Cile

Francesco Mistrulli, Caszély

 

cattura

Sono stato un calciatore e questo mi ha dato dei privilegi è vero, non lo nego. Ma essere stato un calciatore mi ha dato anche delle grandi responsabilità. Ad ogni modo prima di ogni cosa sono un essere umano. E un essere umano non può stare fermo a guardare gli altri soffrire. Come la maggior parte dei calciatori del mio tempo, non avevo certo nobili natali, anzi. Mio papà era di origini ungheresi, faceva Caszély di cognome, ed io sono l’ultimo dei tre fratelli Caszély, Carlos. Il nome lo ha scelto mia madre Olga. Vivevamo in un quartiere popolare. E dove mai potevamo vivere? A San Eugenio a Santiago del Cile. In quel barrio c’era la scuola. Ci andavo perché non volevo essere ignorante, perché l’ignoranza è l’arma più forte di tutti i potenti, e perché faceva piacere ai miei. Subito dopo la scuola però scappavo perché c’erano le partite improvvisate con gli amici. Mi è sempre piaciuto avere come obiettivo quello di finalizzare gli sforzi dei compagni, mi è sempre piaciuto fare goal. Questo particolare talento mi scorreva nelle vene. Non so come spiegarlo altrimenti. Non ero né alto né magro, ma ero rapidissimo come pochi, di gambe e di testa. Evidentemente qualcuno al Colo-Colo deve essersene accorto, perché mi vollero con loro, e con “El Popular” ho vinto tanto nella mia carriera. Hanno iniziato a chiamarmi “El Rey del Metro Cuadrado”. Se la palla arrivava in area, nel mio metro quadrato, non c’era scampo. Ho sempre coniugato gli studi e la passione per il calcio, le cose d’altronde non si escludevano. Bastava solo un poco di buona volontà. E a me di certo non mancava. Al liceo poi mi sono accorto che oltre al calcio c’era qualcos’altro che iniziava ad intrigarmi. Iniziavo a sentire sotto la pelle l’amore per la politica, quella vera! E così ho iniziato la militanza attiva nei gruppi della sinistra cilena.

Arriviamo così al millenovecentosettantatre, anno che vede il Cile impegnato nelle elezioni parlamentari, elezioni che sanciranno la vittoria democratica di Salvador Allende e di Unidad Popular. Io, nel mio piccolo, a quella vittoria elettorale ho contribuito visto che durante la campagna elettorale sono stato molto attivo. In quei giorni non mi bastavano ventiquattro ore: studiavo, mi allenavo, giocavo e facevo politica. Con il Presidente Allende ho avuto una meravigliosa amicizia, schietta e sincera, come dovrebbe essere un amicizia tra due esseri umani. Durante la finale di Copa Libertadores contro l’Independiente il Presidente ci ricevette tutti al consolato cileno di Buenos Aires e mi chiese di farsi scattare una fotografia. Abbracciato a me, Carlos Caszély, cileno figlio di padre ungherese. Lo capite? Capite la forza dirompente di quel gesto di schietta amicizia? Il Presidente della speranza e l’attaccante del popolo, lui che doveva risollevare un paese e io che dovevo fare goal per un paese. Due obiettivi diversi per un’unica causa. Io poi per “La Roja” di reti ne ho segnate ben ventinove. Purtroppo quella Libertadores rimase in Argentina, ma non fu facile per loro, li portammo alla terza partita sul campo neutro di Montevideo, e perdemmo degnamente dopo i tempi supplementari. E purtroppo il Presidente Allende, il Presidente dell’esperimento socialista, l’undici settembre di quel maledetto stramaledettissimo millenovecentosettantatre venne assassinato durante il golpe di Augusto Pinochet. Il Generale Augusto Pinochet. Tutto pagato e orchestrato dagli Americani e dalla loro stramaledetta paura che i comunisti mangiassero i bambini.

(altro…)

Una frase lunga un libro #50: Roberto Bolaño, Notturno cileno

cileno

Una frase lunga un libro #50: Roberto Bolaño, Notturno cileno, Adelphi, 2016, € 15,00, ebook € 7,99; trad. di Ilide Carmignani

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel gioco invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico.

