CFR edizioni

Nader Ghazvinizadeh, Metropoli (nota di Sandro Abruzzese)

Metropoli di Nader Ghazvinizadeh (nota di Sandro Abruzzese)

Leggere Metropoli (edizioni cfr poiein), di Nader Ghazvinizadeh, è stato come essere per un attimo dentro e fuori al mondo contemporaneamente. Non è un caso. È lo sguardo spaesato e tuttavia completamente a fuoco di Nader a dare questa sensazione:

Hanno ancora chiuso il paese/ con le case rovesciate che tolgono i campi alla piazza/ porta di una pianura/ dove scomparivano le macchine agricole/ e appariva la cuoca con la testa di lepre

È questo suo mettere insieme luoghi e sagome, l’apparente confusione, che in realtà decifra il paesaggio urbano e rurale e ne percepisce il movimento, a descrivere e abbozzare la nuova forma del mondo circostante. La città e la pianura, i colli, Bologna o la bassa, in Nader sono continua fonte di impercettibili rilievi sulla via di una nuova ricerca di senso:

Saremo nuovi nella città/ in silenzio nel vento tra le case/ la vertigine nelle palazzine e l’esitazione/ la tua vecchia città non ha parole/ nello sguardo a vuoto del ristoratore/ la sera la stanchezza varrà come il bere/ tu non sei sabbia di mare, ma di fiume
Case canili, uomini muri, cingono la città di grano/ necropoli di fattori, anfiteatri cantieri/ uomini di calce, grembiuli furgoni/ le donne della città sempre impolverate Nel crocevia dei prati/ i piani intersecati agli orizzonti/ Galeazza, Camposanto, Palata, Bevilacqua/ lontano l’ultimo quartiere/ le mie decumane gelate come spiagge/ che hanno la piazza in mare/ come relitto in sacca la cattedrale/ vive di buio la luce greca, opale/ d’architravi l’avanguardia alle scale/ uomini argentati le periferie: armature.

C’è poi, nello scrittore bolognese, dell’etnografo, la consapevolezza che viviamo in una compresenza dei tempi, a cui egli risponde con una continua misurazione dello spazio, o con il lento incedere verso il perimetro e i confini di luoghi ormai adiacenti e sovrapposti. Emerge, così, il mondo di Ghazvinizadeh, in ciò che si compenetra e rimescola: i campi e la piazza, il Po e le golene, l’asfalto, i palazzi. È una tensione continua tra passato e presente.
Infine, c’è la vita in Nader Ghazvinizadeh, e forse le condizioni della sua esistenza hanno fatto di lui uno scrutatore in bilico sui suoi stessi margini.
Certo, il suo è lo sguardo di chi mette radici nella scrittura, e finisce per abitare nel suo stesso bisogno di orientarsi.
L’editore, il compianto Gianmario Lucini, ha scritto che questo suo atteggiamento, è di sicuro il motivo principale per cui vale la pena leggerlo e rileggerlo.

© Sandro Abruzzese

Passione poesia

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PASSIONE POESIA – Letture di poesia contemporanea 1990-2015.
A cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo, Nino Iacovella, Edizioni CFR/Gianmario Lucini, 2016

Confino ancora con una parola e con un’altra terra,
confino, per quanto poco, con tutto, sempre più,

boemo, cantore nomade, che non ha nulla, che nulla trattiene,
con il solo talento del mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da vedere.

Ingeborg Bachmann
(da La Boemia è sul mare, trad. di A.M. Curci)

 

Già nel titolo e nella terna di agili saggi introduttivi, i curatori di Passione poesia, Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, manifestano una chiarezza di intenti e una correttezza nel metodo che sarà mantenuta per tutto il volume. L’equilibrio, appassionato e lucido allo stesso tem­po, tra principio di piacere e principio di realtà, si fa incontro a chi legge fin dalla dedica: «I curatori dedicano questo libro alla memoria di Gianmario Lucini, poeta e illuminato editore che ha sempre contribuito con entusiasmo alla divulgazione della poesia contemporanea.» Proprio con entusiasmo e operosità illuminata il volume, che viene non a caso presentato come “progetto”, raccoglie il te­stimone che Gianmario Lucini ci ha consegnato con tutta la sua opera e in particolare con la serie di Poeti e poetiche.

Di ciascuno dei tre saggi introduttivi mi sembra utile riportare qui alcune considerazioni che co­stituiscono una valida bussola per orientarsi nel «mare oramai, ch’è controverso, terra mia eletta da ve­dere» – ricorro al verso conclusivo della poesia La Boemia è sul mare Ingeborg Bachmann – di Passione Poesia, che raccoglie le letture di oltre cento (115) poeti e critici su altrettante composizioni di autori scelti in un arco temporale che abbraccia un quarto di secolo, dall’indomani della “ca­duta” del muro di Berlino alla metà degli anni Dieci del terzo millennio, dal 1990 al 2015. Nel suo saggio Giro di boa, Luigi Cannillo declina le diverse nature della poesia, che è ai suoi occhi (e sot­toscrivo) «pensiero, evocazione, gioia, ricerca, parola» e sottolinea l’empatia tra chi legge e chi scrive. Troppo poco? Troppo vago? Talu­no storce la bocca? Talaltro invoca la critica militante “che ha perduto e che ha sì cara”? Anche qui, con un ammirevole equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà, tra slancio e constatazione di con­fini e limiti, la passione è definita, dinamica­mente (ancora una volta, una promessa che poi viene man­tenuta) come «processo che unisce impul­so, attrazione e mutamento nel lettore». In Poesia e critica d’oggi, Sebastiano Aglieco richiama momenti di incontro e scontro tra poesia e critica, tratteggia, a partire da Voltaire e dalla sua apo­strofe, “barbara”, alla poesia di Shakespeare, i momenti salienti di una storia del­la critica fino a oggi e rivendica alla critica la natura di «libero esercizio del cuore e della mente». In Marginalità della poesia, poesia marginale, Nino Iacovella ritorna sulla questione dei confini e della emarginazio­ne e di critica e di poesia. Ricostruisce un contesto di manifestazione e attività di poeti e poesia che si sottrae, come ricordava Zanzotto, alla definizione tout court. Con un sonoro “eppure”, che riecheg­gia la parola scelta da Hilde Domin, autrice di raccolte di poesie e di saggi che hanno a pieno diritto rappre­sentato un punto fondamentale di (ri)partenza per la “passione poesia”, Iacovella conferisce tuttavia proprio a questa il carattere di argine alla valanga dell’effimero che rischia di travolgere in poltiglia indi­stinta la perenne “fuga” (Zanzotto) della parola poetica. (altro…)

