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proSabato: Cesare Zavattini, Allalì

proSabato: Allalì di Cesare Zavattini

Ah, Signori, vorrei davvero abolire i giornali. Nei vani delle finestre di questa casa di sfollati, di fronte alla mia si vedono sempre testoni curvi sui giornali. Qualcuno alza la testa ogni tanto, si guarda intorno − con mestizia perché non riconosce negli alberi e nelle cose che lo circondano gli alberi e le cose care alla cronaca − poi, come i pesci che per un attimo sporgono la bocca fuori del pelo dell’acqua, si rituffa nelle righe ingannatrici creduto specchio della vera vita di cui la sua sarebbe soltanto un’ombra. Bevono le parole, le trasformano in un liquido perché il bere è un’operazione più rapida del mangiare. Appartengono a quella specie acquatica che finisce col farsi scannare pur di non masticare ovverosia riflettere. Con una sorsata ingoiano le più complicate notizie, l’eco delle quali dura delle menti meno dell’eco di un’ostrica in un palato giovane; perciò insaziabili non rinunciano a una sillaba delle migliaia che compongono un quotidiano.
Se non leggono, litigano. Un manovale litiga per umiliare il portinaio praticante: “noi siamo m…”. Il manovale mostra i buchi della sua giacca come fossero osceni: «toh, guarda, tu non li hai, puoi iscriverti a un partito.»
[…] non si preoccupano dei graffi e del dente perduto certi che qualche mutamento avverrà nella vita appena accettata la baruffa. Invece trovano la mia faccia che si ritira lenta come una luna dalla finestra lasciandoli soli per sempre.
Oggi ho preso una decisione che nutrivo da tempo: parlare con qualcuno dei miei dirimpettai. Verso l’ora di cena vanno a prendere fiaschi d’acqua in una fontanella vicina: uno di loro scendeva per via Merici, sempre più sassosa, e incespicava di continuo senza tuttavia sollevare mai gli occhi dal giornale. Buon giorno, gli dissi. Chissà se per lui ero un uomo di quelli straordinari appena abbandonati tra le colonne del giornale o un elemento consueto del suo paesaggio. “Quando aggiusteranno la nostra strada?”. Lo invitai a fare alcuni passi lungo il viottolo che dalle nostre case giunge alla ferrovia. “Io lo ammiro da lungo tempo”, gli dissi. “Come?” rispose. Sospettava che fossi pazzo. “Lei è un uomo potente” e gli strinsi la mano a suffragio della mia dichiarazione. Per la verità ero agitatissimo: temevo che mi rispondesse a bruciapelo con il motto romanesco che comincia con vallo. Sari morto. Restò zitto, deve aver sentito subito che non scherzavo. “Quante cose meravigliose lei può fare”; lo guardavo dalla testa ai piedi. Poi “lei può uccidere un uomo. Due. Tre.” Feci una lunga pausa. “Me, per esempio, me”. Presi l’aire: “può rubare, sì, e ingravidare donne. Guardi quei ragazzi” erano una trentina seminudi arrampicati sulla ramata che difendeva l’orto delle Orsoline, ma apparve il cappello di una suora e rotolarono tutti giù per il pendio. Dissi che qualcuno li aveva fatti e si trattava di ragazzi negli occhi di ciascuno dei quali non entrava lo stesso numero di cose e parecchi non potevano affermare di vedere una cosa diversa di quella che vedeva il compagno. E continuai il mio elenco: “Può dire no, quando voglia, a un ministro. Al re” enumerate molte autorevoli persone alle quali poteva dire no, finalmente mormorai: “lei può dire no anche al Papa”. Non ebbi il coraggio di guardarlo in faccia, spaventato dalle mie parole. Egli stava cercando tabacco con le dita timide nel taschino del panciotto. Si fermò. Avevo esagerato? Feci un fulmineo esame di coscienza e trovai conforto alla mia tesi nello spigolo dell’armadio della stanza da letto di mia madre, immagine che mi apparve dopo un miscuglio di altre immagini, collegata a un certo pensiero del 1943, da cui era defluito apparendo e scomparendo attraverso valli e vallette il convincimento in questione. “Al Papa obbediscono milioni di creature, il Papa alto e grande, con gli ori le sete gli incensi i santi i martiri la morte. Educatamente, lei può dire di no al Papa”. Sopra di noi fluttuavano bandiere di uccelli. I ragazzi rimettevano la testa fuori dall’erba adagio adagio, come fanno gli indiani. “Gridi allalì” lo pregai. Non voleva saperne. Insistei. Mi indicò alcuni uomini fermi sul cavalcavia. “Deve gridarlo subito, di fronte a chicchessia”. Concitatissimamente, gli spiegai che il fumo del treno che in quel momento avanzava come un’onda nera lungo l’orlo dl muraglione avrebbe impiegato a dileguarsi il tempo strettamente necessario, anche se lui avesse gridato allalì. “Allalì” gridò. Gli uomini si voltarono dalla nostra parte mentre il fumo del treno chiarendosi si apriva per ridare il giorno ai prati di fronte a noi.

