cinema

In una poesia di Kavafis

imago

Desiderio significa stare sotto le stelle. Sotto il cielo, in attesa. È la condizione madre di Kavafis, poeta notturno, del desiderio e delle ombre: ombre che convoca, chiama a sé e fa sue. Perché le vuole accanto, perché gli facciano compagnia.
Intimità, piacere, illusione, silenzio, ombra: tutte parole che sono in lui, e che noi conosciamo, riconosciamo benissimo.
Le sue prime esperienze omoerotiche avvengono probabilmente a Costantinopoli, Istanbul, intorno al 1885. Lui è sui vent’anni ed è al seguito della madre e dei fratelli in fuga dalla rivolta scoppiata in quegli anni in Egitto. Si muove tra bettole, taverne, casini, luoghi che poi continuerà a vivere ad Alessandria, con dentro tutte le figure destinate a rimanere immortalate nella sua poesia.
L’anima di Kavafis è (è sempre stata) assolutamente pagana (Auden d’altronde avverte in uno dei suoi Shorts che: «Qualunque sia la fede che professano / tutti i poeti, in quanto tali, sono politeisti»). Un pagano, sì, un poeta antico con la sua “religione carnale”, come rilevò giustamente Vittorio Sereni, ma è anche una persona stregata dal rito (si pensi anche soltanto alla poesia intitolata In chiesa), ed è soprattutto dominato dall’idea di un piacere fuggito via, per sempre, nel sempre. Con l’andare degli anni e della nostalgia non potrà che fare di sé un asceta, un mistico senza Dio, inchiodato alla solitudine.
La sua diversità è entro questo termini: l’audacia e la libertà esercitate nel rapimento amoroso, «furtivamente», si risolvono in qualcosa di antico e statico come una divinità, che sublima la realtà nell’estasi, nell’uscita da sé, per edificare un ricordo, per risvegliare “un’ombra fuggitiva di piacere” e darle luce in poesia. Il vissuto è effimero e sfuggente, sappiamo, mentre un ricordo è scolpito, come una statua. Ci vengono in soccorso ancora le parole di Sereni: «la sua poesia vive tutta» – come in un quadro di De Chirico – «tra statue che si sono mosse».
Tutto questo è avvolto da un senso arcaico, originario (e perciò sempre contemporaneo) della perdita, della giovinezza perduta, del tempo andato: «trascorre nel sangue il desiderio antico» scrive Kavafis.
Così nasce e si muove in lui l’idea del Piacere, di questo speciale piacere fuggito. Pensiamolo come contemporaneo di D’Annunzio… Come non somiglia all’altisonante retorica d’annunziana, la sua poesia, che si proietta invece in un’idea di cinema, di movimento, piena com’è di personaggi, caratteri, dettagli. Come si fanno moderni e visivi i suoi versi…
Nella via è il titolo di una delle sue poesie più semplici. Porta in sé il nucleo, per così dire, di altre, bellissime poesie “dal cuore cinematografico”, come A rimanere o S’informava della qualità.
Ecco il testo:

Quel suo volto carino, un poco smunto;
gli occhi castani un po’ cerchiati;
venticinque anni e ne dimostra venti;
con un che dell’artista nel vestire
– il colore della cravatta, la forma del colletto forse –
cammina senza scopo nella via,
ipnotizzato ancora dal piacere illegittimo,
dal piacere illegittimo provato, così intenso.

(traduzione di Nicola Crocetti)

Eccoci di fronte a “dettagli parlanti”. Sono colori, forme, apparenze, che si legano a un animo svagato, a una camminata senza scopo, ovvero alle caratteristiche ricorrenti nei ragazzi dipinti da Kavafis. Il piacere è personificato, ha un ruolo, agisce, ipnotizza. È «il Reggimento del Piacere», che passa «con musica e bandiere», scriverà in una prosa verso la fine dell’Ottocento.
Evocazione, percezione: ogni aspetto della vita, come ogni incontro, è miracoloso per Kavafis. Tutta l’intensità dell’attimo prende corpo nella fuggevolezza dello sguardo, perché è lì che s’incide il piacere, in eterno. La bellezza è inafferrabile e continua a essere «una gioia senza fine», perché è stata fonte di piacere carnale, ma anche spirituale.
Lo spirito è intelligenza, e ti comanda di «cedere, cedere sempre ai Desideri», di legittimare ciò che invece è illegittimo agli occhi di una società chiusa e incapace di affermare la libertà.
Cedere, e scriverne, così che tornino ad accendersi le candele al secondo piano di via Lepsius 10, l’appartamento che Kavafis abitò ad Alessandria tra il 1907 e il 1933. E come è stato per lui può essere per noi, oggi, fermi nelle nostre case – come scrisse Ceronetti – «ad aspettare che tornino, i fantasmi che abbiamo incoronato».

