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Su “Piano Americano”

Antonio Paolacci, Piano Americano, Morellini editore, 2017; € 14,90

 

C’è un momento (o c’è stato, o ci sarà) in cui non riusciremo più a distinguere la realtà dalla finzione, un momento in cui tutto sarà così perfettamente sovrapposto che il nostro occhio non riuscirà più a cogliere le differenze, non riuscirà più a percepire le sfumature e ci domanderemo: “È vero oppure no?”; ma non c’è risposta perché è sbagliata la domanda, perché una volta stabilito che non c’è differenza tra realtà e finzione nessuno dovrà chiedersi più alcunché. O varrà per tutti quello che scrisse Anna Maria Carpi in una poesia, cioè che il vero non le era mai interessato. Molto dipende dalla nostra capacità di percezione, ma tutto dipende dal modo in cui la realtà si manifesta. Se ogni elemento è sempre trattato all’origine, se la materia prima è modificata prima di manifestarsi, prima di compiere un percorso, ecco che la realtà è già racconto, ecco che il racconto non può essere altro che autofiction, ecco che l’autofiction non può essere altro che narrativa pura. Di un fatto ognuno avrà la sua versione, quindi il fatto in sé non esisterà più, esisteranno molte versioni dei fatti, ognuna sarà sostenuta da un gruppo e sarà verà e non esisterà allo stesso tempo e non significherà niente. Questo ragionamento è un punto di partenza se si vuole osservare, ancora prima di raccontare, Piano Americano, il nuovo romanzo di Antonio Paolacci.

È il passo ultimo dello scrittore, il passo più maturo dell’artista, è il recupero dello Stile assoluto, la più alta forma di eleganza artistica: togliersi dai coglioni.

A un certo punto di questa storia Paolacci, che della storia è il narratore, uno dei protagonisti ed è anche l’assente, spiega una cosa fondamentale della scrittura e della letteratura, ovvero il punto di vista. È evidente che un bravo narratore deve averne uno ma deve essere in grado di attribuirne uno a ciascuno dei personaggi, che ad esempio dialogano in una scena, e che questo punto di vista sia visibile al lettore. Nel paragrafo iiniziale ho esposto il mio punto di vista su un dato argomento sia cruciale sia frivolo, ma allo stesso tempo ho esposto il punto di vista di Antonio Paolacci, quello da cui forse parte all’inizio di questo romanzo e quello, certamente, a cui arriva alla fine.

Il protagonista di Piano Americano ovvero lo scrittore Antonio Paolacci comincia il libro dichiarando che in una tiepida giornata di maggio, a poche settimane da quella in cui diventerà padre, decide di smettere di scrivere; e nel dettaglio di smettere di scrivere il romanzo che progetta da tempo, che guarda caso si chiama Piano Americano, romanzo che era stato pensato divertente, con una serie di personaggi ben delineati, come Gaetano, come un film amatoriale, come un noto politico italiano, come un killer dei servizi segreti surreale, come Hitler. Niente, abbandonato.

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Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

di Chiara Tripaldi

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I figli unici sono destinati a vivere in un mondo di adulti. L’ho sempre saputo, da quando a otto anni i miei genitori mi portavano alle cene a casa dei loro amici, con figli troppo grandi rispetto a me o addirittura in casa di coppie che non ne avevano.

Mi mettevo al tavolo degli adulti, quello alla cui altezza arrivavo perfettamente, “ come sei alta, Chiara”, mi dicevano.

Una sera, mi ricordo perfettamente, eravamo a cena da Adriana e Michele, che abitavano in paese, avevano una grande casa con i pavimenti in cotto, che a me piacevano un sacco, mi ci poggiavo culo a terra a sentire il fresco, nella taverna dove invitavano gli amici. I figli di Adriana e Michele erano due ragazzini di qualche anno più grandi di me, che non mi badavano molto. A me non importava granché: mi piaceva molto ascoltare i discorsi degli adulti, imprimermi nella mente tutte quelle parole di cui non conoscevo il significato. Quella sera avevo imparato “un pesce fuor d’acqua” e la tv, cosa insolita, era accesa.