© in «La Fiera Letteraria», Anni I, n. I, aprile 1946, p. 3.

Marco Onofrio, Energie

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Marco Onofrio, Energie – Frammenti e racconti, Roma, EdiLet, 2016, pp. 211

di Dante Maffia

Marco Onofrio è una sorpresa continua, ma non ci si deve meravigliare, perché la scrittura nasce dalla vita e dalla scrittura stessa e si amplia, si moltiplica, si apre a trecentosessanta gradi avida di tutto, desiderosa di entrare in ogni mistero, di svelare il senso della vita, della morte e dell’amore. Cari lettori, diffidate di quegli scrittori stitici, come diceva Aldo Palazzeschi, che stanno tutto il giorno, e alcuni anche la notte, ad aspettare l’ispirazione portata da una falena, l’input suggerito da un refolo di vento o dal fiato guasto del lavandino… Chi è scrittore è onnivoro, sempre teso alla luce e alle ombre, sempre pronto ad acciuffare ciò che arriva dalla profondità del buio per vedere se è possibile dipanare la matassa del mistero in agguato nei posti più impensabili. Chi è scrittore, e Marco Onofrio lo ha già dimostrato con opere di critica, di saggistica, di narrativa e di poesia, è in eterno combattimento con se stesso e con il mondo non per il gusto di essere in guerra, ma perché il movimento ha fauci ingorde… E questo libro, Energie, nasce a Marco proprio dal movimento, inteso nella sua più specifica e bizzarra efficacia. Non è poesia, non è narrativa, non è saggistica, non è elzeviro, non è annotazione storiografica, non è commento… Dunque? Evidente, è vita, nel suo ingorgarsi ed evolversi, nel suo farsi e disfarsi, nel suo cercare adesione e nel suo rigettare i luoghi comuni, le abrasioni di sempre, quelle malattie ormai endemiche del letterato italiano che, nonostante scrittori come Pirandello, Zavattini, Flaiano, Mastronardi, Celati, Ceronetti, Landolfi, Bonaviri, Consolo, Ripellino, Emilio Villa, sono rimaste a trionfare. Ecco dunque delle Energie, cioè rigurgiti, ribellioni, viaggi sterminati nel quotidiano, coincidenze col vuoto e col nulla, dimostrazioni simboliche della realtà colte nel loro farsi e nel loro disfarsi, nel cammino violento per appropriarsi di una direttiva che, ahimè, non esiste in realtà, perché tutto è energia che si forma e si spande e solo la finzione (Borges) rende visibile. (altro…)

Cinema e letteratura: breve storia di un lungo amore #2

Quella che segue è la seconda parte di un saggio breve di Gianluca Wayne Palazzo sui legami tra letteratura e cinemaCi siamo interrotti, ieri, alle soglie degli anni ’50. Buona lettura con la seconda parte.