I poeti della domenica #91: Immo, il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

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il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

Oggi a un certo punto ero squallido
Avanti e indietro sopra a quella multipla
come il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

Poi mi sono fermato in una specie di rosticceria
Mi sono fatto parmigiana di melanzane e porchetta
+ minerale piccola

E mi sono messo un’altra volta in macchina
facendo quelle classiche telefonate italiane
Che alla fine dici vabbuò

Ma il massimo dello squallore
L’avevo raggiunto la mattina nell’autogrill
Acquistando i pocket espresso che fanno schif’o cess

E in una magica sera d’agosto ho realizzato il pensiero
Che anche io sono una latrina come i pocket espresso ferrero.

 

da:  V. Amarelli, F. Filia, V. Frungillo, Immo, G. Montieri, La disarmata. Postfazione di Elio Grasso, CFR 2014.

Due turisti a Napoli

roth-mccarthy. da blog.pshares.org

roth-mccarthy. da blog.pshares.org

Circa un anno fa, con Vincenzo Frungillo, Viola Amarelli, Francesco Filia e Immo, pubblicammo per CFR edizioni un libro in versi dal titolo “La Disarmata – cinque Napolitudini”. Raccontavamo Napoli, in tanti modi diversi, perché Napoli non è una cosa sola e ogni tentativo di semplificarla, ridurla, comprimerla nei soliti luoghi comuni è inutile e triste. Questo accade di nuovo, in questi giorni, forse perché è più semplice fare così, ad ogni sparatoria, omicidio, fare copia e incolla di un pensiero è meno impegnativo che provare un ragionamento nuovo, o comunque è meglio che aspettare. Pubblico due delle mie poesie tratte da quel libro, che sono solo due puntini, due sguardi, due visioni, accomunate da qualcosa che non si può cogliere. (GM)

Philip Roth a piazza del Gesù

L’approssimarsi delle chiese
la religione e il suo ingombro
il paradosso sublime del mare
a un passo, crudele e anarchico

come questa città, la piazza
ferma sul Decumano inferiore:
uno mi parla e mi domanda
se sono americano, non lo so

non lo sono, qui sono nuovo
come il Gesù, immacolato
come l’obelisco, tutto ha senso,
pure cristo, solo quando è nuovo.

 

Cormack McCarthy a via dei Tribunali

(a Francesco Filia)

Rispondere al terzo che chiede
l’elemosina, in un giorno di sole
lo intuisco ma non lo vedo, qui
a via dei Tribunali, né Dio né luce

gli do un euro, mastica una parola
ci fossero delle siepi qui intorno
oppure nelle grotte, nel vuoto
sotterraneo dove si cela il sangue

seccato sulle pietre, buttato
come dicono qua, nella speranza
che un Dio fuori luogo, si manifesti
e salvi tutti quanti prima della rovina.

 

Annalisa Macchia su “Vilipendio” di Gianmario Lucini

Gianmario Lucini, VILIPENDIO

Gianmario Lucini, Vilipendio, CFR Edizioni, 2014, pp. 88, € 10,00

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Mi brucia questa raccolta poetica tra le mani. Dopo il recente serpeggiare su internet della notizia sulla morte improvvisa di Gianmario Lucini, poeta, critico, editore di rara onestà e generosità, un senso di sbigottimento e incredulità non mi ha più lasciato. Mi mancherà maledettamente questo amico. La nostra era, ma dovrei dire è perché ancora lo sento presente, una strana amicizia, nata su internet ormai una quindicina di anni fa, complice la comune passione per la poesia. Inevitabile per me ripensare ai momenti che nel tempo l’hanno segnata, ripercorrere a ritroso ogni motivo delle sue “giuste collere”, spesso sfoghi impotenti, ma utili per comprendere e apprezzare la profondità e la coerenza del suo pensiero.
Il sito che Lucini gestiva, Poiein (www.poiein.it), su cui pubblicava online i suoi scritti prima di dare vita alla casa editrice CFR, per lungo tempo e per molte persone è stato palcoscenico di interventi, recensioni, note critiche, traduzioni, note di varia cultura e varia umanità… insomma tutto quanto potesse avere  attinenza con la Parola e le sue infinite declinazioni letterarie. I contatti sono proseguiti fecondi nel tempo, sfociati in comuni impegni di lavoro e in occasioni di incontri ormai non più solo virtuali, generando un’inevitabile e salda amicizia, ben radicata nel riconoscimento di analoghi ideali di vita. I suoi − ora mi appare più lampante che mai − erano di una limpidezza assoluta. Indicativa la volontà di istituire un Premio intitolato a David Maria Turoldo, uomo di umilissime origini, frate dei Servi di Maria, teologo e grande studioso delle Sacre Scritture, considerato uno dei massimi esponenti della poesia religiosa del nostro Novecento, della cui figura Lucini era affascinato.
Gianmario ha sempre sostenuto che la poesia di Turoldo, suo grande ispiratore, fosse la prima grande poesia, nella nostra letteratura, capace di abbattere la divisione tra poesia religiosa e poesia laica. Pienamente si riconosceva in quella dimensione personale e dialogica col Trascendente che non escludeva il quotidiano, il tarlo del dubbio, la problematicità, la durezza dell’esistenza, tipici di questo poeta. Non era tanto una poesia sull’umanità, piuttosto vi si scorgeva un’intera umanità nell’atto di entrare nella poesia, accompagnata da una voce alta e tonante contro tutto ciò che incarnava sopruso e violenza, spesso duramente rivolta contro la Chiesa stessa quando questa non era allineata al miracolo dell’amore e della Resurrezione.
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Riletti per voi #1 – Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione – che siano pochi o molti anni, pare non interessare, invece, a un mercato editoriale che macina e dimentica – conservano intatte bellezza e verità. La prima puntata si apre con Winterreise di Manuel Cohen, che con questo volume si aggiudicò il Premio Fortini 2011.

