Christian Sinicco

Una questione di Salute (da ARGO H2O)

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Una questione di Salute

 

(a Anna Toscano)

 

È una bellissima notte di giugno dell’anno 2012, l’ora in cui si accendono tutti i lampioni è passata da un po’. A Venezia, nei pressi della Salute, un uomo e una donna passeggiano tenendosi a braccetto. La donna indossa dei pantaloni blu scuro e una maglia in cotone dello stesso colore. L’uomo, una camicia azzurra e pantaloni chiari. La donna è la scrittrice americana Susan Sontag, l’uomo è il poeta russo Iosif Brodskij. Entrambi sono morti da diversi anni. Morti, almeno, nella maniera più tradizionale del termine. Quella che segue è la fedele trascrizione della loro conversazione.

Susan: Mio caro Iosif, l’avresti mai detto che ti saresti ritrovato in questa città, in piena estate?

Iosif: No, naturalmente. Conosci la mia insofferenza al caldo e la mia avversione per i turisti che girano seminudi per le calli. Troppo mobili rispetto a tutto questo marmo. Anatomicamente inferiori alle statue.

Susan: Ricordo, scrivesti di preferire la scelta al flusso e che la pietra è sempre una scelta. E l’acqua?

Iosif: L’acqua, dici? L’acqua è tutto. L’acqua è l’unica cosa che vince sul tempo. O, forse, è il tempo stesso. L’acqua può tutto e, qui, tutto riflette. Così come, a una certa ora del giorno, ogni meraviglia sul Canal Grande è restituita al suo doppio; allo stesso modo, l’acqua non può scegliere (nemmeno qui) di riflettere ciò che vuole ma soltanto ciò che può: ogni cosa.

Susan: Allora spiegami perché tornarci anche in questa stagione?

Iosif: Non ci torno, ho scelto di rimanerci. Tu piuttosto perché ci vieni ancora?

Susan (sorride): Dovresti saperlo, un anno intero a Parigi può essere noioso. E poi, ogni volta, torno a prendere una cartolina.

Iosif: Qualcosa che l’occhio possa contenere?

Susan: Qualcosa di più. Tutto ciò che l’occhio escluderebbe e che la laguna moltiplica per due. L’istante in cui un riflesso, o l’alzarsi e ritrarsi di marea, ti mostrano la meraviglia.

Iosif: Meraviglia già esistente, non trovi?

Susan: Sì

Iosif: Forse sarebbe meglio dire, piuttosto, che torni qui a riprenderti (o a registrare) un pezzetto di meraviglia.

Susan: Potremmo dire così, mio puntiglioso poeta, ah ah ah

Iosif: Ah ah ah. Hai ragione certe volte sono insopportabile. Quasi sempre, in realtà.

Susan: Non per me.

(I due amici passeggiano tra le piccole calli che si confondono tra la Chiesa della Salute e la Guggenheim.)

Susan: Hai visto in che calle siamo finiti? Ti viene in mente chi viveva qui?

Iosif: Oh, mio dio, sì! La moglie di Pound. Mi ricordo quando mi chiedesti di accompagnarti a casa sua. Il pistolotto che Olga Rudge ci fece in difesa (non richiesta) di suo marito, di come non fosse nazista e nemmeno antisemita; ma mi pare che ci salvasti con una battuta splendida.

Susan: Dici? Non ricordo bene. Ricordo, invece, come il suo tè non fosse un granché.

Iosif: Americani…

Susan: A chi lo dici…

(Ridono)

Iosif: Si sta bene stanotte, passiamo da Punta della Dogana?

Susan: Volentieri, adoro passare da lì. Non so perché mi viene in mente una tua poesia, una della serie di “Laguna”. Dunque, era così, se non sbaglio:

E, come un tintinnio di servizi da tè,

si sente il suono delle chiese veneziane

in una scatola di vite casuali.