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Il periodo che seguì, dai primi anni Cinquanta alla metà degli anni Settanta, rappresenta probabilmente l’apice, non solo artistico, del nostro cinema. I più importanti narratori italiani vi si dedicarono attivamente, in veste di scrittori e critici, e si affermò in via definitiva la figura dello sceneggiatore professionista, capace di fare col proprio talento le fortune di un film.
In particolare a partire dal 1960 cominciò un’era nuova, una fase di maturazione espressiva che affrancò la nostra cinematografia da ogni modello precedente per quanto concerneva il parlato, e che procedeva di pari passo con la trasformazione linguistica che stava coinvolgendo il paese. Si produsse un intreccio di biografie, dovuto alla collaborazione di scrittori diversi al medesimo film, con incontri e scontri, amicizie, dibattiti, scambi di esperienze. Attorno ai tavoli di sceneggiatura si venne radunando una fitta schiera di lettera­ti ai quali il cinema chiedeva una capacità non convenzionale di esplorazione e scavo, di soluzioni narrative e personaggi alternativi a quelli forniti dallo schematismo produttivo cinematografico. E i film del periodo dimostrarono di poter riprodurre le complessità e la modernità della letteratura contemporanea senza necessariamente ricorrere all’adattamento. (altro…)

I poeti della domenica #100: Cesare Zavattini, Forse

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Forse

Forse l’emusión pö granda dla me veta
l’é stada na not, a gh’era an stofag, an ferum,
cme pröma dal teremot,
Diu l’è gnu dentr’in d’la me camara impalpabilment
e al m’à det a te sul a te
a t’fag savé ca n’ag sum mia

*

Forse

Forse l’emozione più grande della mia vita
è stata una notte, c’era un’afa, un fermo,
come prima del terremoto,
Dio entrò nella mia camera impalpabilmente
e mi disse a te solo a te
faccio sapere che non esisto

© Cesare Zavattini, Forse, in Stricarm’ in d’na parola, Milano, all’Insegna del Pesce d’Oro, 1973.

I poeti della domenica #99: Cesare Zavattini, La basa

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LA BASA

O vést an funeral acsé puvrét
c’an ghéra gnanc’al mort
dentr’in dla casa.
La gent adré i sigava.
A sigava anca mé
senza savé al parché
in mes a la fümana.

*

La bassa

Ho visto un funerale
così povero
che non c’era neanche
il morto nella cassa.
La gente dietro piangeva,
piangevo anch’io
senza sapere il perché
in mezzo alla nebbia.

© Cesare Zavattini, La basa, in Stricarm’ in d’na parola, Milano, all’Insegna del Pesce d’Oro, 1973.

proSabato: Cesare Zavattini ad Attilio Bertolucci

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proSabato: Cesare Zavattini ad Attilio Bertolucci

[primavera 1931]

Caro Bertoldo,
la tua poesia non è tutta bella, ma in qualche punto è bellissima − quando tocca terra. Tempo verrà. Mandamene una ogni volta che mi scrivi.
Bertoldo, diventi sempre più esigente, ciò mi turba e un poco mi condanna all’inerzia. Spero di superare questa specie di crisi. Insomma, non si deve scrivere se non quando si ha la coscienza di essere un vero e proprio contributo.
La settimana ventura vedrò il capolavoro di René Clair, Sotto i tetti di Parigi. Il cinematografo! Bisogna vedere certe riviste estere che belle, ogni tanto le sfoglio ma non ho tempo di leggerle. Noi italiani siamo tagliati fuori. La “Kines” poi… Incredibile. E “l’Indice”? Ormai esso non è più lo specchio di Saviotti ma di una diffusa mentalità. Leggi, però, l’eccellente articolo di Ezra Pound. Pound c’è per caso nell'”Indice”.
Sto leggendo Sterne, il Shandy. Straordinariamente intelligente − faceva duecento anni fa gli scherzi ecc che molti inventano oggi. Inoltre ha dell’altro. Com’ero ignorante e come lo sono. Ma mi convinco che non è un guaio terribile − e mi convinco che nell’umorismo in specie e nell’arte in genere bisogna essere originali − senza volerlo, si capisce, ma con la coscienza di esserlo, a posteriori − la critica non è un procedimento coevo alla creazione, ma successivo.
Riusciamo a classificarci solo dopo aver, quasi irriflessivamente, scritto molte pagine. […]
Caro Bertoldo […] nella politica non vi sono né grandi idee né grandi sentimenti − o sono sempre quelli − ed è sempre quello il modo di esprimerli − la politica è quella che fa credere nel determinismo, l’arte fa sospettare che non ci sia. È possibile, inoltre, essere originali, personali, nella politica? L’azione falsa anche quel po’ di spirito che contiene. Ma il discorso sarebbe infinito e vieto anche. […]
tuo ZA