Cristiano Poletti

 

Cercare Dio nella palude. Da “Silenzio” di Endō a “Silence” di Scorsese

tosolini_palude

Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude (Le persecuzioni dei missionari in Giappone da Shūsaku Endō a Martin Scorsese), EDB, € 11,00

Quello affrontato da Shūsaku Endō nel romanzo Silenzio (1966) e ora da Martin Scorsese con il film Silence è un tema altissimo e difficilissimo. Anzi, sono più temi in uno: di questa complessità si carica ogni vera grande opera d’arte, se animata come sempre dovrebbe essere da un confronto serrato con la violenza, la fine, la morte. E proprio per comprendere meglio questa complessità, sciogliendone qualche nodo, è davvero utile leggere un libro breve e prezioso, scritto da Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude. Tosolini, teologo, direttore del Centro studi dei missionari saveriani a Osaka, si muove tra pagine di storia e di cultura e sa farci entrare in una materia ricca di interrogativi che inevitabilmente restano privi di una risposta certa.
Quando nel 1549 si apre per il Giappone il cosiddetto “secolo cristiano”, l’Europa è nel vivo della diffusione del Luteranesimo. Carlo V, il più grande sovrano dell’Età moderna, avrebbe dovuto di lì a poco rinunciare all’unità religiosa, e quindi politica, dell’Impero. Nel 1555, con la celebre formulazione della Pace di Augusta, cuius regio eius religio, si rassegnava alla rottura esercitata dal protestantesimo. Dopo l’ondata dei movimenti ereticali nel Basso Medioevo, questa è una rottura che sconvolge e minaccia alle fondamenta la Chiesa Romana: una contesa che avrebbe spaccato culturalmente, socialmente ed economicamente l’Europa, disegnandone il destino dei secoli successivi. Da questo profondo turbamento nasce a Parigi, nel 1534 (con conferma papale nel 1540), l’ordine dei Gesuiti. L’attività missionaria e l’opera di evangelizzazione sarebbero presto diventate colonne portanti della Controriforma. Fu lo spagnolo San Francesco Saverio a spingersi fin nell’Estremo Oriente, prima in India, poi in Indonesia, quindi appunto nel 1549, in Giappone.
Il film di Scorsese ci porta direttamente al termine del periodo cristiano. Ci troviamo tra il 1640 e il 1641, quando le persecuzioni dell’era Tokugawa, attive da tempo, avevano ormai portato l’azione dei cattolici a un dolorosissimo epilogo. Vediamo missionari esposti al bilico tra la colpa e l’espiazione; il “martirio al contrario” dei cristiani giapponesi che, nascosti e perseguitati, si consegnano alla tortura e alla morte violenta per proteggere i Padri missionari; la vicenda di Padre Francisco Rodrigues, stretto tra il bisogno di Dio e la necessità di sopravvivere; la costrizione alla fumia, all’abiura.
D’altronde, non c’è “dolcezza” nel cristianesimo. Cristo è venuto a dividere: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la pace, ma la spada» (Matteo 10,34); è venuto a ferirci, aprendoci l’orizzonte del sacrificio, del martirio se necessario: «Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita a causa mia, la ritroverà» (Matteo 10,39).
«Il romanzo di Endō – ha dichiarato Scorsese – affronta il mistero della fede cristiana, e per estensione il mistero stesso della fede. Rodrigues impara, un po’ alla volta, che l’amore di Dio è più misterioso di quanto conosca, che egli concede molto più alle vie dell’uomo di quanto siamo disposti ad ammettere, e che egli è sempre presente… anche nel silenzio.»
Il libro di Tosolini si addentra nel campo delle tante domande poste dal libro di Endō e dal film di Scorsese. Tra queste, ecco forse quella centrale: la mia fede, si chiede il credente, è e sarà grande come l’amore che ho per Dio? È e sarà incrollabile?
La fede, per il religioso, s’inscrive sempre, necessariamente, nel territorio della ragione. Ma la ragione dell’uomo non può, non riesce proprio, a comprendere il silenzio di Dio di fronte allo schianto del male, al cospetto dell’uccisione, dell’ingiustizia. Dio non solo non parla la nostra lingua, ma non ci parla affatto. Non si manifesta, non interviene nella storia, non agisce in alcun modo per “ripararla”, e noi non possiamo far altro che pensarlo e raffigurarlo come un uomo. Cristo, Dio incarnato, è in ogni essere umano, nel cuore della sofferenza di ogni uomo, in ogni “palude” dell’anima e del corpo. In questi termini, nelle parole di Endō: «Ho voluto mostrare che Dio, il quale appare solo superficialmente disinteressato alla sofferenza e miseria umana, di fatto parla attraverso un medium che va oltre le parole». Queste sono, perlomeno sarebbero, le conclusioni.
La palude è il Giappone, dove la religione cristiana non può attecchire; la palude è l’impossibilità che la vertigine della trascendenza per l’uomo occidentale e il tutto rappresentato dalla natura per l’uomo orientale s’incontrino; ma la palude è soprattutto la grande non risposta, il silenzio non tanto di Dio, ma il silenzio che si impone alle ragioni della nostra fede.
Del resto, tra tutte le voci la prima, l’originaria, appartiene al silenzio. Lo sentiamo in noi, continuamente, e intorno a noi: Dio è silenzio, e lascia a noi ogni decisione. Non c’è risposta dunque alle ragioni con cui “costruiamo” la nostra fede o con cui compiamo la storia. «È neonato anche Dio. A noi di farlo/ vivere o farne senza; a noi di uccidere/ il tempo perché in lui non è possibile/ l’esistenza», recita una splendida poesia di Montale, A un gesuita moderno, in Satura.
Per credere occorre andare oltre i limiti della ragione, occorre fidarsi, ossia porre la fede più in alto o se si vuole più giù, fino all’abisso del male, del sacrificio, della perdita.