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Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale. Nota introduttiva di Gianmario Lucini, CFR 2012

Nella bella prefazione a Winterreise di Manuel Cohen, Gianmario Lucini avvertiva che le analogie tra il ciclo di Lieder – che sarebbero stati poi musicati da Schubert – del poeta romantico tedesco Wilhelm Müller, oggi ricordato quasi esclusivamente per aver avuto l’onore di una versione in musica per questo ciclo e per l’altro, Die schöne Müllerin, non erano molte. Del resto, Manuel Cohen manifesta già nel sottotitolo il filo conduttore della raccolta: La traversata occidentale. Di questo interminabile inverno, del quale l’autore ricorda nella nota iniziale alcune tappe – dal Tramonto dell’Occidente alla prima Guerra del Golfo, dalla Shoah alla strage di via D’Amelio, passando per Chernobyl e la caduta del muro di Berlino − si dipanano in questa raccolta le tracce, aguzze, spoglie, piene di considerazioni caparbiamente – e felicemente, aggiungo io, ché per motivi generazionali e scelte non posso che provare riconoscenza e riconoscimento quando leggo testi, ad esempio, come (comitato sofri) – inattuali, di un passaggio per gole impervie (la solitudine, tratto comune a entrambi i “viaggi d’inverno”) e di un incontro beffardo con pingui muri di gomma, untuosi potenti, sazi sgomitanti e puntualmente ignari.
Nelle XI sezioni – tutte declinazioni dell’inverno − che abbracciano le ottave scritte in venti anni, dal 1989 al 2009, la satira assume le forme di una poesia che si esprime con ritmi precisi, in prevalenza endecasillabi («risorsa occidentale che dirupa») o settenari («dove brucia una mina»), con rime dal volo alto («Vola alta, parola») o radente: che siano esse alternate o, di preferenza,  baciate, il suo bersaglio è l’occidente pieno di sé. Come non pensare, allora, a un altro inverno, quello dei versi satirici di Germania, una fiaba d’inverno di Heinrich Heine? Come il Wintermärchen di Heine, anche la Winterreise di Cohen unisce all’invettiva perfettamente calzante e ben mirata una ragguardevole sollecitudine nei confronti della prosa (Arendt di Ebraismo e modernità, Yehoshua de Il signor Mani) e, soprattutto, della poesia di altri autori – Luzi, Pasolini, Fortini, Bellezza, ma, andando indietro, anche Tasso, solo per menzionarne alcuni −, sollecitudine efficace nell’opera di sottrazione alla dimenticanza e alla superficialità. È vero amore che nasce dalla frequentazione quotidiana, dalla scelta di bellezza e pensiero concepiti come ultimi avamposti all’incuria e al disastro perpetrato nel tempo, allo sfacelo, al precipitare e disgregarsi che il verbo “dirupare”, usato sia come transitivo sia come intransitivo, ma sempre alla terza persona singolare dell’indicativo presente, racchiude ed esprime in modo esemplare.
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Tra cuore e indignazione: la poesia e l’impegno in Gianmario Lucini

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Tra cuore e indignazione: la poesia e l’impegno in Gianmario Lucini

di Monica Martinelli

 

Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, fondatore e direttore della casa editrice CFR a Piateda, provincia di Sondrio, dove viveva con sua moglie – uomo di grande cultura e di grandi valori, non a caso chiamato costruttore di pace – è improvvisamente e prematuramente scomparso il 28 ottobre 2014, lasciando un vuoto incolmabile.
Nella sua vita tanto si è speso per la diffusione della poesia, della cultura, dei valori etici e pacifisti in tutta Italia, per aver curato e pubblicato antologie su argomenti civili, sociali e di denuncia come L’impoetico mafioso, La giusta collera, Oltre le nazioni, Cuore di preda, Cronache da Rapa Nui, Keffyieh, intelligenze per la pace, sempre distinguendosi per onestà umiltà e generosità intellettuale. Tra o suoi libri di poesia ricordiamo: A futura memoria, Il disgusto, Sapienziali, Canto dei bambini perduti, Per il bosco, Memorie del sottobosco, fino all’ultimo libro Vilipendio, pubblicato subito dopo la sua scomparsa.
Direi che il pensiero e la poetica di Gianmario sono imperniati su tre punti chiave, la natura, la passione (quella con cui ha sempre scritto e realizzato i suoi progetti), l’etica, oltre ad una schietta  versatilità lirica. In lui non è presente solo l’intellettuale che scrive, determinante è la sua instancabile operosità che lo porta ad essere un vulcano di idee e un grande organizzatore di iniziative culturali. Oltre alla casa editrice CFR, aveva creato il blog Poiein che rappresentava un fulcro di esperienze letterarie anche internazionali; ha dato vita a numerosi premi di poesia, dedicati specialmente a giovani e nuove voci, come il Premio Fortini, Don Milani e Turoldo. Forte e chiaro in lui il tentativo di comprendere la realtà, con le sue stridenti contraddizioni, e di spiegare i perché di certi comportamenti umani.  L’ultimo post che Gianmario ha pubblicato su Facebook nell’estate 2014 bene interpreta la sua sensibilità nonché lo sdegno, il rammarico, finanche il disgusto per certi fatti e misfatti del mondo: «Cari amici, ho cercato di riflettere sui fatti di Gaza, ancora in corso. Più rifletto e più sono confuso e inorridito. Mi sento insomma sopraffatto dall’orrore e non di meno, riflettendo, mi accorgo che è soltanto uno dei mille orrori planetari, solo che è più conosciuto perché i media ne parlano, a modo loro. Spero che a voi sia concesso un sentire, io non riesco neppure a sentire.»
Vilipendio è la sua ultima fatica poetica: «Il vilipendio – scrive lui stesso – è solo una provocazione, una dichiarazione di ostilità intesa come sommo atto d’amore.» E Lucini partecipa empaticamente, soffre e delle ingiustizie degli orrori che avvengono. La voce che grida questo dolore diventa così coscienza epica:

