Christopher Nolan

Antonio Paolacci, Il Mago che beffava i nazisti

jasper-maskelyne (fonte archivioroncacci)

Antonio Paolacci, Il Mago che beffava i nazisti

Nel film The Prestige di Christopher Nolan si dice che ogni numero da illusionista è composto da tre parti o atti.Il primo atto si chiama “la promessa” ed è la fase iniziale: quando il mago ci mostra le cose che faranno parte del suo numero e ci spiega che si tratta di oggetti ordinari (un cappello, un mantello, un mazzo di carte). Il secondo atto si chiama “la svolta” ed è la parte in cui l’illusionista compie qualcosa di straordinario con quell’oggetto apparentemente ordinario, per esempio lo fa sparire. È la fase in cui noi spettatori veniamo stupiti e ci chiediamo come sia stato possibile quello che abbiamo visto. In effetti è questo il culmine del numero di magia, eppure noi non applaudiamo ancora. L’applauso è il gesto di liberazione finale, che per partire ha bisogno di un terzo gesto, una conclusione o, come si dice in narrativa, uno scioglimento. Il terzo atto è quello che chiude il cerchio e riporta tutto alla normalità, quando l’oggetto sparito riappare da un’altra parte, per esempio, e la situazione straordinaria diventa una nuova situazione ordinaria. Questo terzo e ultimo atto è chiamato “il prestigio”.

Come avrete intuito, e come il film di Nolan mostra bene, anche i racconti possono essere suddivisi in tre atti analoghi. Ogni storia narrata è composta da tre parti che banalmente potremmo chiamare “inizio, sviluppo e finale”, ma che a ben vedere hanno molto in comune con i tre atti del gioco di prestigio. Per questa ragione – e per rendere onore al suo protagonista – dividerò il racconto che segue proprio in tre parti, chiamate rispettivamente come i tre atti del numero di magia.

1. La promessa

Il nostro uomo si chiama Jasper Maskelyne, è nato nel 1902 ed è un mago da palcoscenico, un illusionista inglese, molto famoso tra il 1930 e il 1940. È figlio di un certo Nevil Maskelyne e nipote di John Nevil Maskelyne, maghi a loro volta. Jasper Maskelyne è un prestigiatore di successo. Nel 1936 pubblica un libro con i suoi trucchi che è ancora oggi un classico nell’ambiente. È un maestro dei colpi di scena. Il suo pezzo forte sono i numeri di “lettura della mente” e in genere tutti i trucchi di quell’arte che oggi viene chiamata mentalismo.

Jasper è l’ultimo di una grande dinastia di maghi. Ma, a differenza del padre e del nonno, il suo successo sembra destinato a tramontare proprio quando è all’apice, perché Jasper si ritrova al culmine della sua carriera quando esplode la Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1940, all’età di 38 anni, Jasper Maskelyne si arruola come volontario nell’esercito britannico. È già troppo avanti con gli anni per imbracciare un fucile e partire per il fronte, ma lui non ha intenzione di fare la guerra da soldato. Appena arruolato, Jasper chiede di far parte dell’intelligence militare, dichiarando di voler mettere a disposizione la propria arte in strategie di guerra. Gli ufficiali ridono. Davanti a loro c’è un mago che vorrebbe usare trucchi da palcoscenico in operazioni militari, trasformando in armi alcuni espedienti da intrattenimento come l’inganno e il camuffamento. Naturalmente, nessuno dell’esercito sembra disposto a dargli retta.

2. La svolta

Un giorno di quello stesso anno, una nave da guerra tedesca appare sul Tamigi, nientemeno che in piena Londra. L’allarme e il terrore corrono in pochi minuti, fino a raggiungere gli alti ufficiali dell’esercito. Ma no: quella che corre sul fiume non è una nave vera. È un’incredibile illusione creata da Jasper Maskelyne con un gioco di luci e specchi, grazie a un modellino di cartapesta. Di lì a poco, Maskelyne entra nell’intelligence militare per direttissima. Viene preso al Camouflage Development and Training Centre, a Farnham Castle,  e l’anno dopo (il 1941) viene reclutato nell’MI9 da Dudley Wrangel Clarke (Johannesburg, 27 aprile 1899 – Londra, 7 maggio 1974), l’ufficiale britannico che passerà alla storia come pioniere delle operazioni di inganno militare.

