Cesati

Roberto Carifi: la domanda e l’attesa (di Mauro Germani)

Roberto CarifiL’opera poetica di Roberto Carifi è contrassegnata da una parola esiliata, che è do­manda e – soprattutto nella produzione più recente – attesa.
In essa l’interrogazione ontologica viene posta in tutta la sua radicalità per accogliere e custodire il segreto abissale della scrittura, l’ascolto dell’intimità dell’indicibile, dove la dimora è sempre provvisoria e aperta all’appello del linguaggio e alla sua erranza.
Da questa spoliazione e da questo abbandono nasce una memoria lacerata e profonda. È la metafora dell’infanzia, che è rinvenibile in tutta la produzione di Carifi; una me­tafora segnata come da una ferita irrimediabile, uno strappo oscuro e luminoso. C’è in questo riferimento costante all’infanzia tutta l’ineluttabilità di un’origine frantumata nell’orrore e nell’estasi, tutto lo spaesamento ma anche l’amore da cui la poesia stessa – il “gettarsi davanti alla polvere dei resti”–[1] non può prescindere. Infanzia e poesia abitano “le tracce di un ignoto disastro”,[2] dove l’io è consegnato contempora-ne­amente al congedo e all’incontro di alterità enigmatiche e familiari ad un tempo (gli angeli, i morti, le bambole, i soldatini di stagno). Ed è proprio in questo “tempo dell’obbedienza, di un rigore tragico e destinale”,[3] che ogni volta risuona “un grido infantile” e si avverte “una sorte vicinissima al vuoto”.[4] Qui  si consuma, per Carifi, il destino del poeta, ai bordi di un abisso, di quella doppia vertigine dello sguardo spaurito dell’orfano e dell’addio, dell’obbedienza all’Altro che chiama.
La  raccolta L’obbedienza (Crocetti, 1986) costituisce un momento importante e deci­sivo nel percorso poetico e filosofico di Carifi: in essa troviamo non solo i motivi fondamentali della sua poesia, ma anche quell’impronta dolorosa, quel flatus vocis caratteristici della sua scrittura, tra visione improvvisa ed umile concretezza, tra luce sfiorata e penombra, tra smarrimento ontologico e ascolto di un destino impronuncia­bile che da sempre chiama.
La precarietà dell’esistenza, unita ad un profondo senso di doloroso sradicamento in cerca di un possibile incontro con l’Altro, trova poi ulteriore espressione in Occidente (Crocetti, 1990),  opera in cui la terra dell’Occidente appare come luogo di rovina e di devastazione, regione di una memoria piagata, sofferta, che reca in sé le cicatrici di tutte le guerre, di un passato incancellabile. Temi, questi, che saranno ripresi in Eu­ropa (Jaca Book, 1999), libro nel quale la presenza del male nel mondo risulta ancora più netta ed esplicita, come ad esempio nella sezione conclusiva La vita nuda: voci da Auschwitz. È un Occidente oppresso dal gelo e dalla miseria, popolato da fantasmi di una catastrofe mai finita, dove aleggia un senso di morte, ma anche di trepidazione per  una voce che pare rivelarsi nel silenzio, per una presenza che è dentro l’assenza.
La stanza del bambino che attende solitario accanto al “ferro dei balocchi” è ora l’Occidente della nostra storia e del nostro pensiero. Nei versi di Carifi si aggiunge un’evidente tensione abissale verso la prossimità che si fonda sull’imminenza.
In La carità del pensiero (I Quaderni del Battello Ebbro, 1990) libretto di riflessioni critiche e filosofiche pubblicato nello stesso anno di Occidente, egli scrive: “Chi viene è l’Imminente, ma non viene che ritirandosi, è nel ritiro che si dichiara come il più prossimo […]. Se attendo l’Angelo o Dio, l’anima o la morte, so già che non si accamperanno qui, eppure so anche che non cesseranno mai di venire, di prendere posto tra queste carte, in queste pieghe della mia attesa, nella luce impastata di ombra che mi tiene avvolto nell’imminenza, davanti all’enigma dell’avanzante” (pp. 51-52).
Nella terra desolata della sera, in quell’Occidente confinato nell’aspettazione e nell’ascolto, dove la memoria dell’infanzia si unisce a quella di un eterno dopoguerra e dei morti che “tornano, nel freddo,/ con le candele accese”,[5] potrà nascere la consape­volezza del segreto e del dono di una parola veramente altra, raccolta nel suo silenzio e percepibile soltanto dall’esilio, dal vuoto fondante di un’attesa inesausta e perenne.
Compare qui la figura del Figlio, cioè “colui che viene, il convocato”, che nel volume Il Figlio (Jaca Book, 1995) incarna tutto il dolore dell’esperienza umana ed assume – come nota Roberto Mussapi nella quarta di copertina – “un significato anche cristico, […] una franta ma irriducibile speranza fondata sulla scandalosa e denudante gratuità del dono e dell’amore”. Occorre, però, precisare che si tratta essenzialmente di  un cristianesimo dell’abbandono,  in cui il Figlio sembra quasi  non avere un padre, in quanto viene definito anche l’Orfano, carico di dolore, portatore di una redenzione più misteriosa che certa. Egli è una figura priva di qualsiasi segno di potenza o di tri­onfo, che è chiamata dalla solitudine e dal dolore degli uomini e avanza nella notte e nel gelo del mondo; è domanda e ferita della carne, e consapevolezza della gratuità scandalosa dell’amore. Si potrebbe aggiungere che egli è portatore di una parola che annichilisce, fra lontananza e prossimità, simile a quella che deve ascoltare il poeta, in una sorta di congedo che è anche ritorno, come dicono questi versi di Occidente: “Sento che mi allontano/ che ho smarrito anche l’ultima dimora,/ ma questo addio l’ho avuto in dono/come la polvere sui muri”.[6]