Lettera manoscritta su carta intestata “Il Secolo Illustrato”.

© Attilio Bertolucci e Cesare Zavattini, Un’amicizia lunga una vita. Carteggio 1929-1984, a cura di Guido conti e Manuela Cacchioli, Monte Università Parma Editore, 2004

proSabato: Zavattini Ovale

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Oggi, domani e domenica 25 settembre ricordiamo Cesare Zavattini con alcune prose che riguardano lui e autori affini; per la rubrica domenicale rileggeremo alcune sue poesie; il suo compleanno sarebbe caduto il 20 settembre.

la redazione

proSabato: Zavattini ovale

……Più di cento Zavattini di tutte le misure mi guardavano dalle pareti della Galleria Toninelli di Roma, e uno gigantesco troneggiava di profilo, le mani dietro la schiena, stava osservando altri se stessi, soltanto teste colorate, rosse, bianche, grigie, d’oro, d’argento, tutte spaventatissime, con gli occhi sgranati.
……Perché questi occhi come buchi, come crateri, occhi insonni, con le palpebre orlate di rosso, infiammati, disperati?
……Conosco Zavattini da anni, ma quella mostra mi ha rivelato il suo io, più di quanto potrebbero farlo i suoi film o i suoi libri.
……C’è il fatto che Zavattini pittore non nasce adesso, bisogna risalire agli anni della guerra e anche prima, quando riempiva pezzettini di carta con i suoi preti e i suoi vescovi (da bambino metteva una cotta da chierico e le zie gli facevano i funerali): quei preti e quei vescovi li dipingeva perché non conosceva bene l’anatomia, certo fare una veste era più facile di un corpo nudo, ma forse del corpo nudo Zavattini ha sempre avuto terrore, o meglio un complesso, qualcosa che lo blocca, che lo inibisce.
……In fondo, è un timido, anche se sembra spregiudicato.
……Mi ricordo una volta che lo incontrai al Tritone, era notte, e stava osservando le passeggiatrici, ogni tanto parlava con una, poi con un’altra («per un’inchiesta» diceva), ma in realtà voleva una donna, e non sapeva come imbarcarla.
……Un’altra volta, a Venezia, qualcuno mi disse che Zavattini era innamorato, lo si vedeva al bar dell’Excelsior, al Lido, durante il Festival del Cinema, con un bicchiere in mano, ma non beveva mai, stava per ore a guardare il vuoto.
……A Parigi invece sembrava più sciolto, tuttavia il suo vero essere non era facile da scoprire, perché tutto il giorno andava per gallerie a vedere quadri, o in libreria a cercare libri, soltanto una notte, con me e con Gualtieri di San Lazzaro, prese a parlare di se stesso, ma con estremo pudore, quasi reticente.
……È questo il bello, che sia rimasto intatto nel mondo del cinema, che corrompe tanta gente; anzi, da quel mondo è venuto fuori saltando a piè pari una trentina d’anni, così che è sempre giovane, la sua pittura lo dimostra, e anche quello che scrive, che è stupendo, fresco, pieno di incanto.
……All’inaugurazione della sua mostra c’era tantissima gente, e Zavattini stava in un angolo, protetto dal baluardo degli amici venuti apposta da Luzzara, il posto dove è nato: un barbiere-poeta, un oste, un artigiano, un impiegato, due signorine-sorelle e una bambina.
……Quando mi vide, si illuminò, ricordammo i tempi favolosi del suo contratto.
……È tutta una storia. […]
……Non c’è che dire, ho riscoperto un autentico pittore. I cento volti, le cento e più teste ovali (« l’ovale della donna, l’ovulo, le ovaie, le uova » ha scritto) sono lì sulle pareti, con il loro mistero e anche con la loro chiarezza, formate e informi, definite e indefinibili.