Cristiano Poletti

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #2

Quella che segue è la seconda parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra letteratura e cinemaCi siamo interrotti, ieri, alle soglie degli anni ’50. Buona lettura con la seconda parte.

la-terra-trema

Il periodo che seguì, dai primi anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta, rappresenta probabilmente l’apice, non solo artistico, del nostro cinema. I più importanti narratori italiani vi si dedicarono attivamente, in veste di scrittori e critici, e si affermò in via definitiva la figura dello sceneggiatore professionista, capace di fare col proprio talento le fortune di un film.
In particolare a partire dal 1960 cominciò un’era nuova, una fase di maturazione espressiva che affrancò la nostra cinematografia da ogni modello precedente per quanto concerneva il parlato, e che procedeva di pari passo con la trasformazione linguistica che stava coinvolgendo il paese. Si produsse un intreccio di biografie, dovuto alla collaborazione di scrittori diversi al medesimo film, con incontri e scontri, amicizie, dibattiti, scambi di esperienze. Attorno ai tavoli di sceneggiatura si venne radunando una fitta schiera di lettera­ti ai quali il cinema chiedeva una capacità non convenzionale di esplorazione e scavo, di soluzioni narrative e personaggi alternativi a quelli forniti dallo schematismo produttivo cinematografico. E i film del periodo dimostrarono di poter riprodurre le complessità e la modernità della letteratura contemporanea senza necessariamente ricorrere all’adattamento. (altro…)

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #1

Quella che segue è la prima parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra il cinema e la letteraturaCi interromperemo, oggi, alle soglie degli anni ’50; vi aspettiamo domani qui, alla stessa ora, per un’analisi fino agli anni ’60. Buona lettura.

cabiria

Il cinema è l’ultima grande forma d’arte che l’umanità abbia dato alla luce. La sua comparsa sul palcoscenico del mondo ha avuto un impatto senza precedenti nell’immaginario collettivo, certamente mai avvicinato nel secolo abbondante trascorso da allora. Nemmeno l’avvento dell’elettronica e del web è paragonabile all’urto che i film – le immagini in movimento – provocarono nel panorama culturale dell’epoca, approfittando della crisi delle strutture narrative del romanzo e del racconto, terremotate dalle avanguardie artistiche di inizio Novecento.
Ma la storia del cinema è anche la storia di un rapporto ininterrotto con le strutture letterarie che lo hanno preceduto, persino con quelle forme meno blasonate di intrattenimento – fumetto, musica pop, riviste scandalistiche e “dime novels” – alle quali generalmente veniva rifiutata la qualifica di arte.
Anche una breve ricognizione delle relazioni fra gli intellettuali italiani e il nuovo mezzo espressivo mostrerà dunque un processo di adattamento darwiniano, che parte dalla totale subordinazione culturale del film al romanzo, passa per una fruttuosa serie di interferenze reciproche, e giunge al contesto odierno, in cui la narrazione per immagini domina quale specie incontrastata. Ed è grazie a questo processo di selezione naturale che i narratori contemporanei, cresciuti in un reticolo mediale composito – fra tastiere, homevideo, web e serialità televisiva – possono saldare quel debito pregresso che il cinema aveva accumulato nei confronti della letteratura. (altro…)