[…] Insegnami, settembre, l’arte di obbedire
alla benedetta collera del cuore

[..] pronta a scattare
non appena l’uomo dimentico della morte
la vada a cercare. Questo è il dovere
del poeta capace di amare

(dalla poesia Congedo).

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Francesco Scaramozzino. L’incantesimo dell’asino e della sinalefe. Nota di Lucetta Frisa

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Francesco Scaramozzino, L’incantesimo dell’asino e della sinalefe, CFR, 2014

Nota di Lucetta Frisa

 

Chi si ricorda cos’è la sinalèfe? Subito non lo ricordavo ma, chissà perché, la trovavo parola molto affascinante, musicale – per il mistero quasi esorcistico che sprigiona – e ben appropriata alla parola “incantesimo” e “asino”, quell’animale tanto simpatico e terragno che spesso appare nelle fiabe, da Apuleio in poi. E proprio da Apuleio si parte, dato che Scaramozzino di questa fiaba iperceleberrima estrae l’essenza, “rivisitandola” in modo soggettivo. Fiaba di una metamorfosi, quella del giovane e curioso Lucio in Asino e dall’Asino nuovamente in Lucio. E quante avventure e disavventure deve attraversare Lucio, stregato da un incantesimo, prima di riprendere le proprie spoglie umane e quindi la propria lucidità, la coscienza umana e razionale (e viene subito in mente il nostro Pinocchio collodiano che, da incosciente burattino, diventa ciuchino e poi di nuovo Pinocchio adulto). Un processo di iniziazione in cui psicologi, psicoanalisti e non solo – a cominciare da Jung – hanno letto, appunto, il lento e travagliato processo di individuazione di una creatura umana, prima di arrivare a conoscersi, a “risvegliarsi” e quindi vedersi davvero nel profondo. Ho poi  anche chiesto  spiegazione – e quindi il senso della parola sinalèfe – al grande libro delle Magie della lingua italiana – il vocabolario – e grazie ad esso vengo a sapere (cito letteralmente) che la sinalèfe è la pronuncia monosillabica di due vocali o dittonghi appartenuta a due parole diverse venute a contatto nel verso, per es. nell’endecasillabo dantesco… “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. In breve, un legame che si crea tra vocali staccate e  attigue  che hanno bisogno di “legarsi” l’una all’altra per la fluida scorrevolezza del verso.
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La pienezza della poesia: Narda Fattori, Cambiare di stato, morire di natura

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La pienezza della poesia: Narda Fattori, Cambiare di stato, morire di natura (CFR edizioni 2014)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

 

L’incontro con la poesia di Narda Fattori è sempre un incontro con la pienezza dell’espressione. Questa affermazione iniziale vale anche per la sua raccolta più recente,  Cambiare di stato, morire di natura: non è casuale che Bruno Bartoletti sottolinei proprio tale qualità nella prefazione. Per pienezza intendo una capacità non comune di abbracciare più ambiti, di metterli in comunicazione e di farli dialogare tra loro con ricchezza di toni e di immagini e con il ricorso a canali espressivi che appaiono così ben congegnati per dare potenza e profondità alla parola da suscitare continuo stupore per un vero e proprio talento «di natura». Non solo: il talento innato è stato coltivato, con l’amore e la costanza degli «avi contadini», è stato nutrito di letture, ampie e ben radicate, oltre che di un ascolto alle voci della terra, tutte, non solo quelle umane. Lucetta Frisa e Marco Ercolani hanno giustamente scritto in una lettera a Narda Fattori di «canto della Terra»: al canto della Terra mahleriano si intreccia, in più, e per tutta l’opera, la melodia, dal semplice al complesso, del ‘cantico dei viventi’, cantico di lode e di dolore, cantico del commiato e del ricongiungersi, cantico dello sdegno e dell’amore, cantico della sosta e del transito, cantico della roccia che resta e del fiume che scorre. È un cantico che non disdegna, anzi, sembra a tratti prediligere i suoni aspri, il suffisso –aglia («sparpaglia», «abbaglia», «sterpaglia», «mitraglia») di montaliana memoria, che non teme lo scontro e l’attrito; è lo stesso cantico che si rivolge, tuttavia, in tono amorevole e con l’affetto che si tributa a i propri lari, al mondo del mito.  Cantico di vita e di morte insieme, dalla «entrata in scena» tra fitte di puerpera alla scelta – spartiacque, bilico e bivio a proprio rischio- tra «dramma» e «avanspettacolo». Su tutto questo veglia e vigilia il pensiero «erratico  errabondo mai estatico», come l’io poetico dichiara in un endecasillabo che si impone per densità espressiva. (Anna Maria Curci)

