Cicorivolta edizioni

Istanze di realismo in Francesca Del Moro: “Gli obbedienti”

gli_obbedienti_cover_fr1“metti uno sfondo del posto dove vorresti
[stare…”

Leggendo Gli obbedienti, ultima raccolta di Francesca Del Moro, mi sono tornati in mente Giovanni Giudici ed Elio Pagliarani: mi è tornato in mente il loro avere messo in poesia quegli anni in cui del boom economico già si vedevano gli effetti negativi, e non più solo l’esaltazione di una propaganda eccessivamente euforica. Ho ritrovato in queste nuove poesie di Francesca Del Moro la medesima vis polemica, di chi, apparte­nendo alla generazione più colpita da una crisi che è uno stallo, riesce comunque a indicare non solo tutte le storture, ma sa anche scorgere la via d’uscita; una via che fuor di ogni retorica incita, e non solo invita, al recupero di quel pacchetto minimo di valori capaci di restituire all’uomo il grado di umanità perso e disperso negli ultimi decenni. Tutto ciò rende la voce della poeta inevitabilmente civile, rivendi­cando allo stesso tempo il ruolo centrale del mandato poetico.
I piccoli grandi tic di una società che si è ridotta a comunicare per tocchi su una tavoletta luminosa, vengono presi, perciò, di mira; fra tutti il rito dell’aperitivo che non ha nemmeno più l’aura mitologica (in negativo) di quel “da bere” su cui s’è formata buona parte dell’attuale classe borghese, arricchitasi proprio negli anni in cui a colpi secchi si demoliva quel poco di solido che le lotte per la rivendicazione della dignità individuale erano riuscite a conquistare. L’aperitivo, diventato pure apericena (e da qualche parte pure aperimessa con un senso del grottesco che supera di gran lunga ogni immagina­zione), è a tutti gli effetti il più riconoscibile dei nuovi riti di una «generazione con la testa vuota»; rito – si badi – al quale non si sottrae nemmeno chi si erge a detrattore, e che rapido «tuffa/ gli occhi nel tele­fono e […] scrive/ anche su facebook», spostando così la possibilità di tentare un qualche dialogo con quegli involucri vuoti, là dove il dialogo si esprime per focomelici “like”; laddove l’io sparisce perché incapace di pronunciarsi per ciò che è. L’aperitivo è la morte prima della morte: la ‘livella’ che rende tutti uguali a tutti nella monotonia ciarliera del parlar vuoto. (altro…)

Francesca Del Moro, Gli obbedienti. Recensione di Caterina Davinio

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Francesca Del Moro, Gli obbedienti. Postfazione di Anna Maria Curci, Cicorivolta, 2016

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Questa raccolta di Francesca Del Moro mi ha fatto tornare in mente i versi di Sergio Corazzini in Desolazione del povero poeta sentimentale: «Le mie tristezze sono povere tristezze comuni./ Le mie gioie furono semplici,/ semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei». È la crisi del ruolo dell’intellettuale, che giunge a negare la propria esistenza, assiste impotente ai mutamenti della società che lo nullificano ed escludono, e alla fine di vecchi valori non ne corrispondono di nuovi.
Tuttavia l’autrice non arrossisce nel dirci le suggestioni di una giornata qualunque di gente comune, che si sveglia alle sei quando suona la sveglia e poi prende il treno dei pendolari, passa le otto ore lavorative davanti a un terminale, si aggira nel grigio delle nostre città macchiniche di ferro e di cemento.
Tutta la raccolta è pervasa da un grigiore che sovrasta persone e cose, privo di ideali −«Riposti gli ideali/ come occhiali nella custodia» − di avventure della mente e dell’esperienza degne di nota e dove ciascuno diventa “predatore o preda” senza eroismo, ma con «pacata e operosa/ rassegnazione” e non si sente neppure “la rabbia/ che monta».
È l’esercito di giovani e meno giovani, più o meno istruiti, colti o specializzati, che popolano le metropoli del nostro paese e producono, con lavori poco realizzanti e poco soddisfacenti sul piano economico, per altri la ricchezza; una ricchezza che crea tuttavia un universo opaco, depresso, e che è costruita da piccole persone spente, la cui vita non pare guidata da ombra di creatività, individualità. Sono gli impiegati di basso profilo del terziario avanzato, quelli che hanno perso l’identità che animava, negli ormai lontani anni Settanta, le lotte della classe operaia, e hanno perso pure l’illusione dell’ascesa sociale e l’arrivismo rampante che ha caratterizzato parte della gioventù degli anni Ottanta. Il libro registra dunque la fine della coscienza di classe e insieme delle utopie, delle ideologie, ma anche dell’edonismo e dei desideri consumistici, perché rappresenta una mesta età di crisi.
Oggi si parla spesso di era post-ideologica, dove tutto è finalizzato rigorosamente alla produzione economica, che in molti pagano con una condizione di spersonalizzazione, risultato di una «mutazione/ incredibile/ sono pecore/ pecore carnivore». Perché a loro modo anche “gli obbedienti” non sono tra loro solidali, sono invero cinici, aggressivi, asserviti al sistema e ai suoi non-valori da un contagio onnipresente. (altro…)