“Her”. Senza le complicazioni del caso

Her-Poster

Her di Spike Jonze

*

di Irene Fontolan

*

Senza le complicazioni del caso

Her è un film scritto e diretto dal regista Spike Jonze. Una chiara luce che a distanza di qualche anno dall’uscita in Italia (2014) non ha smesso di illuminare e far riflettere sugli aspetti ombrosi e fuggenti dell’esistenza umana. “Her” si posiziona tra i generi drammatico, fantascienza e sentimentale aggiudicandosi l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) vive in una normalità tecnologica dove i pensieri umani vengono tradotti all’istante dalle macchine e dove la relazione tra esse e l’uomo è simbiotica.
Tuttavia, si continua a scrivere, leggere, parlare e ascoltare ma in modo e per motivi diversi. Theodore è impiegato a scrivere e dettare al computer lettere d’amore per conto di altri. La gente fa scrivere la propria vita sentimentale a persone che lo fanno di mestiere, come Theodore che conosce alcune coppie più di quanto conoscano loro stesse. Sembra quasi che manchi il tempo per parlarsi o scriversi direttamente, che i sentimenti non siano abbastanza veri e forti da trovare il coraggio di esprimersi, che la tecnologia abbia assorbito anche la sfera che più caratterizza l’essere umano, quella emozionale.

Theo è quel tipo di persona che ha sempre il consiglio giusto al momento giusto per gli altri ma non per se stesso e la conferma è ancora quello spazio vuoto al posto della sua firma nei documenti per il divorzio. Che stranezza la sfumatura secondo la quale il protagonista sta per divorziare ma come lavoro scrive lettere traboccanti di romanticismo e sentimento. Che stranezza la sua paura di commettere e subire errori che gli fa vivere le emozioni solo attraverso la loro proiezione sul soffitto, guardandole a occhi aperti dal suo letto solitario.
Samantha (Scarlett Johansson, doppiatrice originale) arriva nella vita di Theodore un giorno qualunque quando finalmente decide di lasciarsi trasportare dalla curiosità e dalla voglia di evasione. Un anno è trascorso, un anno di lui solo in quel letto, un anno di nessuna relazione sentimentale, un anno vissuto nel passato attraverso i ricordi. Sam è fresca, piacevole e Theo se ne innamora. Una cornice quasi perfetta, ma Sam non è come Theo, né come le altre persone. Il limite della non corporeità di coppia si fa sentire: quanto resisteranno? Riescono ad andare al di là di questo limite trasformandolo, con la consapevolezza di entrambi, quasi in assoluto pregio.

(altro…)

Paolo Virzì, La pazza gioia

LA-PAZZA-GIOIA-Locandina-Poster-2016

La pazza gioia, evviva la commedia all’italiana di Nicolò Barison

 

Valeria Bruni Tedeschi è Beatrice, una contessa miliardaria decaduta, che, a sua detta, è in stretti rapporti con i leader più influenti di tutto il mondo, fra cui Silvio Berlusconi, con cui condivide l’”accanimento giudiziario”. Micaela Ramazzotti è Donatella, una giovane madre dal passato burrascoso, il cui unico scopo è rivedere suo figlio dato in adozione, o almeno, avere una sua foto. Le due donne soggiornano in un istituto mentale, una grande villa colonica sulle colline pistoiesi convertita in struttura pubblica, sotto lo stretto controllo del Giudice di Sorveglianza, il quale ha disposto la custodia cautelare. Tra loro nascerà una splendida amicizia che le porterà a fuggire dall’istituto, dando vita ad una bizzarra avventura on the road.

Paolo Virzì, a due anni di distanza da Il Capitale Umano, lascia le zone del vicentino e ritorna a girare nella sua amata Toscana. La pazza gioia è una commedia agrodolce sui drammi personali di due donne: Donatella e Beatrice. Taciturna e inizialmente diffidente la prima, esuberante e logorroica la seconda, le due diventano pian piano amiche. Durante un’uscita dall’istituto per un lavoro socialmente utile in un vivaio, Donatella e Beatrice, approfittando di un ritardo del pulmino, decidono di scappare e darsi alla “pazza gioia”. Il film di Paolo Virzì certo ricorda Thelma & Louise, ma con qualche accorgimento. Se le due americane nel film di Ridley Scott fuggivano dalla loro noiosa quotidianità, le due toscane scappano in cerca dei frammenti del proprio passato. Con La pazza gioia Virzì mette in scena una storia tenera e triste, che trova la sua forza, e sembrerebbe un ossimoro, proprio nelle fragilità delle due protagoniste, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, le quali forniscono due prove davvero convincenti. Le due attrici sono in grande sintonia fra loro, una coppia che scoppia, dove la recitazione dell’una valorizza e completa quella dell’altra. Due ruoli femminili potenti che non hanno nulla da invidiare alle donne dei film di Pedro Almodóvar. Ma, d’altra parte, Paolo Virzì è ormai una certezza.