Il polipo di bronzo del lampadario

nella specchiera fiorita d’erbe lacustri

lecca il letto umido, rigonfio

di lacrime, carezze, sogni sporchi

La ricordi, Iosif?

Iosif: Sì. Le poesie che hanno a che fare con Venezia sono quelle che ricordo meglio e più volentieri.

Susan: Ho sempre trovato geniali questi versi. Il come tu sia riuscito nominando oggetti, descrivendo una stanza d’albergo, a far sentire, a riprodurre il suono dell’acqua. Come se l’acqua fosse in quella camera.

Iosif: E c’era, Susan, eccome. L’unicità di questo posto, queste mura umide, i mattoni che amo più delle pietre, il dondolìo. Sentire che l’acqua fosse ovunque, sotto al letto mentre dormivo o sotto i tacchi mentre passeggiavo, mi ha mostrato con chiarezza la mia precarietà. Sensazione confortante. Siamo instabili come l’acqua. Sapere che in questo posto tutto dipenda ed è dipeso dall’acqua, ti si ficca dentro come un chiodo di ghiaccio. Qualunque cosa tu pensi o scriva, lo farai con l’acqua.

Susan: Una continua vibrazione, no? Ogni volta sei costretto a pensare che un niente basterebbe a portarti via. Anzi, venire qui è sempre stato portarsi via. Venire a Venezia è, contemporaneamente, scegliere la bellezza, raddoppiarne la visuale e poi farsi prendere alla gola, sgomenti, sapendo che ciò che amplifica lo stupore potrebbe sottrartelo in ogni istante. Dio mio, che luce che c’è su San Marco, da qui.

Iosif: E San Giorgio? Non bastano molte vite per meritarsi questa vista. Questo posto è immune a tutto e a tutti, fuorché a se stesso. Fossi rimasto in vita avrei continuato a venirci, ogni inverno, fino alla fine. San Pietroburgo non mi è mai mancata veramente, Venezia sì. E a te cosa manca, ti manca Annie? Tuo figlio?

(Mentre chiacchierano, superano Punta della Dogana e vanno verso le Zattere, passando davanti ai Magazzini del sale. Siamo a Fondamenta degli incurabili).

Susan: Terribilmente, ma più di tutto mi manca poter scrivere. Perché ogni volta che ho scritto anche una sola parola ho scritto anche a loro.

Iosif: Allora gli hai parlato per sempre.

(La Sontag sorride e si volta verso il Canale della Giudecca)

Susan: Sei caro. Lo spero, lo spero. Guarda come è piatto stanotte, guarda la luna sopra il Redentore. Stasera si riflettono le stelle.

Iosif: Una volta mi hai detto che Venezia ti fa piangere, pensavi a notti così?

Susan: Scrissi quella frase sul taccuino, una mattina presto, dopo aver ascoltato la Messa a San Marco. Credo sia stato il risultato reale della sensazione di tranquillità, del silenzio della Basilica e della piazza. Con me solo la liturgia della bellezza. E la pace. Venezia mi metteva in pace.  E se fosse il pianto l’unico inchiostro plausibile per raccontare, insieme, la pace e la bellezza?

Iosif: La pace e la bellezza stanno in una lacrima sola. Torniamo all’acqua.

Susan: Che è da dove veniamo.

(Ridono entrambi. Ora lasciano le Zattere e svoltano a destra verso Sant’Agnese, vanno verso il ponte dell’Accademia).

Iosif: Esiste, secondo te,  una fotografia – ideale – che possa raccontare Venezia?

Susan: Può darsi. L’ideale, però, sarebbe soprattutto tutto ciò che è rimasto fuori dallo scatto. Tutto fermo da millenni eppure mutato prima della foto successiva.

Iosif: Tutti i versi che ho scritto su Venezia (anche quelli dedicati a te) hanno tentato quello scatto.

Susan: A te lo scatto è riuscito.