“C’è Fantozzi, il primo, quello più bello” aveva detto papà, che nel cinema come in tante altre cose, mi aveva dato un’educazione precoce. A otto anni mi permetteva spesso di sedermi sul pavimento dello studio, dove c’era la nostra televisione, fra la poltrona sua e quella di mamma. In quell’anfratto, a gambe incrociate sopra il tappeto turco, ho visto passare i grandi classici del cinema italiano e non. Fantozzi, però, l’ho visto per la prima volta in quella casa estranea, una sera di giugno. La tv andava sopra il chiacchiericcio dei grandi, una cosa straordinaria, dicevo, perché alle cene si mangiava e si parlava senza rumori di fondo, si rimbalzava sulle storie d’ospedale (papà e Michele erano colleghi) e sulle ultime notizie politiche, con il solo rumore delle stoviglie e lo scatto della fiamma che accendeva molte sigarette.

Così conobbi il ragionier Ugo: un uomo il cui aspetto dimesso cozzava contro un linguaggio straordinariamente complicato che mi affascinava ma si accordava magnificamente a una serie di disavventure capaci di strapparmi il sorriso anche se non ne coglievo l’intrinseca drammaticità, la critica alla società capitalista, all’intellettualismo, alla mancata solidarietà di classe, ai parvenu.

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Cinque pezzi facili: film sullo sport

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

FILM DI SPORT

Il paradiso può attendere – Warren Beatty e Buck Henry (1978)

Il football americano e la reincarnazione, in una romantica e struggente commedia che poggia la sua dolcezza narrativa nello sguardo da bambino di Warren Beatty. Infarcito di idealismo da fiaba, il film si fa largo navigando sopra eccessi di zucchero con una grazia leggera che lo conduce a una sorta di happy ending sfumato di tragedia – sensazione provata tale e quale con un altro piccolo gioiello d’amor perduto, Always di Steven Spielberg. Il football come un campo di danza anziché di battaglia, l’energia che evapora nella morte, ma è più forte persino di se stessa, e risorge dimenticando il passato, privilegio dello sportivo, che tutto sacrifica e niente rimpiange.

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In una poesia di Kavafis

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Desiderio significa stare sotto le stelle. Sotto il cielo, in attesa. È la condizione madre di Kavafis, poeta notturno, del desiderio e delle ombre: ombre che convoca, chiama a sé e fa sue. Perché le vuole accanto, perché gli facciano compagnia.
Intimità, piacere, illusione, silenzio, ombra: tutte parole che sono in lui, e che noi conosciamo, riconosciamo benissimo.
Le sue prime esperienze omoerotiche avvengono probabilmente a Costantinopoli, Istanbul, intorno al 1885. Lui è sui vent’anni ed è al seguito della madre e dei fratelli in fuga dalla rivolta scoppiata in quegli anni in Egitto. Si muove tra bettole, taverne, casini, luoghi che poi continuerà a vivere ad Alessandria, con dentro tutte le figure destinate a rimanere immortalate nella sua poesia.
L’anima di Kavafis è (è sempre stata) assolutamente pagana (Auden d’altronde avverte in uno dei suoi Shorts che: «Qualunque sia la fede che professano / tutti i poeti, in quanto tali, sono politeisti»). Un pagano, sì, un poeta antico con la sua “religione carnale”, come rilevò giustamente Vittorio Sereni, ma è anche una persona stregata dal rito (si pensi anche soltanto alla poesia intitolata In chiesa), ed è soprattutto dominato dall’idea di un piacere fuggito via, per sempre, nel sempre. Con l’andare degli anni e della nostalgia non potrà che fare di sé un asceta, un mistico senza Dio, inchiodato alla solitudine.
La sua diversità è entro questo termini: l’audacia e la libertà esercitate nel rapimento amoroso, «furtivamente», si risolvono in qualcosa di antico e statico come una divinità, che sublima la realtà nell’estasi, nell’uscita da sé, per edificare un ricordo, per risvegliare “un’ombra fuggitiva di piacere” e darle luce in poesia. Il vissuto è effimero e sfuggente, sappiamo, mentre un ricordo è scolpito, come una statua. Ci vengono in soccorso ancora le parole di Sereni: «la sua poesia vive tutta» – come in un quadro di De Chirico – «tra statue che si sono mosse».
Tutto questo è avvolto da un senso arcaico, originario (e perciò sempre contemporaneo) della perdita, della giovinezza perduta, del tempo andato: «trascorre nel sangue il desiderio antico» scrive Kavafis.
Così nasce e si muove in lui l’idea del Piacere, di questo speciale piacere fuggito. Pensiamolo come contemporaneo di D’Annunzio… Come non somiglia all’altisonante retorica d’annunziana, la sua poesia, che si proietta invece in un’idea di cinema, di movimento, piena com’è di personaggi, caratteri, dettagli. Come si fanno moderni e visivi i suoi versi…
Nella via è il titolo di una delle sue poesie più semplici. Porta in sé il nucleo, per così dire, di altre, bellissime poesie “dal cuore cinematografico”, come A rimanere o S’informava della qualità.
Ecco il testo:

Quel suo volto carino, un poco smunto;
gli occhi castani un po’ cerchiati;
venticinque anni e ne dimostra venti;
con un che dell’artista nel vestire
– il colore della cravatta, la forma del colletto forse –
cammina senza scopo nella via,
ipnotizzato ancora dal piacere illegittimo,
dal piacere illegittimo provato, così intenso.

(traduzione di Nicola Crocetti)

Eccoci di fronte a “dettagli parlanti”. Sono colori, forme, apparenze, che si legano a un animo svagato, a una camminata senza scopo, ovvero alle caratteristiche ricorrenti nei ragazzi dipinti da Kavafis. Il piacere è personificato, ha un ruolo, agisce, ipnotizza. È «il Reggimento del Piacere», che passa «con musica e bandiere», scriverà in una prosa verso la fine dell’Ottocento.
Evocazione, percezione: ogni aspetto della vita, come ogni incontro, è miracoloso per Kavafis. Tutta l’intensità dell’attimo prende corpo nella fuggevolezza dello sguardo, perché è lì che s’incide il piacere, in eterno. La bellezza è inafferrabile e continua a essere «una gioia senza fine», perché è stata fonte di piacere carnale, ma anche spirituale.
Lo spirito è intelligenza, e ti comanda di «cedere, cedere sempre ai Desideri», di legittimare ciò che invece è illegittimo agli occhi di una società chiusa e incapace di affermare la libertà.
Cedere, e scriverne, così che tornino ad accendersi le candele al secondo piano di via Lepsius 10, l’appartamento che Kavafis abitò ad Alessandria tra il 1907 e il 1933. E come è stato per lui può essere per noi, oggi, fermi nelle nostre case – come scrisse Ceronetti – «ad aspettare che tornino, i fantasmi che abbiamo incoronato».

Cristiano Poletti

 

Cercare Dio nella palude. Da “Silenzio” di Endō a “Silence” di Scorsese

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Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude (Le persecuzioni dei missionari in Giappone da Shūsaku Endō a Martin Scorsese), EDB, € 11,00