(altro…)

Anomalisa (di Nicolò Barison)

anomalisa-poster

Anomalisa, l’Uomo Postmoderno nel film d’animazione di Charlie Kaufman

*

Anomalisa è la storia di Michael, uomo di mezz’età annoiato dalla sua vita, che di lavoro fa l’oratore motivazionale, ovvero è specializzato nel dare un senso alle esistenze degli altri. Ha avuto un discreto successo con il suo libro sui servizi ai clienti delle varie compagnie. È inglese ma vive a Los Angeles, anche se in realtà a casa non c’è mai, dato che è sempre in viaggio da un Paese all’altro. Durante un soggiorno di lavoro giunge a Cincinnati, dove deve tenere un importante discorso ad una convention. Nel lussuoso hotel in cui alloggia conosce casualmente Lisa, una sua fan che lo colpisce sin da subito nel profondo.

Anomalisa, vincitore del Leone d’argento – Gran premio della giuria al Festival di Venezia 2015 ed in corsa agli Oscar, è il primo film d’animazione in stop motion diretto da Charlie Kaufman, con il supporto di Duke Johnson. E il risultato è davvero molto buono. Kaufman è prima di tutto un grande sceneggiatore, sin dai tempi dello splendido Essere John Malkovich, senza dimenticare Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, scritti rispettivamente per Spike Jonze e Michel Gondry. Kaufman si è poi cimentato anche nella regia con Synecdoche, New York con il compianto Philip Seymour Hoffman e, appunto, Anomalisa. Il film, verboso, complesso e filosofico come tutto il cinema dello sceneggiatore/regista, mette in scena la vita-non-vita di un uomo di successo, distaccato dal mondo ed incapace di provare interesse per l’umanità che lo circonda. Egli manda sempre tutto a rotoli e non riesce ad instaurare rapporti umani sinceri con i suoi simili. Tutto sembra annoiarlo maledettamente e le persone gli appaiono tutte identiche (non a caso “tutti gli altri” sono doppiati dalla stessa grigia e robotica voce maschile, anche le donne), fino a quando non incontra Lisa, il cui timbro vocale (quello della Jennifer Jason Leigh di The Hateful Eight) presenta delle peculiarità diverse che lo fanno sentire di nuovo vivo. Michael, fino a quel momento, era maestro nel cambiare la vita delle altre persone, ma incapace di trasformare sé stesso. Ma Lisa ai suoi occhi e alle sua orecchie sembra totalmente diversa da quella massa informe e piatta che vede ogni giorno.

(altro…)

Sui racconti di Sam Shepard (di Martino Baldi)

 

shep2

 

 

 

 

 

 

shepard-500x500

 

 

 

 

 

 

 

 

Sam Shepard: Attraverso il paradiso (Feltrinelli, 1998 – non disponibile). Il grande sogno (Feltrinelli, 2005). Traduzioni di  Andrea Buzzi

*

Per lui cominciò con un istante di silenzio lacerante. Qualcosa si staccò e cadde. Istintivamente in cuor suo capì che quel “qualcosa” era l’idea, coltivata a lungo, di se stesso come singolo individuo; quell’entità tutta americana chiamata “Il Self Made Man”

[da Self Made Man in “Attraverso il paradiso”]

Se Sam Shepard sia soprattutto un grande attore oppure un grande sceneggiatore oppure un grande drammaturgo è difficile a dirsi. Il dibattito è aperto. Gli estimatori dello Shepard attore ricorderanno le sue grandi interpretazioni a partire dallo strepitoso esordio in un ruolo di rilievo sotto la regia di Terence Malick in I giorni del cielo. Chi vede in lui soprattutto il maggior drammaturgo americano della sua generazione fa leva su una monumentale produzione più che quarantennale di oltre cinquanta plays, culminata con il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto (ora in Scene americane) e una serie infinita di riconoscimenti nazionali e internazionali. Come sceneggiatore cinematografico basta citare i due suoi maggiori lavori, anzi capolavori, Zabriskie Point e Paris, Texas, per offrire un’idea dell’importanza e dell’influenza del suo lavoro.

Di sicuro con l’insieme della sua opera Shepard ha contribuito come pochi altri a definire l’identità di una popolazione, fuori dagli stereotipi frusti del miracolo americano, in particolare nei territori del nuovo West rurale, negli spazi sterminati come nelle strette e anguste stanze di abitazioni fin troppo popolari e niente affatto illuminate da una qualsiasi speranza. Proprio in questa dialettica tra il silenzio di dentro e il vuoto di fuori, spesso animata da rapporti interpersonali conflittuali, si svolge gran parte della sua scrittura. In tal senso il personaggio più significativo della sua opera è forse Travis, il protagonista di Paris, Texas, che, per lasciarsi alle spalle la catastrofe di un matrimonio e di una paternità bruciati nel rogo di una gelosia maniacale incontrollabile, vagabonda a piedi per quattro anni da Los Angeles fino al deserto texano dove viene ritrovato, arroccato in un mutismo assoluto, dal fratello che lo riporta a casa.