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Gli “Esordi Invernali” di Renzo Favaron

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Esordi Invernali è un racconto lungo di Renzo Favaron appena uscito per CFR Edizioni nella collana di narrativa Il Novelliere, una storia al presente e al passato che si dipana sui due piani temporali di cui è fatta anche la memoria di ciascuno di noi. Ed è proprio la dimensione del ricordo a determinarsi centrale in questa prosa, poiché è il luogo in cui ‘avviene’ la decostruzione e la ricostruzione del sé-protagonista ma è altresì il campo su cui si gioca la storia dello stesso, che si presenta dapprima adulto, alle prese con la figlia Irene, una (ex-)moglie, andate, ritorni, congiungimenti e separazioni, esperienze che provengono da un passato remoto, da un’infanzia con un padre (già partigiano) quasi o del tutto assente.

La trama potrebbe suggerire che siamo di fronte a una vicenda che reitera scritture che conosciamo (e alla prima persona singolare), eppure la sensibilità della scrittura di Favaron – che è la stessa che si legge nella parola poetica, già ospitata su Poetarum, qui – restituisce a ogni capitolo qualcosa di inusitato, soprattutto ‘si fa’ secondo alcuni schemi che ci ricordano l’ultimo Sebald (di cui ho scritto già qui): mi riferisco in particolare all’uso della fotografia, che spezza l’andamento della narrazione incidendo sulla comprensione del testo, amplificando le possibilità di visione o costringendo ad indirizzare la nostra immaginazione verso un punto focale fermo, specifico. L’ambientazione veneta, con richiami a spazi, tradizioni, aspetti culturali del tutto propri di quella terra (da cui Favaron viene e in cui vive ancora), rafforza inoltre l’idea che l’utilizzo delle foto in questa prosa funga da catarifrangente, e che la memoria stessa possegga questa qualità di restituire l’impressione e contemporaneamente la sostanza del ricordo.

Tra le digressioni che l’autore si permette, tuttavia, oltre a quelle letterarie (per fare un paio di nomi, Savinio e Hohl) ne spiccano alcune jazzistiche: la citazione del disco Out of the Cool di Gil Evans del ’61 e del brano The Time of the Barracudas, registrato nel ’63 (e scritto da Evans assieme a Miles Davis) giustificano da una parte il titolo del racconto stesso e l’importanza del “tempo”, ri-detta con un’altra formula, dall’altra osano – forse – suggerendo al lettore un aspetto formale della memoria: il suo andamento jazzistico irregolare, di selezione altalenante, lo scompaginamento continuo di cui è fatta.

©Alessandra Trevisan

In Apulien, 12 – Vincenzo Mastropirro

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La dodicesima tappa ripropone la voce di Vincenzo Mastropirro, voce che ha inaugurato la prima puntata di “In Apulien”. L’occasione è data dalla pubblicazione della raccolta Poésia sparse e sparpagghiòte, che raccoglie testi scritti nel dialetto di Ruvo di Puglia.

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Quanne u fiòte s’accàrne… Poesia sparsa e sparpagliata di Vincenzo Mastropirro
Nota di lettura di Anna Maria Curci*

Da tempo la poesia di Vincenzo Mastropirro fa parte di un esercizio di letture e ascolto che curo con la costanza e la dedizione che si provano sia per i propri lari, sia per l’altro da sé che si ri-conosce come tale nell’andirivieni tra affinità e diversità, per l’interlocutore dal quale non si smette di imparare.
Passo, slancio e musicalità dei suoi componimenti hanno acquisito, anche nel diversificare toni e timbri, temi e generi, una voce che mai confonderei con altre. Poesia civile, considerazioni esistenziali e incisività della memoria collettiva e personale restano sì ben individuabili, giacché il fumo e il disorientamento intenzionale sono quanto di più distante da Vincenzo Mastropirro, ma sono unite dalla musica della sua scrittura, la quale oltrepassa con il vigore della coerenza il facile nascondiglio del doppio binario di pubblico e privato.
Questa unità nella pluralità è la caratteristica principale di Poèsìa spàrse e sparpagghiòte e sembra, con una ironia della quale Vincenzo Mastropirro ha piena padronanza,  contraddirne il titolo.
La lirica scelta come copertina, quasi un manifesto, senz’altro, e, per dirla con le parole dell’autore, “grido civile di libertà”, richiama una delle qualità di questa raccolta, vale a dire il suo prendere posizione, in maniera non retorica, ma vigile, sul tempo e sulle scelte.
Altro segno caratteristico della scrittura di Mastropirro è la lingua, il dialetto di Ruvo di Puglia, lingua materna e d’elezione allo stesso tempo, se è vero, come ribadisce il testo conclusivo, che essa si fa una cosa sola sia con l’indole, l’essenza, sia con l’obiettivo consapevole del poeta:

me disse: “la poesia dialettale non la sopporto,
se scrivi in dialetto sei destinato al nulla.

Ei so nudde e nudde vogghije ièsse
ma la poèsèi è tutte e nudde
inde a totte re lingue du munne
e piure cu la maije, chère de Riuve
ma spècialmède chère de mamme
ca stè inde alla cope, avvetòte
cume ‘nu pirne affunne ed etièrne.

[mi disse: “la poesia dialettale non la sopporto,/se scrivi in dialetto sei destinato al nulla.”// Io sono niente e niente voglio essere/ma la poesia è tutto e niente/in tutte le lingue del mondo/e pure con la mia, quella di Ruvo/ ma specialmente quella di mamma/che sta in testa, avvitata/come un perno profondo ed eterno.]