Quello affrontato da Shūsaku Endō nel romanzo Silenzio (1966) e ora da Martin Scorsese con il film Silence è un tema altissimo e difficilissimo. Anzi, sono più temi in uno: di questa complessità si carica ogni vera grande opera d’arte, se animata come sempre dovrebbe essere da un confronto serrato con la violenza, la fine, la morte. E proprio per comprendere meglio questa complessità, sciogliendone qualche nodo, è davvero utile leggere un libro breve e prezioso, scritto da Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude. Tosolini, teologo, direttore del Centro studi dei missionari saveriani a Osaka, si muove tra pagine di storia e di cultura e sa farci entrare in una materia ricca di interrogativi che inevitabilmente restano privi di una risposta certa.
Quando nel 1549 si apre per il Giappone il cosiddetto “secolo cristiano”, l’Europa è nel vivo della diffusione del Luteranesimo. Carlo V, il più grande sovrano dell’Età moderna, avrebbe dovuto di lì a poco rinunciare all’unità religiosa, e quindi politica, dell’Impero. Nel 1555, con la celebre formulazione della Pace di Augusta, cuius regio eius religio, si rassegnava alla rottura esercitata dal protestantesimo. Dopo l’ondata dei movimenti ereticali nel Basso Medioevo, questa è una rottura che sconvolge e minaccia alle fondamenta la Chiesa Romana: una contesa che avrebbe spaccato culturalmente, socialmente ed economicamente l’Europa, disegnandone il destino dei secoli successivi. Da questo profondo turbamento nasce a Parigi, nel 1534 (con conferma papale nel 1540), l’ordine dei Gesuiti. L’attività missionaria e l’opera di evangelizzazione sarebbero presto diventate colonne portanti della Controriforma. Fu lo spagnolo San Francesco Saverio a spingersi fin nell’Estremo Oriente, prima in India, poi in Indonesia, quindi appunto nel 1549, in Giappone.
Il film di Scorsese ci porta direttamente al termine del periodo cristiano. Ci troviamo tra il 1640 e il 1641, quando le persecuzioni dell’era Tokugawa, attive da tempo, avevano ormai portato l’azione dei cattolici a un dolorosissimo epilogo. Vediamo missionari esposti al bilico tra la colpa e l’espiazione; il “martirio al contrario” dei cristiani giapponesi che, nascosti e perseguitati, si consegnano alla tortura e alla morte violenta per proteggere i Padri missionari; la vicenda di Padre Francisco Rodrigues, stretto tra il bisogno di Dio e la necessità di sopravvivere; la costrizione alla fumia, all’abiura.
D’altronde, non c’è “dolcezza” nel cristianesimo. Cristo è venuto a dividere: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la pace, ma la spada» (Matteo 10,34); è venuto a ferirci, aprendoci l’orizzonte del sacrificio, del martirio se necessario: «Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita a causa mia, la ritroverà» (Matteo 10,39).
«Il romanzo di Endō – ha dichiarato Scorsese – affronta il mistero della fede cristiana, e per estensione il mistero stesso della fede. Rodrigues impara, un po’ alla volta, che l’amore di Dio è più misterioso di quanto conosca, che egli concede molto più alle vie dell’uomo di quanto siamo disposti ad ammettere, e che egli è sempre presente… anche nel silenzio.»
Il libro di Tosolini si addentra nel campo delle tante domande poste dal libro di Endō e dal film di Scorsese. Tra queste, ecco forse quella centrale: la mia fede, si chiede il credente, è e sarà grande come l’amore che ho per Dio? È e sarà incrollabile?
La fede, per il religioso, s’inscrive sempre, necessariamente, nel territorio della ragione. Ma la ragione dell’uomo non può, non riesce proprio, a comprendere il silenzio di Dio di fronte allo schianto del male, al cospetto dell’uccisione, dell’ingiustizia. Dio non solo non parla la nostra lingua, ma non ci parla affatto. Non si manifesta, non interviene nella storia, non agisce in alcun modo per “ripararla”, e noi non possiamo far altro che pensarlo e raffigurarlo come un uomo. Cristo, Dio incarnato, è in ogni essere umano, nel cuore della sofferenza di ogni uomo, in ogni “palude” dell’anima e del corpo. In questi termini, nelle parole di Endō: «Ho voluto mostrare che Dio, il quale appare solo superficialmente disinteressato alla sofferenza e miseria umana, di fatto parla attraverso un medium che va oltre le parole». Queste sono, perlomeno sarebbero, le conclusioni.
La palude è il Giappone, dove la religione cristiana non può attecchire; la palude è l’impossibilità che la vertigine della trascendenza per l’uomo occidentale e il tutto rappresentato dalla natura per l’uomo orientale s’incontrino; ma la palude è soprattutto la grande non risposta, il silenzio non tanto di Dio, ma il silenzio che si impone alle ragioni della nostra fede.
Del resto, tra tutte le voci la prima, l’originaria, appartiene al silenzio. Lo sentiamo in noi, continuamente, e intorno a noi: Dio è silenzio, e lascia a noi ogni decisione. Non c’è risposta dunque alle ragioni con cui “costruiamo” la nostra fede o con cui compiamo la storia. «È neonato anche Dio. A noi di farlo/ vivere o farne senza; a noi di uccidere/ il tempo perché in lui non è possibile/ l’esistenza», recita una splendida poesia di Montale, A un gesuita moderno, in Satura.
Per credere occorre andare oltre i limiti della ragione, occorre fidarsi, ossia porre la fede più in alto o se si vuole più giù, fino all’abisso del male, del sacrificio, della perdita.

Cristiano Poletti

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #2

Quella che segue è la seconda parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra letteratura e cinemaCi siamo interrotti, ieri, alle soglie degli anni ’50. Buona lettura con la seconda parte.