Chi ha amato le atmosfere di quel film di Wim Wenders, i suoi panorami sterminati e immobili, quella capacità unica di far parlare le immagini e il silenzio, di definire un uomo tanto profondamente quanto più egli si sottrae all’essere esplicabile e comprensibile, i dialoghi laconici ma improvvisamente detonanti in rivelazioni di un destino più grande di ogni volontà, amerà sicuramente anche la narrativa di Shepard, improntata a un realismo spietato, doloroso, crudo, malinconico, checoviano e inspiegabilmente trascurata da molti come una sua arte minore.

“Siamo quel che siamo e non possiamo farci niente” dice il protagonista di Il soccombente di Thomas Bernhard e quanto riecheggia e sembra vera questa frase osservando i personaggi di Shepard nei due volumi di racconti Attraverso il Paradiso e Il grande sogno, entrambi tradotti da Andrea Buzzi: un pugno di mosche che sbattono contro una lampadina accesa nella notte cercando disperatamente una via d’uscita da una costrizione e da un disagio che appaiono però un marchio a fuoco esistenziale, una condizione inevitabile. Basti pensare al racconto Da qui a Coalinga, nella prima delle due raccolte, in cui il protagonista lascia dopo quindici anni la moglie con cui ha un figlio comunicandoglielo per telefono, rifiutandogli anche un ultimo incontro dal vivo, quando ormai è sulla strada di Los Angeles, dove ha intenzione di rifarsi una vita con un’altra donna. Salvo poi telefonare a questa per avvertirla del suo arrivo e trovarla sulla porta di casa, con le valigie pronte, in procinto di partire per raggiungere il marito che ha avuto un incarico di lavoro in un altro Stato.

Cactus, deserti, pascoli, città sonnolente, roulotte sfasciate mal adattate ad abitazioni, motel anonimi, squallide tavole calde, lunghissime strade semivuote a perdita d’occhio che sembrano buone soltanto per allontanarsi da un luogo senza giungere mai altrove, sono la scenografia metafisica di una mancanza perenne di vie d’uscita, di un destino impresso dappertutto da un drammaturgo ben più in alto dello scrittore, un drammaturgo eterno, cinico e onnipotente.

*

© Martino Baldi

*

Le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

Revenant – Redivivo: amore, sopravvivenza, vendetta (di Nicolò Barison)

The-revenant-2

Revenant – Redivivo: amore, sopravvivenza, vendetta

Nord Dakota, inizi del XX secolo. Il cacciatore di pelli Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) fa parte di un numeroso gruppo di soldati americani, che, dopo essere stato attaccato e decimato dagli indiani Ree, si ritrova a dover abbandonare le pelli per raggiungere il fortino a piedi, fra nevi e monti inospitali. Glass, sulla via del ritorno, viene però attaccato da un orso che lo ferisce gravemente, riducendolo in fin di vita. Alcuni compagni rimasti a vegliare su di lui decidono di abbandonarlo al suo destino. Hugh elaborerà un piano di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno tradito.

Parzialmente ispirato alla storia vera del cacciatore di pelli Hugh Glass e basato sull’omonimo romanzo di Michael Punke, Revenant – Redivivo è il maestoso ritorno, a distanza di un anno dal pluripremiato Birdman (vincitore di 4 premi Oscar fra cui miglior film e miglior regia) del talentuoso regista messicano Alejandro González Iñárritu (Amores Perros, 21 Grammi, Biutiful). I primi 30 minuti della pellicola sono da antologia (la battaglia con gli indiani, la fuga e la scena dell’orso) e basterebbero già per renderlo eccezionale. Nelle restanti due ore Revenant – Redivivo è capace di mantenere la tensione alta senza perdere ritmo, mostrandoci la dura lotta per la sopravvivenza del povero Leonardo DiCaprio, il quale si trova, solo e moribondo, fra le nevi dei monti del Nord Dakota. Glass è mantenuto in vita dalla sete di vendetta, proprio come il Conte di Montecristo. Procedendo faticosamente fra avversità naturali e incontri più o meno fortunati, compirà anche una vera e propria rinascita spirituale, tema tanto caro a Iñárritu (vedi su tutti il personaggio di Javier Bardem in Biutiful). Il film è composto da un’infinità di echi e suggestioni. Ai temi conradiani, al cinema di Terrence Malick, indubbiamente, ma anche e soprattutto a quello di Werner Herzog.  Il travagliato rapporto tra Uomo e Natura che permea quasi tutte le opere di Herzog si può ben ritrovare nel film di  Iñárritu, che ci catapulta dentro la natura selvaggia, misteriosa e inesplicabile.