© Milena Milani, Zavattini ovale in Oggetto sessuale, Milano, Rusconi editore, 1977.

Clara Sereni, Via Ripetta 155

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Si può recensire un libro anche partendo da “ciò che non è”, conducendo un discorso che porta a definire quello che il libro in questione comunica a chi lo legge e ne scrive. E può fare al caso Via Ripetta 155, l’ultimo romanzo-diario di Clara Sereni uscito per Giunti (2015) che attraversa un decennio della vita della scrittrice dal ’68 al ’77, anni legati alla storia italiana ma anche a una storia più intima.
Ogni anno è un capitolo e ogni capitolo un anno in cui si riordinano le carte della vita di Clara ragazza poco più che ventenne, alle prese con la propria indipendenza, l’affrancamento dal padre, le prime esperienze nel mondo e con il mondo.
Si può affermare sin da subito che questo libro non è soprattutto tre cose: una dedica, un catalogo e nemmeno un “romanzo leggendario”, come invece lo sono molti altri volumi che narrano, attraversandoli, – non solo in termini di racconto ma ben più in profondità – gli anni della contestazione studentesca, del Femminismo, del Movimento e del Terrorismo.
Clara Sereni ritorna a parlarci del passato dopo averlo affrontato anche in, tra gli altri, Il lupo mercante (Milano, Rizzoli, 2007), raccolta di racconti che, tuttavia, faceva emergere una dimensione collettiva pregnante e una partecipazione corale dei personaggi, qui quasi del tutto assente.
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Goliarda Sapienza: la “personaggia cinematografara”

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Goliarda Sapienza in “Lettera aperta a un giornale della sera” di Citto Maselli, 1970

«… Io, che ho fallito il matrimonio per l’università, per salire su di una cattedra come te: il mio vero idolo, vera figura dell’intellettuale… Perché non mi hai mai detto che la mamma era stata partigiano? Forse ce l’ho fatta a diventare un uomo, che dici papà? Pensare che ci ho fatto pure tre anni di analisi per capirlo, con un cretino come te… la verità è che il talento di una donna si può buttare o bruciare perché rende più in casa in adorazione del tuo…» 

*

A quasi un mese dall’uscita dell’ultimo volume di inediti di Goliarda Sapienza, Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, da cui è tratta anche la citazione di Perfetto delitto che apre il post), e dopo un approfondito articolo di Fabio Michieli che riassume il senso della pubblicazione di questa nuova raccolta di scritti, si pone qui oggi l’accento sull’importanza e sull’influenza che anche il cinema ha avuto nell’Opera della scrittrice catanese, sperando di evidenziare alcuni punti d’interesse sinora mai toccati altrove, tentando infine una riappropriazione di alcune peculiarità autoriali necessarie a ‘tenere assieme’ tutto ciò che ella ha scritto.[1]
Il titolo proposto già connota due qualità di Sapienza mutuate dagli studi condotti secondo le due principali linee critiche, quelle di Monica Farnetti e Giovanna Providenti: “personaggia” porta con sé la straordinaria capacità d’invenzione nella scrittura che ha avuto il suo massimo con il romanzo L’arte della gioia attraverso la creazione della figura di Modesta, e anche il personalissimo stile scrittorio di Goliarda che ricalca i modi del parlato nella sintassi e nella lingua, basandosi in parte sull’utilizzo del dialetto siciliano. “Cinematografara” evidenzia invece l’inclinazione filmica presente e sottesa a tutto il corpus edito, la predisposizione all’inquadratura e all’avere una visione d’insieme della scena (testuale), un’attenzione all’immagine ma anche al sonoro, se si pensa a quanto asserito poco fa riguardo il linguaggio.
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