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Il periodo che seguì, dai primi anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta, rappresenta probabilmente l’apice, non solo artistico, del nostro cinema. I più importanti narratori italiani vi si dedicarono attivamente, in veste di scrittori e critici, e si affermò in via definitiva la figura dello sceneggiatore professionista, capace di fare col proprio talento le fortune di un film.
In particolare a partire dal 1960 cominciò un’era nuova, una fase di maturazione espressiva che affrancò la nostra cinematografia da ogni modello precedente per quanto concerneva il parlato, e che procedeva di pari passo con la trasformazione linguistica che stava coinvolgendo il paese. Si produsse un intreccio di biografie, dovuto alla collaborazione di scrittori diversi al medesimo film, con incontri e scontri, amicizie, dibattiti, scambi di esperienze. Attorno ai tavoli di sceneggiatura si venne radunando una fitta schiera di lettera­ti ai quali il cinema chiedeva una capacità non convenzionale di esplorazione e scavo, di soluzioni narrative e personaggi alternativi a quelli forniti dallo schematismo produttivo cinematografico. E i film del periodo dimostrarono di poter riprodurre le complessità e la modernità della letteratura contemporanea senza necessariamente ricorrere all’adattamento. (altro…)

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #1

Quella che segue è la prima parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra il cinema e la letteraturaCi interromperemo, oggi, alle soglie degli anni ’50; vi aspettiamo domani qui, alla stessa ora, per un’analisi fino agli anni ’60. Buona lettura.

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Il cinema è l’ultima grande forma d’arte che l’umanità abbia dato alla luce. La sua comparsa sul palcoscenico del mondo ha avuto un impatto senza precedenti nell’immaginario collettivo, certamente mai avvicinato nel secolo abbondante trascorso da allora. Nemmeno l’avvento dell’elettronica e del web è paragonabile all’urto che i film – le immagini in movimento – provocarono nel panorama culturale dell’epoca, approfittando della crisi delle strutture narrative del romanzo e del racconto, terremotate dalle avanguardie artistiche di inizio Novecento.
Ma la storia del cinema è anche la storia di un rapporto ininterrotto con le strutture letterarie che lo hanno preceduto, persino con quelle forme meno blasonate di intrattenimento – fumetto, musica pop, riviste scandalistiche e “dime novels” – alle quali generalmente veniva rifiutata la qualifica di arte.
Anche una breve ricognizione delle relazioni fra gli intellettuali italiani e il nuovo mezzo espressivo mostrerà dunque un processo di adattamento darwiniano, che parte dalla totale subordinazione culturale del film al romanzo, passa per una fruttuosa serie di interferenze reciproche, e giunge al contesto odierno, in cui la narrazione per immagini domina quale specie incontrastata. Ed è grazie a questo processo di selezione naturale che i narratori contemporanei, cresciuti in un reticolo mediale composito – fra tastiere, homevideo, web e serialità televisiva – possono saldare quel debito pregresso che il cinema aveva accumulato nei confronti della letteratura. (altro…)

“Her”. Senza le complicazioni del caso

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Her di Spike Jonze

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di Irene Fontolan

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Senza le complicazioni del caso

Her è un film scritto e diretto dal regista Spike Jonze. Una chiara luce che a distanza di qualche anno dall’uscita in Italia (2014) non ha smesso di illuminare e far riflettere sugli aspetti ombrosi e fuggenti dell’esistenza umana. “Her” si posiziona tra i generi drammatico, fantascienza e sentimentale aggiudicandosi l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) vive in una normalità tecnologica dove i pensieri umani vengono tradotti all’istante dalle macchine e dove la relazione tra esse e l’uomo è simbiotica.
Tuttavia, si continua a scrivere, leggere, parlare e ascoltare ma in modo e per motivi diversi. Theodore è impiegato a scrivere e dettare al computer lettere d’amore per conto di altri. La gente fa scrivere la propria vita sentimentale a persone che lo fanno di mestiere, come Theodore che conosce alcune coppie più di quanto conoscano loro stesse. Sembra quasi che manchi il tempo per parlarsi o scriversi direttamente, che i sentimenti non siano abbastanza veri e forti da trovare il coraggio di esprimersi, che la tecnologia abbia assorbito anche la sfera che più caratterizza l’essere umano, quella emozionale.