Il numero cinquanta di Una frase lunga un libro non poteva che essere Notturno cileno di Roberto Bolaño, per due motivi; il primo è che un numero così alto per una rubrica di recensioni richiede un festeggiamento, richiede un libro e uno scrittore superiori alla media. Il secondo è paradossale e splendido. Come sapete, la rubrica, molto semplicemente, parte da una frase che rappresenti il cuore di un libro o che consenta di individuare un punto di partenza di un romanzo. Roberto Bolaño, maestro di molte cose e anche di paradossi, di enigmi, di ribaltamenti di prospettiva, con Notturno cileno (uscito per la prima volta in Spagna, nel 2000) scrive un romanzo che ha un ritmo così serrato (non ci sono nemmeno i capitoli) che impedisce le pause e che pare reggersi su un’unica lunghissima frase. Eccolo, il mio amato Bolaño arriva e mi risolve e spiega l’idea della rubrica. Il brano che ho scelto è – inevitabilmente – l’incipit, fatevelo bastare, non potevo ricopiarvi il libro, ma quando arriveremo in fondo pochi di voi non si precipiteranno fuori a comprarlo; come il protagonista di Ninna nanna di Palahniuk (Mondadori, 2005, trad. di M. Colombo) si precipitava fuori di casa per comprare le patatine al formaggio dopo averne visto la pubblicità.

cileno2

Bolaño sceglie un uomo per protagonista, un uomo che è molte cose, a cominciare dal nome, ne ha due. Quello vero, quello dell’uomo di chiesa, Sebastián Urrutia Lacroix, e quello da poeta e critico letterario, nome d’arte, quindi, Ibacache. Padre Ibacache, gioca Bolaño. Un uomo di potere, almeno in apparenza, un uomo che ha potuto decidere e incidere vestito con l’abito talare, e un uomo che ha potuto attraverso la critica letteraria cambiare o non cambiare le sorti di questo o quel poeta, benedire o maledire una prosa o uno scrittore. Gioca Bolaño, lo ha sempre fatto, in tutti i suoi romanzi, mappe che conducono dentro altre mappe, isole trovate e perdute, personaggi che si rincorrono da un racconto a un romanzo; il gioco qui è tutto in una notte, dove contano il delirio di chi sta arrivando alla fine dei suoi giorni e la memoria che ordina e disordina i pensieri come avviene soltanto nei sogni.

(altro…)

Nuova poesia latinoamericana. #14: Julio Espinosa Guerra

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 foto julio espinosa.jpg

Julio Espinosa Guerra

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Julio Espinosa Guerra (Cile, 1974). Ha ottenuto i premi di poesia Villa de Leganés (Spagna, 2004), Sor Juana Inés de la Cruz (Costa Rica/Messico, 2007), Isabel de Portugal (Spagna, 2010), Fundación Pablo Neruda alla sua traiettoria (Cile, 2011) e Villa de Cox (Spagna, 2013). Tra le sue raccolte poetiche vale la pena ricordare Las metamorfosis de un animal sin paraíso (LF, Spagna, 2004), NN (Gens, Spagna, 2007), sintaxis asfalto (Olifante, Spagna, 2010) e La casa amarilla (Pre-Textos, Spagna, 2013). Ha pubblicato anche le antologie poetiche La poesía del siglo XX en Chile (Visor, Spagna, 2005) e Palabras sobre palabras. 13 poetas jóvenes de España (Santiago Inédito, Cile, 2010). È anche autore dei due romanzi El día que fue ayer (Cile, 2006) e La fría piel de agosto (Alfaguara, Cile, 2013). Dirige la rivista de poesia Heterogénea e la Scuola di Scrittori di Zaragoza, in Spagna. Risiede in Spagna dal 2001.

.

.

V

Ser como el grillo
y su canto

Permanecer oculto
en las esquinas
de la casa

y decir tanto
con tan poco.

.

VII

Poder tejer
no la araña
sino la red invisible
de los movimientos de su tela

Atrapar
no las moscas y hormigas
en esta imagen
sino su gesto
que se pega al aire
antes de desaparecer.

.