L’idioma della poesia di Vincenzo Mastropirro – un idioma nel quale dominano suono aspro, allitterazioni intonate sulla liquida ‘r’, che nel ruvese ha anche funzione di articolo determinativo, gioco di vocali accentate e mute, dal timbro che nasce spesso da combinazioni tra di loro – ha, com’egli stesso ha avuto modo di ricordare in una sua poesia apparsa in Pugliamondo (Sotte u saule estèive du Sud, Sotto il sole estivo del sud) e in una conversazione recente, il suono delle mandorle poste ad ad asciugare sulle strade del paese e rivoltate a intervalli regolari dai bambini; ha i colori della Murgia a maggio:

La murge a mòsce
è ‘nu spèttacule de liusce e cheliure
c’abbàllene saupe a le cricricrì… de re cecòle

[La murgia a maggio/è uno spettacolo di luci e colori/che ballano sui cricricrì… delle cicale]

Il ruvese e Ruvo sono officina, osservatorio e punto di partenza per portare lo sguardo acuto e la lingua che si oppone alla vulgata,  questa sì sonnecchiante e appagata,  in altri luoghi, immaginari e reali, a smascherare, a denunciare, come avviene nel componimento L’arie, che racconta di Taranto e della sua aria appestata,  ‘mbracedèite, “infradiciata”.
Consuetudini e figure ricorrenti nel paese – la banda, innanzitutto, la processione, i riti sociali, i tipi umani – diventano poesia, circense e teatrale, con i tratti della ‘moralità’ medievale e del dramma barocco, musicale con le arie d’opera e il suono degli strumenti a percussione e a fiato. Vincenzo Mastropirro è musicista – il flauto è il suo strumento – e compositore. Questo dato non può, non deve essere separato dalla sua dimensione di poeta. Dal “fiato che s’accarna”, che trasforma in musica “ogni vibrazione”, prende vita una rappresentazione che tutto e tutti tocca, “padrone e sotto”: nel componimento nel quale l’artista, con un procedere in crescendo,  dà conto della propria vocazione,  non manca il riferimento al gioco popolare che anche chi scrive ha conosciuto dal proprio padre, anch’egli di Ruvo, e che lo scrittore francese Roger Vailland ha messo nel 1957 al centro del romanzo La loi, trasformandolo in metafora dei rapporti di potere:

Quanne u fiòte s’accàrne
ogne vibraziòne devènde museche
da dà, camèine, scappe e po’ abbuàisce
patrune-e-sùotte, du timbe e du sune.

[Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/padrone e schiavo, del tempo e del suono.]

Non solo ogni vibrazione diventa musica: nella poesia di Vincenzo Mastropirro anche gli odori (U petresèine, Il prezzemolo) e gli utensili (La sartàscene, La padella)  usati in cucina, così come le abilità domestiche e artigianali  (La ruosceue e u arrepìzze, La risuolatura e il rammendo), oggi snobbate o del tutto dimenticate, si fanno strumenti musicali, pennelli e colori che suonano la melodia e illustrano l’orbis pictus (… osce u munne, oggi il mondo) di vizi, convenzioni, consuetudini, ribellioni. Non si tratta soltanto di castigare i costumi e la giènde, la gente: eppiure la spèranze esiste, eppure la speranza esiste, afferma il poeta nel componimento dedicato a Malala Yousafzai. Il poeta e la sua poesia, destino, mandato o semplice condizione esistenziale, sono, pur nella pluralità di toni e immagini, una cosa sola,  insieme all’effetto suscitato in chi legge e ascolta, “lacrime di risate / lacrime di dolore”: U poète nan pote chiange /  U poète è destenòte a fò chiange  / Lacreme de resòte  /Lacreme de delàure.
L’alternanza, la fusione di  schmeichl un trern – sorrisi e lacrime, come l’yiddish sa dire con la sua lingua musicale – si confermano anche in questa raccolta cifra, segno della poesia di Vincenzo Mastropirro. Un segno che prosegue, non si ferma, cammina, “sempre più dentro, deciso ad esplorare tutto” arriva fino all’ultima sponda e vola verso un sogno, U sunne de l’aneme, Il sogno dell’anima: Camèine sèmbe ‘cchiù inde, dècise a vedaije tutte / arrèive fine all’utema spuonde e abbuaisce / abbuaisce vèrse ‘nu sunne, u sunne granne / de l’aneme libere ca so e so sèmbe stote.

© Anna Maria Curci

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La nàive

La nàive a Riuve
nan’ è na causa stròne
ma u incànde è sembe lu stìèsse.

U incande de le meninne ca sciùochene
de ‘nu vècchie rète a le vitre
de ‘nu cone accucciòte.

La naive a Riuve
è ‘nu renzule biànghe sope a tutte
‘nu mande de meravighe e de penzire.

Però, alla squagghiòte, s’òva pertò cu ìèdde
le spirete scalcagnòte de gènde sfàtte
inùtele e sènz’aneme.

La neve
La neve a Ruvo/non è una cosa strana/ma l’incanto è sempre lo stesso.// L’incanto dei bambini che giocano/ di un vecchio dietro i vetri/ di un cane accucciato.// La neve a Ruvo/ è un lenzuolo bianco su tutto/un mantello di meraviglia e di pensieri.// Però alla sgelata, deve portarsi con sè/ gli spiriti scalcagnati di gente sfatta/ inutile e senz’anima.

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a  Rocco Scotellaro

U zappatàure ca sckìute inde u palme
appartène au Sud, tèrre de Scotèllare.

E’ l’umede ca smezzecuàisce u delaure de la zappe
ca pèro nan’ esiste ‘cchìue, ma avaija stò
cume avaija cambò u Poète
scappòte cu-nu-nudde dalla tèrra d’orìgene
oramàije sparescìute sotte ‘nu cumele de penzìre.