Iosif: Qualche volta l’ho pensato. Più onestamente, mi sento di dire che il pensiero di riuscire in quello scatto mi abbia tenuto in vita più a lungo. L’ansia di mancarlo, d’altro canto, mi ha spinto a tornare qui, tutti gli inverni, per quasi vent’anni.

Susan: C’è un’altra tua poesia che amo particolarmente, mi ci hai fatto pensare adesso

Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca,

d’inverno, con la sola giacca addosso,

dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi

con frasi in madrelingua.

Nella tazza si raffredda il caffè.

Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi

la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo

questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

 

Iosif: Il punto è proprio questo. Venezia può fare a meno di chiunque, nemmeno l’assenza di chi l’avrà più amata potrà intaccarne la bellezza e l’essenza. Io, invece, ne avvertivo la mancanza ancor prima di venirci la prima volta.

Susan: I tuoi inverni, starei ore ad ascoltarti mentre mi parli dell’acqua alta, della nebbia, dell’odore delle alghe ghiacciate. Vuoi farlo ancora una volta Iosif?

Iosif: L’odore di alghe marine sotto zero, per me, è sinonimo di felicità. Ognuno si lega a un odore, quello è il mio. Odore che conoscevo prima di sentirlo, oltre i confini geografici, lo scrissi, al di là della struttura genetica. La nebbia è stata la prima cosa che ho imparato qui, fitta fino ad inghiottirti. Ti costringe a stare in casa a scrivere, con la luce artificiale. Se non sei veneziano, una volta uscito, non sapresti far ritorno. L’acqua alta deborda sulla città come fuoriuscita da una vasca da bagno, ti prende fino alle ginocchia. Il suono dei tacchi lascia posto a un silenzio vivo, interrotto solo dal rumore che fanno gli stivali di gomma. Tutto è fermo, come se nulla esistesse più. Il niente davanti e, dietro di te, solo la breve scia che lasci.

Susan: Grazie. Ora ci vorrebbe qualcosa da bere.

Iosif: A patto che non si tratti di acqua.

Susan: Promesso.

Gianni Montieri

 

 

 

 

 

 

 

Nota al testo: Susan Sontag (New york 16 gennaio 1933 – New York 28 dicembre 2004) è sepolta a Parigi nel cimitero di Montparnasse. Iosif Brodskij (Leningrado 24 maggio 1940 – New York 28 gennaio 1996) è sepolto a Venezia nel cimitero di San Michele.

Il racconto è ispirato alla vita e all’opera dei due autori. In particolare, trae spunti dai seguenti testi:

Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili – Adelphi 1991 (ultima edizione 2012)

Iosif Brodskij – Poesie Italiane – Adelphi 1996 (ultima edizione 2004) – volume che contiene le due poesie citate nel racconto.

Susan Sontag – I diari secondo volume – a cura di David Rieff – non ancora editi in Italia. (un’anticipazione ne è stata data dal quotidiano La Repubblica il 29/04/2012)

Le battute dei dialoghi, le deduzioni, parte della visione di Venezia, sono da attribuire alla fantasia dell’autore.

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Christian Sinicco – Ballate di Lagosta

venezia 2010 - foto gm

Ballate di Lagosta

Canzone di Spalato

“tutti fanno enormi calcoli concettuali, e degli assiomi semplici non sanno nulla”
Adriano Pavlicevich, fotografo

“quando la soluzione è semplice, dio sta rispondendo”
Albert Einstein, fisico

entra nel pantheon senza volta, a Spalato
il cuore sono le cicale
e una canzone d’amore, una chanson
sola come te, è la ragazza che poi ti servirà al belvedere
sotto San Nicola, la chiesa tra i pini
vicina allo zoo, ai cicalecci e a tutte le botaniche
di un palo, una bandiera e una vedetta

tu chiedi acqua, caffè;
lei parla le tue lingue lavorando l’uncinetto
dal sorriso, capisce chi sei
dalla pelle, anche se parli
– ordini un sandwich, poi prendi una crema
e vuoi rivedere la città
dall’alto, il mondo dal basso