XI

Como el caracol
dejo esta huella sobre la página
y presumo de su fosforescencia
aunque no soy capaz de decir
ni la mitad de los minerales
que mis ojos
estrujan de la luz:

en la ruta del signo que arrastro a mis espaldas
me ciego a mí mismo.

(de NN, 2007)

. (altro…)

Nuova poesia latinoamericana. #11: Francisco Véjar

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

foto francisco véjar 

Francisco Véjar 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Francisco Véjar (Cile, 1967). Poeta, antologista, critico letterario. Ha pubblicato Fluvial (1988), Música para un álbum personal (1992), Continuidad del viaje (1994), A vuelo de poeta (1996), Canciones imposibles (1998), País insomnio (2000), El emboscado (2003) e La fiesta y la ceniza (2008). È stato anche selezionato in diverse antologie, sia in Cile che all’estero. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, italiano, catalano, portoghese e croato. Attualmente è editorialista per la rivista El Mercurio e collabora con la rivista spagnola Clarín. È stato pubblicato nella rivista italiana Poesia, diretta da Nicola Crocetti, nella traduzione di Cristina Sparagana. Nel 2009 ha pubblicato il libro di cronache Los inesperados che tratta di alcuni degli scrittori e artisti cileni più importanti della seconda metà del Novecento.

 

 

CITA EN EL PACÍFICO SUR / 1999

Es bello flotar, así flotan los extraños objetos
que amanecen en las playas y que nadie reconoce.
¿Vienen de algún naufragio? Y qué importa, todos
venimos de algún naufragio aunque no lo sepamos.
.
-Rosamel del Valle-

El mar es nuestro refugio
En días de navegación por el Pacífico Sur
Ese curioso resplandor
Ha sido la única piedra filosofal
Que hemos llegado a poseer
Anoche la vaguada costera viajó con nosotros
Y todo parecía detenerse en ese instante
Tan claro como la luz de la luna
Plateando arena, mar y muelles
Una extraña ave vino a morir a nuestros pies
Mas sobrevivimos burlándonos de nosotros mismos
Y viendo pájaros acuáticos donde sólo había silencio
O poniendo libros sobre mesas de restaurantes marítimos
En comunión con los demás
O con las discriminaciones silvestres a que incita el cielo
La brisa del mar insiste en desordenar el texto
Y repentinamente estas palabras
Relatan – es su derecho –
Lo que ellas son entre nosotros

.

APPUNTAMENTO NEL SUD DEL PACIFICO / 1999

È bello galleggiare, così galleggiano gli strani oggetti
che giungono all’alba sulle spiagge e che nessuno riconosce.
Provengono da qualche naufragio? E che importa, tutti
proveniamo da qualche naufragio benché lo ignoriamo
.
-Rosamel del Valle-

Il mare è il nostro rifugio
In giorni di navigazione attraverso il Sud del Pacifico
Quel curioso bagliore
È stato l’unica pietra filosofale
Che siamo arrivati a possedere
Ieri notte la depressione costiera viaggiò con noi
E tutto sembrava fermarsi in quell’istante
Chiaro come la luce della luna
Tingendo d’argento la sabbia, il mare e i moli
Una strano uccello venne a morire ai nostri piedi
Ma sopravvivemmo burlandoci di noi stessi
E vedendo uccelli acquatici dove c’era solo silenzio
O mettendo libri sui tavoli dei ristoranti marittimi
In comunione con gli altri
O con le discriminazioni silvestri a cui incita il cielo
La brezza del mare insiste a disordinare il testo
E repentinamente queste parole
Raccontano – è un loro diritto –
Quello che loro sono tra di noi

.

.

HABITAR UN PAÍS COMO TUS OJOS

Quiero vivir en un país como tus ojos
más nítido que las horas que el tiempo deshecha,
más lúcido y real.

Quiero habitar un país como tus ojos;
tu piel navegando en mi piel,
las coincidencias, la respiración,
las horas que sin saberlo se unen,
un bolero y el abrir y cerrar de puertas,
sabiendo que nuestro tema sigue siendo el viento.
Mas el lenguaje no basta, ni el fragmento del sol
que guardabas en tu cuerpo para entregármelo
tras un ir y venir poblado de voces.