Theo è quel tipo di persona che ha sempre il consiglio giusto al momento giusto per gli altri ma non per se stesso e la conferma è ancora quello spazio vuoto al posto della sua firma nei documenti per il divorzio. Che stranezza la sfumatura secondo la quale il protagonista sta per divorziare ma come lavoro scrive lettere traboccanti di romanticismo e sentimento. Che stranezza la sua paura di commettere e subire errori che gli fa vivere le emozioni solo attraverso la loro proiezione sul soffitto, guardandole a occhi aperti dal suo letto solitario.
Samantha (Scarlett Johansson, doppiatrice originale) arriva nella vita di Theodore un giorno qualunque quando finalmente decide di lasciarsi trasportare dalla curiosità e dalla voglia di evasione. Un anno è trascorso, un anno di lui solo in quel letto, un anno di nessuna relazione sentimentale, un anno vissuto nel passato attraverso i ricordi. Sam è fresca, piacevole e Theo se ne innamora. Una cornice quasi perfetta, ma Sam non è come Theo, né come le altre persone. Il limite della non corporeità di coppia si fa sentire: quanto resisteranno? Riescono ad andare al di là di questo limite trasformandolo, con la consapevolezza di entrambi, quasi in assoluto pregio.

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Paolo Virzì, La pazza gioia

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La pazza gioia, evviva la commedia all’italiana di Nicolò Barison

 

Valeria Bruni Tedeschi è Beatrice, una contessa miliardaria decaduta, che, a sua detta, è in stretti rapporti con i leader più influenti di tutto il mondo, fra cui Silvio Berlusconi, con cui condivide l’”accanimento giudiziario”. Micaela Ramazzotti è Donatella, una giovane madre dal passato burrascoso, il cui unico scopo è rivedere suo figlio dato in adozione, o almeno, avere una sua foto. Le due donne soggiornano in un istituto mentale, una grande villa colonica sulle colline pistoiesi convertita in struttura pubblica, sotto lo stretto controllo del Giudice di Sorveglianza, il quale ha disposto la custodia cautelare. Tra loro nascerà una splendida amicizia che le porterà a fuggire dall’istituto, dando vita ad una bizzarra avventura on the road.

Paolo Virzì, a due anni di distanza da Il Capitale Umano, lascia le zone del vicentino e ritorna a girare nella sua amata Toscana. La pazza gioia è una commedia agrodolce sui drammi personali di due donne: Donatella e Beatrice. Taciturna e inizialmente diffidente la prima, esuberante e logorroica la seconda, le due diventano pian piano amiche. Durante un’uscita dall’istituto per un lavoro socialmente utile in un vivaio, Donatella e Beatrice, approfittando di un ritardo del pulmino, decidono di scappare e darsi alla “pazza gioia”. Il film di Paolo Virzì certo ricorda Thelma & Louise, ma con qualche accorgimento. Se le due americane nel film di Ridley Scott fuggivano dalla loro noiosa quotidianità, le due toscane scappano in cerca dei frammenti del proprio passato. Con La pazza gioia Virzì mette in scena una storia tenera e triste, che trova la sua forza, e sembrerebbe un ossimoro, proprio nelle fragilità delle due protagoniste, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, le quali forniscono due prove davvero convincenti. Le due attrici sono in grande sintonia fra loro, una coppia che scoppia, dove la recitazione dell’una valorizza e completa quella dell’altra. Due ruoli femminili potenti che non hanno nulla da invidiare alle donne dei film di Pedro Almodóvar. Ma, d’altra parte, Paolo Virzì è ormai una certezza.

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Anomalisa (di Nicolò Barison)

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Anomalisa, l’Uomo Postmoderno nel film d’animazione di Charlie Kaufman

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Anomalisa è la storia di Michael, uomo di mezz’età annoiato dalla sua vita, che di lavoro fa l’oratore motivazionale, ovvero è specializzato nel dare un senso alle esistenze degli altri. Ha avuto un discreto successo con il suo libro sui servizi ai clienti delle varie compagnie. È inglese ma vive a Los Angeles, anche se in realtà a casa non c’è mai, dato che è sempre in viaggio da un Paese all’altro. Durante un soggiorno di lavoro giunge a Cincinnati, dove deve tenere un importante discorso ad una convention. Nel lussuoso hotel in cui alloggia conosce casualmente Lisa, una sua fan che lo colpisce sin da subito nel profondo.