lo scrittore con la sigaretta si è seduto
come te ne sei andata
– l’America non si sa mai da che molo partì,
i suoi immigrati e le sue carte sono in vendita sulle pietre:
compra le fotografie, comprale sbiadite,
compra i centrini, la rakija,
nei palazzi dell’imperatore o al porto

con la bocca giri una sigaretta:
senza sapere se vincerai
illudi nuvole, calci nel rosa – nella torcida
c’è ancora l’eco della partita dell’Hajduk,
sui palazzi bianchi e blu
le rarefazioni incistite dei Balcani
ripagano il cielo sempre più rosso;
e sulle bancarelle, tra le voci del mercato,
suona, risuona il canto sulle magliette
Gotovina heroj!

all’alba
credi di sapere cosa sia la guerra
con la birra della tradizione, la Karlovacko
ancora sulla panchina; credi alle donne
dal viso a patata sugli scagni, ai clochard
di marmo, agli occhi di Diocleziano
rannicchiati tra il cardo e il decumanus di un pub
nelle sue catacombe; e i cardinali
di questa disseminazione
non è che parlino

a levarsi è l’omelia
dei datteri schiacciati dalle scarpe,
la puzza dei calli del contadino
nella sala d’attesa della stazione,
il dolce nell’odore
dei fichi in decomposizione,
o al fresco delle palme
il fuck off o il fuck in shit
del turista del tempio di Giove

la signora dal completo viola
sotto altri scalini, catapultata
dalla corriera, ad una polacca
spiega, nella lingua nobile di Trieste,
la facilità degli slavi a recuperare strutture,
metrica del parlato, in una pausa del viaggio

e al chiosco di un parcheggio, la limonata
è tanto dissetante quanto distante
è la tua bella faccia;
un cane si avvicina, saluta
chi salta in macchina e parte;
due donne chiaccherano e un pallone vola…
lo fermo e lo ridò alla bambina stupita
che è al centro della storia

**********

Ballata di Marija alla Processione di Ferragosto
fiorì la madre tra il finocchio e i suoi angeli gialli
fioriscono in processione a due a due uomini e donne
è fiorita la valle prima di quel suono di campane
il 15 agosto si staglia da secoli nelle pietre, ora e sempre
sul sagrato e poi giù per le case e le scale
sulla Bella di notte c’è ancora il tramonto di ieri
e di tanto in tanto il paese chiama Marija,
i pistilli ubriachi, le semenze di tomba

i campi di Lastovo il colibrì li ricorda
come covo di pirati – pare che nulla cambi
così con la squilla ti batti il petto
e il mare è il suo sarcofago e il ritmo

quale giorno sia, smemorato arrivi alla chiesa
quanti giorni sei stato nei sogni e ti sei fatto sorprendere?
è questa la sveglia: lo sanno il prete,
i cesari, la campana e la valle
e il medioevo alle spalle inanella i vitigni
se la processione andasse più su
penderesti dalla forca dei perdimenti nel forte francese
Marija non lo sa, e mi ha accolto lo stesso

Marija è vestita di porpora e si prepara alla festa
è una madre fiorita nel cuore di un’isola
petali di Bouganville la processione calpesta
scendendo al cimitero, salendo di nuovo alla chiesa

Marija è in ogni mattina e intona l’universo nei salmi
come il cemento della strada si è sparsa nel punto delle cose
è la voce del mio silenzio finalmente rapita
con una viola tra i capelli e sulle rughe

**********

Jadro pensa sui petali di Bouganville
non è detto che io possa tra gli olivi vedere
la bellezza – i suoi occhi, dove solo un punto è a fuoco in te, il blu –
non è detto che in un bacio si possa, amico mio,
sentire i suoi colori effusi, tra i camini di Lastovo guardare e scattare la foto
dove il sole brucia gli obiettivi; quanto agli scatti, tu possa ricordare i grilli
e la signora cantata in questa pietà di pietra, curva sui campi:
il bianco e il nero hanno radici, sono il risultato dell’immagine doppia
che abbandonasti lì, la tua maglietta rossa e chi posa
per te – perché quando osservi, i vecchi sono intenti a sedere al bar, le biciclette appoggiate,
o tra le barche di Portoros o Ponterosso come scegliere il momento?

