Charles Simic

I poeti della domenica #139: Charles Simic, O primavera

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O Spring

O Spring, if I were to face a firing squad
On a day like this, I’d wear
One of your roadside flowers
Behind my ear, lift my chin high

Like a pastry cook standing
Next to a prize-winning wedding cake,
Smile like a hairdresser
Giving Cameron Diaz a shampoo.

Lovely day, you passed through town
Like a Mardi Gras parade
With ladies wearing colorful plumage on their heads
Riding on your floats,

Leaving the moon in the sky
To be our night watchman and check with its lantern
On every last patch of snow
That may be hiding in the woods.


O primavera

O primavera, dovessi affrontare un plotone d’esecuzione
in un giorno così, mi infilerei
uno dei tuoi fiori da ciglio di strada
dietro l’orecchio, alzerei il mento

come un pasticciere impettito
accanto a una torta nuziale appena premiata,
sorriderei come un parrucchiere
che sta facendo lo shampoo a Cameron Diaz.

Splendido giorno, sei passato per il paese
come una sfilata di carnevale
con le donne dalle piume multicolori in testa
sui tuoi carri da parata,

lasciando alla luna in cielo
il ruolo di guardia notturna che con la sua lanterna
ispeziona ogni minima chiazza di neve
che ancora si nasconde nel bosco.

da Charles Simic, The Lunatic, trad. di Damiano Abeni e Moira Egan, Elliot 2017

 

10 frasi su C. Simic e J. Cornell

di Luciano Mazziotta

Su Il cacciatore di immagini. L’arte di Joseph Cornell di Charles Simic (Adelphi 1992; trad. di A. Cattaneo)

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I.
A Venezia, al Palazzo Vernier dei Leoni, leggevamo cos’è che Peggy scriveva di Pegeen Guggenheim, la figlia morta suicida nel ’67: “Per me era come una madre, un’amante”. Mai che scrivesse MIA FIGLIA. Pegeen dipinge donne al servizio, tristi bambine, lacrime agli occhi, cromature arancioni. Vuole essere figlia. Poi recide la vita. Interrompe volontariamente il rapporto. Anch’io mi sarei suicidato al suo posto. Pensa che allora ho letto sul pacco di Winston, anziché il fumo uccide, il fumo suicida. Ma non era possibile. Il pacco non ha a che fare col sé. Trovammo le Boxes di Cornell, nel percorso, in una sala diversa, un po’ prima. Il cacciatore di immagini, invece, di Simic era a casa, riposto a scaffale.

(altro…)

I poeti della domenica #54: Charles Simic, Commedia degli errori…

Charles Simic fonte www.rollins.edu

Charles Simic fonte http://www.rollins.edu

::::Commedia degli errori in un elegante ristorante del centro.
::::La sedia in realtà è un tavolo che si prende in giro da sé. L’appendiabiti
ha appena imparato a dare la mancia ai camerieri. A una scarpa viene servito
un piatto di caviale nero.
::::«Mio caro e stimatissimo signore», dice una palma in vaso
a uno specchio, «è assolutamente inutile che si ecciti».

*

::::Comedy of errors at an elegant downtown restaurant.
::::The chair is really a table making fun of itself. The coat
tree has just learned to tip waiters. A shoe is served a plate of
black caviar.
::::«My dear and most esteemed sir», says a potted palm to a
mirror, «It is absolutely useless to excite yourself».

*

© Charles Simic

Poesia tratta da Il mondo non finisce, Donzelli, 2001, traduzione di Damiano Abeni
::::«

Poesie per l’estate #13 – Charles Simic: Hotel Insomnia

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

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Hotel Insomnia

I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
a crippled old man came to play
My Blue Heaven.

Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.

At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The “Gypsy” fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.

Hotel insomnia

Mi piaceva quel mio piccolo buco
con la finestra che dava su un muro di mattoni.
Nella stanza vicina c’era un piano.
Un vecchio storpio veniva a suonare
My Blue Heaven
due tre sere al mese.