Desde las enrarecidas calles me haces señas
para que no ande a tientas,
ciego, borracho o como yo.

El aire de la mañana se suspende allá afuera.

.

ABITARE UN PAESE COME I TUOI OCCHI

Voglio vivere in un paese come i tuoi occhi
più nitido delle ore che il tempo disfa,
più lucido e reale.

Voglio abitare un paese come i tuoi occhi;
la tua pelle che naviga nella mia pelle,
le coincidenze, la respirazione,
le ore che senza saperlo si uniscono,
un bolero e l’aprirsi e chiudersi di porte,
sapendo che il nostro tema continua a essere il vento.
Ma il linguaggio non basta, né il frammento di sole
che conservavi nel tuo corpo per consegnarmelo
dopo un andare e venire popolato di voci.

Dalle rarefatte vie mi fai segnali
perché non vada a tentoni,
cieco, ubriaco o come me.

L’aria del mattino rimane sospesa là fuori.

.

.

ALLÍ DUERME MI PADRE

 

Visito el cementerio:
allí duerme mi padre
sobre polvo y más polvo
donde no hay más que el silencio sordo de otras voces,
lápidas casi borradas por las tempestades:
débiles huellas sobre el mármol.

El viento desordena el entorno.
Camino sobre pétalos resecos
que se unen a la tierra,
sobre pedazos de labios
que se juntaban para amarse.
Pero no hay respuesta.

Un día espíritu y carne
fueron fuertes,
vagaban sin prisa,
releyendo en el aire las señales de la vida.

Estoy de pie en este mundo,
mirando como muere la tarde,
sintiendo la enarbolada sensación de contener
en un segundo otros ecos.

Hay pasos que oyen,
hay ojos disueltos que observan,
también el destello de la nada.

Allí duerme mi padre
frío y delicado como la nieve.

(de País insomnio, 2000)

.

LÌ DORME MIO PADRE

 

Visito il cimitero:
lì dorme mio padre
sopra polvere e più polvere
dove non c’è altro che il silenzio sordo di altre voci,
lapidi quasi cancellate dalle tempeste:
deboli orme sopra il marmo.

Il vento disordina tutt’intorno.
Cammino su petali rinsecchiti
che si uniscono alla terra,
su pezzi di labbra
che si univano per amarsi.
Ma non c’è risposta.

Un giorno spirito e carne
furono forti,
vagavano senza fretta,
rileggendo nell’aria i segnali della vita.

Me ne sto in piedi in questo mondo,
osservando come muore il pomeriggio,
sentendo l’inalberata sensazione di contenere
in un secondo altri echi.

Ci sono passi che ascoltano,
ci sono occhi dissolti che osservano,
anche il luccichio del nulla.

Lì dorme mio padre
freddo e delicato come la neve.

(da País insomnio, 2000)

Nuova poesia latinoamericana. #6: Jaime Huenún

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

 jaime huenùn

Jaime Huenún

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Jaime Huenún (Cile, 1967). Ha studiato Pedagogia presso l’Istituto Professionale di Osorno e presso la Universidad de la Frontera a Temuco. Tra i suoi libri si segnalano: Ceremonias (1999), Puerto Trakl (2001) e Reducciones (2013). Frammenti delle sue poesie sono stati pubblicati in riviste e antologie nazionali e straniere. Nel 2003 ha ottenuto il premio Pablo Neruda per la poesia concesso dalla Fondazione omonima. La fine del medesimo anno compila l’antologia Epu Mari Ulkantufe ta FAchantü/ 20 poetas mapuche contemporáneos (Lom Editore). Nel 2005 ottiene la prestigiosa Borsa di Studio Guggenheim concessa dalla fondazione Simon Guggenheim di New York. Parte dei suoi testi poetici è stata tradotta in inglese, italiano, catalano, portoghese e croato, ed è stata pubblicata in antologie di poesia cilena e latinoamericana.