(altro…)

The Lobster, l’aragosta è un’ottima scelta (di Nicolò Barison)

lob

The Lobster, l’aragosta è un’ottima scelta

In un futuro distopico, la vita per i single non è per nulla facile. Le persone non accoppiate vengono infatti portate in un hotel dove dovranno trovare un compagno/a entro quarantacinque giorni. In caso negativo, verranno trasformate per sempre in un animale a loro scelta. In questa struttura finisce il grigio architetto David (Colin Farrell) con suo fratello (ora trasformato in un cane).

Al regista greco Yorgos Lanthimos, giunto al suo quarto lungometraggio, non si può proprio rimproverare la mancanza di originalità. Già nei suoi precedenti lavori (Kinetta, Kynodontas e Alps), si poteva ben comprendere la sua idea di cinema e il suo spietato sguardo sull’umanità. Dopo essersi fatto le ossa, Lanthimos questa volta ha a disposizione una produzione internazionale, con un cast di attori noti (Colin Farrell e Rachel Weisz, ma anche la ragazza dai capelli blu della Vita di Adele Léa Seydoux e il caratterista John C. Reilly) e tutto gira per il verso giusto, in un film che è davvero molto affascinante, feroce e al tempo stesso commovente nella sua analisi dell’amore e, più in generale della società umana. I vari personaggi si muovono all’interno di un quadro futuristico annichilente che esteriormente sembra il presente, dove, se passeggi al centro commerciale senza un partner, la polizia ti inizia subito a fare mille domande, ti guarda le mani per vedere se hai la fede, e, se le tue spiegazioni non sono convincenti, vieni arrestato e portato all’hotel.

(altro…)

“Pecore in erba”: sulla libertà di oppressione

Dopo aver dato tanto alla causa dei diritti civili nel mondo un ragazzo, Leonardo Zuliani, sparisce nel nulla. Una faraonica folla si riversa su Roma per fargli sentire, dovunque egli sia, la propria solidarietà. Tutti i grandi del mondo, riconosciuto finalmente il suo peso nella crescita della collettività, gli rendono omaggio non solo come a un attivista e ragazzo scomparso ma come a un genio. Perché Leonardo Zuliani non ha solo operato: lui, genuinamente, era. Le sue idee non erano solo frutto di fede ma di natura; le sue trovate non erano solo ingegno ma vera e propria arte al servizio della sua causa; e la facilità con cui trovava trasversali consensi poteva venire solo da una profonda convinzione nella sua giustizia.
In un tempo buio in cui la libertà di parola è a rischio la freschezza di Leonardo Zuliani, nato già certo della sua missione, è riuscita a far vacillare molti dei suoi invisibili paletti. Leonardo è un antisemita, e i paletti in questione alla libertà di parola sono quelli messi alle parole in libertà.
Questo il principio con cui si apre, senza mai chiudersi in una perfetta tenuta di paradosso, il mockumentary di Alberto Caviglia in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia. Un’operazione da far tremare i polsi che non perde mai in leggerezza e che ha avuto l’appoggio di camei trasversali che vanno da Corrado Augias a Tinto Brass, da Carlo Freccero a Fabio Fazio, da Enrico Mentana a Ferruccio de Bortoli e molti altri ancora che irrompono nel mockumentary spalleggiati da un cast parallelo (Margherita Buy, Francesco Pannofino, Carolina Crescentini) che interpreta, in chiave neorealista e patinata, la vicenda umana del presunto “eroe”.
Leonardo è “geneticamente antisemita”: certo che gli ebrei siano colpevoli della morte di Kennedy come di quella della mamma di Bambi, vive la sua condizione con grande entusiasmo (scrive best-seller cospiratori, è autore della linea di abbigliamento Baci&breacci) ma anche con il dolore di chi spesso si ritrova ad essere incompreso e isolato da alcune frange. Si ride, ma il punto non è certo quello di seppellire l’antisemitismo sotto una risata: il punto, perfettamente centrato dal regista, è sentirsi continuamente a disagio per la perfetta verosimiglianza di alcune dinamiche (la trasversalità del problema, la facilità del relativismo storico) che nel film virano soltanto, e a volte non di molto, verso l’assurdo.
Qual è, allora, il dato che a fine proiezione ci fa sospirare di sollievo per aver visto solo un film che, per quanto comico, ci lascia angosciati? Tenere ben saldo il principio di cui si è detto all’inizio, e che il film luminosamente, senza mai quasi nominarlo, fa emergere: c’è una differenza enorme tra la libertà di parola e le parole in libertà, tra la libertà di opinione e quella di oppressione. Sembra banale, ma ci si guardi intorno, si allarghi lo sguardo senza disancorarlo anche a problemi che non riguardano l’antisemitismo. Non si tratta, in questo film, solo di dimostrare ridicoli determinati comportamenti, l’operazione è più sottile e riguarda problemi più a raggiera: perché presentarci “Pecore in erba” come la storia di un incompreso che lottava per i diritti civili al pari di un antischiavista è una forma di allenamento, è metterci di fronte al fatto che finché non riusciremo neanche per un attimo a dar corda a questa ipotesi è perché portiamo al nostro interno una diga. La più basilare delle dighe, finché terrà, e sapremo coltivarla, che sia in una scuola o al bar o sfasciandoci di risate davanti a un mockumentary e due birre.