Francesca Del Moro: Le conseguenze della musica

Francesca Del Moro, Le conseguenze della musica (Cicorivolta Edizioni)Capita, a volte, che le performance catturino della poesia la traccia lasciata silente nei versi, restituendola arricchita. Capita pure, però, che la musica si avverta già tra le pagine, le righe, le parole, destando sorpresa e attesa. Non deve stupire perciò il fatto che il ‘silenzio’ sia musica di fondo, sia una delle conseguenze della poesia di Francesca Del Moro. Imprescindibile la musica nei suoi versi. Ecco così espresso il nodo con l’elemento primitivo della poesia: la musica legata alla parola. Il flusso continuo delle voci plurime di un canto corale capace comunque di rendere il tutto una sola voce; certo!, con qualche fuori campo perché la poesia è anche ribellione. E la prima ribellione della poesia è quella di porre le domande, non di dare le risposte. Francesca Del Moro ha scritto la domanda nella sua ultima raccolta, non la risposta.
Ha interrogato ogni cosa e dato corpo alle parole: dato a queste un suono. Non parlo dell’intonazione tipica di quando si pone una domanda (pochi punti interrogativi si incontrano in realtà); parlo del suono che rende pieno e allo stesso tempo svuota, denuda l’oggetto come pure il soggetto. Non accompagna neppure il lettore in un punto preciso del suo racconto in versi per svelargli chissà quale realtà, perché la realtà di queste poesie è disvelata sin dall’inizio: la conseguenza della musica è l’amore, perché la musica è conseguenza dell’amore.
L’amore descritto, trascritto, riscritto in ogni sua piega (e piaga?); anche in ogni suo cliché, se si vuole, a costo di raffreddare la tensione. Ma è un rischio inconsciamente messo in conto da chiunque voglia dire qualcosa sull’amore, perché ci si è lasciati andare al fluire, allo scoprirsi, con sorpresa, «letto di fiume / allo scorrere del suono» (p. 14).
In definitiva Le conseguenze della musica di Francesca Del Moro è una dichiarazione di guerra a tutta quella poesia che si imbelletta senza dire nulla. La disarmante chiarezza di questi versi è la conferma dell’esistenza di una tendenza della poesia femminile di restituire sulla carta la vita e il mondo per ciò che sono; una tendenza minoritaria nel numero di chi vi si cimenta, ma destinata a farsi ‘scuola’.

Se lo facessi io
non sarebbe un bel gesto
di coraggio non sarebbe
un’accusa non sarebbe
un moto di disperazione,
non sarebbe un coup de théâtre,
se lo facessi sarebbe il quotidiano
gettare via l’immondizia
quando si è colmato il sacco.

Ecco! ci si sgrava di ogni peso con la naturalezza di un gesto quotidiano, nell’anonimato della gestualità quotidiana; ma ci si sgrava, ci si libera, si svuota il sacco: si dice tutto, ogni cosa, per onorare l’impegno assunto con la scrittura, con la poesia. Per onorare l’impegno con se stessi: quello di rendere un po’ più accettabile (anche musicalmente accettabile) il mondo in cui si vive, cercando anche di capire «come si fa a fare del fondo / di una bottiglia di birra la sfera / di cristallo lo specchio dell’umanità / tutta.» (Fabio Michieli)

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Un canzoniere sui generis, quello di Francesca Del Moro di Le conseguenze della musica; un canzoniere capace di afferrare e portare con sé chi ne legge la partitura e ne ascolta le armonie complesse in questo suo viaggio tra il bassopiano della quotidianità – zerbino di impronte stanche e calpestate ripetutamente – e le vette familiari, frequentate e amorevolmente esplorate, della poesia nei tempi della storia e nel tempo dell’esistenza individuale.
È un canzoniere che sa catturare anche i resistenti, gli scettici per persistente allergia al chiacchierio di emozioni, dunque anche me, che scrivo qui le mie riflessioni sulla raccolta di Francesca Del Moro. Se la materia di cui questo canzoniere è intessuto è la passione struggente per la vita e la letteratura (Francesca Del Moro non separa ed è convinta. a ragione, che non si possano dividere questi due ambiti con fossati artificiosi), il ricamo si compone di punti, originali eppure non dimentichi di lezioni precedenti, di arguta autoironia. (Anna Maria Curci)

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