 

 

PUERTO TRAKL

(fragmentos)

Bajé a Puerto Trakl entre neblinas.
Buscaba el bar de la buena suerte
para charlar sobre la travesía.
Pero todos vigilaban la estrella polar en sus copas,
mudos como el mar frente a una isla desierta.
Salí a vagar por las calles con faroles rojos.
Las mujeres se ofrecían sin afecto, fragantes y cansadas.
“A Puerto Trakl los poetas vienen a morir”, me dijeron
sonriendo en todos los idiomas del mundo.
Yo les dejé poemas que pensaba llevar a mi tumba
como prueba de mi paso por la tierra.

“Y si vienes a morir a Puerto Trakl,
no bebas de mi vino”, dijo el tabernero.
Este bar no es la morgue de los ángeles
ni el cementerio de los fantasiosos.
Muchos hombres han cruzado el océano
por un jarro de cerveza, por una copa
de ginebra caliente.
Nadie aquí tiene patria ahora, y navegar
cansa más que la nostalgia y el amor.
Escucha, sólo escucha el estruendo del oleaje,
mientras el mirlo clama
entre las ramas y el viento.

(altro…)

Poesia latinoamericana #7: Gonzalo Rojas

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Il settimo appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicata a Gonzalo Rojas, poeta cileno. Continua così il nostro viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Gonzalo Rojas

GONZALO ROJAS

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

Gonzalo Rojas (Cile, 1917 ‑ 2011). È uno dei grandi punti di riferimento della poesia cilena del Novecento. Tra le sue opere si segnalano: La miseria del hombre (1948), Contra la muerte (1964), Oscuro (1977), Del relámpago (1981), El alumbrado (1986), Antología de aire (1991), Río turbio (1996) e Metamorfosis de lo mismo (2000). A partire dal 1958 ha organizzato i famosi Congressi di Scrittori a Concepción, dove si riunivano, come lui amava affermare, i suoi compaesani di Latinoamericana. Per la sua opera ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra i quali vale la pena menzionare il Premio Reina Sofía in Spagna, il Premio Octavio Paz in Messico, il José Hernández in Argentina, il Premio Nazionale di Letteratura e il Premio Cervantes.

.

AL SILENCIO

Oh voz, única voz: todo el hueco del mar,
todo el hueco del mar no bastaría,
todo el hueco del cielo,
toda la cavidad de la hermosura
no bastaría para contenerte,
y aunque el hombre callara y este mundo se hundiera
oh majestad, tú nunca,
tú nunca cesarías de estar en todas partes,
porque te sobra el tiempo y el ser, única voz,
porque estás y no estás, y casi eres mi Dios,
y casi eres mi padre cuando estoy más oscuro.

.

AL SILENZIO

Oh voce, unica voce: tutto il vuoto del mare
tutto il vuoto del mare non basterebbe,
tutto il vuoto del cielo,
tutta la cavità della bellezza
non basterebbe per contenerti,
e anche se l’uomo tacesse e questo mondo affondasse
oh maestà, tu mai,
tu mai cesseresti di essere ovunque,
perché ti avanza il tempo e l’essere, unica voce,
perché ci sei e non ci sei, e sei quasi il mio Dio,
e sei quasi mio padre quando mi sento più oscuro.

(altro…)

Poesie da “La morte ha i giorni contati” di Mario Meléndez

copertina la morte

LA MORTE HA I GIORNI CONTATI
(LA MUERTE TIENE LOS DÍAS CONTADOS)

Mario Meléndez
traduzione di Alba Metaponte

 

 

«Accidenti, era molto tempo che non leggevo una poesia capace di sorreggersi da sola»
(Nicanor Parra, Premio Cervantes di Letteratura 2011. La morte ha i giorni contati)

 

 

 

Tres kilos pesó la muerte

Cuando nació la muerte
nadie quiso tomarla en brazos
era tan fea como las gordas de Botero

No durará mucho
dijo la madre al salir del parto
tan resignada y ausente
como una piedra en medio del temporal

Pero la muerte traía en los ojos
una luz endiablada
un dulce escalofrío de eternidad

Se equivocaron los médicos
y la matrona
y aquél que pasó la noche
llamando a la funeraria

Ahora es un bebé robusto
comentan las enfermeras
y a veces hasta Dios le cambia de pañales

. (altro…)