Chiarelettere

Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

arminio

Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017; € 13,00, ebook € 7,99

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Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.

Il sottotitolo di questo libro è “Poesie d’amore e di terra”, ed è corretto, sono d’accordo, ma aggiungerei per questa nuova e bella raccolta di Franco Arminio anche: “Poesie di vento”; vi spiego perché. Durante tutta la lettura di questi testi, io un vento l’ho proprio sentito, anzi ne ho sentiti diversi. Qualcosa mi ha accompagnato tra le poesie. A volte è stato il vento forte che spesso spira in Irpinia, in Basilicata, quel vento di terra e di montagna; un vento freddo, naturalmente, un vento avvolgente. Un vento che costringe a mettersi al riparo, ad entrare in una casa, in un bar. Un vento che è bene non affrontare da soli. Voltavo pagina e a un tratto il vento si calmava, ma non smetteva; diventava un vento strano, un soffio lontano come una carezza, come un tepore, ti veniva voglia di toglierti il cappello, di aprirti la sciarpa sul collo, ma non facevi in tempo perché due pagine più avanti il vento freddo tornava e spazzava la neve, e ti faceva lacrimare gli occhi, ripiegare su te stesso. Era il vento di Arminio che stordiva e commuoveva, che ti faceva venire voglia di abbracciare qualcuno e subito dopo di gridare. Era un vento che ti diceva di amare e di resistere. Era un vento buono, in alcune poesie somigliava a quello del mare.

Basterebbe già questo a giustificare la lettura del libro, perché se le parole sono capaci di farvi sentire il soffio del vento, il rumore della neve spazzata, il singhiozzo del pianto, allora hanno già fatto moltissimo, ma vi racconterò qualcosa ancora, perché sulle belle poesie è bene perdersi un po’ di più.

Da dove arrivano le poesie? Da dove arrivano queste di Cedi la strada agli alberi. Nella breve nota che apre il libro, Arminio scrive che vengono da un pavimento, da notti insonni, dal 1976, anno in cui venne la prima, da una 127 e che poi vengono da tanti sacchi della spazzatura riempiti con i testi scartati, e poi dal lavoro al computer, da testi che hanno mille versioni, ma poi alla fine arriva quella giusta, quando è il suo tempo. A me pare che, poi, queste poesie arrivino da passeggiate, da mani che toccano gli alberi e le pietre, da mani che toccano altre mani. Sono poesie che vengono da sguardi profondi, mi fanno pensare a tavoli di legno e a candele accese accanto alle finestre. Versi che vengono dai terremoti e dal tempo successivo ai crolli, versi che sanno di ricostruzione; mi viene da pensare ai nonni e al calcestruzzo, a una radice, a una castagna, a un bambino che corre tra vecchie case, al cemento e alla pioggia. Sono versi che mi fanno pensare al lavoro e al calore umano. Sono versi che hanno il sapore della sopravvivenza.

Arminio scrive in maniera chiara, ogni parola sta dove deve stare, ma si capisce che si mette al proprio posto dopo un lungo lavoro. Le parole sono come gli operai che tornano dal lavoro e che si siedono dopo aver fatto la doccia, dopo aver fatto “giornata”. Arminio prepara la sedia per le parole dopo aver lavorato con loro.

Il libro contiene testi di molti anni, ma non è un’antologia, è un libro che segna un tempo, il tempo del poeta. Si va dal paesaggio agli affetti familiari, dall’amore alla perdita; e ogni tanto si avverte il dolore, e ogni tanto si avverte la mancanza. La morte è un tema, come lo è l’assenza, ma la morte qui non pare mai soltanto la fine, è l’ultima di una serie di cose. La morte – e per Arminio è da sempre così – non fa mai terminare il dialogo, né pone fine all’amore. Possiamo parlare con i morti, o con chi è andato via. Se tutto finisce molto rimane e ogni tanto addolora, e ogni tanto conforta. Cedi la strada agli alberi è un libro d’amore e memoria, è un libro che ha un peso specifico e che ci fa sentire meno soli. Nell’ultima parte del libro troviamo dei piccoli brani in prosa, sono riflessioni su “la poesia al tempo della rete”, un tema molto caro ad Arminio, con pagine molto interessanti e acute.

I libri poi finiscono, ma molto tempo dopo aver letto l’ultima poesia si sente ancora il rumore del vento.

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© Gianni Montieri

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per leggere alcune poesie tratte dal libro cliccate qui: CediLaStradaAgliAlberi

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

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Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017, € 13,00

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Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.
Ascolta con clemenza.
Guarda con ammirazione le volpi,
le poiane, il vento, il grano.
Impara a chinarti su un mendicante,
coltiva il tuo rigore e lotta
fino a rimanere senza fiato.
Non limitarti a galleggiare,
scendi verso il fondo
anche a rischio di annegare.
Sorridi di questa umanità
che si aggroviglia su se stessa.
Cedi la strada agli alberi.

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Bellissima l’Italia
annidata sull’Appennino.
È la mia Italia,
è l’Italia che trema,
in cui mi inginocchio
ogni giorno
davanti alle porte chiuse,
ai muri squarciati.
Bisogna ripartire da qui,
qui c’è il sacro che ci rimane:
può essere una chiesa, una capra,
un soffio di vento,
qualcosa
che non sa di questo mondo
né di questo tempo.

