chandra livia candiani

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato

 

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato, Campanotto Editore 2018

Una fune che muta d’aspetto e di natura – elastica e tesa fino all’insopportabile, sottilissima e irta di nodi complessi – si aggira tra i poli dell’alba e dell’imbrunire, delle partenze e dei ritorni, dei distacchi laceranti e degli approdi lucenti di gratuità: questa l’immagine d’insieme che mi restituisce la lettura di Dove non sono mai stato, la raccolta di Luca Pizzolitto pubblicata in questo anno 2018 con i tipi della casa editrice Campanotto, il cui titolo, come precisa l’autore in apertura, è una libera interpretazione dei versi di Giorgio Caproni «il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».
L’andirivieni tra poli e caratteristiche non solo è indizio di un andamento non rettilineo, ma si configura anche come movimento consapevolmente incurante di ogni linearità e, ancor più precisamente, non diretto a un punto d’arrivo. Non c’è un ‘punto e basta’, per dirla in parole semplici, bensì una prospettiva al di là di tutte le più oscure parvenze, come esplicitano i versi di Heinz Czechowski, riportati a mo’ di accesso alla prima sezione, intitolata Da qui dove non c’è vento: «Senza meta,/ Ma non senza speranza» (nell’originale: «Ziellos,/ Doch nicht ohne Hoffnung»; la traduzione riportata da Pizzolitto è di Paola Del Zoppo).
In tale prospettiva, varco di luce e rete e disegno pur nel vuoto incombente, ricorrono immagini, oggetti, concetti, atmosfere ‘familiari’ all’autore, presenze già rivelate e rilevate nella precedente raccolta, Il silenzio necessario, a iniziare dai «fiori secchi di nostalgia», che facevano già allora pensare a Wilhelm Müller di romantica memoria, per approdare ai «rami secchi/ delle tue assenze», passando per i corpi-terra straniera, dei quali si narra qui: «siamo diventati stranieri/ tra le macerie dei nostri corpi».
Se le tematiche delle quattro sezioni – della prima abbiamo già scritto, la II si intitola Il volto nudo, la III Le cose ci guardano, la IV Nel luogo sacro dell’attesa – sono introdotte da citazioni di versi in esergo, la I da versi di Heinz Czechowski, la II da versi di Milo De Angelis, la III da versi di Umberto Fiori, la IV da versi di Chandra Livia Candiani, i richiami alle letture poetiche amate sono percepibili sia in singoli passaggi e in singoli titoli, sia in una perseguita e riuscita musicalità. Tanta poesia italiana del Novecento, sempre a partire da Caproni, che torna anche nel corpo del testo (i miei amori in salita), insieme a un orecchio attento alla poesia in altre lingue, da altre culture, ivi compresa la poesia di Poco prima del temporale di Michael Krüger.
La predilezione per il componimento breve, talvolta un vero e proprio “idillio”, che sia quadro d’interno o particolare di un paesaggio esterno, si associa a una varietà di misure nella lunghezza del verso: senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, con rari sconfinamenti (quinari o versi di tredici sillabe) oltre queste forme metriche.
I versi finali di ogni componimento si congedano da chi legge con una riflessione, una constatazione, una massima. Proprio in alcuni di essi – «il livido candore dell’assenza», «L’incanto, la vertigine del vuoto», «di porgere carità alla bellezza» – la poesia giunge a un grado di compiuta universalità, testimonianza di una ragguardevole prosecuzione del cammino dell’espressione poetica di Luca Pizzolitto.

© Anna Maria Curci

 

Echi nella notte, spari.
Ti sposti poco più in là,
abbracci il cuscino sudato.
Sono pestato a sangue
da quest’afa che toglie il respiro.
Ci crolla addosso il tempo.
Un gesto crudele canta l’assenza,
il giorno precipita arreso,
non ricordo il tuo nome.

E tu rechi in dono al mio niente
fiori secchi di nostalgia.

 

INCONTRARSI

La mia città non ha nome;
al centro, vicino alla chiesa,
un unico dolore.

Ti ritroverò domani
nell’assedio di un tramonto,
nell’indugio della sera,
nel vino che rinfranca.

 

POCO PRIMA DELLA PIOGGIA

Brilla ovunque l’infinito.
La morte respira sull’erba
nuda del mattino.

Voglio solo cose immense,
sogni disperati.

 

Notte di veglia di fianco al mare.
Qui si confonde la disperazione
con le grida dei pescatori e
venti luci che segnano l’orizzonte.

La pioggia ti avvicina al sonno
nell’ossessione di un silenzio
che non sai sopportare.
L’incanto, la vertigine del vuoto.

 

La nebbia si posa sull’alba
e appiccica il viso, rallenta
lo sguardo. Una donna
in pigiama passeggia col cane,
tace il cuore e quel che ne avanza,
i miei amori in salita,
naufragio nel nulla.