In genere. però, era tranquillo.
Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
che cattura la mosca nella rete
fatta di fumo e cerimonie.
Era così buio laggiù
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.

Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccìo di piedi nudi.
Lo “Zingaro” che legge la fortuna
(ha il negozio all’angolo)
va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
Era così vicino che per un attimo
pensai di singhiozzare io.

(trad. di Andrea Molesini)

Charles Simić – Paradise Motel

Paradise Motel

Millions were dead; everybody was innocent.
I stayed in my room. The President
Spoke of war as of a magic love potion.
My eyes were opened in astonishment.
In a mirror my face appeared to me
Like a twice-canceled postage stamp.

I lived well, but life was awful.
There were so many soldiers that day,
So many refugees crowding the roads.
Naturally, they all vanished
With a touch of the hand.
History licked the corners of its bloody mouth.

On the pay channel, a man and a woman
Were trading hungry kisses and tearing off
Each other’s clothes while I looked on
With the sound off and the room dark
Except for the screen where the color
Had too much red in it, too much pink.

Motel Paradise

Milioni di morti; tutti innocenti.
Io sono rimasto nella mia camera. Il Presidente
parlava della guerra come di un siero d’amore.
I miei occhi erano aperti per lo stupore.
Il mio volto allo specchio sembrava
un francobollo timbrato due volte.

Ho vissuto bene ma la vita era orribile.
C’erano così tanti soldati quel giorno,
così tanti i profughi che affollavano le strade.
E, naturalmente, sparirono tutti
al tocco di una mano.
La storia si leccava il sangue dagli angoli della bocca.

Sul canale a pagamento, un uomo e una donna
si scambiavano baci voraci e si strappavano
l’uno i vestiti dell’altro mentre io stavo a guardare
senza volume e la camera al buio
a parte lo schermo che aveva un colore
troppo carico di rosso, troppo rosa.

Traduzione di Giovanni Catalano.

Charles Simic – due poesie (post di natàlia castaldi)

 

La meraviglia della quotidianità che si fa arte, bagliore di conoscenza e comprensione come per un bambino la fantasia che nasce dalla pura osservazione del mondo ancora da scoprire.

Charles Simic rende poesia la trivialità dei gesti coniugali, dei rumori più comuni e degli umori vitali.

Osservazione e penetrazione di fatti e gesti che conducono a metafisiche divagazioni che, da una fase empirica e quasi tattile, sfociano in uno stato di attonita meditazione sul significato più “essenziale” dell’effetto e dell’interazione tra le cose, gli oggetti e l’uomo.

Pareti, muri, colori sembrano avere una vita propria che interagisce empaticamente con l’umanità scarna e routinaria che non si sofferma ma che passa avanti a se stessa rincorrendosi in modo “automatico”, più per inerzia che per consapevole ed individuale volontà.

Ingranaggi che si disegnano nella penombra d’un interno in cui si muovono figure di vecchi amanti, spogli degli ardori, appassiti dei loro stessi fiori, eppure ancora vivi negli odori delle proprie carni e nei riflessi delle pelli in un raggio d’alba che penetri la scena da una tapparella a dare un senso arcano ai soliti gesti.

“…. Erano le 7 del mattino. / Aspettavi che un raggio di sole / ti scaldasse un poco i piedi gelati, / o che tua moglie entrasse assonnata / con la vestaglia azzurra consunta, / e si chinasse con i capelli sugli occhi / a raccogliere il giornale che ti era scivolato di mano /
con quel titolo e una grande fotografia, / e restasse così, piegata, a leggere / intenta, con la vestaglia che si schiudeva a poco a poco, / con le mammelle pendenti e il pelo scuro / ancora umido di sonno che si scoprivano del tutto, / mentre continuava a leggere con quel sussurro spettrale.”
(C. Simic “Il titolo”, trad. Damiani Abeni)

Ricordi d’infanzia e scenari d’un realismo velato d’immaginifico onirismo si stendono sulla carta in modo narrativo, fotografico e piano, rivelando solo alla fine dell’intera lettura un senso di sgomento segreto ed intimo, che rievoca paure lontane eppure vive nell’immaginario adulto ed insonne di un bambino che ha sempre stentato a dormire sonni sereni nell’incubo delle guerre e della precarietà dei suoi fragili giorni.

