiva? No. Non è possibile rispondere alle domande al momento sbagliato. La vita, come la musica, ha un ritmo. Questa canzone in particolare finirà con tre note acute, come tamburi della morte (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Siamo alla fine della prima stagione, l’episodio ha un titolo conclusivo, ma in realtà nulla si conclude, il mistero resta aperto, anzi tanti misteri insieme, cresciuti intorno a quello principale, la morte di Laura. La Signora Ceppo però, per una volta, ci dice che non si sfugge alla verità, che tutto alla fine si rivela per quello che è: a drunken man non passerà mai per sobrio, la cattiveria di un uomo lo tradirà sempre (si parla del colpevole?). Proprio quando si dichiara secretive, Margaret risulta invece sorprendentemente assertiva, difende un partito preso di comprensione del mondo. La vita, come la musica, ha un ritmo, e un ritmo è quasi sempre costante, prevedibile. Questa parte di storia in particolare si conclude drammaticamente con three sharp notes, tre colpi acuti, sparati, bussati alla porta di un mistero che prima o poi dovrà aprirsi.
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@ Andrea Accardi
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