Il contadino che sputa nel palmo/ appartiene al Sud, terra di Scotellaro./E’ l’umido che attenua il dolore della zappa/ che però più non esiste, ma avrebbe dovuto esserci/ come avrebbe dovuto vivere il Poeta / sradicato in fretta dalla terra d’origine/ ormai inghiottito sotto un cumulo di pensieri.

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L’arie

So sapìute ca a Tarante
la génde more pe’ l’arie ‘mbracedèite.

Sacce ca a Riuve
l’arie è pulèite e la gènte se la gode.

L’arie è proprie ‘nu élemènte stròne.

T’avvòlge limpede e naturòle
ind’ a u vùosche ‘mezze a l’arue

t’auànde ‘nganne
‘mèzze a re fabbreche e a re cemenère.

Sèmbe Ièdde è
è vèite… è mùorte…

e l’umene picche ‘nge tìénene
a ‘na ‘bona vèite…a ‘na ‘bona mùorte…

L’aria
Ho saputo che a Taranto/la gente muore per l’aria infradicia.// So che a Ruvo/l’aria è pulita e la gente se la gode.// L’aria è proprio un elemento strano.// Ti avvolge limpida e naturale/nel bosco in mezzo agli alberi// ti prende in gola/tra le fabbriche e le ciminiere.// Sempre Lei è/ è vita…è morte…//e gli uomini poco ci tengono/ a una buona vita…a una buona morte…

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U sunne de l’aneme

Vaite ‘nu calcolatòre èlèttruòneche granne cume ‘nu palazze
conde bune-bune le numere e au momènde giuste me maine inde.

E’ ‘nu munne bìèlle, ‘na mèravigghije
mèccanisme ‘mbrigghiuse cu ‘na fòrze incrèdibele
chère ca manche spisse au cerevidde de gaddèine ca tìènghe.

Camèine sèmbe ‘cchiù inde, dècise a vedaije tutte
arrèive fine all’utema spuonde e abbuaisce
abbuaisce vèrse ‘nu sunne, u sunne granne
de l’aneme libere ca so e so sèmbe stote.

Il sogno dell’anima
Vedo un calcolatore elettronico grande come un palazzo/conto bene bene i numeri e al momento giusto mi ci butto dentro.// È un mondo bello,una meraviglia/meccanismi complessi ,con una  forza incredibile/quella che manca spesso al cervello di gallina che mi ritrovo.//Cammino sempre più dentro, deciso ad esplorare tutto/arrivo fino all’ultima sponda e spicco il volo/ volo verso un sogno, il sogno grande/ dell’’anima libera che sono e son sempre stato.

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U diarie

So prevote a tenaije ‘nu diarie
quanne ere uagnàune.

Guardaije re pagene numerote
ma nan’ arresciaije a scrive nudde.

Chiù passaije u timbe
chiù re pagene geraine vacande.

U vute du diarie, però
iègne la vèite de sunne
ed è inutele scrive illusione.

Le sunne nan’ vonne mè scritte.

Le sunne, chire ca addavere le vè apprisse,
quanne mene tu aspitte stonne ‘nanze a taiche. Auandele.

Il diario
Ho provato a tenere un diario/ quando ero ragazzo.// Guardavo le pagine numerate/ma non riuscivo a scrivere niente.// Più passava il tempo/ più le pagine giravano vuote.// Il vuoto del diario, però/ riempie la vita di sogni/ ed è inutile scrivere illusioni.// I sogni non vanno mai scritti.//I sogni, quelli che davvero insegui, quando meno te lo aspetti sono vicino a te. Prendili.

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*La nota di lettura è stata pubblicata come postfazione alla raccolta di Vincenzo Mastropirro, Poésia sparse e sparpagghiòte, CFR edizioni 2013

Lucetta Frisa, Sonetti dolenti e balordi

lucetta-frisa-sonetti-dolenti-e-balordi-e-altre-poesie

Lucetta Frisa, Sonetti dolenti e balordi. Prefazione di Francesco Marotta, CFR 2013

C’è una via per narrare, cantare, attraversare il dolore che prende le distanze dal lamento copioso così come dal cinismo di maniera. Questa è la via scelta da Lucetta Frisa nella raccolta Sonetti dolenti e balordi. Già il titolo, che dichiara una manifesta convivenza di registri, illumina questi testi della luce di sfida consapevole che la poesia occidentale conosce da Villon.
La lettura e l’ascolto dei testi che la compongono arricchisce l’intuizione iniziale, scaturita dal titolo, di un’ulteriore consapevolezza, quella che riguarda l’eccesso di “luce occidentale”.
La misura, nota caratteristica della poesia di Lucetta Frisa, si rivela frutto di una conversazione, densa, serrata, ma non per questo priva di armonie originali, che evita soluzioni dalla facilità accattivante e affronta, con vista acuta e udito all’erta, la complessità, segno dei tempi che altri temono ed evitano con pari affanno e goffaggine.
La composizione rigorosa nei testi di Lucetta Frisa discende invece da conoscenza e padronanza di arti antiche – coro e contrappunto, per menzionarne alcune. La padronanza di queste è palese nelle sette Sequenze e nel conclusivo Sole dell’insonnia che compongono la raccolta. Conoscenza e padronanza si affiancano, inoltre, al coraggio nello scarto rispetto alla tradizione, così come avviene nella scelta del modulo compatto per il sonetto. Ricerca ed espressione trovano qui approdi significativi e, insieme, uno slancio a proseguire il percorso di esplorazione del mistero, non certo resa della ragione, con tratti più o meno folkloristici, ma sicuro baluardo alla barbarie che si scopre dentro e fuori di sé, punto saldo di partenza e ripartenza:  «Per vivere ho bisogno del mistero» dichiara, nella sequenza del mistero, Lucetta Frisa. Più avanti, la citazione di Novalis posta all’inizio della sequenza dell’inconclusioneDove andiamo? Sempre a casa») dà conto di inesauribilità e complessità – non a caso di partenza e ripartenza si è scelto di parlare in questa breve nota – di natura e meta di tale esplorazione. (amc)