Hotel Insomnia, Charles Simic

I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
a crippled old man came to play
“My Blue Heaven.”

Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.

At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The “Gypsy” fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.

***

Hotel Insomnia

Mi piaceva il mio piccolo pertugio
e la sua finestra che guardava un muro di mattoni.
Nella stanza accanto c’era un piano.
Un paio di sere al mese
un vecchio sgangherato ci veniva a suonare
“My Blue Heaven”.

Il più delle volte, però, tutto era tranquillo.
Ogni camera aveva il suo ragno in pastrano pesante
intento a catturare la sua mosca nella rete
tra fumo di sigarette e fantasie.
Era così buio
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavandino.

Alle 5 del mattino il passo dei piedi nudi al piano di sopra.
Lo “Zingaro” che dice la fortuna,
al negozio giù all’angolo,
se ne va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, anche il pianto di un bambino singhiozzante.
Era così vicino che per un momento
pensai che a singhiozzare fossi io.

Trad. n.c., 2009

Il disincanto mantiene il suo fascino e la sua aura di mistero nella rispettosa e silenziosa osservazione della natura e dei suoi antichi presagi, inscenati ora dal volo degli uccelli all’orizzonte, ora da un tramonto sanguigno che colora le pietre di un sentiero in un affresco di tinte forti e ricche di contrasti, che delinea i pochi elementi esterni che fanno da sfondo alle vicende degli attori tragici di una quotidiana commedia, che irrimediabilmente si consuma logorandosi entro quattro mura.
Così, mentre il tempo dell’amore inizia, si consuma e finisce nella durata d’un soffio di candela, inscatolato in ritmi e spazi costruiti e fissati per sé dall’uomo stesso, fuori – inspiegabilmente ed incurantemente – tutto scorre nel succedersi di buio e luce.

Clouds Gathering, Charles Simic

It seemed the kind of life we wanted.
Wild strawberries and cream in the morning.
Sunlight in every room.
The two of us walking by the sea naked.

Some evenings, however, we found ourselves
Unsure of what comes next.
Like tragic actors in a theater on fire,
With birds circling over our heads,
The dark pines strangely still,
Each rock we stepped on bloodied by the sunset.

We were back on our terrace sipping wine.
Why always this hint of an unhappy ending?
Clouds of almost human appearance
Gathering on the horizon, but the rest lovely
With the air so mild and the sea untroubled.

The night suddenly upon us, a starless night.
You lighting a candle, carrying it naked
Into our bedroom and blowing it out quickly.
The dark pines and grasses strangely still.

E si ammassavano le nuvole

Sembrava il tipo di vita che volevamo.
Fragole di bosco e panna al mattino.
La luce del sole in ogni stanza.
E noi a camminare nudi sulla riva.

Qualche sera, però, ci siamo trovati
incerti sul domani.
Come attori tragici d’un teatro in fiamme,
con gli uccelli a ruotare in cerchio sulle nostre teste,
ed i pini scuri inspiegabilmente ancora lì fermi,
abbiamo calpestato ogni roccia insanguinata dal tramonto.

E poi di nuovo sul nostro terrazzo a sorseggiare vino.
Perché sempre questo senso di tragico finire?
Nuvole dalle sembianze quasi umane si ammassavano
all’orizzonte, mentre ogni cosa era piacevole
nell’aria mite ed il mare sereno.

Poi la notte ancora ci sorprese, una notte senza stelle.
Mentre tu accendevi una candela, nuda la portavi
in camera da letto ed in fretta la spegnevi,
ancora lì, inspiegabilmente fermi nel buio, i pini e l’erba.

trad. n.c., 2009