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Lettera a Rocco Scotellaro

Caro Rocco,
io sono nato quando il tuo mondo
stava finendo.
si è più soli nel mondo che è venuto,
ma per fortuna ogni tanto
c’è qualche giorno di bella luce.
ora la tua Lucania è un altare
per i devoti della terra,
è la pietra che fiorisce nell’aria.

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La sera che fece il terremoto io stavo bene.
Mi piaceva tutta quella gente per strada,
tutti che si guardavano come se ognuno
fosse una cosa preziosa.
Quando si sono messi a dormire
nelle macchine
mi sono fatto un giro,
li ho benedetti uno per uno.

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Sono il guardiano
della mia malattia.
L’ho raccontata
alle donne che ho visto passare.
Adesso, se vuoi,
muto ti faccio entrare.

(altro…)

“Eternare un’esperienza”: Evaporati in una nuvola rock, Fabrizio De André & PFM

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Sono molto legata al doppio album live di Fabrizio De André e della PFM perché mi ricorda la mia infanzia di bambina curiosa che si nutriva di tutto ciò che suo papà le faceva ascoltare, incantata. Eppure, quando Guido Harari alla fine degli anni Settanta seguì Faber e la PFM nella loro storica tournée, io non ero ancora nata ma ho come l’impressione di aver colto quale fosse il progetto di allora e quello di cui vi parlo oggi: Harari partì con un orecchio e occhio disincantati e, per sua stessa ammissione, non aveva idea di come quel viaggio sarebbe diventato ‘un’ viaggio senza ritorno, dalla realtà, dalla e nella musica, dalla e nella vita. Iniziò in quel momento il ventennale sodalizio con De André e poi la sua carriera proseguì con altri importanti lavori che coinvolsero artisti di fama nazionale ma anche internazionale (possiamo ricordare Lou Reed e Laurie Anderson). Il volume di cui intendo trattare è uscito nel 2008 e credo sia tra le più importanti testimonianze di quel percorso inesauribile che avrebbe portato la musica di Faber ad avere nuova dignità: è un collage di sensazioni e chiacchiere in cui intervengono, oltre a Franz Di Cioccio e Guido Harari (i curatori), Franco Mussida, Flavio Premoli, Patrick Djivas anche Cristiano De André e Dori Ghezzi. Evaporati in una nuvola rock, edito dalla casa editrice Chiarelettere, è un diario di parole (molte, tante, da scoprire) e immagini, che testimonia quale sia stato il portato di quel lampo di coerente bellezza, affrontato da alcuni artisti in un momento delicato della loro vicenda professionale ma anche della storia di questo paese. Nello sfogliare quelle pagine, tra prove, backstage e immagini di scena di un tour memorabile, chiunque resterà colpito dalla potenza della fotografia in analogico, dai colori, dalle luci e dal taglio che Harari ha dato a quel e a questo racconto. Mi riferisco a un doppio filo-racconto poiché esso esiste due volte: nell’attimo dello scatto e quindi in quel dicembre ’78 e gennaio ’79 (sarebbe forse più corretto dire che già lì esisteva due volte, nella realtà e su pellicola), ma esiste anche poi, in un altrove in cui è necessario rivivere un ‘tempo’ che c’è nella memoria e nell’immaginario collettivo. Harari scelse di cogliere l’attimo, ‘carpe diem’, e fondere insieme una storia che c’era e una che non c’era: ciò che già si sapeva è quanto Fabrizio De André fosse un grande poeta, e questo lo affermano tutti i membri della Premiata Forneria Marconi, che contribuirono alla scelta della congegnata scaletta finita su disco; ma Faber era anche e soprattutto scapestrato, disordinato e inquieto, allegro e sfuggente, come testimoniano le foto. Il suo era un animo dirompente che aveva paura della folla, del palcoscenico, della celebrità forse, e che non aveva mai affrontato negli anni una tournée importante (la prima, se non sbaglio, fu nel 1975). La storia che già c’era era quella di un cantautore dalla personalità sfaccettata che non si riconosceva più nelle sue canzoni, accusato d’essere un borghese ma che si dichiarava piccolo borghese, passato dall’essere epigono di alcuni cantautori francesi quali Georges Brassens, giunto infine al giro di boa dell’album Rimini che lo stava per condurre oltre il passato. Poi c’è una band immersa nel progressive rock, da poco tornata da un tour in America e che lì aveva smarrito i propri punti di riferimento, quelli fermi. L’Italia di allora era avvolta nelle contestazioni del post Settantasette, negli Anni di Piombo: un inverno delicato, quel ’78-’79, in cui si compie questo tour mai dimenticato insomma; un tempo di passaggio per immaginarsi diversi, per tentare un approccio nuovo con la propria musica ma anche con la propria creatività e mentalità. Sapere, infine, che quello che si stava compiendo era ben più di un approdo: si trattava di un’ ‘esperienza’ che avrebbe mutato per sempre delle (e quelle) persone. Allora, pare di prendere il tour bus di Almost Famous di Cameron Crowe e fare un tuffo all’indietro (immaginario), per ricostruire e ricostruirsi. Il volume propone proprio questo: conoscendo già la musica, invita a leggere di quel viaggio e a guardare quelle fotografie, che diventano l’esperienza di alcuni nell’esperienza di tutti noi.

© Alessandra Trevisan

Qui alcune foto tratte da Repubblica.it mentre il sito del fotografo e giornalista musicale Guido Harari è questo. Riporto anche il link di un video della casa editrice Chiarelettere.