ho sempre amato parlarti, ma ho amato di più le tue parole:
esse manifestano i nostri muri, le antenne e le foglie, i lineamenti sopraffatti dalle menzogne
di questo stato di carogne, per cui la vita è dura, l’ombra è il trauma
e la cecità decisiva – lo sarebbe anche la luce: per cui abbiamo bisogno di un chiaroscuro,
di lasciarci perdere affinché i nostri nomi scendano come le Bouganville,
di non accorgerci che questo blu è l’istinto di morte che ci sovrasta:
io non ti chiamerò in questo rifrarsi lento, dove si nascondono le lucertole ramate,
io ti chiamo nella tua bellezza, io ti chiamo prima che tutto si veda nella sua immagine

**************

Il salmo di Marijana alla figlia Sara
presso l’acquasantiera col dragone,
sotto le teste di serpente sul rosone

 

avvicinati alle campane, battile per quattro volte,
solleva l’icona della vergine, sollevati dagli uomini in nero,
e bagnati la fronte di acqua come i delfini
sulle spalle di una ragazza tatuata che si fa il segno

trasforma in roccia i serpenti sotto il sole
sul rosone che la mattina si ribella al bianco,
inghiottendo i veleni del mondo,
combatti dolcemente per dare senso

e porta la mia richiesta, anche il suo pudore,
sulle spine del capitale come susini e uva –
gustano la tua bocca, ascolteranno la libertà
e il sapore quando sanguinano le labbra

****************

La canzone di Daniela

I.

parla di quanto è bello senza sapere dove andare
forse nell’acqua del sole come la sua guancia
semplicemente necessaria quanto il sogno bagnato
in una galassia più vasta se la si può comprendere,
ti seduce tra valli e filari di viti impolverate
con gli occhi verso la baia con la cascata:
Za Barje diceva il cartello e così abbaiava anche il cane legato
sotto il cipresso – la sua dentatura era il sepolcro del perché
i pescatori l’avessero lasciato lì – nelle vicinanze di una casa
ricoperta di edera e di more, al cui interno erano cresciuti
un melo dai pomi asprigni e delle rose
che poi avresti assaggiato solo tu:
evitando i buchi di asfalto e sterrato hai seguito Daniela
prendendo di mira te stesso e l’asfissia della tua vita
che segue il sentiero per erigere l’intelligenza della specie
che sul lavoro ha costruito la sua repubblica di ruberie,
poi l’hai vista sulla spiaggia danzare tra gli scogli caldi
e la barca ha tirato su la nassa, i pescatori sono tornati:
il bene e il male sono triangoli di onde che si dilatano
sul mare verso i due isolotti dove abbiamo nuotato
– i pesci non ne sono consapevoli,
o l’uomo sotto il pino e il suo bambino
con la maschera, un altro pescatore con la lenza,
forse solo tu sui petali che mordi come le parole

II.

dopo tanto stiamo all’aperto e mangiamo i fichi
all’imbrunire di questo prato
tagliati a fette sulla ciotola di legno,
prendiamo il pane e lo spezziamo molte volte
perché il paradiso è vicino al braciere
e il paese alla nostra sinistra sale bianco nel rosa
è fatto a scaglie come il barracuda
non ha intenzione di lasciarci la vista di Korčula
ho gridato come il mio solito
hai acceso la candela e mi hai fatto presente
non siamo soli, ma puoi stare tranquillo
piano piano anche la casupola
e il suo fuoco sono diventati incantevoli
placando la tensione naturale
di un cielo sempre più scuro, non impedendoci
di assaporare la felicità
di un pesce arrostito, di pomodoro e capperi
sei attraente quando sorridi
con il bicchiere di acqua sulle labbra
troppo in silenzio si alzano,
vogliono rinascere nella risposta che cercano fuori
i vicini di tavola, e vengono a sparecchiare
dalla casupola dove si griglia
una donna e il cuoco, come in un cerimoniale
chiediamo il conto con le mani
saranno intrecciate quando usciremo dal campo
verso il parcheggio dove saliremo in automobile
e ci si dirige su al punto più alto
di una serie di tornanti, prima di scendere a valle
la volta di stelle ci sorprende
fermiamo tutto, appoggiati sui cuscini di una terra
che è ancora calda, siamo sicuri
che l’astro cadrà, e si avvera