Anomalisa, vincitore del Leone d’argento – Gran premio della giuria al Festival di Venezia 2015 ed in corsa agli Oscar, è il primo film d’animazione in stop motion diretto da Charlie Kaufman, con il supporto di Duke Johnson. E il risultato è davvero molto buono. Kaufman è prima di tutto un grande sceneggiatore, sin dai tempi dello splendido Essere John Malkovich, senza dimenticare Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, scritti rispettivamente per Spike Jonze e Michel Gondry. Kaufman si è poi cimentato anche nella regia con Synecdoche, New York con il compianto Philip Seymour Hoffman e, appunto, Anomalisa. Il film, verboso, complesso e filosofico come tutto il cinema dello sceneggiatore/regista, mette in scena la vita-non-vita di un uomo di successo, distaccato dal mondo ed incapace di provare interesse per l’umanità che lo circonda. Egli manda sempre tutto a rotoli e non riesce ad instaurare rapporti umani sinceri con i suoi simili. Tutto sembra annoiarlo maledettamente e le persone gli appaiono tutte identiche (non a caso “tutti gli altri” sono doppiati dalla stessa grigia e robotica voce maschile, anche le donne), fino a quando non incontra Lisa, il cui timbro vocale (quello della Jennifer Jason Leigh di The Hateful Eight) presenta delle peculiarità diverse che lo fanno sentire di nuovo vivo. Michael, fino a quel momento, era maestro nel cambiare la vita delle altre persone, ma incapace di trasformare sé stesso. Ma Lisa ai suoi occhi e alle sua orecchie sembra totalmente diversa da quella massa informe e piatta che vede ogni giorno.

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Sui racconti di Sam Shepard (di Martino Baldi)

 

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Sam Shepard: Attraverso il paradiso (Feltrinelli, 1998 – non disponibile). Il grande sogno (Feltrinelli, 2005). Traduzioni di  Andrea Buzzi

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Per lui cominciò con un istante di silenzio lacerante. Qualcosa si staccò e cadde. Istintivamente in cuor suo capì che quel “qualcosa” era l’idea, coltivata a lungo, di se stesso come singolo individuo; quell’entità tutta americana chiamata “Il Self Made Man”

[da Self Made Man in “Attraverso il paradiso”]

Se Sam Shepard sia soprattutto un grande attore oppure un grande sceneggiatore oppure un grande drammaturgo è difficile a dirsi. Il dibattito è aperto. Gli estimatori dello Shepard attore ricorderanno le sue grandi interpretazioni a partire dallo strepitoso esordio in un ruolo di rilievo sotto la regia di Terence Malick in I giorni del cielo. Chi vede in lui soprattutto il maggior drammaturgo americano della sua generazione fa leva su una monumentale produzione più che quarantennale di oltre cinquanta plays, culminata con il Premio Pulitzer per Il bambino sepolto (ora in Scene americane) e una serie infinita di riconoscimenti nazionali e internazionali. Come sceneggiatore cinematografico basta citare i due suoi maggiori lavori, anzi capolavori, Zabriskie Point e Paris, Texas, per offrire un’idea dell’importanza e dell’influenza del suo lavoro.

Di sicuro con l’insieme della sua opera Shepard ha contribuito come pochi altri a definire l’identità di una popolazione, fuori dagli stereotipi frusti del miracolo americano, in particolare nei territori del nuovo West rurale, negli spazi sterminati come nelle strette e anguste stanze di abitazioni fin troppo popolari e niente affatto illuminate da una qualsiasi speranza. Proprio in questa dialettica tra il silenzio di dentro e il vuoto di fuori, spesso animata da rapporti interpersonali conflittuali, si svolge gran parte della sua scrittura. In tal senso il personaggio più significativo della sua opera è forse Travis, il protagonista di Paris, Texas, che, per lasciarsi alle spalle la catastrofe di un matrimonio e di una paternità bruciati nel rogo di una gelosia maniacale incontrollabile, vagabonda a piedi per quattro anni da Los Angeles fino al deserto texano dove viene ritrovato, arroccato in un mutismo assoluto, dal fratello che lo riporta a casa.

Chi ha amato le atmosfere di quel film di Wim Wenders, i suoi panorami sterminati e immobili, quella capacità unica di far parlare le immagini e il silenzio, di definire un uomo tanto profondamente quanto più egli si sottrae all’essere esplicabile e comprensibile, i dialoghi laconici ma improvvisamente detonanti in rivelazioni di un destino più grande di ogni volontà, amerà sicuramente anche la narrativa di Shepard, improntata a un realismo spietato, doloroso, crudo, malinconico, checoviano e inspiegabilmente trascurata da molti come una sua arte minore.