Il primo incarico di Maskelyne è al Cairo. Qui tiene alcune lezioni ai soldati sulle tecniche di fuga e crea piccoli dispositivi utili per fuggire in caso di cattura, come lame nascoste all’interno di pettini o mappe disegnate in modo criptico su oggetti di uso personale. Poi, nel novembre del 1941, entra nella cosiddetta unità di camuffamento a Helwan, vicino al Cairo, e viene messo a capo della Sezione Sperimentale. In realtà, Maskelyne si ritrova al comando del manipolo di soldati più inefficiente dell’esercito inglese: un gruppo di artisti come attori, musicisti e pittori, incapaci di sparare, ma molto utili per la realizzazione delle idee di un illusionista. È con loro che Jasper riesce a realizzare i suoi veri capolavori, in crescendo, fino a determinare le sorti stesse della guerra.

Il gruppo di artisti guidato da Maskelyne costruisce anzitutto delle strutture con materiali di fortuna accanto al porto di Alessandria. Le strutture posticce replicano il porto stesso con giochi di luce e specchi, mentre le luci del vero porto vengono spente. L’illusione è perfetta per gli aerei tedeschi e così, per ben nove giorni, l’aviazione nazista bombarda il nulla, mentre il vero porto di Alessandria è in salvo, un paio di chilometri a est. Dopodiché, con analoghe illusioni ottiche, Maskelyne fa sparire il Canale di Suez, e acceca ripetutamente l’aviazione tedesca con dei riflettori.

E ancora: nel 1942 Maskelyne crea una divisione corazzata di cartone, con manichini, carri armati fasulli, rumori e voci umane simulati. La divisione fantoccio viene portata in prima linea, dove subisce l’attacco nazista, mentre la vera divisione corazzata avanza lateralmente, mascherata da convoglio di trasporto, con un trucco meccanico capace anche di cancellare le tracce dei cingoli e sostituirle con quelle che lascerebbero le ruote dei camion. E così viene vinta la battaglia di El Alamein: la vittoria degli inglesi su Rommel che sancisce le sorti della guerra, consentendo agli Alleati di prendere il controllo del Mediterraneo.

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INTERSTELLAR: UN TEDIO INTERSTELLARE, di Nicolò Barison

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INTERSTELLAR: UN TEDIO INTERSTELLARE, di Nicolò Barison

In un prossimo futuro la natura si sta ribellando e l’esistenza sulla Terra è messa in pericolo da continue tempeste di sabbia e da una misteriosa piaga che ha distrutto le piantagioni di grano, lasciando però intatto il mais. Cooper (Matthew McConaughey) è un ex-astronauta della NASA che si è dovuto reinventare agricoltore e si è dedicato alla coltivazione del mais, tirando su una piccola azienda agricola,  dove vive insieme alla figlia Murph (nome dato in onore alla legge di Murphy), al figlio Tom e all’anziano padre. Grazie a una serie di improbabili circostanze,  Cooper rientrerà in contatto con la NASA, ora divenuta un’organizzazione segreta, che sembrerebbe aver scoperto che la piaga presto attaccherà le altre coltivazioni e che si sta ingegnando per trovare una soluzione alla imminente (auto)distruzione del nostro pianeta. Cooper  verrà convinto dalla NASA a intraprendere un viaggio interstellare attraverso un cunicolo spazio-temporale,  dove si auspica che si possa trovare un pianeta abitabile in cui l’umanità possa salvarsi dall’estinzione e proseguire il suo cammino evolutivo.

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Irréversible di Gaspar Noé: perché il tempo distrugge il peggio e il meglio

di Nicolò Barison

irreversible

“Irreversible. Perché il tempo distrugge tutto. Perché certe azioni sono irreparabili. Perché l’uomo è un animale. Perché il desiderio di vendetta è una pulsione naturale. Perché la maggior parte dei crimini resta impunita. Perché la perdita della persona amata distrugge come un fulmine. Perché l’amore è una fonte di vita. Perché la storia è tutta scritta con lo sperma e con il sangue. Perché le premonizioni non cambiano il corso delle cose. Perché il tempo rivela tutto. Il peggio e il meglio.”