E anche l’esperienza più propriamente  umana e personale dell’amore si rivela per Carifi “abitata dall’addio”. In Amore d’autunno (Guanda, 1998), essa è la negazione di una possibilità, la conferma di una solitudine che diviene nostalgia e pianto, consa­pevolezza di una luce perduta, mentre l’ombra dilaga ovunque e reca con sé il presa­gio familiare della morte. Non a caso il volume si chiude con la sezione Poesie per la madre, dedicata alla scomparsa della madre avvenuta un anno prima, tragico e dolo­roso evento che occuperà molte composizioni fino ad oggi. Questo lutto rafforza ulte­riormente il legame del poeta con la propria madre, vera e propria figura di destino e di sangue, voce compagna nell’ombra e nella solitudine della casa, ora “nel regno dei non più nominati”,[7] sparita in un oltre ignoto, a cui viene domandata una nuova acco­glienza, un ritorno per sempre, una fine che sia anche inizio: “tu eri rimasta un minu­scolo scialle/ franò la mia bocca accanto alla tua,/ chiesi se avrai una dimora,/ in quale stanza sarà la mia culla”.[8]
È noto come, dopo questa esperienza così radicale e la malattia che lo colpirà nel settembre del 2004, Carifi abbia aderito al pensiero buddista. Si tratta di un avvici­namento progressivo, di cui sono testimonianza diverse pubblicazioni, fino alla rac­colta poetica più significativa, Tibet (Le Lettere, 2011). Qui i temi dell’abbandono, dell’esilio e della morte vengono rovesciati e benedetti, in quanto necessari per com­piere un percorso di liberazione dal dolore e dal peso dell’esistenza. Il vuoto abissale che da sempre ha assediato la poesia di Carifi, provocando un lacerante senso di sra­dicamento e disappartenenza, diviene qui progressiva conquista dello spirito, addio alla notte della materia e del mondo. I dieci capitoli del volume dicono proprio di questo distacco e di questa ascesa alla volta del nulla, inteso quest’ultimo come la no­stra vera essenza. “Scopri dov’è il nulla/ dov’è la tua divisa e la tua neve/ poi comin­cia a salire”:[9] con questi versi si apre infatti la raccolta. La scrittura poetica di Carifi è ancora riconoscibile nelle sue immagini di contrasto, nel suo lessico ricorrente e nel taglio secco e visionario dei versi. Non sembra tanto azzardato sostenere che tutta la produzione precedente  trovi qui il proprio culmine, il traguardo ultimo, il punto estremo della sua chiamata. La parola reca ancora in sé il marchio dell’esilio, quell’impronta d’ombra che da sempre l’ha posseduta, quella ferita primigenia che non si è mai rimarginata, tuttavia pare trascolorare, perdere i propri confini, dilatarsi fino ad un oltre che ammutolisce e che tutto comprende. Nel cammino di conoscenza intrapreso, verso le cime più elevate, tutto c’è e tutto sparisce, le domande si sciol­gono, gli opposti si toccano e si annullano.
Nell’ultima pubblicazione in ordine di tempo, Madre (Le Lettere, 2014), troviamo un Carifi più privato, che ancora una volta si rivolge alla madre, con versi volutamente semplici, disadorni, diretti, quasi scritti con mano infantile, e perciò di una tenerezza estrema, nei quali la consapevolezza del dolore dell’esser-ci, della propria solitudine e della malattia si unisce qui alla nostalgia profonda della figura materna e al deside­rio del  ricongiungimento con essa in un’altra dimensione (“Mia cara mamma, tu che sei dove non c’è spazio,/ sorridi e qualche volta piangi, esisti dove esiste il nulla”).[10]
Come in una confessione estrema, Carifi scrive di esercitarsi ogni giorno all’addio, in un’attesa di liberazione non solo dal male, ma anche dalla scrittura, alla ricerca del silenzio. Dai testi emergono vivissime le immagini più volte ricorrenti legate alla ma­dre, ma soprattutto traspare una dolorosa stanchezza che attende la grazia del riposo e della luce, il nirvana, la pace ultima, come un’infanzia rinnovata e perenne.
Oggi il percorso umano e poetico di Carifi è arrivato fin qui, nella solitudine e nella sofferenza, mediante l’ascolto di una parola che è passaggio, sempre ai bordi dell’inesprimibile, tra spaesamento e familiarità. La sua poesia – comunque la si legga e la si interpreti – incarna proprio questa parola del frattempo, il suo mistero sospeso fra l’abisso dell’origine e quello dell’infinito.

© Mauro Germani


[1] R. Carifi, La piaga del nulla, Cesati, Firenze 1984.
[2] R. Carifi, L’obbedienza, Crocetti, Milano 1986, p. 73.
[3] R. Carifi, ivi,  pp. 73-74.
[4] R. Carifi, ivi, p. 21.
[5] R. Carifi, Occidente, Crocetti, Milano, 1990, p. 15.
[6] R. Carifi, ivi, p. 54.
[7] R. Carifi, Amore d’autunno, Guanda, Parma 1998, p. 87.
[8] R. Carifi, ivi, p. 78.
[9] R. Carifi, Tibet, Le Lettere, Firenze  2011, p. 9.
[10] R. Carifi, Madre, Le Lettere, Firenze 2014, p. 27.