*****************************

Rap di Martino
a Lastovo Music Island performance
feat. Mihajla bay 2007
è raro trovarsi in un mare così grande
consumati dolcemente dalla vista delle isole
perché non vivere eternamente in questo sole
guidati fino all’alba in un eden di ghirlande
restare vicinissimi alle onde, fingendo di lasciare chi sprofonda
come quelle vele vagabonde, lanciate in sogno sulla sponda
è bello attendere la musica
una volta che si sbarca sull’isola
considera la cura antitossica
se sapessi come ho perso la bussola

soffro la sete questa sera
bevimi se proprio sei vera
Mihajla sparirà in una notte nera
baciando chi ti dice che c’era

una barca a vela ci sveglia sul molo
usa il motore per attraccare al riparo
sei tra sfasciumi e carene del denaro
che ti domandi perché alzarti in volo
tu apriresti le ali, i giovani che combattono la gravità
sfiorano il bocciolo dei mali, sanno di questa atrocità
spolpato sulle pietre della storia
non sanguino per l’economia
considera la sua anatomia
saprai che cos’è un’allegoria

soffro la sete questa sera
bevimi se proprio sei vera
Mihajla sparirà in una notte nera
baciando chi ti dice che c’era

***************************

Sonetto di Silvestar alla figlia Sibylla
al porticciolo di Lučica in un giorno stupendo
consumeremo come la cenere
sulla sua coscia scura e sussurrata
la menzogna che non so dissolvere
e le teologie su cui saresti nata

se comprendi l’origine del futuro
che si batte nel ventre vicino a me
i calci andranno all’attacco del muro
contro il regime di amen e lacrime

spuma tra le sue gambe e questa baia
che allatta la tua testa con il seno
o spogliati come i santi sulla ghiaia

con un pugnale di parole osceno
svuota l’oceano e conduci centinaia
di uomini bellissimi sul terreno

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Nota biografica:

Christian Sinicco è nato a Trieste il 19 giugno 1975. È un poeta, anche se ha scritto qualche racconto e un po’ di teatro. Si occupa di letteratura su Metabolgia (metabolgia.wordpress.com) e Mare del Poema (christiansinicco.wordpress.com).
È redattore della rivista di esplorazione Argo (argonline.it). Già caporedattore di Fucine Mute Webmagazine (fucine.com) e collaboratore del collective multimedia blog di Absolute Poetry (absolutepoetry.org), nel 2005 pubblica “passando per New York” (LietoColle; introduzione di Cristina Benussi). 
Ricorda con piacere di essersi inserito nell’antologia Il volo del calabrone. Un progetto di poesia perfomativa (Battello stampatore, 2008; postfazione di Gabriele Frasca).
Nel 1999 fonda l’Associazione “Gli Ammutinati” (ammutinati.wordpress.org), nota per il gruppo di poesia e per la diffusione dei formatTrieste International Slam, dal poetry slam internazionale, l’unico sopravissuto in Italia, al primo drama slam italiano (dramaslam.eu).
Da alcuni anni organizza Trieste Poesia (triestepoesia.org).
Si ostina a dare vita a performance di poesia con il gruppo rock Baby Gelido, alcune delle quali sono disponibili sul suo blog.