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Per vivere ho bisogno del mistero
i sogni mi difendono dai barbari
che sempre hanno ragione con l’arma
della storia che àltera i colori
sfumati penso a Tanizaki e all’ombra
su tazze laccate e carta opalescente
per distinguere l’Oriente e preservarlo
dalla troppa luce occidentale.
Oscilla il pipistrello rovesciato
lasciamolo dov’è alla sua saggezza
nient’altro c’è da dire alle creature
al centro di sé sempre padrone
delle latitudini d’ombra  e luce.
Noi, i barbari arrivati da un pezzo. *

(da: sequenza del mistero, p. 24)

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In Garfagnana esiste un’altra Kitez
sommersa da una diga artificiale
di giorno il calmo lago azzurro è chiuso
di notte s’alzano dal fondo i fabbri
le loro cupe ombre sull’incudine
battono coi martelli e chiamano
gli antichi tempi di ferro a riaffiorare.
Nessuno risponde. Una civetta
stride pianissimo poi si nasconde
sotto la luce e i suoni troppo umani.
Tornerà tutto alla norma, nel presente,
piatta immagine al plasma video del niente.
acqua stagnante di passato e futuro.
Solo nel sogno si traverserà il fondo.

(da: sequenza del sogno, p. 30)

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Orrore le ultime parole di Kurtz
dopo di lui ancora orrore e orrore
quanto pesa il nero che s’accumula
su altro nero o lo strato sembra uguale?
È morta la mia eternità dice Vallejo
ed io qui sto vegliandola. L’eternità
sta nel vino, coppiere, a me vèrsane
l’ultima goccia – risponde Hàfez dal buio.
Amiche tanto vicine queste voci
basta toccare certi punti dell’aria
e giungono a bisbigliarci all’orecchio
un solidale dolore sgomento
che un po’consola mentre sprofonda
il loro brusìo nel grande Suono.

(da: sequenza dell’inconclusione, p. 49)

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Lucetta Frisa è poeta, traduttrice, lettrice a voce alta. I suoi libri di poesia: La Follia dei morti (Campanotto, 1993), Notte alta (Book, 1997), L’altra (Manni 2001), Se fossimo immortali (Joker, 2006) e Ritorno alla spiaggia (La Vita Felice, 2009), L’emozione dell’aria (CFR, 2012). Ha tradotto vari autori francesi, tra cui Henri Michaux (Sulla via dei segni, Graphos, 1995), Bernard Noël (Artaud e Paule, 2005) eL’Ombra del doppio, 2007) e Alain Borne (Poeta al suo tavolo, 2011), tutti nella collana “I libri dell’Arca“, che cura insieme a Marco Ercolani per Joker edizioni. Suoi testi sia in riviste (Poesia, L’Immaginazione, Pagine, Nuova Prosa, La Mosca di Milano, La Clessidra, Italian Poetry Review, ecc.) sia in antologie come Il pensiero dominante (a cura di F.Loi e D. Rondoni, 2001), Genova in versi (a cura di S. Verdino, Philobiblon, 2003), Trent’anni di Novecento (a cura di A. Bertoni, Book ,2005), Altramarea (a cura di A. Tonelli, Campanotto, 2007), Poems from Liguria (a cura di R. Bertoni, Manni, 2009, con traduzione inglese). Collabora con saggi, racconti e poesie a diversi siti web:

www.rebstein.wordpress.com
www.viadellebelledonne.wordpress.com
www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com
www.vicoacitillo.net/
http://terresdefemmes.blogs.com
http://www.arcipelagoitaca.it/
http://www.filidaquilone.it/
www.filid’aquilone.wordpress.com
http://www.poesia2punto0.com/

Pubblica racconti per ragazzi sul quotidiano “Avvenire” e note critiche sulla rivista di letteratura giovanile “LG. Argomenti”. In prosa ha scritto: Sulle tracce dei cardellini, Joker, 2009, e La torre della luna nera e altri racconti, Puntoacapo, 2012. Sempre in prosa, insieme a M. Ercolani ha pubblicato: L’atelier e altri racconti (Pirella, 1987), l’epistolario fantastico Nodi del cuore (Greco & Greco, 2000), Anime strane (ibidem, 2006) e Sento le voci (La Vita Felice, 2009). Questi due ultimi sono stati tradotti in francese nel 2011 per le edizioni États civils di Marsiglia.
Finalista ai premi “Montale” e, più recentemente, al “Montano” e al “Merini”, ha vinto il Lerici-Pea (2005) per l’Inedito e l’Astrolabio 2011 della critica per Ritorno alla spiaggia e la sua opera complessiva.

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* Di questo sonetto esiste una versione in tedesco:

Zum Leben brauche ich das Geheimnis
die Träume schützen mich vor den Barbaren,
die mit der Waffe der Geschichte, die
die nuancierten Farben fälscht, immer Recht
haben ich denke an Tanizaki und an den Schatten
auf lackierte Tassen und opaleszentes Papier
um den Orient zu unterscheiden und ihn
vor dem maßlosen abendländischen Licht zu bewahren.
Es schwingt die Fledermaus, die kopfüber hängt
lassen wir sie hängen, wo sie ist,  seiner Weisheit überlassen
nichts Anderes ist den Lebewesen zu sagen,
die im Mittelpunkt von sich selbst immer die Herren sind
der Breiten aus Schatten und Licht.
Wir, die schon längst gekommenen Barbaren.

(traduzione in tedesco di Anna Maria Curci)

Qui per ascoltare questo sonetto nella versione originale e nella traduzione in tedesco