Chandra Livia Candiani, Fatti vivo (di Sara Vergari)

fatti_vivoIstruzioni per tornare vivi qualunque tempo faccia
Fatti vivo di Chandra Livia Candiani

 

Chandra Livia Candiani ha esordito nella prestigiosa collana Collezione di poesia Einaudi nel 2014 con La bambina pugile e oggi ritorna con un’altra raccolta di poesie intimamente connessa, Fatti vivo (2017). L’abbiamo conosciuta e riconosciuta per quella voce piccola piccola di bambina capace di stare lì «nel tuo pugno/ a prendere il sole/ pianissimo, per non svegliarti» e allo stesso tempo per la caparbie­tà di scolpire il mondo con parole «assenti dal vocabolario», ed è un miracolo, un balzo dei sensi e della ragione. Nella poesia di Candiani c’è sopra a tutto la richiesta forte e irremovibile, rivolta a un tu senza un unico invariabile destinatario, di imparare il mondo sbucciandosi, scucendosi dal tempo e disper­dendosi come le foglie. Difatti abbiamo lasciato la bambina pugile nello spazio dei suoi tanti io, «mesco­lati come farina e acqua/ nel gesto caldo/ che fa il pane:/ io è un abbraccio».
Con Fatti vivo Candiani non ha perso la sua voce e ci piace, a distanza di anni, ritrovare proprio lei, ancora bambina, ancora pugile, ancora mistica. La raccolta si segue nelle varie sezioni come un per­corso che muove dall’interno verso l’esterno, ossia quello di un’intimità che, raccolte tutte le fragilità e le paure, si affaccia all’infinito per lasciarsi andare. Sarebbe però sbagliato cercare di schematizzare la silloge, di cui bisogna rispettare la religiosa fluidità delle parole e delle tematiche.

La casa è il primo luogo più intimo all’esterno di noi dove, scrive Candiani, «quelli che entrano/ non usciranno uguali». Qui la voce bambina che si aggira di notte è un’«insonne sognatrice», un’«equilibrista sonnambula», ma non si tratta di una persona-corpo bensì di ciò che potremmo meglio definire come spirito, presenza viva e immateriale. Il suo io parla attraverso gli oggetti della casa, diffuso dentro sedia, libreria, armadio, tappeto, in un’apparente e armoniosa polifonia. La bambina inscindibile dalla sua infanzia vaga in uno stato di perenne insonnia, disturbata da assenze e paure da cui gli oggetti non sanno proteggerla ma solo accoglierla. La notte viene infatti definita come «viva comunità/di as­senti, indirizzi/ stracciati, angeli/ in fiamme che indicano/ il vento» e non c’è possibilità per il sonno, che «vuole cauti/ gesti di sottomissione/ che la bambina fiera/ gli rifiuta».

L’armadio

[…]
È questa insonne sognatrice
che mi è capitata in sorte
con la valigia vuota accanto al letto
e i pugni sugli occhi
contro la luce più forte della luce,
la nera battaglia
di infinitesime frecce,
che è la notte.
Questa equilibrista sonnambula
che non sa lanciare
nel sonno il corpo.
[…]

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I poeti della domenica #29: Chandra Livia Candiani, Ti scrivo per dirti

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Ti scrivo per dirti
qualcosa che non so,
un tocco,
qui nevica
la neve è evidente
nevica e te lo dico
neve sottile.
Ti regalo città bianca
di mollica
la neve vede tutti
ogni filo d’erba
contro i muri
ha un piccolo berretto
ghiaccioli al collo dei semafori
la neve vede tutti
ed è evidente
non so dirti nulla
quello che conta è il filo
questo filo di voce,
di scrittura
per dirti quello che non so,
ti voglio un bene
evidente.

.

da: Chandra Livia Candiani, La bambina pugile o la precisione dell’amore, Torino, Einaudi, 2014

Chandra Livia Candiani. La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore. Lettura e intervista

Questo post intende seguire la traccia dell’evento svoltosi lo scorso 6 settembre 2014 al Festivaletteratura di Mantova, che ha visto al centro un reading e un dialogo tra l’autrice e Giorgio Morale; si propongono quindi una lettura con la focalizzazione di alcuni temi e una selezione di testi dall’ultima raccolta, presentati qui secondo una scelta di gusto. Solo una parte di essi è stata letta in sede di evento.

Alessandra Trevisan

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La relazione tra la vita e la poesia è una relazione misteriosa. […] La poesia è come una sorta di scatto in avanti. Io la sento sempre un po’ futura rispetto a me. Oppure elabora qualcosa che è ancora in corso, qualcosa di cui non sono ancora consapevole […]
A me piace fare il pane e, certe volte penso che… Qual è la relazione tra la farina è l’acqua? È il gesto, che mette insieme e impasta, e poi il calore del forno. Ecco, è un po’ questo: la relazione tra la vita e la poesia è questo gesto caldo, rispetto agli eventi della propria vita, che sa ribattezzarli, rivederli, e forse [la poesia] è anche un luogo dove l’io diventa un noi.