Quando anni fa vidi per la prima volta Irréversible, pellicola del 2002 presentata in concorso al 55esimo Festival di Cannes che fece indignare parte degli spettatori che abbandonarono la sala prima della fine del film, ne rimasi immediatamente folgorato.
Giudicato da gran parte della critica come uno dei film più controversi di sempre a causa della rappresentazione esplicita di uno stupro di una donna (Monica Bellucci), con macchina da presa fissa di quasi dieci minuti, nichilista e cupo all’inverosimile, è sicuramente un film molto duro e difficile da digerire, ma, allo stesso tempo, rivela il talento e la bravura di un grandissimo regista.
Alex (Monica Bellucci) viene brutalmente violentata da uno sconosciuto in un sottopassaggio. Il suo attuale fidanzato Marcus (Vincent Cassel), e il suo ex, Pierre, amici tra di loro, si mettono a caccia del responsabile, in un crescendo inarrestabile di follia e violenza.
La pellicola è composta da tredici sequenze a ritroso (il film scorre inversamente partendo dal finale, in una trovata che ricorda Memento di Christopher Nolan), di cui sei in piano sequenza, con continui rimandi al cinema di Stanley Kubrick, ma anche a quello stile innovatore e fuori dagli schemi che è stato proprio della Nouvelle Vague, con particolari riferimenti a Jean-Luc Godard.
Noé sfoggia sin dai primi minuti una sapienza tecnica davvero sorprendente che ci fa immergere in un mondo feroce e senza speranza (gran parte delle scene sono girate di notte, rendendo il clima ancora più cupo).
L’idea del regista di partire dal finale, apparentemente non originalissima, trova però una valida giustificazione “filosofica” nelle frasi che pronuncia Alex in una scena del film, parlando di un libro che sta leggendo: tutto ciò che accade è già in qualche modo stabilito, quindi mostrare una storia dalla fine significa, secondo questa impostazione, riavvolgere il tessuto di ciò che doveva inevitabilmente accadere.
Oltre a questa lettura filosofica, il film di Gaspar Noé ci mostra la società umana nei suoi aspetti più abbietti e spregevoli. Il nucleo centrale del film risiede infatti nella mancanza totale di senso delle azioni umane. Una donna viene stuprata in un sottopassaggio mentre torna a casa da una festa e la sua esistenza viene distrutta da un momento all’altro. Tutto questo sembra cogliere il nocciolo di quello che, improvvisamente e inesplicabilmente, può accadere nelle nostre vite oltre la nostra volontà ed immaginazione.
La successiva reazione del fidanzato di Alex (un Vincent Cassel in gran spolvero) dopo lo stupro, che inizia a cercare il responsabile, mosso dalla sete di vendetta, fino al violentissimo ed inevitabile finale, dimostra invece la totale mancanza di controllo che spesso abbiamo non solo sugli avvenimenti, ma anche su noi stessi.
Prima di partire per la crocifissione pubblica di Noé, si dovrebbe un po’ conoscere il passato del regista per comprendere le profonde basi nichilistiche del suo pensiero e del suo modo di fare cinema. Vedendo le sue opere precedenti, il cortometraggio Carne (1995) e il lungometraggio Seul Contre Tous (1998) non possiamo tralasciare il fatto che Noè ha sempre parlato dell’inevitabilità della violenza come reazione a un sistema di potere. Il Macellaio senza nome protagonista di queste due pellicole (interpretato magistralmente da un grandissimo Philippe Nahon), che compare anche in un omaggio nei primi minuti di Irréversible affermando in una disperata confessione che “il tempo distrugge tutto”, ci mostra la cifra di una società capitalista alla deriva, intollerante e cinica.
Insomma, Gaspar Noé lo si ama o lo si odia. Non ci sono vie di mezzo. Il suo stile fortemente provocatorio non è per tutti, questo è sicuro. Per farsene un’idea basta fare un giro sui vari siti e vedere le opinioni dei critici e del pubblico: i suoi film o vengono osannati o distrutti senza pietà, ma si sa, la genialità non sempre è compresa da tutti.

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