© Giovanna Amato

X Festival del CINETEATRO a Roma

Cineteatro_2015

La decima edizione del FESTIVAL del CINETEATRO, festival multidisciplinare, si terrà a Roma dal 9 all’11 ottobre, alle ore 21.00, presso il CineTeatro di Roma, via Valsolda 177.

Il Festival è volto soprattutto alla ricerca e all’interazione delle arti: cinema, teatro, pittura, danza, poesia, musica. Tre serate all’insegna dell’Arte e della Bellezza.

Tra gli ospiti: Biancamaria Frabotta, Luigia Sorrentino, Giovanni Greco, Mariarita Renatti, Andrea Camerini, Antonio Bilo Canella, Alessia D’Errigo, Federico Greco, Roberto Bellatalla, Maria Borgese.

Questo il programma completo del Festival

.

9 OTTOBRE ore 21.00

mostra personale dell’artista Mariarita Renatti

21.00 | Presentazione Festival

21.10 | Teaser della webserie “Cloni” produzione CineTeatro,

presentazione a cura del regista Federico Greco

21.20 | video clip del film “Sonderkommando “ regia di Nicola Ragone

21.30 I Ilaria Palomba presenta “Homo homini virus”,

con lettura di Antonio Bilo Canella

21.40 | ENEIDE ROOM 1 – Spettacolo di Performazione (totale improvvisazione)

con Antonio Bilo Canella (performer), Alessia D’Errigo (performer),

Andrea Camerini (musicista, cantante, performer)

22.00 | “Anatema” spettacolo teatrale con Giulia Pomarici,

Mimosa Maniaci, Giacomo di Biasio, Francesco Sisto,

Gloria Iaia, Lorenzo Continenza, Giacomo Colavito

.

10 OTTOBRE ore 21.00

mostra personale dell’artista Mariarita Renatti

21.00 | Presentazione Festival

21.15 | primo episodio della webserie “Spread Zero” produzione CineTeatro, presentazione a cura del regista Federico Greco.

21.30 | trailer del film documentario “Fatti Corsari”, regia di Stefano Petti e Alberto Testone

21.45 | lettura poetica di e con Luigia Sorrentino + Performazione

(totale improvvisazione) con Antonio Bilo Canella (performer),

Alessia D’Errigo (performer), Roberto Bellatalla (contrabbasso)

22.15 | lettura de “l’Elogio del fuoco” di Biancamaria Frabotta

dal libro “Quartetto per masse e voce sola” + Performazione

(totale improvvisazione) con Antonio Bilo Canella (performer),

Alessia D’Errigo (performer), Giulia Pomarici (music improvisation),

Roberto Bellatalla (contrabbasso)

22.40 | “Dido on my mind” spettacolo di danza contemporanea

a cura di Tessa Gibran

23.00 | ENEIDE ROOM 2 Spettacolo di Performazione (totale improvvisazione)

con Antonio Bilo Canella (performer) e Marta Æmeth (musicista e compositrice elettronica)

.

11 OTTOBRE ore 21.00

mostra personale dell’artista Mariarita Renatti

21.00 | Presentazione Festival

21.10 | trailer di “E.N.D. the movie” co-produzione CineTeatro,

presentazione a cura del regista Federico Greco.

21.20 | “Non pervenuta” con l’attrice Stella Novari

21.30 | ENEIDE ROOM 3 Spettacolo di Performazione (improvvisazione totale)

con Antonio Bilo Canella (performer) Maria Borgese (danzatrice e performer),

Giovanni Greco (performer), Giulia Pomarici (music improvvisation)

22.00 | “Canto per un Dio bambina” spettacolo di teatro,

regia Alessia D’Errigo con Angela Botta, Emanuela Bianchi,

Vidi Kadiu, Silvia Saccomanno, Andrea Sciorio

22.45 | ENEIDE ROOM 4 Spettacolo di Performazione (improvvisazione totale)

con Antonio Bilo Canella (performer), Alessia D’Errigo (performer),

Andrea Camerini (musicista, cantante, performer)

via Valsolda 177 (Montesacro RM)

INFO: 339-2601057  06-8175275

visionivisioni@gmail.com

www.cineteatro.it