(C. L. Candiani – Conversazione con Giorgio Morale al Festivaletteratura di Mantova)

Leggere la poesia di Chandra Livia Candiani è immergersi sin da subito nella parola ‘accoglienza’. Come l’abbraccio nei versi riportati sulla copertina di La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi, 2014), scoprire la poesia di Chandra Livia Candiani significa entrare in una dimensione di accoglienza poetica molto particolare che tocca diversi livelli di significato.
La sua ultima raccolta, densissima, è un manuale sulla scoperta del mondo, in cui partecipano assieme l’infanzia, la morte, la sofferenza, il male, la vita, gli altri, l’amore e molto altro ancora. C’è tutto un universo in questi versi e già, appunto in copertina, si trovano le parole chiave che guidano nella lettura.
I versi di Candiani ‘respirano’, muovono e spingono contemporaneamente verso l’interno (il sé) e l’esterno (il noi). Sono versi-terrestri perché trattano di ciò che è immanente ma anche versi-universo che propongono un approccio con ciò che è ineffabile.
La poesia di quest’autrice corrisponde, secondo Giorgio Morale, al «trovarsi di fronte a un ‘io’ leggero ma anche all’evidenza del rischio della condizione umana nell’oggi». Implica inoltre, secondo Morale, la possibilità di ricevere quello che Paul Celan indica specificamente come ‘dono’:

Le poesie sono altresì dei doni – doni per chi sta all’erta. Doni che implicano un destino

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L’importanza di essere piccoli – quarta edizione dal 5 al 9 agosto

locandina Importanza

L’IMPORTANZA DI ESSERE PICCOLI – IV edizione
poesia e musica nei borghi dell’Appennino tosco-emiliano
dal 5 al 9 agosto 2014

POETI E MUSICISTI
SI INCONTRANO NELLE VALLI E NEI BORGHI DELL’APPENNINO TOSCO EMILIANO

con
FABIO PUSTERLA, MARIO BENEDETTI, RICCARDO SINIGALLIA, PEPPE VOLTARELLI, DAVIDE TOFFOLO e molti altri

Per il quarto anno, dal 5 al 9 agosto, torna “l’importanza di essere piccoli” un festival in cui musicisti e poeti si incontrano riabitando i borghi, i cortili, i sentieri e le radure dei boschi.
“L’importanza di essere piccoli” è organizzato dall’associazione culturale SassiScritti Circolo Arci di Porretta Terme (Bo) con la direzione artistica di Azzurra D’Agostino e Daria Balducelli e il contributo di Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna, Comune di Castel di Casio, Comune di Granaglione, Comune di Pistoia, Comune di Porretta Terme, Comune di Vergato, Arci Bologna, Fondazione del Monte, e Pro Helvetia Fondazione svizzera per la cultura.
La bellezza ruvida dei paesaggi che fanno da sfondo agli incontri e ai concerti è la materia viva del festival che da alcuni anni rende possibile, insieme agli artisti e agli abitanti dei paesi, la parabola della poesia, il suo fremito. I versi oracolari tratti dal poemetto di Amelia Rosselli ‘Libellula, panegirico della libertà’, hanno suggerito l’immagine di quest’anno, emblema di grazia e levità, un lapsus poetico che nel suo librarsi bilancia le ali e si dona allo sguardo.

Fabio Pusterla, Peppe Voltarelli, Mario Benedetti, Riccardo Sinigallia, Davide Toffolo, Roberto Angelini, Mara Redeghieri, Luigi Socci, Chandra Livia Candiani, Dina Basso, Yari Bernasconi, Alberto Cellotto, sono gli ospiti che con la loro poesia e musica si libreranno sulle frazioni e i borghi dell’ Appennino, trasfigurando gli orizzonti e cangiando loro stessi alla presenza dei paesaggi. Gli ampi campi della sede del circolo culturale ippico Scaialbengo a Castel di Casio, che come praterie ospitano allo stato naturale i cavalli che possono vivere liberamente in branco, così come il parco pluviale del fiume Reno che solca la valle del Molino del Pallone, sono esempi di luoghi speciali da scoprire e riabitare con l’arte. E ancora: la suggestiva e antichissima Pieve della Rocca di Roffeno (Vergato), risalente al X secolo, la dolcezza dei declivi di Capugnano (Porretta Terme) e il borgo Castagno di Piteccio (Pistoia) che incontra la linea transappenninca della Porrettana, gioiello dell’ingegneria ferroviaria del XIX secolo: sono questi i paesaggi così lontani dai “giganti passi dell’uomo” che saranno solcati dagli artisti e dagli ospiti, come libellule che abitano i campi. La partecipazione degli abitanti dei borghi è poi la linfa de “L’importanza di essere piccoli”: sono loro che ospitano gli artisti, li incontrano e passano il tempo con loro, tra una lettura e un soundcheck.

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