“Siamo quel che siamo e non possiamo farci niente” dice il protagonista di Il soccombente di Thomas Bernhard e quanto riecheggia e sembra vera questa frase osservando i personaggi di Shepard nei due volumi di racconti Attraverso il Paradiso e Il grande sogno, entrambi tradotti da Andrea Buzzi: un pugno di mosche che sbattono contro una lampadina accesa nella notte cercando disperatamente una via d’uscita da una costrizione e da un disagio che appaiono però un marchio a fuoco esistenziale, una condizione inevitabile. Basti pensare al racconto Da qui a Coalinga, nella prima delle due raccolte, in cui il protagonista lascia dopo quindici anni la moglie con cui ha un figlio comunicandoglielo per telefono, rifiutandogli anche un ultimo incontro dal vivo, quando ormai è sulla strada di Los Angeles, dove ha intenzione di rifarsi una vita con un’altra donna. Salvo poi telefonare a questa per avvertirla del suo arrivo e trovarla sulla porta di casa, con le valigie pronte, in procinto di partire per raggiungere il marito che ha avuto un incarico di lavoro in un altro Stato.

Cactus, deserti, pascoli, città sonnolente, roulotte sfasciate mal adattate ad abitazioni, motel anonimi, squallide tavole calde, lunghissime strade semivuote a perdita d’occhio che sembrano buone soltanto per allontanarsi da un luogo senza giungere mai altrove, sono la scenografia metafisica di una mancanza perenne di vie d’uscita, di un destino impresso dappertutto da un drammaturgo ben più in alto dello scrittore, un drammaturgo eterno, cinico e onnipotente.

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© Martino Baldi

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Le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

Revenant – Redivivo: amore, sopravvivenza, vendetta (di Nicolò Barison)

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Revenant – Redivivo: amore, sopravvivenza, vendetta

Nord Dakota, inizi del XX secolo. Il cacciatore di pelli Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) fa parte di un numeroso gruppo di soldati americani, che, dopo essere stato attaccato e decimato dagli indiani Ree, si ritrova a dover abbandonare le pelli per raggiungere il fortino a piedi, fra nevi e monti inospitali. Glass, sulla via del ritorno, viene però attaccato da un orso che lo ferisce gravemente, riducendolo in fin di vita. Alcuni compagni rimasti a vegliare su di lui decidono di abbandonarlo al suo destino. Hugh elaborerà un piano di vendetta nei confronti di coloro che lo hanno tradito.

Parzialmente ispirato alla storia vera del cacciatore di pelli Hugh Glass e basato sull’omonimo romanzo di Michael Punke, Revenant – Redivivo è il maestoso ritorno, a distanza di un anno dal pluripremiato Birdman (vincitore di 4 premi Oscar fra cui miglior film e miglior regia) del talentuoso regista messicano Alejandro González Iñárritu (Amores Perros, 21 Grammi, Biutiful). I primi 30 minuti della pellicola sono da antologia (la battaglia con gli indiani, la fuga e la scena dell’orso) e basterebbero già per renderlo eccezionale. Nelle restanti due ore Revenant – Redivivo è capace di mantenere la tensione alta senza perdere ritmo, mostrandoci la dura lotta per la sopravvivenza del povero Leonardo DiCaprio, il quale si trova, solo e moribondo, fra le nevi dei monti del Nord Dakota. Glass è mantenuto in vita dalla sete di vendetta, proprio come il Conte di Montecristo. Procedendo faticosamente fra avversità naturali e incontri più o meno fortunati, compirà anche una vera e propria rinascita spirituale, tema tanto caro a Iñárritu (vedi su tutti il personaggio di Javier Bardem in Biutiful). Il film è composto da un’infinità di echi e suggestioni. Ai temi conradiani, al cinema di Terrence Malick, indubbiamente, ma anche e soprattutto a quello di Werner Herzog.  Il travagliato rapporto tra Uomo e Natura che permea quasi tutte le opere di Herzog si può ben ritrovare nel film di  Iñárritu, che ci catapulta dentro la natura selvaggia, misteriosa e inesplicabile.

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